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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

1992-2012: vent’anni dopo. 10 punti su sovranità politica e sovranità monetaria

Pubblicato su 3 Giugno 2012 da frontediliberazionedaibanchieri in IDEE e CONTRIBUTI

PARTE I:SOVRANITÀ E IRRIPETIBILITÀ

 La proposta di uscire dall’euro segue la logica dell’economia politica, non una logica politica e meno che meno di critica dell’economia politica. E’ una logica simmetrica a quella che ha prodotto l’euro che in definitiva fa riferimento ad un’epoca della storia italiana che non solo non ha posseduto le desiderate caratteristiche di sovranità nazionale, ma è irripetibile in quanto proprio lì affondano le radici della crisi odierna.

1. Nei dibattiti sull’euro i fautori dell’uscita unilaterale del nostro Paese dalla moneta unica portano alcuni esempi storici come “casi di successo” per controbattere le obiezioni un po’ catastrofistiche di chi vede in un ritorno alla lira disastri finanziari dovuti ad una crisi di fiducia nell’Italia e a una svalutazione altissima seguita da un’inflazione da capogiro.

Bisogna innanzitutto notare che, al di là delle apparenze, entrambi i ragionamenti contrapposti si collocano sul piano di discussione dell’economia politica classica, nel senso che non si riferiscono a scenari economico-sociali alternativi. Il che è paradossale.

 Infatti, con argomenti spesso corretti si fa derivare la crisi in atto dalle contraddizioni insite nei rapporti sociali e di produzione capitalistici, a volte articolandole con quelle di carattere ecologico e geopolitico, rilevando così la particolare profondità di questa crisi e le sue limitatissime possibilità di soluzione capitalistica. E fin qui tutto bene.

Subito dopo si denuncia l’euro adducendo la sua interferenza e incompatibilità con i meccanismi di aggiustamento e riequilibrio previsti proprio da quella economia politica che sta alla base delle contraddizioni prima denunciate. E se ciò è accettabile per denunciare la perniciosità insita nella costruzione della moneta unica, tuttavia io ritengo che non possa essere un argomento per disegnare una “soluzione” che, come ha sottolineato Giulietto Chiesa, sarebbe in realtà un errore simmetrico.

Per vari motivi che cercherò di discutere.

 Innanzitutto voglio far notare che viene presa per buona la descrizione che di quei meccanismi viene fatta dalla teoria economica classica: essi consentirebbero manovre di svalutazione/rivalutazione delle monete nazionali regolate da politiche economiche che sulla carta sono supposte sovrane e soggette, ancora sulla carta, solo ai meccanismi di equilibrio della bilancia dei pagamenti e dei cambi (che influiscono, sempre sulla carta, sulla stabilità finanziaria interna), tra soggetti che, sempre sulla carta, sono supposti agire su un piano di parità.

Assunzioni teoriche, che mai nella realtà si sono potute riscontrare, se non parzialmente nel mondo occidentale sotto il lungo periodo di egemonia britannica del secolo XIX. Infatti i meccanismi di riaggiustamento e di riequilibrio subiscono continue interferenze dovute alle scelte politiche dei singoli Stati e ai rapporti di forza tra di essi. Non a caso ci siamo sempre a ragione lamentati per tutto il periodo postbellico di validità della lira che la nostra sovranità fosse limitata. Limitata militarmente, politicamente, diplomaticamente ma anche economicamente e finanziariamente. Gli accordi di Bretton Woods e la NATO erano la cornice di queste limitazioni - che vanno sempre a braccetto anche se purtroppo i marxisti le vedono quasi sempre separate (le prime tre da una parte e le restanti due dall’altra) per un vizio di cui Marx ha una colpa solo limitata. Pensare che sia mai esistita in Italia negli ultimi sessantacinque anni un’età dell’oro in cui la moneta nazionale fosse espressione di una reale sovranità nazionale è quindi assai singolare. In particolare dalla proclamazione dell’inconvertibilità del dollaro in oro del 1971 ad oggi abbiamo assistito a innumerevoli guerre commerciali e valutarie, così come a pressioni politiche, diplomatiche e anche militari volte ad alterare i “meccanismi naturali di mercato”. Se così non fosse stato l’esistenza stessa degli Stati Uniti col suo enorme disavanzo commerciale e il suo stratosferico debito pubblico sarebbe totalmente inspiegabile.

 2. Ma il problema non sta nemmeno qui. Supponiamo infatti che grazie ad una congiuntura favorevole di fattori oggettivi e di volontà politica si possa in un prossimo futuro effettivamente giungere ad una moneta sovrana guidata da uno stato veramente sovrano o per lo meno sufficientemente sovrano. Il problema è: “A cosa serve questa sovranità?”. E la domanda, fondamentale, ci riporta obbligatoriamente alla natura della crisi sistemica e alle sue soluzioni.

Molte delle risposte che circolano non sembrano che vadano al di là di ricette neokeynesiane di aumento della domanda aggregata e di rilancio con questi mezzi dello sviluppo nazionale; anche quando la proposta prende vesti antiegemoniste (in sostanza antiamericane/antitedesche) e socialistiche.

