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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

ALLA RICERCA DEL LAVORO PERDUTO

Pubblicato su 30 Aprile 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in POLITICA

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Perché e come l’euro va eliminato

Pubblicato su 30 Aprile 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in ECONOMIA

Sono sicuro che l’euro ci obbligherà ad introdurre una serie di strumenti di politica economica. È politicamente impossibile proporli ora. Ma un giorno ci sarà una crisi e nuovi strumenti saranno creati”.

Romano Prodi, Financial Times, ottobre 2001

So bene che il Patto di stabilità è molto stupido, come tutte le decisioni che sono rigide”.

Romano Prodi, Le Monde, dicembre 2002

 

1. Una crisi di straordinaria gravità perché strutturale

crisi economica  300x225 Perché e come leuro va eliminatoNon ha senso parlare di ripresa economica, di lotta alla disoccupazione, di difesa del welfare e della democrazia in Italia o in Europa senza fare i conti con l’euro e senza assumere una posizione chiara in merito. Né è possibile procrastinare un tale chiarimento perché i dati ci dicono che quella in corso è la crisi economica più grave dal ’29, se non dall’unificazione d’Italia. Nel 2013 il Pil italiano è risultato inferiore del 7 per cento rispetto al 2007ultimo anno pre-crisi. L’indice della produzione industriale, fatto 100 nel 2007, è risultato ancora a quota 75 nel 2013. Eppure, a sei anni dall’inizio delle crisi precedenti, negli anni ’70 e ’90, l’indice era risalito rispettivamente a 105 e a 120 punti rispetto all’indice 100 del rispettivo anno pre-crisi.

Secondo l’ufficio studi di Confindustria, il nostro Paese ha già distrutto un quinto della sua capacità manifatturiera. Intanto, tra 2001 e 2011 gli addetti alla manifattura sono diminuiti di quasi un milione di unità, pari al -20 per cento. La perdita di capacità manifatturiera è grave per un Paese come l’Italia che ha un’economia di trasformazione. Solo esportando manufatti il nostro Paese può acquistare le materie prime (energetiche e non) di cui abbisogna e di cui è totalmente priva. La formazione di un attivo commerciale con l’estero negli ultimi due anni non deve ingannare. Nel 2013, in particolare, l’attivo è il risultato del crollo delle importazioni (-5 per cento), causato dal crollo del mercato interno, invece che la conseguenza di un inesistente aumento delle esportazioni (+0 per cento). In ogni caso, anche se ci fosse un limitato aumento delle esportazioni questo non sarebbe in grado di compensare il crollo dei consumi interni (-2,2 per cento).

La crisi attuale, come abbiamo già spiegato in altra sede, ha un carattere non congiunturale bensì strutturale, dipendendo dalla maturazione delle contraddizioni interne al modo di produzione capitalistico. Il capitale ha raggiunto, in questa fase storica, un livello tale diaccumulazione da non riuscire a trovare un adeguato rendimento, generando così una tendenza permanente alla caduta del saggio di profitto. Il calo del saggio di profitto riduce o blocca investimenti e produzione, generando le crisi cicliche tipiche dell’economia capitalistica. Le crisi generali e strutturali hanno ripreso a manifestarsi a partire dalla metà degli anni ’70,  soprattutto nella cosiddetta Triade (Usa, Europa Occidentale, Giappone) dove la sovraccumulazione di capitale è maggiore. Negli Usa, il saggio di profitto, dopo un periodo di forte crescita dovuta al riarmo della Seconda guerra mondiale e alla ricostruzione postbellica, è andato calando progressivamente. Secondo l’economista statunitense Andrew Kliman, il saggio del profitto prima delle tasse delle corporation non finanziarie Usa è passato dal 28,2 per cento del 1941-1956 al 20,3 per cento del 1957-1980 al 14,2 per cento del 1981-2004. Il tentativo di sostenere artificialmente il saggio di profitto ha aperto tra gli anni ’90 e il 2007 una fase di forte finanziarizzazione, caratterizzata dall’economia a credito, che, attraverso l’immissione massiccia di liquidità nell’economia da parte della Banca centrale Usa, la Fed, ha prodotto una serie dibolle speculative. È stato lo scoppio della bolla dei mutui subprime negli Usa a dare il via alla crisi nel 2007 che si è subito estesa all’Europa. Il saggio di profitto, che nel 2006 era risalito al 25,5 per cento, è crollato nuovamente nel 2008 al 17,9 per cento.

