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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

' A CORRUZZIONE E IL " FOGNO": LO STRANO CASO DEL DOCTOR PETIOT

Pubblicato su 15 Maggio 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in IDEE e CONTRIBUTI

1. ANTEFATTO METAFORICO
Il dottor Petiot fu a lungo stimato per le sue conoscenze scientifiche, addirittura lodato per la sua utilità alla comunità come medico, che, dicevano, faceva “avanzare” la scienza medica.
Ma se si fosse analizzata in dettaglio la sua vita precedente, senza pregiudizi e distorsioni, determinate da un “certo tipo di consenso” pubblico (divenne persino sindaco del suo paese), con tutte le abbondanti “tracce” di una crudeltà inumana (o “troppo umana”), sostenuta dall’incrollabile fede nelle sue ragioni, gli stessi benpensanti che lo avevano lodato sarebbero stati terrorizzati…http://www.occhirossi.it/biografie/MarcelPetiot.htm
Leggendo, e facendo i dovuti collegamenti, capirete il “nesso” (“nexus”, per coloro che ricordano i “modelli” dei replicanti in Blade Runner).
Ovviamente la storia si manifesta prima in tragedia e poi si ripete come “farsa”. Ovviamente…
disoccupato
2. MACROECONOMIA E IL LUOGOCOMUNISMO AZIENDALISTA
L’essenza di ciò che consente di “prosperare” all’azione dei doctor Petiot del nostro tempo, è un’idea alterata e manipolativa dell’economia politica, della macroeconomia applicata all’esistenza dello Stato come soggetto “insopprimibile” delle dinamiche socio-economiche. Per sminuirne la funzione si fa passare l’idea che lo Stato, cioè noi in quanto cittadini-elettori, dovrebbe comportarsi come una buona massaia (quella sì che sa far quadrare i conti…peccato che gli stessi che ne esaltano le doti, facciano di tutto per non farglieli quadrare e piuttosto….”girare”…non i conti)
La macroeconomia, infatti, non è la scienza dell'economia "familiare" o “aziendale”. Chi lo sostiene nega, maliziosamente (i “seguaci”, magari per ignoranza), l'essenza del suo presupposto caratterizzante: il fenomeno organizzativo, pre-economico (cioè sociale “generale” e non “aziendale”), costituito dalla presenza di un ente politico comunitario – lo Stato- che garantisce un bene come l'ordinata convivenza civile, promuovendo il benessere (almeno nelle enunciazioni indefettibili delle carte costituzionali democratiche). Questo “ente” non solo non può essere assoggettato alle leggi “micro” per definizione (cioè per sua funzione e finalità), ma la sua azione deve (sempre e comunque) influire sul “caotico” combinarsi seriale delle leggi microeconomiche, che, essendo tendenziali, incorporano la deviazione effettuale dagli equilibri teorici e il loro periodico travolgimento.
Una volta che lo Stato sia concepito come una “società per azioni”, non c’è limite alle distorsioni dell’interesse generale che ciò determina. La prima è che gli Stati sono visti come maxi-imprese in contesa economica tra loro nella logica della “competitività”. Con la compromissione non solo del “fogno” della pace e prosperità universali, ma dello stesso benessere dei rispettivi cittadini. E non lo dico io, lo dice Krugman “Per fare una dura ma non completamente ingiustificata analogia, un governo sposato all'ideologia della competitività è altrettanto improbabile faccia una buona politica economica quanto un governo impegnato nel creazionismo possa fare una buona politica della scienza, anche in aree che non hanno relazione diretta con la teoria dell'evoluzione” (http://documentazione.altervista.org/krugman_competitivita.htm)
Quindi la macroeconomia si trova inevitabilmente a lavorare su presupposti inevitabili di "non esattezza" (non voglio esplicitamente coinvolgere la "indeterminazione"), dovendo osservare fenomeni umani collettivi, organizzati su valori storicamente mutevoli. E' dunque una scienza sociale a carattere (precondizione implicita necessaria) “assiologico” e come tale non univoca per sua stessa ipotesi metodologica (non può prescindere da giudizi di valore, storicamente determinati, data la necessaria restrizione delle variabili considerate rispetto alla complessità). Non di meno tale scienza sociale è "aperta", cioè assume l'arricchimento di dati e analisi come fattore costante di evoluzione e dialettica rafforzativa delle ipotesi (che come sappiamo è quasi impossibile sperimentare).
Ora le analisi e le “soluzioni” che discendono dall’UE risultano inevitabilmente tutte immerse nella politica preconfezionata dalla ideologia UEM, radicalmente concepita come corollario della competitività tra Stati (v. sempre Krugman, sopra citato).