Facciamo notare incidentalmente che ci sono ragionevoli dubbi che una ricetta neokeynesiana possa avere successo senza una politica protezionistica per lo meno in alcuni comparti[1]. Con tutte le conseguenze commerciali e politiche internazionali che ne seguono. A questo riguardo è mia convinzione che una perequazione dei redditi sia assolutamente doverosa, ma per una questione di equità sociale, non di rilancio dell’economia.

La domanda profonda infatti è: “Rilancio di che cosa? Con quali prodotti si rilancia l’economia - pur sempre capitalistica anche se deglobalizzata -, con quale risorse naturali, geografiche, sociali, politiche, militari e diplomatiche?”. Al di là di un richiamo, certamente importante ma generico, all’innovazione a volte in senso ecologista, non si hanno vere risposte a queste domande cruciali.

Invece, come se l’economia vivesse al di fuori di concrete relazioni materiali, un certo filone di pensiero si accontenta di immaginare il neokeynesismo come una fase di transizione ad un’economia altra, diciamo socialista, rispettosa sia della società sia dell’ecologia.

Non è una cosa nuova. Tutt’altro. La novità parziale è che oggi precondizione al neokeynesismo dovrebbe essere una ritrovata sovranità monetaria interpretata come una ritrovata direzione dell’economia da parte della politica.

Dirò subito che anche a me il neokeynesismo sta più simpatico del neoliberismo. Ma le cose possono realmente andare così?

A mia conoscenza il keynesismo non ha mai dato vita, nemmeno embrionalmente, ad una fase di transizione a questo nuovo ordine (che in teoria mi starebbe bene), se non nei sogni di inguaribili statalisti che vedevano in tutto ciò che era economia pubblica una “prefigurazione” (così si diceva) del socialismo. Alla faccia dell’analisi del capitalismo come rapporto sociale rovesciato da raddrizzare.

In realtà il keynesismo, nei trenta anni dopo la seconda guerra mondiale, ha operato in una congiuntura internazionale che se è vero che aveva favorito un netto miglioramento delle classi subalterne, era altresì caratterizzata non da un processo di transizione bensì dalla necessità delle ricostruzioni postbelliche delle singole economie nazionali col fine di far girare la ruota dell’economia mondiale[2].

E’ quindi molto rischioso non vedere tutti gli intrecci tra politica ed economia, perché si rischia di sognare, rimettendo necessariamente i nostri sogni nelle mani di reali decisori che perseguono ben altri fini.

 3. Il secondo lato paradossale risiede nel fatto, come si è detto, che si individua come base di una possibile transizione proprio una riedizione di ciò che ha dato origine alla crisi attuale, ovvero la politica economica che diede vita all’impetuosa ricostruzione capitalistica postbellica, ovvero al “ventennio d’oro” a guida statunitense. In altri termini si critica l’euro e l’Europa portando come esempio di riferimento una situazione che è stata alla radice della crisi; e lo è stata proprio perché per vent’anni fu il motore di un impetuoso processo di accumulazione internazionale basato sul rilancio delle economie nazionali. Quindi, ancora una volta, un conto è utilizzare questo dato di fatto per sbugiardare l’ideologia della globalizzazione neoliberista, un altro è vedervi (parte di) una soluzione.

Voglio illustrare quest’ultima affermazione proprio analizzando un altro esempio usuale, ancora più vicino nel tempo: quel fatidico 1992 spesso indicato dai fautori dell’uscita dall’euro come un caso, per lo meno parziale, di riferimento per una politica di riacquisizione della sovranità nazionale tramite quella monetaria, mentre come cercherò di dimostrare è stato invece il vero anno d’inizio della catastrofe Maya nello Stivale.

PARTE II: MASSACRO SOCIALE SENZA E CON EURO.

 Esattamente vent’anni fa, nel 1992, proprio nel periodo estate-autunno, si consumava un attacco speculativo contro la lira che obbligò le nostre autorità, raccolte ovviamente attorno ad un “governo tecnico”, a sospendere l’appartenenza della nostra moneta al Sistema Monetario Europeo (SME). In altre parole la lira si liberò dai vincoli imposti dallo SME, svalutò e la ritrovata “sovranità monetaria” fu usata come una “nave corsara” per insidiare il commercio dei partner europei. Tuttavia non si ebbero conseguenze inflazionistiche. Si ebbe però un massacro sociale di cui quello odierno è la fedele replica.

 4. Un po’ come è successo nell’estate appena trascorsa, in quella del 1992 la finanza italiana fu oggetto di un pesante attacco speculativo che faceva leva sull’indebolimento della lira, all’epoca vincolata alle altre valute europee tramite lo SME (Sistema Monetario Europeo, passaggio preliminare alla moneta unica). Il governo del (semi) tecnico Amato, che era succeduto al bipartito DC-PSI messo in grave difficoltà da un’inchiesta giudiziaria (si trattava di “Mani Pulite” e siamo solo alla seconda analogia), su insistenza della Banca d’Italia di Carlo Azeglio Ciampi alzò progressivamente il tasso di sconto fino ad un letale 15% e “bruciò” migliaia di miliardi di riserve valutarie per difendere la parità SME.

Non solo, Amato nel luglio del ‘92 varò una manovra da 30.000 miliardi (circa 15 miliardi di euro di oggi) cui seguirà il 17 settembre un’inaudita finanziaria “lacrime e sangue” da 93.000 miliardi. In totale siamo quindi molto al di sopra della manovra di Mario Monti. Anche allora i “sacrifici” furono invocati per “mettere in sicurezza i conti pubblici.”

