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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

BRUXELLES NON CI LASCIA SCAMPO: IL NOSTRO NEMICO E' L'EURO

Pubblicato su 9 Febbraio 2012 da frontediliberazionedaibanchieri

Oramai è tutto chiaro: per salvare l’euro è necessario ridurre il gap di competitività fra i paesi dell’Eurozona, allineandosi all’istante con la Germania. Mission impossible: Berlino ha impiegato dieci anni per ridurre il costo del lavoro preservando il welfare, mentre all’Europa del Sud si chiede un salto nel vuoto, senza paracadute e senza la minima possibilità di successo. «L’unica speranza di salvezza, per i ceti popolari e medi, è la fuoriuscita immediata dall’Eurozona e dall’Unione Europea», dice esplicitamente Fabrizio Tringali, di “Alternativa”. «Senza la consapevolezza di questo, ogni battaglia di resistenza alle misure imposte dalla tecnocrazia europea si sconterà contro il ricatto della necessità di tali misure per salvare l’euro e l’unità dell’Unione».

 Dopo mesi di dibattito, argomenta Tringali in una riflessione pubblicata da “Megachip”, è oramai acclarato che l’attuale crisi che sta strangolando paesi come l’Italia non dipende dai debiti pubblici, bensì dai problemi strutturali dell’Eurozona: il primo dei quali è la differenza di inflazione e quindi di competitività fra i vari paesi. «Sono questi problemi strutturali a rendere i paesi “Piigs” a rischio-default, e quindi i loro debiti pubblici risultano poco appettibili sui mercati». Il risultato è la spirale cui assistiamo: «Per riuscire a piazzare i titoli, i “Piigs” devono corrispondere alti interessi, e questo aumenta ulteriormente il rischio di insolvenza». La catena di ferro di cui siamo prigionieri si chiama euro: «Non potendo svalutare la propria moneta», per recuperare competitività i paesi con le economie più deboli devono necessariamente ripetere, in “tempo zero”, «quanto ha già fatto la Germania nel decennio passato: aumentare la produttività e contemporaneamente abbassare i salari reali».

 Non esiste altro modo per provare a recuperare competitività che non intervenire sul mercato del lavoro, aggiunge Tringali, perché questo è il campo nel quale la Germania ha già operato: qualsiasi altro intervento sarebbe vanificato dalle contromosse tedesche. «Per esempio, se l’Italia abbassasse le tasse sul lavoro (il cosiddetto cuneo fiscale), la Germania farebbe altrettanto», e il risultato sarebbe «un’ulteriore diminuzione delle entrate, e nessun recupero di competitività». Ecco perché la Bce insiste tanto a favore delle riforme del mercato del lavoro, «che si traducono nell’estensione del “piano Marchionne” a tutte le categorie di lavoratori». Misure socialmente durissime, e tragicamente inutili: le politiche di rigore «non possono determinare gli stessi effetti sulla crescita che hanno prodotto in Germania, ma solo contribuire ad avvitare i paesi dell’Eurozona in spirali recessive senza uscita, alimentate anche dai tagli alla spesa pubblica imposti dall’Unione Europea».

La Germania, spiega Tringali, ha potuto realizzare una svalutazione competitiva “di fatto” aumentando la produttività e comprimendo i salari senza deprimere la spesa pubblica, cioè continuando ad avere un welfare più che dignitoso, unito ad un sistema di servizi pubblici accessibili. E lo ha fatto nell’arco di dieci anni. I “Piigs” invece dovrebbero attuare cambiamenti repentini, cioè forti abbassamenti di salari, uniti alla perdita dei diritti e delle tutele, e senza neppure un welfare adeguato, perché i servizi pubblici subiscono tagli sempre più pericolosi. Il risultato non può che essere un inasprimento della crisi e la recessione, con il forte impoverimento delle fasce deboli ma anche dei ceti medi. Le “riforme strutturali” sanciranno la subordinazione dell’intera vita dei lavoratori alle esigenze della produzione, sostenuta dal ricatto di possibili licenziamenti arbitrari. Il tutto, unito al depauperamento dei servizi pubblici essenziali come istruzione, sanità, trasporti.

 «Prima o dopo l’euro salterà», dice Tringali, «ma il rischio è che ciò avvenga solo dopo aver messo letteralmente in ginocchio le economie e i tessuti sociali dei paesi dell’Eurozona». A quel punto, «sarà durissimo sostenere gli effetti del crollo della moneta unica». E intanto la crisi si inasprisce: la fine della moneta unica europea aprirà un periodo di transizione caratterizzato da molte difficoltà, giorno per giorno sempre più fitte: «Più si andrà avanti cercando di salvare l’euro, più si dispiegheranno gli effetti della recessione», sotto lo sguardo spietato dei tecnocrati di Bruxelles. «Per poter imporre quanto deciso dalla Bce e dalla Commissione Europea (cioè da Francia e Germania), l’Unione Europea inasprisce il proprio carattere antidemocratico, tramite nuovi trattati che obbligano i paesi membri a realizzare tutto ciò che viene deciso dai tecnocrati europei, indipendentemente dalla volontà popolare e dalle determinazioni dei Parlamenti nazionali».

 Se i partiti “dormono” all’ombra dei “governi tecnici” insediati proprio dai super-poteri finanziari che hanno cinicamente pilotato la crisi scatenando il panico per poi imporre l’austerity per tutti (tranne che per le banche), l’unica speranza restano i movimenti e i sindacati, che secondo Tringali si devono finalmente svegliare, ora o mai più: chi si oppone alle “scelte draconiane” imposte dalle attuali istituzioni europee, dice l’analista di “Altarnativa”, deve assumere la consapevolezza che «i nemici da abbattere non sono solo i governi tecnocratici e le loro politiche economiche recessive, bensì l’euro e la stessa Unione Europea, i cui ceti dirigenti hanno volutamente creato una moneta unica che costringe tutti i paesi a convergere sulle politiche economiche tedesche», che l’Europa del Sud non si può permettere.

Fonte Libreidee

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