Ciò sarebbe, in coerenza con quanto abbiamo premesso, perfettamente naturale e legittimo, se non fosse per il trascurabile “dettaglio” che i suoi “razionali” sono accuratamente nascosti, dato che si tratta di un'ideologia (Bundesbank’s version del Washington consensus” e Von Hayek come profeta…del darwinismo “sociale”), non soltanto criticata proprio dalla schiacciante maggioranza degli economisti “seri” (premi Nobel e con pubblicistica universalmente accettata), quanto contraria alle Carte costituzionali dei paesi interessati.
Cioè ogni Stato democratico ha già compiuto le sue scelte “assiologiche” ma, senza alcuna armonizzazione tentata o risolta, su queste piomba con tutto il suo peso l’assiologia “occultata” del disegno europeo, su tutte la UEM, che risulta sterilizzare o “annullare” la dinamica realizzazione dei rispettivi valori democratici costituzionalizzati.
Questo è stato descritto “anche” dai costituzionalisti, con vari accenti, ignorati altrettanto quanto il parere degli economisti più autorevoli, cfr., come esempio eloquente, “Il costituzionalismo asimmetrico dell’Unione”, a cura di Antonio Cantaro, Torino, 2010 (notare l’anno, così tragicamente prossimo alla crisi, irreversibile, oggi conclamata e ieri prevista in dettaglio).
3. CONSENSO MEDIATICO E POLITICHE DEI GOVERNI TECNICO-EMERGENZIALI.
Ma che economisti e giuristi specialisti siano stati inascoltati, e lo rimangano contro ogni evidenza, è, in buona sostanza, un problema mediatico (chi legge i libri di economisti e costituzionalisti non “cooptati” nel circo mediatico? Oggi, guarda caso, ne stiamo constatando i “corollari” in modo molto attuale…).
Nel versante mediatico, così cruciale per la formazione della pubblica opinione e del “consenso” anche elettorale, si trova probabilmente il più alto grado di responsabilità per l’attuale situazione.
Non a caso,  un incondizionato entusiasmo mediatico, scisso dai fatti che si verificano con manifesta “tragicità” davanti agli occhi di tutti, sorreggono i “governi dei tecnici” (in mezza Europa…debitrice e, perciò, PIGS). E questo dovrebbe condurci a fare utili deduzioni sulla natura dei potenti di turno, sul tratto unificante di questo potere.
Nella situazione attuale, registriamo un fenomeno di tale entusiasmo convergente e assolutizzato verso l'azione del governo (“l’Agenda Monti”…tra un po’ ci si giurerà sopra come sul Vangelo) che, dati i soggetti da cui promana (i giornalisti "sempre-proni" e gli “esperti ufficiali”, officianti il rito della ripetizione degli slogan di “diversione” dalla verità, quale indicata dalla scienza imparziale e libera nei fini), sta ad indicare che attualmente il potere, nella veste governativa, si manifesta al suo stato mistificatorio "quasi puro" (cosa che non si poteva dire rispetto all'era di B. ed alla sua imperfezione, che costringeva gli stessi soggetti mediatici-espertologi,  a preoccuparsi delle sue plateali contraddizioni, spesso, al tempo, per giustificarle, lacerando continuamente la legittimazione che il disegno UEM ricercava).
E quale risulta il tratto essenziale di questo potere ora "manifesto"?
L'Europa, la mistica del "ce lo chiede l'Europa", il dogma che tutto quanto sia già "stabilito" in quella sede si connoti automaticamente in un valore operativo incontestabile, tale che intere nazioni e moltitudini di esseri umani, teoricamente dotati di possibilità critiche e di cultura evolvibile, ne "debbano" essere plasmati senza possibilità di mediazione.
L'ordine costituito (abbiamo visto, nebulosamente, e senza alcuna solida chiarezza condivisa) a livello europeo, svolge quindi la funzione assiomatica tipica dei principi rivelati delle religioni monoteiste. Una nuova teologia si esercita in paralogismi per trovare corollari logici che appaiano persuasivi per la Ragione, senza mai mettere in contestazione i presupposti del "nuovo ordine".
Una macchina di condizionamento infernale sta così chiudendo ogni possibile discorso costruttivo sulla realtà in divenire: in nome dell'Europa si preclude la riflessione sugli scopi stessi dell'organizzazione politica umana, sul ruolo evolutivo delle Costituzioni, sulla pervasività di un'economia sovrastata da una finanza regolata da algoritmi che incorporano soltanto il profitto nel breve termine. La dimensione antropologica del benessere e della comunicazione tra individui e popoli viene considerata tutta già definitivamente risolta nel quadro para-etico di questa mistica, che tende ormai al trascendente.Ora, dati gli svariati fattori moltiplicatoridell'incidenza sul PIL dell’austerity “che promuove la vera crescita” (come “vera fede” era quella che portava a scannare gli eretici e a fare le crociate contro di essi, come accadde per i “catari”), cioè di maggiori tasse e minore spesa pubblica, risulta eloquente la vicenda dei “fiscal multiplier” corretti dal FMI e tutt’ora ignorati da Commissione e governi di “commissariamento condizionale”.