2. Perché l’euro aggrava la crisi e quali sono i suoi limiti strutturali

crisi economica2 300x166 Perché e come leuro va eliminatoL’individuazione della causa primaria della crisi nella maturazione delle contraddizioni del modo di produzione capitalistico e la sua origine negli Usa non annullano le responsabilità dell’Unione economica e monetaria europea (Uem) nel determinarsi e soprattutto nell’aggravarsi della crisi europea e italiana. Esiste una stretta connessione tra introduzione dell’euro e crisi. Infatti, l’edificazione dell’area valutaria dell’euro è nata come strumento strategico di contrasto della caduta del saggio di profitto, allo scopo di facilitare l’introduzione di determinate scelte di politica economica. Sono state tali misure, sebbene o – per meglio dire - proprio perché tese a sostenere il saggio di profitto, ad aver acutizzato la crisi. La Uem ha anche contribuito a creare le basi dello scoppio della crisi attuale, avendo incentivato la diffusione anche in Europa del modello di economia a credito, attraverso la riduzione dei tassi d’interesse della prima fase dell’euro.

La differenza con gli Usa è che nella Uem la liquidità non è stata drenata dalla Banca centrale ai consumatori locali ma dai Paesi del centro (essenzialmente la Germania) verso quelli della periferia (Grecia, Portogallo, Spagna, Irlanda, ecc.), che si sono legati come debitori al centroe nei quali si sono formate bolle immobiliari. Inoltre, nei paesi periferici della Uem, come sempre avviene nei Paesi con un apparato industriale meno competitivo in cui aumenti la disponibilità di credito, le importazioni hanno registrato un’impennata, portando alla formazione di debiti del commercio estero sempre più grandi. Di questa situazione ha beneficiato il Paese europeo con l’industria manifatturiera più poderosa, la Germania, che, prima dell’euro e a causa della riunificazione tra le sue parti occidentale e orientale, era indicato come il “malato d’Europa”. La Germania, grazie all’introduzione dell’euro e alla conseguente spinta alle sue esportazioni nellaUem, ha potuto risanare le sue finanze, accumulando forti surplus delle partite correnti. Nel 2013 il surplus della Germania delle partite correnti è arrivato a 254 miliardi di dollari, mentre il secondo surplus mondiale, quello dell’Arabia Saudita si è fermato a 137 miliardi e quello della Cina, definita “la fabbrica del mondo”, ad appena 14,7 miliardi. Quando le bolle immobiliari sono scoppiate anche nei Paesi periferici europei (Irlanda e Spagna soprattutto), gli Stati nazionali si sono dovuti far carico dei debiti privati, per impedire il collasso delle banche cariche di crediti inesigibili. È stato a questo punto che i debiti pubblici sono esplosi e nodi critici dell’area eurosono venute al pettine.

A partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale anche in Europa si era affermato il criteriokeynesiano secondo cui le crisi vanno affrontate con politiche di bilancio espansive, che sianoanticicliche cioè che  contrastino la fase calante del ciclo economico. A questo scopo la domanda e gli investimenti pubblici (sia civili che militari) venivano aumentati allo scopo di compensare il calo di quelli privati, dovuto al ridursi della redditività del capitale. Sebbene le ricette keynesiane da tempo non siano più di moda neppure in Usa, Giappone e Gran Bretagna, questi paesi nel corso dell’ultima crisi hanno reintrodotto politiche di bilancio espansive. Nell’area euro si è fatto l’esatto contrario, scegliendo politiche di taglio della spesa pubblica e puntando addirittura sulpareggio di bilancio. I dati sul Pil tra secondo trimestre del 2011 e terzo trimestre 2013, il periodo di affermazione dell’austerity, dimostrano quanto ai diversi approcci alla crisi siano corrisposti risultati divergenti. L’area euro è calata mediamente del -0,1 per cento a trimestre, mentre gli Usa, sono cresciuti del +0,6, il Giappone del +0,4 e la Gran Bretagna del +0,3 per cento.