Si noti che il decreto dell’11 luglio deliberava (retroattivamente al 9 luglio) addirittura il prelievo forzoso del 6 per mille dai conti correnti bancari per un "interesse di straordinario rilievo", in relazione ad "una situazione di drammatica emergenza della finanza pubblica". Questo come spunto di riflessione per chi oggi pensa di risolvere le cose con prestiti forzosi.

Il lettore attento avrà notato l’analogia con le dichiarazioni di Giorgio Napolitano riportate nell’articolo “Full Metal Government”.

Insomma, per usare la stessa metafora, anche nell’estate del 1992 si annunciò agli Italiani che c’era Brenno alle porte di Roma.

Con questa scusa alla fine di luglio con un accordo coi sindacati confederali fu abolita la scala mobile e vennero bloccati i salari fino a tutto il 1993. In compenso la finanziaria d’autunno, guarda un po’, elevò l’età pensionabile, impose una “tassa sul medico di famiglia” e infine anche una patrimoniale sulle società.

Il bel risultato fu che lo spread BTP-Bund toccò nell’ottobre ‘92 il picco storico di 760 punti. Anche questo non dovrebbe sorprendere, visto come stanno andando oggi le cose.

Evidentemente ogni venti anni l’Italia ha bisogno di essere tosata per motivi politici ed economici internazionali.

Infatti anche allora la Germania apprezzò: tramite il ministro degli esteri Klaus Kinkel il governo tedesco manifestò subito “vivo apprezzamento” per le rapinose decisioni del Consiglio dei ministri del 17 settembre. L’Italia non dava mostra di volersi sottrarre ai suoi “impegni europei” e la Germania le era riconoscente, anche se l’attacco alla lira e l’anno successivo quello al franco francese convinceranno anche i più coriacei che il progetto europeo di unità monetaria non aveva il permesso di interferire strategicamente con gli interessi statunitensi. E così fu.

Ovviamente nessuna misura poteva dirsi completa e soddisfacente (per i “mercati”) senza una pirotecnica salva di privatizzazioni in cui si distinsero nel settore finanziario Banca Commerciale, Credit, BNL, IMI, INA e nel settore industriale Telecom. Bisognava rimanere agganciati al progetto di unione monetaria europea. Questo era il motivo ufficiale. Tuttavia le privatizzazioni erano state verosimilmente richieste, discusse e pianificate il 2 giugno precedente sul Britannia dove più che i partner europei i veri ospiti erano i finanzieri anglosassoni (il Britannia è il panfilo della regina Elisabetta - l’episodio è noto e ci fermiamo dunque qui).

 5. Ma tra la manovra da 30.000 miliardi e quella di 93.000 succede un fatto clamoroso: il 13 settembre, una Domenica, Giuliano Amato annuncia in termini un po’ obliqui che la lira è stata svalutata (3,5% di svalutazione più 3,5% di rivalutazione delle altre monete europee per un totale del 7%). Nonostante tutti gli sforzi per rimanere agganciati al progetto monetario europeo e nonostante il ribasso dei tassi deciso già il giorno seguente dalla Bundesbank (vera e unica leader del progetto SME), la lira si autosospenderà dallo SME proprio il giorno della finanziaria monstre.

Ovviamente non è una coincidenza. Il “dottor Sottile” (così era chiamato il premier) pensa probabilmente che da una parte è il modo migliore per fare ingoiare la tosatura agli Italiani (il nemico è alle porte) e dall’altra per far ingoiare ai partner europei termini negoziali più favorevoli al capitale italiano. Giuliano Amato è pur sempre un ex socialista craxiano e non ama che il suo nome sia associato ad una accusa di “antitalianità”, di “antirisorgimentalismo”. In più il messaggio lanciato dagli USA (pare che dietro l’attacco alla lira ci fosse Soros) è più che chiaro. Il diavolo e l’acqua santa, insomma: la deferenza all’impero e il patriottismo. In ciò il suo governo è veramente il passaggio tra la Prima Repubblica - coi i suoi sussulti di orgoglio nazionale e le sue manovre frondiste nei confronti dell’impero, pur nella fedeltà di fondo - e la Repubblica Una e Mezzo dei venti anni seguenti (perché nella Seconda siamo forse entrati solo adesso).

Il momento è propizio. La Francia deve da lì a poco votare il referendum sul Trattato di Maastricht e la Gran Bretagna il giorno prima è uscita dallo SME in via definitiva. Un’esclusione prolungata dell’Italia provocherebbe una crisi profonda del progetto europeo.

E’ dunque un modo per riprendersi la “sovranità monetaria”? Sì: come si è visto, in qualche modo lo è. Ma la sovranità è quella del Pizzo dei Tre Signori, ovvero tripartita: italiana, europea e statunitense. E questa ritrovata sovranità verrà giocata in modo levantino per non perdere il “treno europeo”. La nostra economia fortemente integrata nella CEE (la Comunità Economica Europea) non se lo può permettere e non ci sono in vista aree economico-geopolitiche alternative. Il 26 dicembre dell’anno precedente, il 1991, l’URSS si era sciolta e la Russia era alla mercé degli USA grazie al cleptocrate Boris Eltsin mentre l’Europa Orientale iniziava a entrare nell’area d’influenza della Germania riunificata il 3 ottobre del 1990. Non a caso il panfilo Britannia si era presentato a Civitavecchia agli inizi del giugno 1992.

