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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

Processo Forteto, la città si indigna per la sostituzione del giudice

Pubblicato su 31 Luglio 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in POLITICA

Attacco trasversale della politica alla decisione della Corte d’appello. Bambagioni (Pd): “Così finirà tutto nel nulla”. Donzelli: “Si rafforza il timore che il sistema sia protesso da uomini molto influenti” 

 

Firenze, 25 luglio 2014 -  UN GIUDICE che, interrogando gli imputati, lascia trasparire il proprio pensiero. Sarebbe stato questo pregiudizio, nel senso che viene prima del giudizio vero e proprio, a compromettere il processo per violenze sessuali e maltrattamenti avvenuti dentro la comunità mugellana del Forteto. Tutto da rifare, o quasi, visto che i difensori di Rodolfo Fiesoli, il principale imputato, hanno avuto ragione dalla Corte d’Appello: il “profeta” deve essere giudicato da un altro collegio, non più dal giudice Marco Bouchard.
La città non è rimasta impassibile. Anzi. La notizia ha fatto subito il giro di Firenze, raccogliendo impressioni forti. 

«LA RICUSAZIONE del presidente è un fatto straordinario, mai avvenuto prima a Firenze — dice il capogruppo di Centro democratico in consiglio regionale, Maria Luisa Chincarini —. Persino Berlusconi, uomo non di poco peso in Italia, è mai riuscito a ottenerla in uno dei suoi processi. Sembra proprio che si voglia far di tutto per lasciar sole le vittime degli abusi del Forteto, che con tanto coraggio hanno avuto la forza di denunciare quanto subito in decenni di sevizie e malversazioni». Chincarini si dice «allibita da quanto è accaduto. Sembra l’ennesima dimostrazione che c’è davvero qualcosa di grosso dietro la vicenda del Forteto».

Di segnale «gravissimo e preoccupante» parla anche il consigliere regionale del Pd Paolo Bambagioni. «Le istituzioni a suo tempo hanno compiuto un errore gravissimo affidando i minori a una struttura che invece di proteggerli li ha nuovamente offesi — spiega Bambagioni —. E ora che si dovrebbe fare finalmente giustizia, si pongono le condizioni perché tutto finisca nel nulla, con buona parte del processo da rifare e avviando tutta la vicenda alla prescrizione dei reati che in alcuni casi scatterà nel 2015». Parole nette: «Nella ricusazione del giudice e nel recente mancato commissariamento della cooperativa — accusa Bambagioni —, vedo la precisa volontà di proteggere in qualche modo il sistema Forteto e non andare al cuore delle responsabilitàdei crimini perpetrati per anni ai danni di innocenti bambini».

PER IL CONSIGLIERE regionale di Forza Italia Stefano Mugnai, che è stato presidente della commissione di inchiesta regionale sulla vicenda, «da parte delle istituzioni questo è l’ennesimo tradimento alle vittime del Forteto, uno schiaffo alla verità processuale. Sono indignato». «La tragica storia del Forteto — dice Mugnai — va raccontata fino in fondo anche attraverso quella verità processuale che l’andamento delle udienze lasciava chiaramente intuire. Oggi siamo sgomenti, soprattutto pensando al coraggio delle vittime che hanno denunciato quanto subito al Forteto nella loro minore età. Con questa decisione le istituzioni tradiscono quei ragazzi. Di nuovo».

IL CAPOGRUPPO di Fratelli d’Ilaia in consiglio regionale, Giovanni Donzelli, giudica «grave che sia stato tolto il processo Forteto al giudice che stava conducendo il dibattimento, un giudice che non ha mai fatto discutere, libero. Peccato sia stato tolto». Attacca senza mezzi termini Donzelli: «Prima la retromarcia incredibile del governo sul commissariamento e oggi il cambio del giudice — dice —. Purtroppo si rafforza il timore che nonostante tutto quello che è emerso pubblicamente, il sistema Forteto sia ancora protetto da uomini molto influenti e potenti. Noi saremo ancora più vicini e solidali con le vittime».

Tratto da:http://www.lanazione.it/firenze/forteto-fiesoli-comunit%C3%A0-1.79124

Processo Forteto, la città si indigna per la sostituzione del giudice
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BREZINSKI NEGA L’EVIDENZA MA GLI USA TEMONO LA RUSSIA PIU’ DELLA CINA

Pubblicato su 31 Luglio 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in ESTERI, POLITICA

Di: Gianni Petrosillo

Le relazioni diplomatiche tra Russia ed Usa sono ad un livello bassissimo, forse il più basso da quando Mosca ha ripreso a conquistare posizioni di rilievo sullo scacchiere internazionale. Tuttavia, la situazione non precipiterà e non volgerà in scontro militare diretto. Almeno per un lungo arco temporale. Proseguiranno le schermaglie e le disfide geopolitiche, più o meno sottotraccia, a seconda delle fasi storiche e degli obiettivi di ciascun attore, ma il mondo non sprofonderà in una guerra generale. Né ora e, probabilmente, nemmeno tra cinque o dieci anni. Certamente, la deflagrazione non avverrà intorno alle intricate situazioni della crisi ucraina. Forse, più significativa è la gestione delle relazioni tra gli ex membri europei del Patto di Varsavia e gli Usa, dove la presenza di quest’ultimi diventa sempre più ingombrante. Senza stare a dare i numeri o a fare le sibille è facile intuire che la corsa multipolare è ormai avviata, stanno mutando gli equilibri che per vent’anni hanno retto i rapporti tra i paesi. Lo scostamento dei rapporti di forza risulta inevitabile per una serie di circostanze storiche e politiche che solo parzialmente potranno essere rallentate e non fermate. L’instabilità in numerosi palcoscenici regionali deriva da ciò e dal fatto che la nazione egemone (il centro regolatore intorno al quale si è retto il sistema predominante occidentale) non può più arrogarsi il ruolo di poliziotto mondiale ma deve tornare a trattare con le varie controparti in ogni angolo del pianeta, per ripensare la sua sfera egemonica immediata e ridefinire il suo ruolo nelle aree periferiche e semi-periferiche. Sotto questo profilo, è’ interessante quello che ha dichiarato Brezinski recentemente. L’analista statunitense ha detto che gli Stati Uniti aumenteranno la collaborazione con le entità statali (e le pressioni su queste), facendo intendere, per opposizione concettuale, che diminuiranno, invece, il sostegno ai gruppi non inquadrabili all’interno di fissate strutture statuali (rivelatisi meno controllabili), alla base dei molti errori commessi dagli Usa su diversi scenari in ebollizione (Iraq, Afghanistan, Africa del nord), dove hanno agito in maniera non sempre razionale e sostenendo incoerentemente soggetti settari di innumerevoli tipi, anche in contrasto tra loro. Insomma, anche per avviare processi d’infiltrazione e di destabilizzazione sarà meglio rivolgersi a drappelli istituzionalizzati ma disponibili ai tradimenti per ragioni di opportunismo corporativo.
La strategia del caos è un po’ sfuggita di mano agli yankees, benché non abbia comunque permesso a nessun concorrente di approfittarne. E’ ora di rivedere qualcosa, lasciar cadere la retorica sulla globalizzazione e contribuire al rafforzamento (o indebolimento) dei parter (e nemici) pubblici. Resta, in ogni caso, intatta la sfida che questi competitors hanno lanciato al sistema occidentale. Brezinski non vede tra questi la Russia e pensa più che altro alla Cina. Sta commettendo un errore di valutazione oppure prova volutamente a minimizzare il pericolo e a nascondere le carte. Dubito che lo stratega Usa sia vittima di una propaganda economicistica molto in voga negli ultimi anni, ergo propenderei per la seconda opzione. Se il problema non è la Russia, infatti, perché gli Usa si stanno muovendo, anche piuttosto incautamente, nell’Est Europa e con un eccesso di soft power nell’UE? Se l’area di maggior interesse fosse effettivamente il pacifico e l’Asia, dove cresce la Cina, perché non li vediamo più attivi su quel teatro? Perché la rivoluzione non è scoppiata nel Xinjiang o in Tibet anziché a Kiev? (Risentite l’ultima intervista a La Grassa su questo sito dove si parla chiaramente di manovre “asiatiche” degli Usa molto “diversive” e non intensive). Per noi sono domande abbastanza retoriche, per molti altri espertoni no.

Tratto da:http://www.conflittiestrategie.it/
BREZINSKI NEGA L’EVIDENZA MA GLI USA TEMONO LA RUSSIA PIU’ DELLA CINA
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RENZI VA FORTISSIMO COL CULO TUO. E FA BENE.

Pubblicato su 31 Luglio 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in ECONOMIA

Il trucco è semplice. Uno diventa presidente del Consiglio e deve far vedere che le cose con lui vanno bene.