Tra i quaranta Paesi considerati dall’Ocsei peggiori risultati sono quelli dei Paesi dell’Uem. In fondo alla lista, appena sopra i soliti reprobi come il Portogallo e l’Italia (-0,5), e la Spagna (-0,3), fanno misera mostra di sé anche presunti campioni dell’economia come i Paesi Bassi (-0,3) e la Finlandia (-0,2), mentre Francia e Belgio sono inchiodati allo 0 per cento. Sono cresciuti, ma molto modestamente, solamente Germania (+0,2), Irlanda (+0,2) e Austria (+0,1). Nonostante questi pessimi risultati, l’Europa ha reso ancora più severi e definitivi i vincoli di bilancio per i Paesi che vi aderiscono. Il Fiscal compact o Patto di bilancio obbliga i Paesi Uem e quelli Ue che vi aderiscono a non superare il deficit del 3 per cento sul Pil e soprattutto a ridurre il debito al 60 per cento del Pil in un arco di vent’anni. Anche l’obbligo di inserimento del pareggio di bilancio in Costituzione e il Meccanismo europeo di stabilità (Mes) rendono permanenti le politiche procicliche. In particolare, considerando che il debito pubblico italiano supera il 130 per cento del Pil ed è pari a oltre 2mila miliardi, la sua riduzione al 60 per cento corrisponde a un taglio di ben oltre mille miliardi. Ciò vuol dire che l’Italia dovrà tagliare più di cinquanta miliardi all’anno, oltre a mantenere un deficit inferiore al 3 per cento. Si tratterebbe così di realizzare un surplus di bilancio del 4-5 per cento, un obiettivo praticamente impossibile da realizzare per l’Italia. Previdenza, istruzione e soprattutto sanità pubblica uscirebbero annichilite dalla stretta di questo vincolo di bilancio, a tal punto da far apparire i tagli operati fino ad ora come degli innocui scherzetti.

Ma i limiti dell’euro non si esauriscono con le misure contenute nel Fiscal compact e con le politiche restrittive di bilancio pubblico. Ci sono altri limiti strutturali nell’architettura dell’euro. Il primo, come osservato dagli economisti keynesiani, è la mancanza di una corrispondenza della valuta comune con uno Stato unitario, che abbia bilancio e fiscalità comuni. L’esistenza di uno Stato federale europeo potrebbe compensare, con opportuni trasferimenti, gli squilibri interni tra aree forti e aree deboli, garantendo con il debito federale quelli dei singoli Stati, così come accade negli Usa. Il secondo limite risiede nel ruolo differente della Bce rispetto ad altre banche centrali, ad esempio quelle di Usa, Giappone e Gran Bretagna. Le banche centrali di questi paesi hanno l’obiettivo principale di sostenere l’economia e possono eseguire acquisti diretti sul mercato primario (cioè dai rispettivi ministeri del Tesoro) e potenzialmente illimitati di titoli di Stato. La Bce, al contrario, ha come suo compito esclusivo il controllo dell’inflazione e non può eseguire acquisti diretti sul mercato primario, garantendo per il debito pubblico dei vari Paesi, né operare in sostegno dell’economia e del Pil.