 6. La domanda per l’oggi è: cosa succederebbe se ci autosospendessimo dall’euro? Dove indirizzeremmo le nostre esportazioni, tenuto conto che siamo il secondo Paese manifatturiero d’Europa, dopo la Germania, e il settimo Paese esportatore del mondo? E’ vero che la quota delle nostre esportazioni verso i Paesi emergenti è salita (ad esempio del 6% verso la Cina negli ultimi dieci anni). Tuttavia le esportazioni verso l’UE27 rimangono uno stabile 58% del totale. Inoltre per quest’anno e forse i prossimi si attende un rallentamento sia della Cina sia dell’India. Insomma, l’Italia non può fare a meno dell’Europa. Certo con una buona svalutazione potremmo sperare di recuperare qualche vantaggio competitivo. Ma non più di tanto, perché ad esempio quello cinese sui prodotti maturi è strutturale mentre è difficile immaginare che l’area tedesca accoglierebbe senza colpo ferire prodotti e servizi prezzati in una lira svalutata.

Dovremmo allora essere pronti ad utilizzare la ritrovata sovranità monetaria per riformare velocemente la nostra economia in una direzione antimercatistica. Perché una “transizione lunga”, e specialmente isolata, dovrebbe necessariamente passare attraverso la logica della ripresa di concorrenzialità capitalistica e del rilancio capitalistico dell’economia. E una volta entratavi non si sa se ne potrebbe uscire.

Il problema allora è quanto ci si metterà a costruire una volontà politica anticapitalistica che intraprenda con decisione la transizione e quanto ci si metterà a creare le sue condizioni geopolitiche. Quindi la domanda ora è: “La nostra uscita dalla moneta unica favorirebbe la costruzione di queste condizioni?” E’ una domanda politica che pretende risposte politiche.

Quindi bisogna evitare di fare mosse false basate su logiche monetariste che creerebbero difficoltà politiche permanenti magari a fronte di effimeri successi iniziali.

Il 16 settembre del 1992, come si è visto, la Gran Bretagna uscì dallo SME per non tornarci più. Il giorno dopo noi ci autosospendemmo per non essere sbattuti fuori. E’ così improbabile che, per seguire le logiche del capitale e dei suoi scontri interni, ci si debba nuovamente “autosospendere” dall’unità monetaria o esserne sbattuti fuori? Perché allora farne un nostro obiettivo politico?

Certo, noi lo faremmo con altre finalità, ma dato che non ci sono ancora né le condizioni oggettive né quelle soggettive per attuarle e dato che non sarebbe la nostra proclamazione d’intenti a cambiare le cose, gli obiettivi di una tale manovra così come gli effetti reali da essi prodotti sugli Italiani sarebbero quelli degli altri.

Perché fare da spalla? Perché essere costretti a dire come T. S. Eliot nel Canto d’amore di J. Alfred Prufrock: « Non è per niente questo che volevo dire. Non è questo, per niente». Non ci si fa bella figura. Ci si fa del male.

PARTE III: CHI PUÒ STRUMENTALIZZARE LA CADUTA DELL’EURO.

 Le classi investite dalla crisi sistemica e in specifico dall’attuale attacco contro l’Italia formano la maggioranza della popolazione coprendo un arco che va dalle tute blu ai piccoli e medi lavoratori autonomi. Questo ampio arco sociale è strettamente collegato al territorio nazionale e da esso trae la sua forza politica. Ne segue che la sovranità nazionale e popolare è un punto ineludibile, pur con tutti i rischi che comporta. La proposta di uscire dall’euro è però solo apparentemente coerente con questo obiettivo. In realtà potrebbe rivelarsi uno strumento per riaffermazioni egemonistiche statunitensi sull’Europa e l’Italia, compatibili con politiche antipopolari.

7. Approfondiamo il punto precedente.

Un’uscita dall’euro sarebbe gestita da forze che nella loro ottica non hanno alcun tipo di alternativa, bensì al più l’obiettivo di fare conti più vantaggiosi col mercato europeo e con quello finanziario.

Bene, si dirà: meglio di nulla, meglio che rimanere schiavi della Germania.

E invece non sarebbe proprio il caso di essere soddisfatti.

Innanzitutto nelle condizioni geopolitiche date l’uscita solitaria dall’euro significherebbe una presa più forte su di noi da parte degli interessi anglosassoni oggi decisamente contrapposti a quelli tedeschi. Perché questa è oggi la tenaglia in cui siamo e questo è ciò che avverrebbe privilegiando - seppur implicitamente o inconsapevolmente - l’economia rispetto la politica.

Ad ogni modo, sia che le classi dirigenti italiane, europee e anglosassoni compongano momentaneamente i propri conflitti decidendo che l’Italia deve rimanere nell’euro o decidendo il contrario, sia che questi dissidi si amplino, la crisi si approfondirà e in entrambi i casi si cercherà di ribaltare il suo prezzo sulle classi subalterne che comporranno un arco che andrà - ormai dovrebbe essere chiaro - dalle tute blu alle medie partite IVA. Una sorta di Terzo Stato che in qualche misura ricorda il “lavoratore collettivo” di Marx, che andava «dal dirigente fino all’ultimo giornaliero» (Il Capitale, Libro III, cap. 27 par. III).