Il governo deve avere i conti in ordine, Renzi lo deve dimostrare alla padrona, la Merkel (di cui è notoriamente il coccige, cit. P Barnard).

Ma siccome esiste una cosa che si chiama bilanci settoriali (l’hanno pensata degli economisti con una testa 97.000 volte quella di Renzi), se Renzi vuole dimostrare che il settore governo va bene mentre in realtà tutta l’Italia è nella merda oltre l’immaginabile, l’altro settore, cioè tu il privato, deve andare da cazzo, da piangere, da impiccarsi al proprio colon, deve crepare per permettere a Renzi di sorridere coi conti del suo settore, che non è il tuo.

Renzi ti deve, a te privato, 75 miliardi di euro (questa è la vera cifra, secondo la Ragioneria dello Stato), che Padoan diceva che vi sarebbero stati pagati ieri, poi ieri è diventato dopodomani, poi in realtà è fra 1300 anni. Bè, rubandoti 75 miliardi è facile per Renzino dire alla Mekel che i conti non vanno male.

Ma non basta. Sempre per far vedere quanto scintilla il settore governo, Renzi spazza sotto il tappeto che le banche italiane si sono viste aumentare i crediti marci, putrefatti e morti, quelli che non gli saranno mai più ripagati, del 24% in un anno, per un bel totale di 169 miliardi di euro. Sempre soldi tuoi, tu privato, che sono cazzi tuoi, perché poi le banche li incassano alla fine, tranquilli. Li incassano da Draghi che li dà a loro invece che a voi, ai vostri ospedali, strade, scuole o posti di lavoro. Ma intanto Renzi va fortissimo coi conti pubblici, va fortissimo col culo tuo signor settore privato.

(nota dell’autore: e fa bene, perché gli italiani sono stupidi, ma stupidi talmente stupidi, che fa bene, Renzi)

Tratto da:http://paolobarnard.info
RENZI VA FORTISSIMO COL CULO TUO. E FA BENE.
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Missione compiuta, l’Italia muore: la catastrofe in cifre

Pubblicato su 31 Luglio 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in ECONOMIA

Un paese in ginocchio, mutilato, raso al suolo dalla crisi inasprita dall’euro e dal regime di austerity imposto da Bruxelles per mantenere in vita la moneta unica. L’Italia sta letteralmente andando a pezzi: tutti se ne accorgono ogni giorno, mentre la disoccupazione dilaga, i consumi crollano, i negozi chiudono e le aziende licenziano. Ma il panorama si fa ancora più impressionante se si osservano, tutti insieme, i numeri della catastrofe. E’ quello che ha fatto il blog “Sollevazione”, pescando tutte le cifre ufficiali degli indicatori-chiave. Un bollettino di guerra, voce per voce. Produzione e ricchezza, industria e redditi, debito e risparmi. L’Italia in rosso, che sta precipando lontano dalla sua storia, senza neppure capire perché. Ognuno combatte, da solo, contro continui rovesci: non ci sono spiragli, non c’è alcuna “ripresa” nemmeno all’orizzonte. Ma nessuno racconta davvero l’assedio del panico, la paura sciorinata dai “crudi numeri”, che forse non fotografano «le dimensioni effettive del disastro economico e sociale che vive l’Italia», però «ci aiutano a comprenderlo».

Secondo gli analisti di “Sollevazione”, la resa matematica dell’Italia rivelata dai conti – la lingua spietata del pallottoliere – permette anche di «capire Elsa Fornero e Mario Monticome le politiche austeritarie per tenere in piedi l’euro, il sistema bancocratico e il capitalismo-casinò, abbiano affossato il nostro paese», il cui Pil ha perso 8,7 punti percentuali a partire dal 2007, inclusa la manipolazione dello spread che ha “armato” la gigantesca manomissione operata da Monti e Fornero, con la loro “spending review” e la riforma-suicidio delle pensioni. Un’agenda peraltro proseguita da Letta: tagliare la spesa, ben sapendo che il “risparmio” dello Stato manda in crisi il settore privato, facendo calare il gettito fiscale e quindi esplodere il debito pubblico. Matteo Renzi? Niente di nuovo: neoliberismo puro, a cominciare dal Jobs Act per precarizzare ulteriormente il lavoro. Aggravanti: la neutralizzazione delle ultime difese sociali garantite dalla Costituzione, come vuole l’élite finanziaria, e l’eliminazione fisica dell’opposizione attraverso una legge elettorale come l’Italicum, definita peggiore – per le sue restrizioni – di quella che permise a Mussolini di consolidare il neonato regime fascista.

Tutto questo, mentre il paese soccombe ogni giorno: in sei anni, il Pil pro capite è calato di 9 punti (di 10, invece, il reddito reale disponibile per le famiglie). Stesse percentuali per la frana della ricchezza nazionale: -9% dal 2007 al 2013, pari a 843 miliardi di euro. C’era una volta l’Italia: nello stesso periodo, la produzione industriale è crollata addirittura del 25,5%. Sta andando in frantumi, grazie alla politica imposta da Berlino, il maggior competitore europeo della Germania. Tra il 2001 e in 2013, l’Italia ha perso 120.000 fabbriche. Sono cifre da scenario bellico, e non sono riguardano solo l’industria: ci sono anche le 75.000 imprese artigiane costrette a chiudere. Anno record per il fallimenti, l’infame 2013 delle “larghe intese”: qualcosa come 111.000 fallimenti, in appena dodici mesi. Contraccolpo catastrofico, la disoccupazione: dal 2001, con l’ingresso nell’Eurozona, l’industria italiana ha perso un milione e 160.000 posti di lavoro. Colpa anche dell’assenza di credito: nonostante ricevano denaro dalla Bce a tassi «prossimi allo zero», le banche continuano a finanziare le imprese con Renziprestiti al 4,49%, mentre negli altri paesi dell’Eurozona l’interesse medio è al 3,8%.

Anche così il lavoro si estingue alla velocità della luce. Dal 2007, la piaga della disoccupazione è più che raddoppiata: dal 6,1% al 12,7 attuale. «I disoccupati ufficiali sono 3 milioni e 300.000», rileva “Sollevazione”, ai quali vanno però aggiunti «altri 3 milioni di persone», che ormai non si rivolgono neppure più ai centri per l’impiego: i cosiddetti “sfiduciati” fanno salire a quasi 6 milioni e mezzo il totale dei disoccupati italiani, proprio mentre la Germania del super-export vede salire ai massimi storici la quota degli occupati. C’è anche il trucco, naturalmente: un tedesco su quattro accetta i mini-job da 450 euro al mese. E’ la strada aperta in Italia dal Jobs Act di Renzi, di fronte a una platea oceanica di giovani senza lavoro: il 43%, più del doppio dei ragazzi disoccupati nel 2007. Sta male, comunque, la stragrande maggioranza dei salari italiani: «Con uno stipendio netto di 21.374 dollari l’anno, l’Italia si colloca al 23esimo posto nella classifica Ocse: se la passano peggio solo i portoghesi e gli abitanti dei paesi dell’Europaorientale». A valanga, la mancanza di impiego si traduce in forte calo dei consumi familiari, tagliati di quasi il 10% solo negli ultimi due anni. A farne le spese è anche il risparmio, continuamente eroso per far fronte all’emergenza economica, mentre la super-tassazione disposta dall’Ue ha raggiunto per l’Italia il 44% del Pil.

«Se si considera il periodo tra il 2011 e il 2012 – precisa “Sollevazione” – soltanto l’Ungheria, in Unione Europea, ha conosciuto un aumento delle tasse rispetto al Pil superiore a quello dell’Italia». E’ un circolo vizioso: imporre più tasse a chi già le paga, per tentare (inutilmente) di arginare il calo delle entrate, comunque – già oggi – superiori alla somma delle uscite: situazione che sarà ulteriormente aggravata dal Fiscal Compact e cronicizzata dall’inserimento del pareggio di bilancio nella Costituzione. In pratica, la fine dello Stato sociale e delle garanzie sui servizi vitali – scuola e sanità in primis, peraltro minacciate di privatizzazione forzata dal Ttip e dal Tisa, i trattati segreti euro-atlantici imposti dagli Usa, che Renzi preme per approvare in fretta. Cartina di tornasole di questa autentica catastrofe, il debito pubblico: era pari al 103,3% del Pil nel 2007, ma ha raggiunto il 132,9% nel 2013. «L’ultimo rilevamento di Bankitalia ci dice che il debito pubblico ha toccato a Visco, governatore di Bankitaliamaggio 2014 un nuovo record storico: quota 2.166,3 miliardi, con un aumento di 20 miliardi sul mese precedente».