Questi elementi, sommati a fattori di contesto legati in termini di “compresenza significativa”, come il credit crunch e la simultanea austerità dei paesi UE (la cui domanda in parte si riflette sulla nostra offerta in esportazione intra-area, e noi siamo sempre, per quanto non piaccia agli autodetrattori, il secondo esportatore dell'area), si scontrano ormai col fatto, puntualmente ignorato dai media (o con un risalto “trascurabile”), che lo stesso FMI HA CALCOLATO L'OUTPUT-GAP, CIOE' LA RECESSIONE CUI ANDREMO INCONTRO NEL PROSSIMO TRIENNIO, SENZA CORREGGERE LE POLITICHE "MONTI-BCCE-BUNDESBANK", NELL'8%. (http://www.consulenza-finanziaria.it/2012-una-recessione-mai-vista-prima/)
Il resto sono chiacchiere e distintivo dell'associazione anime belle (?)-che-pensano-che-l'euro-sia-una-grande-idea-evviva-lagermania-che-la-merkel-è-tanto-brava-e-ci-salverà-dalla-corruzione…

4. L’ANNIVERSARIO DI TANGENTOPOLI E “IL TRADIMENTO DELLA POLITICA”
La firma di Maastricht e il culmine di “Tangentopoli” si verificarono simultaneamente, esattamente come oggi si ha l’impressione che sia stato “scoperto” il verminaio della corruzione e dei “costi della politica”, e, come abbiamo capito nei circuiti extramediatici della rete, non è un caso.
Il fenomeno Tangentopoli, così come oggi la levata di scudi “casta-corruzione-debitopubblicobrutto”, sono stati definiti come "tradimento della politica" , che sarebbe cioè venuta meno al suo presunto onere di “auto correggersi”, (idea ridicola e un po’ paradossale che ignora i veri “rapporti di forza”). 
Ammettiamo che una legge perfetta contro la corruzione sia fatta: scomparirebbe per questo il "tradimento della politica"?
No, perché, come vedremo in dettaglio più oltre, la corruzione della mazzetta e della malversazione è solo la forma più rozza di consolidamento degli "affari" contrari all'interesse pubblico che alterano la funzione (costituzionale) degli organi di governo democratico.
Con un ordinamento legislativo orientato, nella sua crescente globalità, a consentire questi "affari", si potrebbe avere paradossalmente assenza di corruzione in senso penalistico (o corruzione dei soli rubagalline) e massima ingiustizia e assetto predatorio dell'oligarchia rispetto al popolo (teoricamente) sovrano (e l'euro è, in sé, l'esempio più tragico di ciò).
I migliori affari ormai vengono pianificati nelle istituzioni UE (BCE in testa, con le sue "lettere" su mercato del lavoro e privatizzazioni della ricchezza pubblica, tese a rassicurare, o meglio, “orientare” gli investitori finanziari alla ricerca di una garanzia per il loro crescente credito) e oggi, paventare la sola "restaurazione" berlusconiana finisce per affrontare un problema "minore".
Cioè del come esistano ancora le "cricche" di mezze figure, (rispetto ai veri players che ricoprono il ruolo di “incumbent” dell’indirizzo politico continentale), che sgomitano illecitamente, come sostanziali emissari della politica (bipartisan), per sedersi al tavolo degli affari con i potenti, che comunque, e sempre più incontrastati, non hanno bisogno di commettere illeciti per ottenere l'ampliamento delle loro rendite a scapito della generalità, ma "ottengono" leggi e regole, grazie allo strutturale asservimento delle istituzioni, ormai svuotate da organismi sovranazionali e non democraticamente rappresentativi...
Sulla tomba della Costituzione scriveremmo "Ce lo chiede l'Europa"...
5. EUROPA, CORRUZIONE, SPESA PUBBLICA E PRIVATIZZAZIONI.
Sia come sia, ma la narrazione (direbbe Vendola) dell'euro si accompagna fin dall'esordio inscindibilmente all'idea che lo Stato, l'ente pubblico, la cura dell'interesse generale mediante forme pubblicistiche, siano un male in sé, perché sarebbero inefficienti e portatori di corruzione (e, ripetono, lo “capirebbe qualsiasi brava massaia, la stessa che, pensate un po', sarebbe la più colpita dall’inflazione in caso di uscita dall’euro). Cioè non sarebbero stati finora gestiti come un’azienda (rectius una “impresa”, ma tant’è), ovvero come una “famiglia”. Ciò che abbiamo visto al par.1 essere la bufala più amata dal partito unico-mediatico dell’euro…
Questa premessa indimostrata, asseverata, già venti anni fa, dall'ondata emozionale degli anni di tangentopoli -e dall'ignoranza perseguita nell'identificare correttamente le cause della dilatazione, via interessi passivi, del debito pubblico italiano-, ha portato a un assetto di questo tipo (Ndr: buona parte di questa elencazione la ritrovate nel libro “Il tramonto dell’euro” di Alberto Bagnai, di cui il virgolettato riflette una diretta citazione):
a) si è deciso di introdurre la società di capitali come forma prevalente di gestione dei servizi pubblici, specie locali (ma non solo, e non solo servizi).