Una analogia che non regge se si fa l’errore, purtroppo comune, di identificare l’odierna formazione di capitale finanziario con la trasformazione del «profitto (e non più soltanto quella parte del profitto, l’interesse, che trae la sua giustificazione dal profitto di chi prende a prestito) [...] in semplice appropriazione di plusvalore altrui», cioè con la trasformazione del profitto in una semi-rendita (i due fenomeni erano distinti anche da Marx, basta leggersi i capitoli precedenti sul capitale fittizio).

Ma un’analogia che viene invece rinforzata se associamo a questa enorme classe media sotto attacco il suo “correlativo oggettivo”, ovvero il capitale sociale fisso residente in Italia, anch’esso messo sotto attacco dal capitale finanziario.

L’unione di questa “classe espansa” e del proprio territorio socio-economico fa della sovranità politica un terreno “di classe” imprescindibile, direttamente collegato alla forza di detta “classe”, alle sue lotte, e alla difesa dei vari “territori” della sua vita sociale, da quelli fisici a quelli psichici, dalla vita quotidiana a quella politica. Qualcosa che rammenta sia la difesa dai nazifascisti dei lavoratori e dei macchinari da parte degli operai nel marzo del 1944, sia l’odierna difesa del proprio territorio da parte della comunità valsusina.

Capitale sociale fisso che non si limita alle infrastrutture economiche ma deve includere il lavoro, la sanità, la sicurezza sociale, la conoscenza (e quindi l’istruzione e la ricerca), fino a spingersi alla cultura, l’ambiente naturale, i rapporti comunitari e quelli affettivi. Perché ormai tutto è da difendere.

Questo è il nostro terreno d’azione politica. Un’azione politica che implica il contrasto risoluto agli inevitabili scempi sociali che sia l’una che l’altra decisione dei dominanti produrrà. Un’azione politica che permette di indicare che l’unica reale uscita dalla crisi non può essere che una alternativa ai rapporti sociali e di produzione capitalistici che stanno alla radice della crisi, perché ogni altra “soluzione” farebbe ripresentare la crisi in forme ancora più gigantesche e in brevissimo tempo. Senza considerare la possibilità che prima il mondo bruci di un conflitto mondiale da evitare a tutti i costi.

Dobbiamo utilizzare le contraddizioni dell’avversario, non prendere posizione per una delle parti in conflitto. Al contrario, assumere come nostra l’indicazione di uscire dall’euro sarebbe un po’ come la ripetizione di quel deleterio antiberlusconismo ingenuo che ha contribuito alla caduta del Cavaliere solo per fargli succedere Mario Monti: si indica in modo monomaniacale un problema senza accorgersi che si lascia la soluzione agli altri che conoscono tutti i segreti, tutti i contorni, le cause e gli effetti.

 8. Si è visto che le soluzioni degli altri hanno moltiplicato gli effetti antipopolari in nome dell’euro. Ma ci potrebbero essere devastanti misure anche con in nome della nuova lira. Perché così è già successo. Non mi sto inventando niente.

Per capire come un’uscita dall’euro promossa e guidata dall’alto possa comportare un massacro sociale, ritorniamo al 1992. E ce lo faremo spiegare proprio da Mario Monti.

L’allora rettore della Bocconi era contrarissimo all’uscita della lira dallo SME. Eppure il 12 settembre del 1993, un anno dopo la decisione di Amato da lui così osteggiata, rilasciava a La Repubblica un’intervista intitolata con un virgolettato “La svalutazione ci ha fatto bene”.

Monti è di antica e salda fede “eurista”. Con questo termine denoto i difensori entusiasti dell’euro come costruzione finanziaria, da tenere metodologicamente distinti dai difensori entusiasti dell’Europa come costruzione politica, che chiamerò “europeisti”. Una razza, quest’ultima, in via d’estinzione e che vide in De Gaulle un enfant terrible, che puntava con decisione alla costruzione di un’Europa come terza forza tra USA e URSS, incentrata sull’asse Parigi-Bonn, mentre contrastava fino al boicottaggio ciò che considerava accomodamenti di minor cabotaggio.

L’estinzione di questa razza, oggi totale in Italia e in Francia, testimonia sia la pavidità europea sia la stupefacente capacità di rilanciare se stessi che hanno gli Stati Uniti.

L’eurista Mario Monti in quella sorprendente intervista ammetteva ripetutamente di avere fatto errori di previsione e di valutazione. Ma attenzione: non errori economici, come potrebbe sembrare ad una lettura superficiale, bensì errori politici. E’ qui che gli economisti, anche preparati, possono sbagliare: non nel modello formale seguito ma nelle sue condizioni e nei suoi effetti politici reali.