Va in rosso il conto delle famiglie, nel paese che prima dell’avvento dell’euro era il più risparmiatore d’Europa: rispetto al Pil, dal 1998 al 2012 il debito privato delle imprese è passato dall’85 al 120%, quello delle banche dal 40 al 110%, quello delle famiglie dal 30 al 50%. Paradossalmente, osserva “Sollevazione”, «in questo periodo quello che è cresciuto meno è stato proprio il debito pubblico», mentre il debito aggregato – pubblico e privato – è letteralmente esploso, dal 275% ad oltre il 400%. Spaventose pure le sofferenze bancarie, cresciute di 100 miliardi dal 2007 al 2013, per un totale di 147,3 miliardi di euro. Ed ecco l’ultimo gradino della tragedia: la povertà. Un fantasma che mette paura: l’esercito dei nuovi poveri e il timore che crescano furti e rapine ha aumentato del 5,7% i denari lasciati in custodia alle banche, oltre 1,2 miliardi di euro. Secondo Eurostat, gli «individui a rischio povertà o esclusione sociale» nel 2008 erano in Italia il 25,3%, e sono diventati il 29,9% nel 2012. L’ Istat è ancora più preciso: «Un italiano su dieci è in povertà assoluta».

Tra il 2012 e il 2013, spiega l’istituto di statistica, l’incidenza della povertà assoluta è aumentata dal 6,8 al 7,9%, coinvolgendo oltre 300.000 famiglie e 1 milione 206.000 persone in più rispetto all’anno precedente. «E’ povera, o quasi povera, una famiglia su cinque». Poi c’è la “povertà relativa”, quelle delle famiglie (sono quasi 3 milioni e mezzo) il cui portafoglio mensile è inferiore alla spesa media nazionale, 972 euro al mese. Sono famiglie che cercano di sopravvivere con meno di 800 euro al mese, che si riducono a meno di 750 nel Mezzogiorno, dove più evidenti sono le diseguaglianze che la “crisi” ha fatto esplodere. Nel 1992, l’Italia era un paese relativamente equilibrato: non c’era un abisso tra ricchi e poveri e la classe media era in ottima salute. Oggi, praticamente, è in via di estinzione e teme di sprofondare giorno per giorno verso la povertà. Nel 2013, l’Italia è risultato «il paese più diseguale dell’Unione Europea, dopo la Gran Bretagna». Solo che il Regno Unito non è ingabbiato dall’euro. Infatti, a Londra, economia e occupazione stanno decisamente meglio rispetto alla media dell’atroce Eurozona, di cui l’Italia – dopo la Grecia – è la vittima principale.

Tratto da: libreidee.org

Missione compiuta, l’Italia muore: la catastrofe in cifre
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Tra Scilla e Cariddi: la zona euro si appresta alla prossima crisi finanziaria. Bloomberg Briefs

Pubblicato su 31 Luglio 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in ECONOMIA

Spiro e Stamenkovic: "Quando i mercati uniranno tutti i puntini..."

 
Con i tassi sui titoli obbligazionari ai record negativi è fin troppo facile per i leader europei dire che la situazione economica in Europa si è risolta. Ma è proprio così? In un'analisi su Bloomberg Briefs, Nicholas Spiro (di Spiro Sovereign Strategy) e Nick Stamenkovic (di RIA Capital Markets) scrivono come ci sono elementi di ottimismo nella zona euro. Ma oltre la superficie di un sentimento favorevole verso il blocco valutario tipico soprattutto delle leadership, i segnali della prossima crisi finanziaria stanno venendo a galla ogni giorno di più.

Sul fronte economico, scrivono i due esperti, mentre la Spagna ha ripreso a crescere oltre le aspettative, l'Italia continua la sua lotta alla stagnazione e il settore privato francese il suo crollo ormai costante. La ripresa mancata nel blocco valutario determina una situazione in cui lo spettro sempre più presente della deflazione rende la trappola del debito sempre più fuori controllo per un numero crescente di paesi. La deteriorazione dei fondamentali fiscali di Portogallo e Spagna, in particolare, è profondamente preoccupante in un'ambiente deflattivo come quello attuale della zona euro. E, difficile a crederci, la situazione è peggiorata ulteriormente dall'inizio della crisi: dal primo quarto del 2010, quando è esplosa la crisi finanziaria, la traiettoria del debito pubblico rispetto al Pil delle due economie è cresciuto di un 48 e 40% rispettivamente – 133% e 99% - aumenti che sono più o meno pari all'indebitamento pubblico in Irlanda. In Italia è avvenuto più o meno lo stesso...



Le preoccupazioni sulla sostenibilità di lungo periodo della periferia della zona euro fa emergere in superficiel'incapacità di aver slegato le sorti delle banche a quelle degli stati sovrani. La zona euro, proseguono i due economisti, è dentro lo Scilla della pressione politica e fiscale per porre fine al salvataggio sistematico delle banche e il Cariddi della paura di uno spostamento dal “bail-out” al “bail-in”, vale a dire il modello Cipro dei prelievi forzosi applicato a tutti i paesi della zona euro. 
 
Spiro e Stamenkovic concludono in questo modo: "se i mercati inizieranno a legare tutti questi puntini– una ripresa debole e quasi assente, il fallimento nel non aver rotto il legame profondo tra le sorti delle banche e gli stati sovrani e, ancora più importante, le scarsissime possibilità di creare un'unione politica ed economica efficace – la sconnessione tra i prezzi azionari e i fondamentali sottostanti nella zona euro sarebbe una fonte di grandissima preoccupazione".
 
E anche Draghi, del resto, sta iniziando a percepire i limiti della sua onnipotenza:  "Si deve impostare un campanello d'allarme che la stessa BCE - il cui impegno a sostenere i mercati del debito della zona euro (e tenere aperta la porta al quantitative easing) continua - è sempre più preoccupata per la mancanza di integrazione nel blocco". Il fatto che il presidente Draghi a Londra il 9 luglio scorso ha chiesto la creazione di una nuova governance economica per costringere i membri della zona euro – in particolare Francia e Italia – ad attuare riforme strutturali è una tacita ammissione della Bce che le sue politiche non sono in grado di riparare i problemi sottostanti nella zona euro. 
Tratto da:http://www.lantidiplomatico.it
Tra Scilla e Cariddi: la zona euro si appresta alla prossima crisi finanziaria. Bloomberg Briefs
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APERTI GLI ARCHIVI DI NORIMBERGA

Pubblicato su 30 Luglio 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in POLITICA, IPHARRA

Cominciamo a correggere i libri di storia usati finora…

Jervé

GLI ARCHIVI DI NORIMBERGA RIVELANO: CARTELLO PETROLCHIMICO E FARMACEUTICO DIETRO LA 2A GUERRA MONDIALE !

Telford Taylor, Pubblico Ministero statunitense presso il Tribunale di Norimberga per i crimini di guerra contro i responsabili del cartello petrolifero e farmaceutico IG Farben:

“I crimini di cui questi individui sono accusati non sono stati commessi per rabbia o per un impeto improvviso. Non si costruisce una straordinaria macchina da guerra in un accesso di passione, né un campo come Auschwitz in uno spasmo di brutalità. Il loro scopo era trasformare la nazione tedesca in una macchina militare che potesse imporre il proprio dominio in Europa e in altre nazioni oltremare. Erano l’ordito e la trama del nero mantello della Morte che ha imperversato in Europa”.

Il fatto che queste informazioni siano rimaste sepolte negli archivi internazionali e non siano riportate in alcun libro di storia non è una coincidenza. I gruppi di interesse che hanno tenuto nascoste queste fondamentali informazioni per sei decenni dovranno ora rispondere a molte domande. A prescindere dalla loro reazione all’apertura online di questi archivi, la verità è ormai alla portata di tutti e questi fatti saranno noti a questa generazione e a quelle future.

Questo archivio online è stato reso possibile dalla Dr. Rath Health Foundation, un’organizzazione no profit.
www.profit-over-life.org

Dopo 60 anni di silenzio, gli archivi storici del Tribunale per crimini di guerra che ha stabilito le responsabilità della Seconda Guerra Mondiale sono finalmente disponibili al pubblico di tutto il mondo. Attualmente, i libri di storia insegnano che la Seconda Guerra Mondiale è stata scatenata da un folle dittatore, Hitler, e dai suoi spietati seguaci nazisti.

Tuttavia, decine di migliaia di documenti storici del Tribunale di Norimberga, recentemente pubblicati online, documentano in modo inequivocabile che:

  • La Seconda Guerra Mondiale, un conflitto che è costato la vita a oltre 60 milioni di persone, è stato pianificato e finanziato dal più grande cartello chimico e farmaceutico del mondo. A quell’epoca, la tedesca IG Farben era costituita da Bayer, BASF, Hoechst e altri.
  • La forza motrice della Seconda Guerra Mondiale era l‘ambizione della IG Farben di ottenere il controllo dei mercati mondiali del petrolio e dei farmacieliminando qualunque concorrenza con la forza.
  • Le aziende della IG Farben hanno finanziato l’ascesa al potere del partito nazista e la trasformazione della democrazia tedesca in una dittatura.
  • Il piano della coalizione tra nazisti e IG Farben per il dominio del mondoprevedeva tre fasi: prima, la conquista del continente euroasiatico; seconda, la conquista della Gran Bretagna e di tutte le sue colonie; terza, la sconfitta militare degli USA e del resto del mondo.