b) si è introdotta l'idea che ciò avrebbe evitato (non si sa perché) ulteriore corruzione, specialmente se si fosse sviluppato il partenariato pubblico-privato: il privato porterebbe, sempre, non si sa bene perché, un'esperienza “vincente” che avrebbe fatto abbassare i costi e le tariffe;
c) per agevolare la "efficienza", dando la colpa della corruzione (che in sé non è detto che sia legata alla inefficienza, in termini di rapidità decisionale, anzi) alla burocrazia, si sono aboliti i controlli preventivi di legittimità sugli atti principali che comportano una spesa (svolti dalla Corte dei conti, nonché dai co.re.co e dagli organi statali che la esercitavano sugli atti regionali). Così, costituzione di queste società, capitalizzazioni, scelte dei soci e metodi relativi, decisioni di spesa, tipo bandi di gara e susseguenti procedure, sono stati sottratti a controllo preventivo, proprio quando irrompeva la super-regolazione di derivazione UE in materia (regolazione a ondate, sempre più stratificata), cioè quando più forte si poneva l'esigenza di verificare il rispetto delle più complesse regole;
d) tale disciplina europea, anche se in crescente finalizzazione "apparente" alla logica concorrenziale, in realtà, ponendo una serie inestricabile e sempre più complicata di parametri, requisiti, standard, certificazioni legittimanti, forme associative tra imprese, si risolve in generale nel privilegiare le imprese più "grandi" e quelle che già godevano di rapporti pre-instaurati con la pubblica amministrazione (imprese spesso coincidenti tra loro);
e) si è privatizzato il sistema bancario, rigorosamente in nome dell'Europa e dello Stato-cattivo, ma al tempo stesso si è creata una componente fondamentale e spesso decisiva di controllo azionario-bancario mediante il sistema delle fondazioni, “influenzate” a loro volta, in intrecci solidali tra le fondazioni stesse, dagli enti pubblici territoriali mediante i soggetti amministratori da questi nominati; ciò, in aggiunta, senza alcun controllo sulle relative nomine, non solo preventivo, come s'è visto abolito, ma anche sul rispetto di labili parametri legali di individuazione dei "nominati" da parte della politica;
f) si è proceduto (tradendo le roboanti affermazioni iniziali post-tangentopoli) arendere fortemente dipendenti dalla politica i dirigenti pubblici in posizione decidente della spesa pubblica, e ciò con incidenza, principalmente, a livello locale, per le spesa conseguente a scelte di pianificazione territoriale e di politica industriale, area decisionale che, a sua volta, conduce a costituzione di società, a scelta dei soci, ed all'aggiudicazione di un sistema di appalti proiettati su fronti crescenti di attività in precedenza pubbliche (dalla gestione delle ex aziende pubbliche di servizi, alla "esternalizzazione" di segmenti di attività amministrativa, affidata a "privati" come diretti erogatori di servizi “interni” alla p.a.: informatizzazione, contabilità e gestione del personale, servizi di pulizia ecc.);
g) si è, contemporaneamente, provveduto a amplificare, prima a livello legislativo, poi costituzionale, la sfera operativa e funzionale di regioni e enti locali, trasferendo ad essi il potere di spesa e di assunzione del personale relativo (il tutto sempre nella simultanea abolizione dei controlli preventivi di legittimità sugli atti corrispondenti).
Shakerate il tutto e otterrete, come corollario dell'Europa, cioè della combinazione della “sussidiarietà”  e della libertà del mercato - mai ben identificato, stante anche le falle della disciplina antitrust-, un gigantesco spazio di trattativa, libera da effettivi ostacoli nelle regole univoche e stabili del diritto pubblico, tra privati e politica (non propriamente con l’amministrazione pubblica, dato l'asservimento che evidentemente consegue da tale disegno, della prima alla seconda), per poter disporre dei beni, dei servizi e della relativa provvista finanziaria pubblica.
“Il meccanismo è perfetto. Si vuole creare una società per gestire lo studio delle problematiche tecniche di certe opere pubbliche, a livello regionale o di grande comune; si trova il dirigente (politicamente scelto a ampissima discrezionalità) che ne approva lo schema tecnico, la giunta che lo delibera, i capitali forniti dalla banca vicina alla fondazione a sua volta "vicina" alla maggioranza che delibera...e induce nei tecnici pubblici dipendenti le scelte a valle, et voilà...