Monti di fatto ammetteva di non aver preso sul serio le premesse politiche del monetarismo e quindi di non essere riuscito a distinguere le conseguenze politiche del monetarismo dal “monetarismo formale” stesso. Perché infatti Monti voleva tenacemente il cambio fisso? Per i seguenti motivi:

a) L’impossibilità di giocare sulla svalutazione obbligava le aziende italiane a razionalizzarsi e ad essere più competitive. Inutile storcere il naso, questa è pura razionalità capitalistica (è un dato storico che il possesso di un enorme impero e quindi di un enorme mercato captive rimandò sine die la necessità di razionalizzazione e di innovazione delle aziende inglesi così che all’improvviso, sotto i colpi delle prime turbolenze internazionali, la Gran Bretagna scoprì di non essere più l’opificio del mondo e che la propria supremazia mondiale era gravemente minacciata).

Il vincolo esterno europeo induceva in Italia il marxiano “macello di capitali”, favoriva la centralizzazione degli stessi attraverso operazioni di mergers and acquisitions, spingeva alla distruzione creatrice e, finalmente, dava l’avvio alla creazione di quell’esercito industriale di riserva che nel mondo anglosassone era iniziata un decennio prima con Reagan e la Thatcher, permettendo di dividere e mettere in riga i nostri anomali sindacati confederali e i consigli di fabbrica.

b) Per motivi simili, il cambio fisso spingeva ad un urgente risanamento della finanza pubblica. Infatti se prima del 1990 la limitazione ai movimenti di capitale «significava concentrare tutte le pressioni al risanamento del settore produttivo, mantenendo uno schermo di protezione sul comparto pubblico», nei due anni successivi la liberalizzazione dei movimenti di capitale tolse quello schermo così che il vincolo esterno iniziò ad esigere la diminuzione del debito pubblico o per lo meno la sua stabilizzazione.

Nel settembre del 1992 Monti temeva perciò che nella svalutazione «si potesse trovare una illusoria soluzione dei problemi, senza continuare a risanare la finanza pubblica». Ma così non avvenne e il pacchetto da 93.000 miliardi di Giuliano Amato ne fu la clamorosa prova: «Dovevo constatare che a svalutazione avvenuta il risanamento è stato praticato in dosi maggiori di prima». La spiegazione che Monti ne dà è che la fragorosa caduta della lira e la conseguenze sospensione dal progetto europeo aveva generato apprensione «nei mercati, nella politica e nell’opinione pubblica [determinando] molto consenso sulla necessità di questa terapia d’urto».

Sembra di leggere le cronache di oggi. In realtà tutta la sbandierata novità di Monti sta nel riproporre ricette di venti anni fa in condizioni nuove. Anzi, di riprenderle là dove si erano interrotte, come il film “I Gladiatori” che, recitava l’ingenua pubblicità, iniziava là dove finiva “La Tunica”.

Nonostante un anno dopo la lira non fosse ancora rientrata nel suo amato SME, Mario Monti poteva quindi commentare soddisfatto: «Da un certo punto di vista la logica del trattato [usciva] rafforzata». Infatti, dato che erano andati in crisi valutaria «quei paesi che avevano condizioni interne di finanza pubblica e inflazione divergenti, in peggio, rispetto alla media degli altri» veniva assodato che l’unione monetaria non era un «patto gratis».

In questo quadro, ovviamente, la svalutazione non poteva avere che effetti nulli sull’inflazione. Ma laddove gli odierni fautori di sinistra dell’uscita dall’euro leggono un caso, per lo meno parziale, di successo, Mario Monti riconduceva tale “successo” ai suoi dati reali meno entusiasmanti: la recessione, l’intervento sulla previdenza, quello sulla sanità, l’abolizione della scala mobile e il congelamento degli aumenti salariali.

Lo “spirito di Maastricht” agiva quindi anche sui figliol prodighi. Anzi, la lira svincolata dallo SME serviva ad Amato proprio per convincere gli alleati europei a riaccogliere l’Italia nella casa paterna con tanto di festeggiamenti e uccisione del vitello grasso. In un incontro segreto a Parigi nell’ottobre del 1992, il dottor Sottile pronunciava infatti una frase minacciosa che in seguito divenne famosa: «Non vi conviene [tenerci fuori dallo SME]. Spingereste l’economia italiana a diventare una nave corsara, e nella storia i pirati li abbiamo sempre saputi far bene» (cfr. Paolo Peluffo, “Carlo Azeglio Ciampi: l'uomo e il presidente”. BUR Rizzoli).

Un modo come un altro per utilizzare la ritrovata sovranità monetaria.

Certamente, sappiamo benissimo che a sinistra non è questo l’uso che si pensa di fare. Ma è con intendimenti simili a questi che occorre fare i conti per non essere travolti da una fin troppo prevedibile eterogenesi dei fini.

9. L’eterogenesi dei fini non permette ad un progetto di avere esattamente l’esito voluto. Non lo permetterebbe a forze esigue come siamo noi e i nostri alleati oggi. Questo è facile da capire ed è proprio su questo che invito alla riflessione politica per non imbarcarci in parole d’ordine fuori dal nostro controllo.

Ma non lo permette nemmeno a chi è più potente di noi. E su questo snodo si incardina la questione se l’euro sia o no una minaccia per il dollaro.

Per i fautori dell’uscita dall’euro la risposta è chiara: l’euro non ha mai costituito una minaccia per l’egemonia americana.

In linea teorica è del tutto vero, e abbiamo visto i convincenti argomenti che erano stati addotti dagli USA. Ma l’eterogenesi dei fini ci racconta un’altra storia.