La volontà europea di controllare la crescita dei prezzi spiega anche l’accento posto ossessivamente sul rigore di bilancio. Si ritiene, infatti, che l’immissione di liquidità nel sistema economico, mediante l’acquisto massiccio di titoli di stato da parte delle banche centrali, porti inevitabilmente all’aumento senza controllo dell’inflazione. In realtà, il rapporto di causa-effetto tra politiche espansive e inflazione è tutt’altro che pacifico. Usa e Giappone, i Paesi che negli ultimi anni hanno più immesso liquidità per sostenere le loro economie, nel 2013 hanno registrato una inflazione rispettivamente dell’1,5 e dello 0,3 per cento, nettamente al di sotto del 2 per cento, ritenuto ideale dalla stessa Bce. Oggi, il pericolo non risiede nell’inflazione e neanche nella stagflazione, come fu negli anni ’70, ma sta semmai nella deflazione. Infatti, è nei periodi di recessione che i prezzi decrescono o crescono poco. Così accade anche nell’area euro, dove l’inflazione annuale a marzo 2014 è risultata essere appena dello 0,5 per cento, in calo rispetto all’1,7 per cento di marzo 201313. In Grecia e Portogallo a febbraio si è registrata una deflazione rispettivamente dello 0,9 e 0,1 per cento, in Spagna e Irlanda una inflazione dello 0,1 per cento e in Italia dello 0,4 per cento. Mentre l’inflazione riduce l’importo reale del debito, compreso quello del debito pubblico, la deflazione lo aumenta. La bassa inflazione e la deflazione soddisfano i creditori, tra i quali ci sono la Germania, le grandi banche e i fondi di investimento internazionali, ma rendono più pesante la situazione dei debitori, tra i quali la maggior parte dei Paesi europei. L’altra importante ragione dell’attenzione con cui la Bce guarda all’inflazione è il timore che, come accaduto negli anni ’70, un suo aumento ponga le basi per la ripresa di rivendicazioni sindacali, stimolando la crescita salariale a danno dei profitti. Una eventualità, che con il saggio di profitto in calo, viene vista come la peste.

Infine, ed è il terzo punto, l’euro accentua i divari di competitività e di crescita della ricchezza fra le economie delle nazioni europee. La maggiore divaricazione si registra tra Italia e Germania: fatto indice 100 il Pil pro capite della Ue, l’Italia crolla da 119 nel 2001, anno precedente al varo dell’euro, a 101 nel 2012, mentre la Germania sale da 116 a 123.

 

Schermata 2014 04 30 a 03.44.13 Perché e come leuro va eliminato

Come si può vedere dal grafico da noi elaborato, il crollo del Pil pro capite italiano, in assoluto e in rapporto a quello tedesco, precede la crisi del debito pubblico, e parte nel 2002, a dimostrazione di come la moneta unica sia stata sin dall’inizio deleteria per l’Italia. Oltre alla Germania, solo l’Austria e il minuscolo Lussemburgo, fra i paesi che entrarono nell’euro nel 2002, registrano un miglioramento relativo tra 2001 e 2012. Questo accade perché nell’area dell’euro le varie economie nazionali funzionano come un sistema valutario basato sui cambi fissi. Le imprese tedesche, già più competitive delle sorelle-nemiche europee, grazie all’euro si trovano ad avere un ulteriore vantaggio, vendendo prodotti nella stessa valuta di quelle italiane, francesi, spagnole, portoghesi, ecc. In questo modo, i tedeschi ovviano al problema, tipico delle economie più forti, di avere prezzi più alti dei concorrenti. Alcuni hanno voluto pensare che l’esistenza dell’eurocomportasse la ricaduta positiva di evitare le svalutazioni competitive e di sviluppare l’innovazione tecnologica e produttività. In realtà, con l’euro è stato come se alla Germania fosse stato consentito di vendere i suoi prodotti in marchi svalutati mentre l’Italia era obbligata a vendere in lire sopravvalutate. Come dimostra il rallentamento della produttività in Italia e nel resto d’Europa, l’euro non ha stimolato la competizione attraverso l’innovazione, ma incentivato la riduzione dei salari e ha contribuito a mettere fuori dal mercato interi pezzi di industria italiana e europea. Grazie al vantaggio competitivo dell’euro il surplus della bilancia delle partite correnti tedesca è diventato il primo al mondo, mentre la maggioranza dei Paesi europei ha registrato l’aumento del debito del commercio estero, che ha contribuito ad incrementare e a rendere ingestibile anche il debito pubblico. Il regime di cambi fissi determina, inoltre, l’impossibilità di manovrare sui cambi e di svalutare, che, unitamente al divieto della Bce di acquistare direttamente titoli del debito pubblico dei Paesi dell’euro, inibisce qualsiasi politica monetaria finalizzata a migliorare la sostenibilità del debito alleggerendo la pressione sul rialzo dei tassi d’interesse.