Avrò capitali, controlli limitatissimi (al massimo a posteriori e in termini di efficienza, ma sprovvisti di vera sanzione ostativa del disegno), libertà di aggiustare – spesso con trattative private determinate da urgenze divenute insindacabili, ovvero con bandi su misura- la scelta dei soci privati, dei destinatari degli appalti (dato che la società tenderà a calibrare studi di fattibilità e bandi sulle caratteristiche, politicamente e inevitabilmente "volute", del soggetto creato ad hoc tra imprese amiche e prestanome dei politici).
I politici saranno soci (azionisti), mediante prestanome o colleghi di secondo piano, o "tecnici" di area (senza selezione che non sia la vicinanza politica) dello stesso ente che forma la società. Soci espressione di grandi imprese diverranno anch'essi parte della compagine e sosterranno quella parte politica: se l'andamento della società è in deficit, gli stessi soci potranno liquidare a condizioni vantaggiose le loro partecipazioni, lasciando ai bilanci, incontrollati nelle forme pubbliche ormai abolite, di aggiustare valori e stime degli assets e delle prospettive di redditività.
I debiti contratti per capitalizzare e i deficit saranno ripianati, indirettamente o direttamente, prima o poi, dal centro (lo Stato), -sotto la pressione del ricatto sul "paventato collasso" dei servizi per anziani e infanzia-, da amministratori centrali parte della stessa cricca politica che controlla le nomine nella società, o a cui viene dato il potere di farne per partecipare alla spartizione, garantendosi comunque anche la continuità del credito effettuato dagli amici banchieri in cordata con le fondazioni bancarie (controllate dalla stessa politica locale e centrale).
Il meccanismo ha applicazioni multiple e variate. L'abilità sta proprio nellaconvergenza delle leggi verso questo obiettivo di sistema. La corruzione diviene un fatto conforme alle regole: solo gli sprovveduti e gli arroganti incorrono negli strali della magistratura.
I più abili giungono a controllare, tramite profitti da aggiudicazione di appalti e di servizi pubblici locali, vere e proprie holding. Solo la Corte dei conti ogni anno lamenta l'andazzo fallimentare per i soldi pubblici (strutture e finanziamenti immessi nel circuito, ripianamenti delle perdite) e per l'aumento delle tariffe. Intanto, decine di migliaia di consiglieri di amministrazione, direttori generali e figure varie costituiscono una classe paraprivata di gestori e fruitori di emolumenti e potere decisionale che si esprime in pilotaggi di appalti e assunzioni senza concorso nelle strutture di nuova creazione.
La rendita da monopolio "locale" e i patti di liquidazione, soddisfano gruppi privati "partner", e li legano sempre più alla complicità con le parti politiche autrici del disegno.
La commistione di forme private e pubbliche, la demenziale complicazione delle regole di scelta europee, consente una facciata impenetrabile di "regolarità" al tutto e le vecchie mazzette vanno in pensione, trasformandosi in decisioni di scambio di favori: il figlio del tizio-dirigente o assessore (in consonanza tra loro) viene assunto di qua, o fa carriera (magari universitaria ) di là, dato che magari un tizio ulteriore, che controlla le decisioni di carriera, è stato nominato nel cda della società stessa in quota "x".
Le holdings, al riparo dalla concorrenza sostanziale, e sotto l'egida della "aggiustata" concorrenza europea, prosperano e si rafforzano; le imprese tagliate fuori vanno sempre più in difficoltà, rimanendo in crescente difficoltà creditizia sia per...l'Europa (euro) sia perché non facenti parte del cerchio magico...delle linee di credito erogate dalle banche (con dentro le fondazioni). Le applicazioni, una volta consolidate le posizioni, sono infinite; soggetti di questo tipo, anche se le gare vengono rese formalmente più rigorose, hanno un vantaggio schiacciante in termini di requisiti di qualificazione e di standards di legittimazione professionale e finanziaria richiesti dai successivi bandi.”
Insomma, se da una parte politica si chiude un occhio su tutto questo, evitando di smontarlo e anzi votandolo quando si presenta in parlamento, dall'altra, si contraccambia lasciando all'altra parte, che so, una situazione di monopolio nel settore dell'informazione televisiva e non. 
…“E il cerchio si chiude con l'Italia modernizzata dalle forme europee, tanto che ora si vogliono aggiungere altri elementi di riduzione di questo stato-cattivo e di incremento di questa bella efficienza dei privati, scelti come beneficiari (e magari salvatori della patria) con inappuntabili sistemi europei... e ci mancherebbe!”