Come tutti sanno, il piano della coalizione nazisti/IG Farben per il dominio del mondo è stato distrutto dall’impegno della maggior parte delle nazioni del mondo e dai loro straordinari sacrifici.
Sebbene questa vittoria sia stata importante per tutto il genere umano, il nuovo ordine post-bellico era già influenzato dagli interessi delle nazioni vincitrici in termini di petrolio e farmaci:

  1. Le azioni del cartello IG Farben furono assegnate ai loro concorrenti economici delle nazioni vincitrici.
  2. I dirigenti del cartello IG Farben, dopo un semplice “ammonimento” a Norimberga, furono presto reintegrati dai nuovi proprietari delle azioni della IG Farben negli Stati Uniti e nel Regno Unito perchè contribuissero a consolidare il cartello petrolifero e farmaceutico a livello mondiale.

Questi importanti fatti sono stati tuttavia essenzialmente nascosti al mondo; tutti sono stati indotti a credere che con il primo processo di Norimberga, contro i responsabili militari e politici, i “principali criminali di guerra” fossero stati consegnati alla giustizia.
Non era così, ovviamente. Oltre a questo primo processo, il Tribunale di Norimberga ha condotto altri 12 processi. Tra questi, il più importante era contro il cartello petrolifero e farmaceutico IG Farben. I dirigenti del cartello, secondo il Pubblico Ministero statunitense Telford Taylor, erano i principali criminali di guerra, senza i quali la Seconda Guerra Mondiale non sarebbe stata possibile.
È inconcepibile e intollerabile che il genere umano debba continuare a brancolare nel buio in merito alle reali responsabilità della Seconda Guerra Mondiale: il più grande crimine sinora commesso su questo pianeta.
L’accademia online “Profit Over Life” è una risorsa informativa per tutti i cittadini del mondo. Studenti, insegnanti, ricercatori accademici, politici e milioni di persone in tutto il mondo sono invitati a utilizzare questo archivio come punto di partenza per una migliore comprensione della storia.
Ciò è particolarmente importante in quanto gli interessi delle multinazionali continuano tuttora a utilizzare la forza militare per conseguire i propri obiettivi mondiali.

FONTE:  http://www4it.dr-rath-foundation.org/notizie/lettere_aperte/2007_07_jul_20.html

 

Attraverso: http://dinai.weebly.com/1/post/2014/02/gli-archivi-di-norimberga-rivelano-cartello-petrolchimico-e-farmaceutico-dietro-la-2a-guerra-mondiale.html

Tratto da:http://www.iconicon.it

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STA ARRIVANDO LA TEMPESTA PERFETTA? DIPENDE…

Pubblicato su 30 Luglio 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in ECONOMIA

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Gli ingredienti sembrano esserci tutti, o quasi.
Quali sono?1) I mercati hanno corso molto e molte asset class sono in bolla.
2)L’Argentina dovrebbe fare default, anche se penso che l’impatto di questo evento  dovrebbe essere limitato. Salvo quanto segue.
3) Mettiamoci anche che un numero non del tutto indifferente di banche europee navigano in cattive acque, solo per usare un eufemismo (vedasi il Banco Espirito Santo in Portogallo, ma anche altre).
4) Ci sono inoltre diverse crisi geopolitiche in giro per il mondo che, se dovessero peggiorare, impatterebbero in modo più significativo sulla crescita di importanti aree del mondo, trascinando al ribasso proprio quelle economie che si mantengono a galla grazie alle esportazioni (leggasi Italia).
5) L’Eurozona si trova ancora in piena crisi. Tant’è che viene definita “Il buco nero” della crescita mondiale”
6) I paesi meridionali dell’Eurozona (non solo loro, a dire il vero) sono alle prese con debiti pubblici oggi assai meno sostenibili di quanto lo fossero qualche anno fa.
7) In aggiunta, l’attività economica in molte aree dell’Eurozona rimane assai debole, con paesi alle prese con forti spinte disinflazionistiche o in conclamato stato di deflazione, che rendono ancora più difficile la possibilità di ricondurre i debiti pubblici verso sentieri di maggiore sostenibilità.
8) il Fmi, la scorsa settimana, ha ridotto le previsioni di crescita dell’economia mondiale, dimezzando le previsioni di crescita dell’Italia (0.3%) e tagliando severamente quelle degli Stati Uniti (-1.1% rispetto alla precedente stima). Oltre al FMI anche altre istituzioni stanno rivedendo al ribasso le rispettive previsioni di crescita.
9) La Fed continua con la riduzione degli stimoli monetari e, condizioni economiche permettendo, non è affatto escluso che abbandoni anche la politica dei tassi prossimi allo zero in tempi più solleciti rispetto a quelli previsti.
10) Questo, evidentemente, impatterebbe in senso negativo anche sul costo del debito dei paesi fortemente indebitati, determinando ulteriori stress per i conti pubblici fortemente traballanti (leggasi Italia, e non solo).Cosa manca, ancora?
Mancano una serie di dati economici (più o meno) negativi delle principali economie mondiali, tali per cui possa essere offerta ai mercati la sensazioni che le quotazioni attuali non sarebbero sostenute da validi fondamentali economici. In questo caso, aspettatevi il diluvio. E le prossime settimane saranno cruciali per capirlo
Articolo di Paolo Cardena’ di Vincitori e Vinti
Tratto da:http://scenarieconomici.it/sta-arrivando-tempesta-perfetta-dipende/
STA ARRIVANDO LA TEMPESTA PERFETTA? DIPENDE…
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La guerra degli inganni

Pubblicato su 30 Luglio 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in ESTERI

Di: Gideon Levy

È cominciata come una guerra premeditata: avrebbe potuto essere evitata se negli ultimi mesi Israele avesse adottato una politica diversa. Si è evoluta in una guerra inutile. È già abbastanza ovvio che non porterà alcun risultato a lungo termine. È ancora possibile che degeneri in un disastro, e alla fine risulterà essere stata la guerra degli inganni: Israele si è ingannato fino a rovinarsi.

Il primo inganno è la pretesa che non ci fosse alternativa. Certo, quando i razzi hanno cominciato a piovere su Israele non c’era più alternativa. Ma che dire dei passi che ci hanno portato a questo? Sono passi per i quali esistevano altre opzioni. Non è difficile immaginare cosa sarebbe successo se Israele non avesse interrotto i negoziati di pace, se non avesse lanciato una guerra totale contro Hamas all’indomani dell’omicidio dei tre ragazzi israeliani, se non avesse bloccato il trasferimento dei fondi destinati al pagamento dei salari pubblici nella Striscia di Gaza, se non si fosse opposto al governo di unità nazionale palestinese e se avesse allentato l’embargo alla Striscia di Gaza.

I razzi Qassam sono stati una risposta alle scelte di Israele. In seguito gli obiettivi sono cresciuti a valanga, come avviene sempre in guerra: da fermare i razzi a trovare e distruggere i tunnel alla demilitarizzazione di Gaza. La valanga potrebbe continuare all’infinito. “Risponderemo alla pace con la pace”. Ricordate? Il 25 luglio Israele ha rifiutato la proposta di cessate il fuoco del segretario di stato statunitense John Kerry.

Il secondo inganno è che l’occupazione della Striscia di Gaza è finita. Pensate a un’enclave sotto assedio, i cui abitanti sono prigionieri, gran parte dei cui affari sono controllati da un altro stato che gestisce l’anagrafe e l’economia, proibisce le esportazioni, limita la pesca, controlla i suoi cieli e ogni tanto invade il suo territorio. Non è occupazione questa?

Il terzo inganno è l’affermazione che l’esercito israeliano “fa tutto quello che può” per evitare di uccidere civili. Siamo già oltre il migliaio di morti, tra cui una maggioranza civili e un numero impressionante di bambini. Interi quartieri sono stati rasi al suolo e 150mila profughi non hanno un posto sicuro dove andare. Questo rende tale affermazione nient’altro che uno scherzo di cattivo gusto.

Anche la convinzione che il mondo sostenga la guerra e riconosca la sua giustezza è un inganno israeliano. Se è vero che i politici occidentali continuano a ripetere che Israele ha il diritto di difendersi, i morti che continuano ad accatastarsi e la disperazione dei rifugiati stanno irritando il mondo e generando odio contro Israele. Alla fine anche gli statisti che sostengono Israele gli volteranno le spalle.