3. La natura dell’euro: “frenatore” della caduta del saggio di profitto

euro crack 300x243 Perché e come leuro va eliminatoCome appare evidente, l’Uem ha numerosi e strutturali difetti di costruzione, che non sfuggirono ai suoi padri fondatori, a partire daRomano Prodi. Dunque, perché l’euro è nato? E, soprattutto, perché ancora oggi viene difeso con tanta pervicacia? La ragione è che l’introduzione dell’euro è la modalità scelta dal capitale europeo per rispondere alla crisi generale del modo di produzione capitalistico. Più precisamente, l’euro è stato giudicato comelo strumento più efficace per contrastare la caduta del saggio di profitto, dopo che le politiche keynesiane si erano dimostrate fallimentari. Infatti, tra gli anni ’70 e ’80, le politiche espansive di bilancio, collegate all’estensione del welfare e all’intervento statale in economia, cominciarono ad avere effetti controproducenti per il capitale. Il saggio di profitto non solo non subiva incrementi, ma veniva depresso ulteriormente. Infatti, mentre negli Usa la spesa pubblica consisteva in parte notevole in spese militari, che sostengono le grandi corporation militari-civili,in Europa la spesa pubblica era soprattutto di carattere sociale con la conseguenza di mitigare l’impatto delle ristrutturazioni industriali, che divennero molto frequenti tra gli anni ’70 e ‘80. L’aumento della protezione sociale consentiva di limitare la creazione dell’esercito industriale di riserva e il suo effetto di compressione verso il basso sui salari.

L’euro rappresenta un “facilitatore”, se non l’agente ideale, di quelle misure che il modo di produzione capitalistico da sempre mette in atto per rallentare la caduta del saggio di profitto nel tentativo di evitare il proprio crollo. Alcune di queste misure sono strettamente legate all’internazionalizzazione del capitale e alla realizzazione del mercato mondiale. La prima misura è lo sviluppo del commercio estero, che rappresenta la valvola di sfogo alla sovrapproduzione di merci, a sua volta una manifestazione della sovraccumulazione di capitale sotto forma di mezzi di produzione e potenza produttiva. Inoltre, il commercio estero permette di innalzare il saggio di profitto grazie alla possibilità di collocare le merci a prezzi più alti di quelli domestici, realizzando così margini maggiori. La seconda misura è l’esportazione di capitali, che permette di spostare gli investimenti da aree dove il livello di accumulazione è più alto e il saggio di profitto è più basso verso aree più periferiche dove il grado di sviluppo dell’accumulazione e i salari sono più bassi mentre il saggio di profitto è più alto.

L’integrazione valutaria europea è funzionale al perseguimento di entrambe tali soluzioni. In primo luogo, l’introduzione dell’euro facilita le esportazioni di merci, rimuovendo le barriere commerciali e i costi di transazione all’interno dell’area valutaria. In questo modo l’euroasseconda la tendenza neo-mercantilista che si è affermata in questi ultimi anni e che è caratterizzata proprio da una crescita economica basata sull’export. Il problema è che di tale tendenza ha beneficiato esclusivamente la Germania, con l’inclusione di qualche suo satellite come l’Austria. Del resto, una posizione neo-mercantilista pura è praticabile solo da pochi paesi, perché agli ampi surplus commerciali di pochi non possono che corrispondere i deficit di molti, determinando una situazione di squilibrio economico internazionale. Ciò è stato vero soprattutto fino al 2007, anno in cui la Germania registrò un surplus di 126,5 miliardi di euromentre Portogallo, Grecia, Spagna e Francia avevano un debito commerciale rispettivamente di16,3, 22,6, 48,2 e 52,3 miliardi. Dopo il 2007 il mercato Ue, a causa del crollo dei salari e dell’occupazione, ha perso parte del suo peso sugli attivi della Germania. Tuttavia, la Germania è riuscita a compensare il calo del surplus intra-Ue, aumentando il surplus commerciale extra-Ue, grazie alla sua capacità di usare l’Europa come retroterra industriale per la conquista dei mercati mondiali. Infatti, mentre il surplus intra-Ue tra 2007 e 2012 cala da 126,5 miliardi a 48,7 miliardi, quello extra-Ue cresce dai 67,6 miliardi di euro del 2007 ai 138 miliardi del 2012. Ma, soprattutto la realizzazione di un’area valutaria comune è funzionale all’esportazione di capitale e all’integrazione fra i capitali di varia provenienza, favorendo le privatizzazioni e liberalizzandola circolazione dei capitali.