6. CONTROLLI E INVESTIMENTI DI SISTEMA. ALCUNI RIMEDI (FORSE) PRATICABILI
Vediamo quanto finora analizzato in termini di possibili soluzioni su vari aspetti applicativi. Che tutti ricercano negli enunciati formali e nessuno pare voler concretamente attuare. A un certo punto, persino su LaVoce.it arriva un'ammissione della erroneità della scelta, dapprima compiuta nel 1997 (d.lgs. n.127 ) poi ratificata nel Tit.V Cost del 2001, di abrogare i controlli preventivi di legittimità.
Si trattò, come si è visto, di un sostanziale "via libera" alla spesa senza verifica preventiva del rispetto delle leggi che la limitavano, per consentire, prima ancora che "libero" appalto a “libera cricca” politica, il presupposto essenziale della creazione del sistema societario partecipato degli enti locali e delle regioni, sistema peraltro adottato anche dai ministeri, che hanno costituito una “congerie” di società per svolgere compiti promozionali e gestionali, prima effettuati a minor costo dalle strutture ordinarie, che però rimanevano prive della libertà di assunzione e di nomina discrezionalissima e politica dei vertici, quelli stessi chiamati poi a bandire e assegnare appalti, fuori bilancio dell'ente creatore. Fenomeno, va ribadito, non solo apportatore di perdite e ricapitalizzazioni a carico pubblico ma anche di diffusi accordi corruttivi e clientelari (gli stessi organismi, infatti, hanno potuto effettuare, fino a tempi recentissimi, assunzioni senza concorso e senza controlli).
Dati i vincoli costituzionali il ripristino di questo minimo argine (specialmente nella fase di bando) è alquanto problematico: si potrebbe cominciare con la “neutralizzazione” della nomina dei vertici politici di queste società-stazioni appaltanti, sottoponendola a stringenti criteri di qualificazione tecnica e di incompatibilità-conflitto di interessi, spostando la verifica del tutto sulle corti dei conti regionali.
Stesso discorso per la verificabilità dei presupposti di economicità-convenienza della stessa creazione di società e partecipazioni pubbliche (dalla cui revisione si potrebbero ricavare risparmi molto superiori di quelli incentrati sugli acquisti in economia delle amministrazioni tradizionali, già abbondantemente spremute da 20 anni di manovre e tagli lineari).
Poi magari, (visto che per il pareggio di bilancio in Costituzione lo si è fatto senza problemi) mettere mano al Titolo V. Cost., ripristinando organi di controllo decentrato a vocazione tecnica: ovviamente, a livello organizzativo, si tratterebbe di investire in nuova spesa pubblica, ma si tratterebbe di soldi ben spesi, con un buon moltiplicatore, anche per i risparmi ottenibili. 
Però a tutti questi rimedi- cui fa sempre da sfondo il recupero della separazione tra banche commerciali e banche di investimentoc’è da crederci molto pocofinché esisteranno giornali a opposizioni focalizzati sui costi “diretti” della politica (certo, esagerati, inaccettabili, ma di scarso peso rispetto al volume di soldi pubblici affluenti a questo sistema), cioè finché la “casta” sarà, in modo semplificato e rumoroso,identificata nei costi delle cariche elettive e degli apparati serventi degli organi politici medesimi, esaurendosi in essa e lasciando inalterato, salvo episodiche “cosmesi”, il “grosso” del corpaccione descritto più sopra. Diamo qualche cifra.
Un calcolo approssimativo divulgato dalla stampa ci dice di circa 7500 società a partecipazione pubblica, promosse in varie forme dai soli comuni, province e loro associazioni e consorzi, a cui occorre aggiungere le società regionali, non censite nei costi che di seguito illustriamo. Per tutti questi soggetti si giunge a un “monte” di nomine stimato in circa 50.000, solo per le società partecipate dal livello territoriale minore (quantificazione solo in parte mitigata dalla previsione, in teorico corso di attuazione, della riduzione dei consigli di amministrazione ad un unico amministratore prevista dal d.l.n.78 del 2010 per le entità a totale partecipazione pubblica, che non investe le mere “partecipate”, nonché figure come i direttori generali e altre cariche dirigenziali operative).
Insomma, tra società statali, regionali e comunali, decine e decine di migliaia di amministratori, delegati e componenti dei relativi consigli, direttori generali e dirigenti vari fruiscono di trattamenti economici sostanzialmente allineati con quelli attribuiti agli “executives” del settore privato assommandosi, senza controlli sulla selettività e sull’assenza di conflitti di interessi (principalmente rispetto alle società private operanti nei settori variamente influenzati dall’azione delle società pubbliche), al costo della dirigenza pubblica degli enti territoriali, (già di per sé, sia detto per inciso, sovradimensionata, progressivamente ripoliticizzata e attributaria di trattamenti economici incrementati a livelli senza precedenza nella storia unitaria d’Italia).