Un altro inganno è quello secondo cui questa guerra ha dimostrato che “il popolo d’Israele” è “una nazione meravigliosa”. Era da tempo che non si assisteva a una campagna così mendace, manipolatoria, melensa e autocompiaciuta. La nazione si è mobilitata per sostenere i soldati, e questo è commovente. Ma oltre ai camion carichi di dolciumi e biancheria, alle migliaia di israeliani che hanno partecipato ai funerali dei soldati le cui famiglie vivono all’estero e all’ansia per i feriti, questa guerra ha messo in evidenza anche comportamenti ben più odiosi.

Quel “comitato di sostegno ai soldati” che è Israele ha dimostrato tutta la sua indifferenza verso le sofferenze dell’altra parte. Non un briciolo di compassione, non un barlume di umanità, nessuno stupore, nessuna empatia per il suo dolore. Le orribili immagini di Gaza provocano reazioni che vanno dallo sbadiglio alla gioia. Un popolo che si comporta così non merita le lodi che si riversa addosso. Quando la gente di Gaza muore e la gente di Tel Aviv fa come se niente fosse non c’è niente da festeggiare.

E non c’è niente da festeggiare neanche nella campagna di aggressione contro i pochi che si oppongono alla guerra. Dal governo e dal parlamento alle strade e ai commenti su internet, tira una brutta aria. Solo i cittadini obbedienti sono ammessi. “Unità israeliana”? “La nazione è una grande famiglia”? Non scherziamo. Anche i mezzi d’informazione israeliani in tempo di guerra sono una barzelletta, una rete di propaganda i cui membri si sono autoarruolati per lodare ed esaltare, incitare e punire, e chiudere gli occhi.

Ma la più grande delle barzellette, la madre di tutti gli inganni è la fiducia nella giustezza del proprio agire. Lo slogan della “guerra giusta” è ripetuto fino alla nausea, fino a far sospettare che anche quelli che lo gridano più forte abbiano dei dubbi, altrimenti non griderebbero così forte e non se la prenderebbero tanto con chi cerca di esprimere un’opinione differente. Dopo tutto, come si può giustificare una guerra evitabile? E come ci si può ammantare di giustizia di fronte alle orribili immagini di Gaza?

Forse la terra brucia anche sotto i piedi di questo coro di apologeti della guerra. Forse anche loro si rendono conto che quando la battaglia finirà il quadro diverrà chiaro. È sempre così nelle guerre d’inganno, ed è così che finirà anche la guerra del 2014.

(Traduzione di Gabriele Crescente)

Tratto da:http://www.internazionale.it/opinioni/gideon-levy/2014/07/29/la-guerra-degli-inganni/

Gideon Levy è un giornalista israeliano. Scrive per il quotidiano Ha’aretz.

Gideon Levy è un giornalista israeliano. Scrive per il quotidiano Ha’aretz.

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LA MANNAIA DELLE PRIVATIZZAZIONI

Pubblicato su 30 Luglio 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in ECONOMIA

Fra le misure in uso da parte dell’attuale governo, così come dei precedenti, dagli anni ’90 in poi almeno (alla faccia della sbandierata “discontinuità”), per intervenire sul bilancio dello Stato nella direzione di ridurre il debito pubblico, vi sono le cosiddette privatizzazioni.

Al di là delle valutazioni già più volte espresse sulla scelta suicida di azioni di riduzione del debito pubblico in tempi di crisi economica, visti i noti effetti recessivi di tali misure, è opportuno capire perché le suddette privatizzazioni, presentateci come strumento di salvezza del nostro sistema economico “ingessato e antiquato”, siano in realtà null’altro che una svendita delle aziende più produttive del nostro Paese a privati, finalizzata ad arricchire questi ultimi e contestualmente impoverire ed indebolire sempre più lo Stato italiano, sì da neutralizzarne la minaccia per i Paesi europei nostri competitori sul mercato internazionale.

Il percorso di privatizzazioni in Italia inizia decenni or sono, e procede parallelo all’opera di deindustrializzazione del nostro Paese.

In origine, a partire dal governo fascista, la presenza dello Stato nell’economia nazionale era pervasiva e dominante.

Durante il ventennio, l’azione pubblica si occupò quasi interamente di creare la struttura aziendale ed immobiliare necessaria per uscire dalla crisi del ’29 e rilanciare l’economia, attraverso massicci investimenti pubblici in opere di bonifica territoriale, costruzione di edifici pubblici di ogni tipo (scuole, università, uffici pubblici, ma anche colonie estive, Cinecittà, l’EUR a Roma…), riassetto urbanistico delle principali città ed infrastrutture essenziali come strade e ferrovie ed infine, creazione di imprese nazionali per la gestione di settori economici e servizi fondamentali di interesse pubblico. Fra queste, nel 1933, fu fondato l’IRI, Istituto per la Ricostruzione Industriale.

Nacque per iniziativa dell’allora capo del Governo Benito Mussolini al fine di evitare il fallimento delle principali banche italiane (CommercialeCredito Italiano e Banco di Roma) e con esse il crollo dell’economia, già provata dalla crisi economica mondiale iniziata nel 1929.

l’IRI nacque dunque come ente temporaneo con lo scopo prettamente di salvataggio delle banche e delle aziende a loro connesse. Il nuovo ente era formato da una “Sezione finanziamenti” e una “Sezione smobilizzi”.

Lo Stato, attraverso una serie di interventi mirati, assunse le partecipazioni delle banche in crisi, finanziandole affinché non fallissero. Le partecipazioni furono poi trasferite all’IRI, la cui principale preoccupazione divenne rimborsare alla Banca d’Italia il capitale ricevuto. Una volta trasferite le quote all’Istituto, questo avviò una propria campagna di mobilitazione del credito attraverso lo strumento delle obbligazioni industriali garantite dallo Stato. L’operazione fu l’applicazione in larga scala di quanto era già stato abbozzato con l’INA, ovvero l’organizzazione del piccolo risparmio che le banche, vincolate in legami a doppio filo con il sistema industriale, non riuscivano ad impiegare in reali processi di sviluppo.

In questo modo l’IRI, e quindi lo Stato, smobilizzò le banche miste, diventando contemporaneamente proprietario di oltre il 20% dell’intero capitale azionario nazionale e di fatto il maggiore imprenditore italiano, con aziende come AnsaldoIlvaCantieri Riuniti dell’AdriaticoSIPSMETerniEdison. Si trattava in effetti di aziende che già da molti anni erano vicine al settore pubblico, sostenute da politiche tariffarie favorevoli e da commesse belliche. Inoltre l’IRI possedeva le tre maggiori banche italiane.

Al 1934, il valore nominale del patrimonio industriale era di 16,7 miliardi di lire, pari al 14,3% del Pil. Tra i principali trasferimenti all’ente figuravano:

  • la quasi totalità dell’industria degli armamenti
  • i servizi di telecomunicazione di gran parte dell’Italia
  • un’altissima quota della produzione di energia elettrica
  • una notevole quota dell’industria siderurgica civile
  • tra l’80% ed il 90% del settore di costruzioni navali e dell’industria della navigazione

Primo presidente, oltre che tra gli artefici della creazione dell’ente, fu Alberto Beneduce, economista di formazione socialista e fiduciario del Presidente del Consiglio dei Ministri (che, ricordiamo, era anch’egli in origine membro del Partito socialista.)

Inizialmente era previsto che l’IRI fosse un ente provvisorio il cui scopo era limitato alla dismissione delle attività così acquisite. Ciò in effetti avvenne con la Edison, che fu ceduta ai privati, ma nel 1937 il governo trasformò l’IRI in un ente pubblico permanente; in questo probabilmente influirono lo scopo di mettere in atto la politica autarchica lanciata dal governo e di tenere sotto controllo del governo le aziende navali ed aeronautiche, mentre era in corso la guerra d’Etiopia.

Per finanziare le sue aziende l’IRI emise negli anni Trenta dei prestiti obbligazionari garantiti dallo Stato, risolvendo in questo modo il problema della scarsità di capitali privati. L’IRI si diede una struttura che raggruppava le sue partecipazioni per aree merceologiche: l’Istituto sottoscriveva il capitale di società finanziarie (le “caposettore”) che a loro volta possedevano il capitale delle società operative; così nel 1936 nacque la Finmare, nel 1937 la Finsider e la STET, poi nel dopoguerra FinmeccanicaFincantieri e Finelettrica.

Nel dopoguerra la sopravvivenza dell’Istituto non era data per certa, essendo nato più come una soluzione provvisoria che con un orizzonte di lungo termine; di fatto però risultava difficile per lo stato cedere ai privati aziende che richiedevano grandi investimenti e davano ritorni sul lunghissimo periodo. Così l’IRI mantenne la struttura che aveva sotto il fascismo.