Si tratta di un aspetto che si collega alla forma transnazionale che le grandi imprese stanno assumendo da alcuni decenni. Le grandi imprese non si limitano ad investire a livello multinazionale, anche i capitali che investono sono di provenienza multinazionale. Inoltre, il vantaggio offerto dall’introduzione dell’euro non si limita agli investimenti in impianti produttivi, ma si estende anche agli investimenti di portafoglio, cioè agli investimenti puramente finanziari, in obbligazioni, titoli, ecc. L’esistenza di una valuta comune alla seconda area economica mondiale dopo gli Usa consente al mercato finanziario mondiale di disporre di una valuta di riserva e di scambio alternativa al dollaro, in modo da regolare gli investimenti speculativi in funzione delle opportunità di guadagno offerte dalle variazioni dei cambi e dei tassi d’interesse. La stretta disciplina di bilancio è coerente con il mantenimento del valore dell’euro al di sopra di quello del dollaro, in modo da difenderne il ruolo di valuta mondiale e attirare i capitali internazionali, con particolare riferimento a quello che era il vecchio mercato degli euro-dollari, nato e sviluppatosi in Europa a partire dagli anni ’70-80, grazie ai profitti non rimpatriati prima delle multinazionali degli Usa e successivamente anche europee.

La ragione principale della nascita dell’euro è, però, da individuare nel fatto che l’esistenza di una unione valutaria è lo strumento migliore per costringere i paesi europei alla realizzazione di quelle “riforme strutturali” ritenute necessarie dal capitale per contrastare in modo diretto la caduta del saggio di profitto. Tra queste “riforme strutturali” al primo posto ci sono quelle del mercato del lavoro, del welfare e delle pensioni, la cui realizzazione è ripetuta come un mantra da Bce eCommissione europea, oltre che ovviamente dalle organizzazioni imprenditoriali. Infatti, per il capitale, i mezzi migliori per contrastare la caduta del saggio di profitto sono:

a) creare un ampio esercito industriale di riserva, cioè una massa di disoccupati e precari da attrarre e respingere dalla produzione a seconda dell’andamento del ciclo economico;

b) aumentare la quota del profitto sul valore prodotto riducendo la quota che va al salario.

Ciò significa ridurre il costo del lavoro, riducendone tutte le sue componenti: diretta (il netto in busta paga), indiretta (i servizi sociali pubblici) e differita (pensioni). Del resto, il modello imposto attraverso l’euro è quello tedesco: la deflazione salariale che si sostituisce all’inflazione come leva competitiva. Non scordiamo che in Germania la realizzazione della riforma Hartz ha determinato il calo dei salari in rapporto a quelli degli altri paesi europei, contribuendo, insieme all’euro, ad aumentare la competitività della manifattura di quel Paese. L’euro, a causa dei suoi meccanismi di funzionamento e delle misure di austerity, funziona come una pressa gigante che comprime il salario medio in tutte le sue dimensioni, riducendone la capacità reale di acquisto tendenzialmente verso livelli di pura sussistenza, e creando nuovamente un esercito industriale di riserva permanente come non avveniva dalla fine del XIX secolo. La pressione dell’euro non viene, però, esercitata solo sulla classe dei salariati, ma anche sui settori intermedi e piccolo borghesi della società e all’interno del capitale industriale e commerciale stesso, favorendo l’eliminazione delle imprese più deboli e non monopolistiche.

L’euro è, in definitiva, il mezzo più efficace per la ristrutturazione coatta della produzione e della società nel suo complesso, a favore del settore apicale del capitale, quello finanziario (inteso come integrazione di capitale industriale e bancario) e transnazionale. I vincoli posti dai trattati europeisono il mezzo per bypassare la resistenza dei movimenti operai nazionali e la vischiosità rappresentata dai vari parlamenti. Gli esecutivi, composti da quella stessa élite politica che partecipa alla definizione dei trattati europei, prevalgono sui parlamenti e impongono le cosiddette “riforme strutturali” a tutta la società con il «Ce lo chiede l’Europa» e lo spauracchio dello spread e del default. In questo modo, la rappresentatività democratica e la credibilità dei parlamenti, già compromessa da leggi elettorali maggioritarie e dalla trasformazione dei partiti di massa in comitati elettorali, si riduce ai minimi termini.