Uno studio della UIL (http://www.uil.it/costi-perconferenza.pdf, che peraltro fa un po’ di confusione tra costi della politica e costi, invero alquanto limitati, di organi previsti dalla Costituzione e rientranti nel potere giurisdizionale), condotto in base a dati del Ministero dell’interno, stima in 2,5 miliardi di euro solo i costi per i compensi, le spese di rappresentanza e di funzionamento dei consigli di amministrazione, degli organi collegiali societari, nel solo settore delle “partecipate” dagli enti locali (non è chiaro se ciò includa i maggiori corrispondenti costi delle società analoghe di livello “regionale”: pare di no).
Tale “settore” assorbe inoltre una considerevole quota dei 3 miliardi di spese per “consulenze” e  collaborazioni  professionali, a vario titolo, utilizzate da tali società nonché un’analoga quota dei 4,4 miliardi di spese per “auto blu”.
Ciò senza contare le spese di personale, assunto, fino alla recente riforma del 2010, senza una predeterminazione delle piante organiche “di diritto” e senza concorso: basti pensare che, in base ai dati OCSE 2007, il 5,4% della popolazione italiana “lavora” per il pubblico in senso proprio (Stato, regioni, ee.ll, enti di diritto pubblico: 3.200.000 unità), dato peraltro riferibile a rilievi effettuati prima dei “blocchi” del turn over ripristinati negli ultimi 3 anni.  In questi termini si tratta di un “valore” che non colloca l’Italia in dissonanza rispetto ai maggio paesi dell’area euro (Germania 5,47%, Spagna 5,3%, Francia 7,9%).
Tuttavia il dato italiano non tiene conto di oltre 700.000 dipendenti del settore delle “partecipate” di Stato e degli enti territoriali, che porta il numero complessivo a circa 4 milioni (facendo saltare la formale “virtuosità” della comparazione, nonché il dato contabile nazionale del costo del pubblico impiego, di circa 140 miliardi, in quanto riferito al solo personale a “datore di lavoro” formalmente pubblico).
Insomma, invece del “salvatore unico della patria” Bondi, (quello Parmalat, per capirsi) che, a quanto sembra, deve ancora "capire" la materia, e di una logica emergenziale di “tagli”, bisognerebbe ricreare, (attraverso assunzioni e vere riqualificazioni basate su regole certe ed esplicite, contenute in atti normativi chiari e non neutralizzati dalla clausola “a costo zero”), un “ruolo” di controllori, esperti e qualificati, ovviamente capaci di modulare i loro riscontri anche in funzione delle caratteristiche del territorio e che vadano a ricostituire gli organi di controllo preventivo ai vari livelli. Va poi considerata la funzione finora parzialmente svolta da CONSIP, cioè da un organismo statale centralizzato che, bandendo gare “cornice” possa “fissare” dei prezzi di riferimento, - con risparmi di scala e prezzi “ottimali”, entro limiti di flessibilità ragionevoli e da regolare con norme apposite-, non superabili: tuttavia, non solo questo sistema non copre tutte le possibili categorie di acquisti, ma neppure i lavori pubblici, il che non è poco.  Ovviamente occorrerebbe investire nella creazione di una rete telematica generale che consenta di identificare con immediatezza i prezzi di tutti gli acquisti e contratti "passivi" facenti capo a tutti i livelli di “centro di spesa” pubblico, includendo anche le locazioni di immobili, con indicatori adeguatamente modulabili.
Tutto questo, però, non ha nulla a che fare col taglio “lineare”, finora effettuato dai vari “governi della crisi” (euro), cioè con la riduzione tout-court della spesa complessiva, dato che le risorse rese disponibili dai risparmi così ottenibili, dovrebbero essere reimmesse nel circuito della spesa pubblica, in modo da non indurre\aggravare la recessione e migliorare qualità e volume dei servizi.  (Su questi temi diamo atto della puntuale e razionale analisi compiuta da Gustavo Piga).
7. SPESA PUBBLICA, CONSULENZE E EUROPA
 C’è poi l’attuale caccia alle streghe rispetto alle “consulenze”, assurte, per vari fatti di attualità “scandalosa”, al disonore della cronaca, alimentando l’indistinto vociare dei “livorosi”. Il problema dell'integrazione di expertise mancanti nella p.a. mediante consulenze è ancora più complesso, nelle sue cause, del semplice fatto che finisce talvolta per dissimulare favori e accordi corruttivi. Ancora una volta dobbiamo chiamare in causa l'UE:
- allorché Maastricht impone la sua maggior "integrazione" normativa - e già, a capirlo bene, non era certo un favore, specialmente per un sistema basato sulle PMI-, con l'accelerazione del processo di recepimento di direttive strutturali (specie in tema di ss.pp., standards di gestione e tariffari e tutele tecnico-ambientali), tutte le amministrazioni pubbliche, non solo quella italiana, avrebbero dovuto munirsi di "piani di investimento" per dare risposta adeguata alla crescente complessità dei compiti (non più governati dalla discrezionalità amministrativa pura, opportunità-ragionevolezza, ma quasi esclusivamente da discrezionalità tecnica su parametri non sempre univoci e comunque immediatamente comprensibili (grazie Europa). Ma guai a parlare di “piani di investimento” , aggiuntivo, nell’era del “saldo primario” pubblico! La spesa pubblica è tutta e sempre “brutta” e “improduttiva”…
Sta di fatto che da allora questa "complicatezza" (si veda, ancora una volta, la legislazione in tema di appalti, che tra l'altro siamo tra i più solerti a recepire in termini di apertura del mercato degli operatori europei…più solerti degli altri "grandi paesi" membri) contraddistingue oltre l'80% della neo-normativa nazionale, appunto derivante da fonti UE.