Solo dopo il 1950 la funzione dell’IRI fu meglio definita: una nuova spinta propulsiva per l’IRI venne da Oscar Sinigaglia, che con il suo piano per aumentare la capacità produttiva della siderurgia italiana strinse un’alleanza con gli industriali privati; si venne così a creare un nuovo ruolo per l’IRI, cioè quello di sviluppare la grande industria di base e le infrastrutture necessarie al paese, non in “supplenza” dei privati ma in una tacita suddivisione dei compiti. Ne furono esempi lo sviluppo dell’industria siderurgica, quello della rete telefonica e la costruzione dell’Autostrada del Sole, iniziata nel 1956.

Negli anni ’60, mentre l’economia italiana cresceva ad alti ritmi, l’IRI era tra i protagonisti del “miracolo” italiano. Altri paesi europei, in particolare i governi laburisti inglesi, guardavano alla “formula IRI” come ad un esempio positivo di intervento dello stato dell’economia, migliore della semplice “nazionalizzazione” perché permetteva una cooperazione tra capitale pubblico e capitale privato.

In molte aziende del gruppo il capitale era misto, in parte pubblico, in parte privato. Molte aziende del gruppo IRI rimasero quotate in borsa e le obbligazioni emesse dall’Istituto per finanziare le proprie imprese erano sottoscritte in massa dai risparmiatori.

Ai vertici dell’IRI si insediarono esponenti della DC come Giuseppe Petrilli, presidente dell’Istituto per quasi vent’anni (dal 1960 al 1979). Petrilli nei suoi scritti elaborò una teoria che sottolineava gli effetti positivi della “formula IRI”.

Attraverso l’IRI le imprese erano utilizzabili per finalità sociali e lo Stato doveva farsi carico dei costi e delle diseconomie generati dagli investimenti; significava che l’IRI non doveva necessariamente seguire criteri imprenditoriali nella sua attività, ma investire secondo quelli che erano gli interessi della collettività anche quando ciò avesse generato “oneri impropri”, cioè anche in investimenti antieconomici.

Questa prassi, generalmente ritenuta connaturata all’esistenza stessa dell’IRI per il suo essere azienda pubblica, non era in realtà data per scontata al momento della sua creazione. La pratica amministrativa del suo fondatore, Alberto Beneduce, si fondava al contrario sull’assoluto rigore di bilancio e sulla limitazione delle assunzioni all’essenziale per garantire un funzionamento snello ed efficiente dell’organizzazione. Allo stesso modo, durante i primi anni di vita si scelse a livello gestionale di non procedere con operazioni di salvataggio, reali o camuffate.

In effetti, l’incremento negli anni a venire del numero di dipendenti IRI solo in parte può essere spiegato con l’espansione dell’attività produttiva in capo all’ente.

Poiché gli obiettivi dello Stato erano sviluppare l’economia del Mezzogiorno e mantenere la piena occupazione, l’IRI doveva concentrare i propri investimenti nel Sud ed incrementare l’occupazione nelle proprie aziende. La posizione di Petrilli rifletteva quelle già diffuse in alcune correnti della DC, che cercavano una “terza via” tra il liberismo ed il comunismo; il sistema misto delle imprese a partecipazione statale dell’IRI sembrava realizzare questo ibrido tra due sistemi agli antipodi.

L’IRI effettivamente poneva in essere grandissimi investimenti nel Sud Italia, come la costruzione dell’Italsider di Taranto e quella dell’AlfaSud di Pomigliano d’Arco e di Pratola Serra in Irpinia; altri furono programmati senza essere mai essere realizzati, come il centro siderurgico di Gioia Tauro . Per evitare gravi crisi occupazionali, l’IRI venne spesso chiamato in soccorso di aziende private in difficoltà: ne sono esempi i “salvataggi” della Motta e dei Cantieri Navali Rinaldo Piaggio e l’acquisizione di aziende alimentari dalla Montedison; questo portò ad un incremento progressivo di attività e dipendenti dell’Istituto.

All’IRI vennero richiesti ingentissimi investimenti anche in periodi di crisi, quando i privati riducevano i loro investimenti. Lo Stato erogava i cosiddetti “fondi di dotazione” all’IRI, che poi li allocava alle sue caposettore sotto forma di capitale; tali fondi però non erano mai sufficienti per finanziare gli enormi investimenti e spesso venivano erogati con ritardo.

Da qui iniziarono i problemi, perché l’Istituto e le sue aziende cominciarono a finanziarsi con l’indebitamento bancario, che negli anni Settanta crebbe a livelli vertiginosi, ad alti tassi di interesse. Gli oneri finanziari portarono così in rosso i conti dell’IRI e delle sue controllate: nel 1976 si verificò che tutte le aziende del settore pubblico chiusero in perdita. In particolare, la siderurgia e la cantieristica riportarono perdite fino agli anni ’80, così come erano pessimi i risultati economici dell’Alfa Romeo.

Quella che fu vista come una gestione antieconomica delle aziende IRI, portò gli azionisti privati ad uscire progressivamente dal loro capitale. In realtà i problemi erano dovuti al massiccio ricorso all’indebitamento verso le banche, dovuto al progressivo calo delle erogazioni pubbliche per il finanziamento dell’ente.

All’inizio degli anni ’80 i governi iniziarono un “ripensamento” sulla funzione e sulla gestione delle aziende pubbliche.

Nel 1980 l’IRI era un gruppo di circa 1.000 società con più di 500.000 dipendenti. Per molti anni fu la più grande azienda industriale al di fuori degli Stati Uniti d’America.

Nel 1982 il governo Spadolini affidò la presidenza dell’IRI a Romano Prodi. La nomina di un economista (seppur sempre politicamente di area democristiana, come il predecessore Pietro Sette) alla guida dell’IRI costituiva in effetti un segno di discontinuità rispetto al passato. E difatti la discontinuità si vide eccome: la ristrutturazione dell’IRI durante la presidenza Prodi portò a:

  • la cessione di 29 aziende del gruppo, tra le quali la più grande fu l’Alfa Romeo, privatizzata nel 1986;
  • la diminuzione dei dipendenti, grazie alle cessioni ed a numerosi prepensionamenti, soprattutto nella siderurgia e nei cantieri navali;
  • la liquidazione di FinsiderItalsider ed Italstat;
  • lo scambio di alcune aziende tra STET e Finmeccanica;
  • la tentata vendita della SME al gruppo CIR di Carlo De Benedetti, operazione che venne fortemente ostacolata dal governo di Bettino Craxi. Fu organizzata una cordata di imprese, comprendente anche Silvio Berlusconi, che avanzarono un’offerta alternativa per bloccare la vendita. L’offerta non venne poi onorata per carenze finanziarie, ma intanto la vendita della SME sfumò. Prodi fu accusato di aver stabilito un prezzo troppo basso (vedi vicenda SME).

Il risultato fu che nel 1987, per la prima volta da più di un decennio, l’IRI riportò il bilancio in utile, e di questo Prodi fece sempre un vanto, anche se a proposito di ciò Enrico Cuccia affermò:

« (Prodi) nel 1988 ha solo imputato a riserve le perdite sulla siderurgia, perdendo come negli anni precedenti. »
(S.Bocconi, I ricordi di Cuccia. E quella sfiducia sugli italianiCorriere della Sera, 12 novembre 2007)

È comunque indubbio che in quegli anni l’IRI aveva per lo meno cessato di crescere e di allargare il proprio campo di attività, come invece aveva fatto nel decennio precedente, e per la prima volta i governi cominciarono a parlare di “privatizzazioni”.

Per le sorti dell’IRI fu decisiva l’accelerazione del processo di unificazione europea, che prevedeva l’unione doganale nel 1992 ed il successivo passaggio alla moneta unica sotto i vincoli del Trattato di Maastricht. Per garantire il principio della libera concorrenza, la Commissione Europea negli anni Ottanta aveva incominciato a contestare alcune pratiche messe in atto dai governi italiani, come la garanzia dello Stato sui debiti delle aziende siderurgiche e la pratica di affidare i lavori pubblici all’interno del gruppo IRI senza indire gara d’appalto europea. Le ricapitalizzazioni delle aziende pubbliche e la garanzia dello Stato sui loro debiti furono da allora considerati aiuti di Stato, in contrasto con i principi su cui si basava la Comunità Europea; l’Italia si trovò quindi nella necessità di riformare, secondo criteri di gestione più vicini a quelli delle aziende private, il suo settore pubblico, incentrato su IRI, ENI ed EFIM.

Nel luglio 1992 l’IRI e gli altri enti pubblici furono convertiti in Società per azioni.

Nel 1992 chiudeva l’anno con 75.912 miliardi di lire di fatturato ma con 5.182 miliardi di perdite. Ancora nel 1993 l’IRI si trovava al settimo posto nella classifica delle maggiori società del mondo per fatturato, con 67.5 miliardi di dollari di vendite.

Nel luglio del 1993 il commissario europeo alla Concorrenza Karel Van Miert contestò all’Italia la concessione di fondi pubblici all’EFIM, che non era più in grado di ripagare i propri debiti.