Si tratta della attuazione di una strategia che ha radici antiche. L’unificazione europea era individuata già nel 1975 dalla Commissione Trilaterale, una delle organizzazioni più importanti del capitale transnazionale, come lo strumento più efficace per eliminare l’”eccesso di democrazia” dei Paesi occidentali e superare i vincoli posti dagli Stati nazionali allo sviluppo delle politiche neoliberiste. Le conseguenze dell’introduzione dell’euro sono devastanti per le classi subalterne e per l’Europa nel suo complesso. L’euro porta all’impoverimento di massa e all’incremento dei divari sia all’interno dei singoli Paesi europei sia tra i Paesi che ne fanno parte. L’Europa, al suo interno, è oggi più divergente di dieci anni fa sul piano del Pil e del reddito pro capite e la sua economia è sempre meno stabile. L’euro è un assurdo sul piano economico generale ma, dal punto di vista del capitale, non è affatto privo di logica. Se non si capisce questo suo aspetto di duplicità è difficile rendersi pienamente conto del perché le élite capitalistiche europee (non solo quelle tedesche e, per certi versi, specialmente quelle non tedesche) continuino a difendere, seppure con accenti diversi, l’esistenza della Uem.

4. L’eliminazione dell’euro condizione necessaria ma non sufficiente

euro sinistra 300x160 Perché e come leuro va eliminatoL’area valutaria dell’euro non regge né all’esame di qualsivoglia teoria economica né alla prova della realtà. La irrazionale struttura dell’euro si scontra non solo contro i principi della teoriakeynesiana, ma anche contro quelli di una teoria “neoclassica” come la teoria delle Aree valutarie ottimali (AVO). Del resto, lo stesso Robert Mundel, il maggiore esponente dell’Avo, a suo tempo mise in guardia contro l’euro. Non sono pochi, anche nel campo del capitale, quelli che sempre di più si rendono conto che l’area euro non può andare avanti ancora per molto in questo modo. Questa opinione si sta affermando negli Usa, che non vogliono essere gli unici a immettere liquidità nel sistema economico, e in molti paesi della Ue e della Uem. Sicuramente si sta affermando in Italia e non solo all’interno della piccola e media impresa colpita dalla crisi, ma anche in settori di alta borghesia, specie industriale. Ad esempio, sul Sole24ore, quotidiano di Confindustria, e su Repubblica, appartenente al gruppo monopolistico di De Benedetti, da qualche tempo si critica il fondamentalismo di bilancio tedesco e gli eccessi di austerity, affermando che oltre che sul rigore bisogna porre l’accento sulla crescita.

Questi settori del capitale vorrebbero la proverbiale botte piena e la moglie ubriaca. Da una parte, vorrebbero un allentamento dei vincoli europei in modo da recuperare risorse da destinare alle imprese. Dall’altra parte, vorrebbero mantenere la spinta dell’euro verso le “riforme di struttura”. In particolare, il loro obiettivo è ridurre le imposte alle imprese, privatizzare e quotare in borsa le imprese pubbliche o ancora parzialmente tali, controriformare il mercato del lavoro, estendendo la precarizzazione, e soprattutto comprimere il costo del lavoro che, come abbiamo visto, è il principale obiettivo del capitale europeo di questa fase. La sostituzione di Renzi a Letta è avvenuta proprio perché quest’ultimo non aveva saputo corrispondere a queste esigenze, soprattutto alla riduzione del costo del lavoro, e perché Renzi si è fatto portatore di una linea di maggiore attivismo nelle “riforme di struttura” e di flessibilità rispetto ai parametri europei. Dopo i primi confronti tra Renzi, da una parte, e le istituzioni europee ed il governo tedesco dall’altra, l’enfasi dei discorsi del neopremier è rapidamente passata dalla richiesta di maggiori margini di flessibilità sui trattati europei alle riforme di struttura. Nei fatti, il governo Renzi e i settori del capitale che lo hanno appoggiano non hanno né l’interesse né la determinazione per rinegoziare i termini o la natura dei parametri europei, visto che questo comporterebbe mettere in discussione l’architettura dell’euro.