Mentre accadeva questo “complicarsi” di compiti e normativa (essenzialmente tecnica) da applicare,  al tempo stesso, iniziarono a applicarsi i tagli al personale e agli organici che, per motivi politico-clientelari, invece di riversarsi sui livelli funzionali più bassi (quelli dove l'assunzione "elettorale" era più facile e produttiva di consenso), portarono al "blocco" progressivo dell'acquisizione di expertise nelle carriere direttive (rese sempre più inappetibili retributivamente, mentre invece di provvedeva, alla fine degli anni ’90, a promuovere in una dirigenza riformata a livelli stipendiali elevatissimi, i cooptati politici che dessero garanzie di fedeltà ai vertici elettorali).
Si noti che, contemporaneamente, i livelli corrispondenti a quelli direttivi, i “quadri”, sono stati massicciamente addensati di dipendenti appartenenti, per titolo di studio e qualifica di accesso, alle professionalità più basse, e ciò mediante lo strumento della “riqualificazione” mediante “corso-concorso” (non selettivo ma praticamente a ruolo “aperto”) riservato agli impiegati dei livelli inferiori. Il che ha peraltro anche vanificato buona parte del risparmio che avrebbe potuto realizzarsi mediante i blocchi del turn over, dato che lo stesso numero di dipendenti finiva per costare di più (senza rispondere alle esigenze funzionali e tecniche dell’amministrazione)
Il corto circuito tra crescente "tecnicizzazione" dei compiti e impoverimento "professionale" dei ruoli per esigenze (schizofreniche) di bilancio, hanno così portato al dilatarsi delle consulenze e, ancora una volta, all’allargamento dell’area dell’affare politico “in nome dell’Europa” (che non poteva tollerare investimenti pubblici, meno che mai sul personale, facendo passare la vulgata goebbelsiana che fosse tutto superfluo e parassitario).
Il risultato è che il sistema è in sé distorsivo e costoso, a doppio titolo: i consulenti - ma identicamente gli analoghi "amministratori" delle crescenti società pubbliche- non solo sono scelti a ampia discrezionalità politica, ma sovente, specie a livello locale, rispondono alle logiche dei gruppi di interesse privati che si sono accordati coi vertici politici. Cioè, portano, quando pure sono tecnici e non solo faccendieri, unaexpertise tendenzialmente e pregiudizialmente al servizio degli assetti pre-concordati tra gruppi imprenditoriali e politici eletti in carica (e nominanti).
Quindi, il fenomeno è la dimostrazione che la spesa pubblica (assunzioni congegnate sui reali fabbisogni della collettività) se compressa meccanicamente -con limiti derivanti dall'UE secondo logiche poco trasparenti-, si riespande a valle a favore non solo delle tasche dei privati, ma anche a scapito della corretta gestione, al punto che non solo il sistema di "esternalizzazione", in generale, alla fine ha costi diretti maggiori dei presunti risparmi da tagli, ma porta pure ad assetti - di pianificazione, autorizzazione, affidamenti, creazione di strutture fuori bilancio ecc.- ulteriormente gravanti sulla spesa pubblica a favore di "alcuni" privati.
8. CONCLUSIONI…PROVVISORIE
Qua, per ora, mi fermerei, (anche se tante e tante cose “appassionanti” sarebbero da aggiungere, nevvero), auspicando di aver fatto comprendere come i meccanismi individuati da Goofynomics, in termini macro e per categorie descrittive di rara efficacia (i “luogo comunisti”, “spesapubblicacastadebitopubblicobrutto”, i “livorosi”) giungono poi, a livello mesoeconomico, a fornire le spiegazioni più attendibili ed efficaci dei fenomeni che più si prestano alla facile propaganda “anti-Stato”. La quale, oggi, ma anche ieri, e da troppo tempo, costituisce il baluardo più solido dietro cui si attestano proprio quelli che gli affari, a spese del “bene pubblico”, li sanno fare molto bene…E intendono proseguire a farlo, nascosti come la follia del doctor Petiot…
Tratto da: orizzonte48.blogspot.it

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