Per evitare una grave crisi d’insolvenza, Van Miert concluse con l’allora ministro degli Esteri Beniamino Andreatta un accordo che consentiva allo Stato italiano di pagare i debiti dell’EFIM, ma a condizione dell’impegno incondizionato a stabilizzare i debiti di IRI, ENI ed ENEL e poi a ridurli progressivamente ad un livello comparabile con quello delle aziende private entro il 1996. Per ridurre in modo così sostanzioso i debiti degli ex-enti pubblici, l’Italia non poteva che privatizzare gran parte delle aziende partecipate dall’IRI. (N.B.: Andreatta fu altresì l’autore del c.d. “divorzio” fra la Banca d’Italia ed il ministero del Tesoro: grazie a questa decisione, presa con assoluta arbitrarietà e comunicata con una semplice lettera del Ministro, da quel giorno il Tesoro non poté più obbligare la Banca d’Italia a comprare i titoli di debito pubblico rimasti non acquistati sul mercato primario, così, per incentivarne l’acquisto, lo Stato italiano fu costretto ad aumentarne il tasso di interesse, portando ad un rapidissimo aumento del debito pubblico per interessi sui titoli emessi, che portò al raddoppio dell’importo totale del debito pubblico italiano durante gli anni ottanta. Oggi i politici al governo e gli economisti neoliberisti al loro servizio ci raccontano che tale aumento fu invece dovuto all’eccessiva spesa pubblica “scriteriata” posta in essere dai “governi cicala” di quegli anni, colpa che ancor oggi noi dobbiamo espiare con i “sacrifici” che ci vengono imposti per ridurre il debito pubblico.)

L’accordo Andreatta – Van Miert impresse una forte accelerazione alle privatizzazioni, iniziate già nel 1993 con la vendita del Credito Italiano. Nonostante alcuni pareri contrari, il ministero del Tesoro scelse di non privatizzare l’IRI S.p.A., ma di smembrarla e di vendere le sue aziende operative; tale linea politica fu inaugurata sotto il primo governo di Giuliano Amato e non fu mai messa realmente in discussione dai governi successivi. Nonostante nel 1997 i livelli di indebitamento fissati dall’accordo Andreatta-Van Miert fossero già stati raggiunti, le dismissioni dell’IRI proseguirono comunque e l’Istituto perse qualsiasi funzione, se non quella di vendere le sue attività e di avviarsi verso la liquidazione.

Tra il 1992 ed il 2000 l’IRI vendette partecipazioni e rami d’azienda, che determinarono un incasso per il ministero del Tesoro, suo unico azionista, di 56.051 miliardi di lire, cui vanno aggiunti i debiti trasferiti. Suscitarono critiche le cessioni ai privati, tra le altre, di aziende in posizione pressoché monopolistica, come Telecom Italia ed Autostrade S.p.A.; cessioni che garantirono agli acquirenti posizioni di rendita.

Con un documento pubblicato il 10 febbraio 2010, ormai ultimata la stagione delle privatizzazioni che aveva preso il via quasi 20 anni prima, la Corte dei Conti ha reso pubblico uno studio nel quale elabora la propria analisi sull’efficacia dei provvedimenti adottati. Il giudizio, che rimane neutrale, segnala, sì, un recupero di redditività da parte delle aziende passate sotto il controllo privato, ma segnala che detto recupero non è dovuto alla ricerca di maggiore efficienza, quanto piuttosto all’incremento delle tariffe di energia, autostrade, banche, ecc., ben al di sopra dei livelli di altri paesi Europei. A questo aumento, inoltre, non avrebbe fatto seguito alcun progetto di investimento, volto a migliorare i servizi offerti.

Quindi, è la Corte dei Conti, e non qualche “gufo” conservatore contrario per partito preso alle “riforme”, a dichiarare e certificare che le tanto decantate privatizzazioni non comportano affatto, grazie all’osannato meccanismo della concorrenza, un miglioramento del servizio offerto ai cittadini, anzi: poiché il fine perseguito da tutte le imprese private è solo ed unicamente quello di incrementare i profitti, esse conducono a interventi gestionali di riduzioni dei costi (tramite riduzioni del personale, cioè licenziamenti, e limitazioni alla spesa per ricerca ed innovazione) ed aumento delle tariffe, possibile dato che nei settori chiave esse operano all’interno del confine nazionale o nell’ambito di “cartelli” di imprese, quindi in condizioni di sostanziale monopolio (vedi ad es., la società autostrade)

Ancora più secco è il giudizio della Corte dei Conti sulle procedure utilizzate nell’opera di privatizzazione, che:

« evidenzia una serie di importanti criticità, le quali vanno dall’elevato livello dei costi sostenuti e dal loro incerto monitoraggio, alla scarsa trasparenza connaturata ad alcune delle procedure utilizzate in una serie di operazioni, dalla scarsa chiarezza del quadro della ripartizione delle responsabilità fra amministrazione, contractors ed organismi di consulenza, al non sempre immediato impiego dei proventi nella riduzione del debito »

Le poche aziende (FinmeccanicaFincantieriFintecnaAlitalia e RAI) rimaste in mano all’IRI furono trasferite sotto il diretto controllo del Tesoro. Nonostante alcune proposte di mantenerlo in vita, trasformandolo in una non meglio precisata “agenzia per lo sviluppo”, il 27 giugno 2000 l’IRI fu messo in liquidazione e nel 2002 fu incorporato in Fintecna, scomparendo definitivamente. Prima di essere incorporato dalla sua controllata ha però pagato un assegno al Ministero del Tesoro di oltre 5000 miliardi di lire, naturalmente dopo aver saldato ogni suo debito.

Per un’analisi fortemente critica del percorso delle privatizzazioni, anche alla luce delle dinamiche politiche internazionali, consiglio anche la lettura di questo documento del 1993: http://www.movisol.org/draghi3.htm

Quindi, ricapitolando:

un tempo tutte le partecipazioni statali negli enti pubblici economici facevano capo agli enti di gestione (IRI, ENI, EFIM, ENEL), che agivano sotto il controllo del Ministero delle partecipazioni statali.

Ma nel 1993 venne indetto un referendum popolare per l’abolizione delle partecipazioni statali, che grazie alla consueta massiccia azione di propaganda ottenne il risultato sperato dai fautori delle privatizzazioni, consentendo la soppressione del Ministero delle partecipazioni statali e l’avvio ufficiale del processo di privatizzazione degli enti pubblici economici e delle aziende di Stato.

Nel linguaggio giornalistico l’IRI è rimasto come paradigma della mano pubblica che raccoglie partecipazioni in aziende senza troppi criteri imprenditoriali. Così enti statali come la Cassa Depositi e Prestiti e Sviluppo Italia sono stati soprannominati “nuove IRI”, con una certa connotazione negativa, a sottolinearne le finalità politiche e clientelari che tenderebbero, secondo i critici, a prevalere su quelle economiche.

E vediamo oggi come i risultati della propaganda mediatica che sostiene le privatizzazioni propugnate dai governi neoliberisti continuino a fiorire: notizia di pochi giorni fa è la programmata cessione del 32% di un ramo di Cassa depositi e prestiti a società cinesi, ad opera del ministro Padoan.

Tutto il percorso sin qui seguito percorre il sentiero tracciato dalla Commissione europea e dalla BCE (non dimentichiamo che anche nella famosa lettera di Trichet al Governo italiano, del 2011, si inseriva nella “lista di cose da fare” anche l’accellerazione sulle privatizzazioni), dando per acquisito ed automatico – perché di fanno ormai lo è – il prevalere indiscusso del diritto UE e dei suoi principi fondamentali su quelli sanciti dalla nostra Carta costituzionale.

La libertà economica riconosciuta dalla Costituzione si differenzia, difatti, dalle altre libertà fondamentali anch’esse previste nella Carta, in quanto va esercitata tenendo conto non dei soli interessi dell’imprenditore, ma anche degli interessi di quei soggetti su cui si possono riflettere le scelte aziendali. Ma quando un’azienda pubblica viene acquistata da una multinazionale straniera, tale principio viene meno, e ciò accade oggi anche quando ad acquistarla è un’impresa privata italiana che opera in ossequio alle leggi europee, che prevalgono ormai per orientamento giurisprudenziale consolidato sul nostro diritto interno e sulla nostra Costituzione.

Inoltre, recentemente, nuovi interventi normativi hanno introdotto notevoli limitazioni alla possibilità per le Pubbliche Amministrazioni di procedere alla costituzione di società pubbliche: la L. 244 del 2007 (legge finanziaria per l’anno 2008), come novellata dalla L. 69/2009, stabilisce che “al fine di tutelare la concorrenza ed il mercato, le amministrazioni … non possono costituire società aventi per oggetto attività di produzione di beni e servizi non strettamente necessarie per il perseguimento delle proprie finalità istituzionali, né assumere o mantenere direttamente partecipazioni, anche di minoranza, in tali società”: la norma è evidentemente finalizzata ad obbligare le Pubbliche Amministrazioni che ancora detengano quote di partecipazione in società miste alla dismissione delle stesse, per privatizzarle completamente, nonché ad impedire la creazione di nuove società pubbliche e miste.