Seppure l’intendimento degli euristi non sia stato antiegemonista, cioè non fosse mai stato quello di contrastare l’egemonia planetaria statunitense, la presenza dell’euro sul mercato valutario è un’oggettiva alternativa al dollaro.

Paesi con gigantesche riserve in valuta estera, come la Cina, il Giappone e i Paesi esportatori di petrolio potrebbero creare grossi problemi al dollaro anche con modeste variazioni a favore dell’euro dei loro portafogli.

Peggio ancora se queste manovre servissero una logica geopolitica ostile, o anche solo la minacciassero. La fine di Gheddafi e del suo progetto di “dinaro africano” illustra tragicamente cosa può succedere in questi casi. Già, perché in questi casi scatta la reazione prevista da David Harvey:

«Qualsiasi tentativo del genere [cioè di contestare l’egemonia statunitense] da parte di potenze estere (per esempio, attraverso la fuga di capitali e il crollo del dollaro) susciterebbe sicuramente negli USA una risposta politica, economica e anche militare selvaggia».

Una logica prevista poco meno di dieci anni fa da un accademico anglo-americano, ma totalmente incapibile anche a fatto compiuto dalla nostra sinistra, nella sua quasi totalità, che nei migliori dei casi si è imbambolata davanti ai falsi quesiti che essa stessa si è posta: “Perché hanno attaccato Gheddafi se negli ultimi anni tubava con la globalizzazione neoliberista?”.

Poveri noi!

Insomma, l’euro progettualmente privato di ogni valenza o tentazione politica è finito per essere un oggetto di contesa politica internazionale malgré lui.

Ecco quindi che l’attacco speculativo alla moneta unica assume un colore egemonista imprevisto ma abbastanza netto.

Da una parte gli USA devono rendere poco appetibile l’euro mostrandone tutta la debolezza politica. Non potendo attaccare il suo possente cuore tedesco, attaccano le deboli gambe di periferia. Con la Germania, renitente alla leva antilibica, dovrà invece rinegoziare posizioni di privilegio da viceré. Se possibile.

E questo è il primo motivo. Il secondo è che la posizione tedesca rischia veramente di far andare al macero trilioni di dollari di capitale fittizio (o capitale fuffa).

Lo scontro tra mondo anglosassone e mondo tedesco è come un gigantesco scontro tra economia finanziaria ed economia reale. Questo non vuol dire che le due non abbiano relazioni (in realtà la prima è figliata proprio dalle contraddizioni della seconda). Vuol dire però che gli effetti sulle diverse società nazionali, sui loro capitali sociali fissi, sulle loro popolazioni, e soprattutto i margini di controllo e di manovra sull’una e sull’altra, sono differenti e soggetti agli scontri strategici che caratterizzano il capitalismo, anzi che sono ad esso consustanziali[3].

Ma cosa rappresenta concretamente, materialmente, l’economia finanziaria?

In prima approssimazione rappresenta l’impossibilità dell’economia reale a crescere in modo da soddisfare l’unica funzione per cui il capitale è capitale: la sua valorizzazione infinita. In altri termini rappresenta la modalità principale di gestione della crisi sistemica. Ma in ultima istanza essa è indotta dal motivo profondo che muove l’accumulazione capitalistica stessa: la ricerca di potere.

Un dollaro fittizio è tanto poco distinguibile da un dollaro reale, quanto il denaro della mafia è indistinguibile dal denaro “onesto”. Col capitale fittizio si compra ricchezza reale già esistente, con acquisizioni, fusioni, centralizzando i capitali, attaccando il dominio pubblico dei Paesi presi nel mirino, privatizzando.

Ma col capitale fittizio si fanno anche volare bombardieri, navigare portaerei, lanciare missili, pagare eserciti regolari o appaltati; si conquista, si controlla, si corrompono governi, si creano governi.

Ci sono vari indicatori per valutare la finanziarizzazione[4]. Fatto sta che economia finanziaria ed economia reale ormai sono due dimensioni incommensurabili, se non altro per il fatto che la prima lasciata a se stessa cresce al ritmo geometrico dell’interesse composto, mentre l’economia reale ha tassi di crescita aritmetici. Col capitale virtuale non si può certamente comprare quattro (o dieci) volte la ricchezza prodotta in un anno. Perché non avrebbe senso. Ma, esattamente come il denaro sporco, il capitale “virtuale” viene riciclato mobilitando in ultima istanza potere (anche l’acquisizione di ricchezza già prodotta tramite fusioni, acquisizioni e centralizzazione di capitali è un modo per scalare posizioni di potere - a ritmi che la normale accumulazione non avrebbe permesso, come già rilevava Marx, ma che sono permessi dalla crisi).

In altri termini, un’operazione di riciclaggio planetario dove intervengono conflittualmente molti agenti capitalistici e politici.

Nessun complotto mondialista quindi, né della grande finanza né di qualcun altro. Bensì la creazione e lo sfruttamento del caos.

10. L’euro indebolito sembra aver perso per ora i favori di alcuni dei Paesi emergenti. Già i BRICS avevano deciso di denominare le loro transazioni bilaterali preferenzialmente nelle valute nazionali. È notizia fresca che lo stesso avverrà tra Cina e Giappone. Ciò spingerà gli USA non ad allentare, bensì a cercare di aumentare la presa sui Paesi dell’Europa mediterranea. E’ una questione prima geopolitica e solo dopo economica e la cintura d’instabilità della sponda Sud del Mediterraneo è parte della trappola.