La sfera di sopravvivenza dell’attività di intervento statale e pubblico nell’economia viene così sempre più ridotto ai minimi termini, fra gli applausi di soddisfazione delle platee imprenditoriali internazionali, pronte ad accaparrarsi gli ingenti profitti derivanti dalla gestione dei servizi pubblici.

Per quanto riguarda, comunque, le società pubbliche ancora esistenti, che esercitino attività di impresa, il diritto europeo tende all’equiparazione delle stesse con le società private, per evitare che, attraverso il riconoscimento di poteri speciali al socio pubblico, si possano disincentivare gli investimenti da parte di altri operatori economici, con pregiudizio alle “libertà comunitarie”.

Quindi si è stabilito che l’impresa pubblica, pur essendo un soggetto giuridico in cui i pubblici poteri esercitano un’influenza dominante, deve agire in normali condizioni di mercato, assumendone il rischi d’impresa e perseguendo finalità di lucro. In parole povere, si è svuotato il concetto di impresa pubblica del suo connotato essenziale, ovvero il fine di pubblica utilità, sostituendo ad esso il fine di lucro, dando attuazione all’obiettivo dichiarato della politica dell’Unione Europea: la tutela del mercato sopra ogni cosa, cioè degli interessi economici e finanziari dei privati, a discapito degli interessi dei popoli e dei cittadini e dei loro diritti fondamentali!

Questo è ciò che spinge avanti a passi da gigante il percorso di integrazione europea, quello per cui operano e pontificano il nostro Presidente della Repubblica Napolitano, oltre a Renzi, Letta, Monti e tutti coloro che magnificano l’Unione Europea, l’euro e gli agognati “Stati uniti d’Europa”. Un’unica nazione federale, votata al perseguimento dei fini indicati dai più biechi ed amorali centri del potere del capitalismo finanziario, le cui sedi principali si trovano negli USA, che non a caso ci vengono indicati come il modello ideale di Stato federale a cui dovremmo ispirarci.

L’esaltazione mediatica dell’economia e del sistema politico statunitensi, che non tiene minimamente conto degli enormi deficit sociali e democratici persistenti in tale sistema (in cui non vi è tutela effettiva del diritto alla salute, all’abitazione, alla dignità umana, ed in cui lo Stato consente e promuove il possesso privato di armi anche da guerra, la pena di morte e la tortura) porta i nostri cittadini ad inseguire il miraggio del “progresso” e della crescita economica sul modello americano tramite il contenitore europeo, assecondando inconsapevolmente i fini del tutto antisociali delle grandi lobby internazionali delle banche e assicurazioni, dei produttori e commercianti di armi, delle imprese petrolifere e farmaceutiche.

Nel nostro Paese, quindi, le privatizzazioni – strumento obbligato in quanto imposto dai Trattati UE per rispettare i vincoli di “stabilità” e pareggio del bilancio – sono una delle armi più importanti e più facilmente utilizzabili (insieme al controllo della moneta tramite l’euro) per assicurare a suddette lobby il consolidamento e l’ampliamento delle proprie posizioni di potere, sino al raggiungimento del completo dominio sull’economia, la politica e quindi sull’intero territorio nazionale.

Francesca Donato

Tratto da:http://www.progettoeurexit.it

LA MANNAIA DELLE PRIVATIZZAZIONI
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Zanni, M5S: “Le banche italiane praticano l'usura L'Europa intervenga”

Pubblicato su 30 Luglio 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in POLITICA, ECONOMIA

Contro l'usura in Italia chiama in causa l'Unione Europea perché adotti misure severe e faccia chiarezza nel sistema bancario. La richiesta è dell'europarlamentare bergamasco Marco Zanni del Movimento 5 Stelle.

“In Italia è in vigore la legge 108 del 1996 che fissa un tetto massimo ai tassi di interesse oltre al quale si sconfina nell'usura, con conseguenze penali per gli istituti finanziari – afferma Zanni -. Tuttavia, una circolare della Banca d'Italia, dello stesso anno, permetteva alle banche di non considerare nel conto degli interessi la commissione di massimo scoperto. In questo modo, interessi reali pagati dai clienti superiori al tetto legale, risultavano a norma di legge. La giurisprudenza ha dichiarato più volte la superiorità della legge 108 sulla circolare di Bankitalia, non vincolante per le banche”.

Quindi anche le banche praticano l'usura?

“Sì, lo scorso giugno un Pubblico Ministero ha contestato il reato di usura ad alcune banche, con il concorso morale degli ex vertici di Bankitalia, proprio per avere aggirato la norma antiusura del 1996. Dopo la chiusura di queste indagini, la Scuola Superiore della Magistratura (SSM), organismo teoricamente terzo che si occupa di formazione per magistrati, ha organizzato un corso di aggiornamento per magistrati civili e penali proprio sull'usura, con il patrocinio di Banca d'Italia e Abi, coinvolte esse stesse in maniera più o meno diretta nelle indagini”.

Davanti a questa situazione, quali misure potrebbe imporre alle banche l'Europa per scongiurare il rischio usura?

“L'Europa non può nascondersi e non considerare la gravissima situazione italiana, anche alla luce dell'intervento della Magistratura in questo settore. Il sistema bancario europeo è integrato nel SEBC, cui spettano anche obblighi di vigilanza e sorveglianza: le banche italiane fanno parte di questo quadro, non è ammissibile che tutto questo resti impunito. L'Europa ora dovrà valutare la situazione, e decidere nel caso le misure più idonee per risolvere questa situazione".

Quanto pesa l'usura sull'economia italiana?

"L'usura pesa moltissimo sull'economia italiana, si parla di cifre astronomiche, nell'ordine dei venti miliardi di euro. Denaro improduttivo ovviamente, che serve solo a finanziare chi specula".

Assistiamo spesso ad annunci da parte della Banca Centrale Europea di disponibilità di denaro, ma poi le banche utilizzano tali somme per operazioni finanziarie e non per aiutare l'economia reale. Come si potrebbe intervenire su questo fronte?

"Anche su questo tema ho voluto chiedere chiarimenti attraverso un'interrogazione parlamentare: quanto successo con le scorse operazioni LTRO (finanziamenti agevolati alle banche) è stato scandaloso. Draghi dice che le nuove misure, TLTRO, saranno mirate all'economia reale: io dubito seriamente, anche perché non sono stati posti vincoli rigorosi da rispettare. Ad esempio le banche potranno continuare ad investire in titoli di Stato, come fatto negli scorsi mesi, facendo enormi profitti senza aiutare minimamente l'economia reale e quindi la ripresa del Paese".

Gli imprenditori spesso lamentano una difficoltà posta dalle banche all'accesso al credito. Non crede che in questo modo si favorisca oltre che l'usura anche la ramificazione della malavita?

"Certamente. Le banche sono sempre più restie a concedere crediti, e quando lo fanno a volte applicano condizioni assurde, arrivando anche ai casi di usura bancaria che ho denunciato. La malavita ha poi gioco facile ad inserirsi in questo sistema: grossa liquidità a disposizione, immediata, facile da ottenere per tutti. Il prezzo sappiamo bene quale è, e così si perpetua e sviluppa un circolo vizioso dal quale è difficile uscire".

L'Europa potrebbe intervenire per uniformare i costi dei conti correnti e delle spese bancarie per far sì che l'Unione Europea non sia una sola cornice di tanti Stati?

"Bisogna dire che qualcosa si sta muovendo in questa direzione; recentemente è stata ad esempio adottata una normativa che consente ai cittadini europei di avere accesso in tutti i Paesi dell'Unione ad un servizio di conto corrente base, che prevede la fornitura di alcuni servizi obbligatori gratuitamente o ad un costo ragionevole. Le banche poi dovranno garantire un’informazione chiara (e standardizzata a livello europeo) su commissioni e tassi d’interesse, che dovrebbe permettere di confrontare le diverse offerte in maniera semplice. Anche sulle commissioni per bancomat e carte di credito si sta lavorando in Europa, per uniformare le diverse legislazioni nazionali. C'è ancora molto da fare: noi siamo appena arrivati, ma sicuramente non siamo andati in Europa per assistere passivamente al disfacimento del nostro sistema economico e finanziario. Vogliamo portare a casa risultati concreti, che servano a tutti. Questo è il nostro impegno".

Tratto da:http://www.bergamonews.it

Zanni, M5S: “Le banche italiane praticano l'usura L'Europa intervenga”
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