In questo contesto la fede eurista di Mario Monti sarà messa a dura prova, stretta in un dilemma che rischia di approfondirsi di giorno in giorno. Siamo allora così sicuri che voglia salvare l’euro e la nostra permanenza in esso, oppure dovrà ad un certo punto decidersi tra Stati Uniti e Germania qualora le posizioni tra i due poteri si rivelassero inconciliabili?

Come abbiamo visto, Mario Monti ha capito immediatamente la lezione del 1992 e la potrebbe ripetere. In parte, per quanto riguarda gli aspetti interni, la sta già ripetendo. Potrebbero cambiare quelli esterni.

Se ai tempi di Giuliano Amato la nave corsara italiana minacciava l’Europa per potervi rientrare, oggi la sua potenza di fuoco potrebbe essere usata dagli Stati Uniti per ricattare la Germania a venire a patti con la logica anglosassone.

Chi vede in Mario Monti solo l’uomo della Goldman Sachs sbaglia. In realtà egli è impegnato sul Pizzo dei Tre Signori e la sua scalata tocca più di un versante, anche se in misura diversa, e conosce i pericoli e i vantaggi di tutti e tre.

Noi, a valle, dobbiamo premunirci e difenderci dalle scariche di sassi e dalle slavine che provocherà. Non abbiamo il suo potere, le sue informazioni, né la sfera di cristallo e quindi dobbiamo essere prudenti e cercare di intuire.

Per questo ricordiamo a chi invece vuole gettare il cuore oltre l’orizzonte visibile che è possibile infierire con una linea rigorista di disciplina feroce sul lavoro, di smantellamento delle conquiste sociali e di privatizzazioni anche ritornando alla moneta nazionale. Effetti concreti di un vincolo virtuale.

Non è magia. È politica.

NOTE

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[1] Perché altrimenti qualcuno dovrebbe indirizzare la propria domanda su prodotti più cari italiani e non ad esempio su prodotti meno cari cinesi?

[2] Non c’è qui spazio per giudicare il progetto del Partito Comunista Italiano di utilizzare le contraddizioni di questo processo per indirizzarlo verso un esito socialista. Se non altro il PCI si rendeva conto che era un progetto innanzitutto politico. Finì addirittura per produrre l’iperbolica teoria della “autonomia del politico” che si rivelò effimera e ben poco fondata, ma in cui si spesero, e si compromisero, noti filosofi ed epistemologi. Tuttavia la debolezza del progetto si rivelò non nella teoria (che serviva a tenere buoni gli “intellettuali organici” e dare loro un contentino, a volte sostanzioso) bensì nel fatto che esso era destinato a seguire le sorti dell’URSS, un sistema insostenibile e difficilmente riformabile e tuttavia unico eventuale sostegno internazionale a quel progetto di transizione.

[3] Direi che a cento anni dalla teoria del superimperialismo di Kautsky ciò che sta avvenendo ci dovrebbe indurre a mettere una pietra sopra anche a quella dell’impero di Hardt e Negri. In realtà essa è stata trasformata da altre parti nella forma adulterata del complotto mondialista del capitale finanziario che riecheggia volgarmente l’ipotesi di “sfruttamento generale nel mondo per mezzo del capitale finanziario internazionale unificato” enunciata da Kautsky (anche se aveva egli stesso dei dubbi sulla sua realizzabilità).

[4] Ad esempio il rapporto di giugno 2011 della Bank of International Settelments, intitolato “International banking and financial market developments” a pagina 25 ci dice che i derivati OTC (over the counter) sono arrivati nell’ultimo rilievo del 2010 a 600 trilioni di dollari, ovverosia circa il 1000% del corrispondente PIL mondiale (cioè dieci volte tanto).

Oppure si può valutare la cosiddetta “financial depth” (o profondità finanziaria), il rapporto tra ammontare delle attività finanziarie - tipicamente l’aggregato monetario M3, che esclude i prodotti derivati anche se è ad essi correlato dato che permettono agli intermediari finanziari di creare moneta M3 - e PIL, rapporto che nelle economie capitalistiche mature, la Cina e il Sud Africa sta tra il 300% e il 460%. Questa misura per il mainstream indica una serie di vantaggi, come un migliore accesso al credito, una migliore allocazione dei guadagni e delle risorse e una maggiore capacità di assorbire shock. Un’interpretazione speculare è invece che la maggiore profondità finanziaria delle economie più ricche dimostrerebbe una produttività marginale decrescente del capitale man mano che le società si complessificano. Tale interpretazione si aggancia alle teorie negentropistiche dell’antropologo Joseph Tainter (cfr. ad esempio “Problem Solving: Complexity, History, Sustainability”). Devo confessare che la connessione diretta tra capitale “virtuale” (gli “intangible assets”, gli “immaterial assets”) - cioè di fatto contratti, convenzioni - e i ben più materiali costi energetici delle società complesse mi sfugge. Al contrario capisco la connessione tra negentropia e limiti alla valorizzazione materiale del capitale, che è però un altro discorso.

Fonte: filef.info – Scritto da: Piero Pagliani   metamorfosi.jpg

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