Ci sono, invece, non pochi a sinistra che la questione della modifica o ridefinizione dell’architettura dell’euro se la pongono veramente. Bisognerebbe, però, capire cosa si intende per ridefinizione dell’architettura dell’euro. Se si intende la modificazione sostanziale del ruolo della Bce, del Trattato di Maastricht, del Fiscal compact e del Mes, ciò vorrebbe dire rimettere in discussione l’euro stesso, per come si è definito sin dalla sua nascita. In questo modo, non avremmo più l’euro. È evidente che una tale prospettiva non sarebbe accettabile né per la Germania né per quei settori egemonici del capitale che nell’euro vedono lo strumento per il conseguimento dei loro obiettivi. Va bene, quindi, assumere come programma politico ed economico la ridefinizione dell’architettura dell’euro, ma bisogna essere consci che chiedere l’eliminazione dei principi di fondo neoliberisti su cui si basa l’euro comporta essere disposti a mettere in discussione l’esistenza stessa della Uem, con tutto ciò che ne consegue in termini politici ed economici.

Sempre all’interno del campo dei riformatori dell’euro esiste un’altra tendenza che si può sintetizzare nella formula “Più Europa”, consistente in una integrazione europea sempre maggiore. Nel contesto degli attuali rapporti di forza economici e politici, una maggiore integrazione europea sarebbe controproducente, visto il segno assunto e i risultati raggiunti fino ad ora dal processo di integrazione. Ciò vale, a maggior ragione, per la versione più estrema dell’integrazione europea, ovvero per la costruzione di un vero Stato unitario europeo. Un’evoluzione dell’area euro in questa direzione è, almeno in questa fase storica,altamente improbabile. La tendenza in atto è tutt’altro che verso la convergenza fra gli stati nazionali europei. Ciò è vero non solo sul piano economico, ma anche sul piano della politica estera e militare. I livelli sovrannazionali funzionano solo nella misura in cui, per i comuni interessi delle loro classi dominanti, gli stati nazionali delegano alcune loro funzioni. E, soprattutto, non si vede alcuna disponibilità politica da parte della Germania o da parte della Francia a farsi nucleo dirigente di una tale unificazione. Dall’altra parte, anche se la eventuale formazione di uno Stato europeo potrebbe sembrare che assecondi alcune delle critiche poste dagli economisti keynesianialla Uem, nella realtà è tutt’altro che sufficiente avere uno Stato unitario per risolvere i problemi posti dall’euro. Bisogna capire di che tipo di Stato stiamo parlando, cioè vedere quale sia il suo indirizzo politico generale, di quale tipo sia la sua forma organizzativa e, soprattutto, quali siano le classi sociali che ne determinano gli indirizzi. Un’eventuale Stato unitario europeo, nell’attuale contesto economico e politico, sarebbe egemonizzato dal capitale monopolistico e finanziario. In definitiva, la costruzione di uno Stato europeo offrirebbe un ulteriore e potente strumento al settore di vertice del capitale per portare avanti il suo progetto neoliberista di dominio e non favorirebbe di certo l’affermazione della democrazia e della libertà. A questo proposito, crediamo che l’esperienza dell’euro realizzato abbia fatto giustizia di tutte le ingenue illusioni che una buona parte della sinistra italiana si era fatte sul processo di unificazione europeo.

Alla luce di quanto abbiamo detto, gli scenari possibili per il futuro sono tre. Il primo, come abbiamo visto, è la trasformazione dell’unione valutaria in un superstato europeo, un’eventualità da una parte improbabile e dall’altra parte tutt’altro che tranquillizzante. Il secondo è il mantenimento della situazione attuale con dei possibili correttivi, che, però, non intaccando i limiti di fondo della architettura dell’euro, posticiperebbero soltanto una soluzione più radicale. Il terzo è il dissolvimento del sistema dell’euro. Questo scenario potrebbe evolvere in due altri scenari ulteriori: o verso due aree valutarie, che separino la Germania e i suoi satelliti dal resto dell’Europa, o verso il semplice ritorno alle singole valute nazionali. Per la maggior parte dei cittadini europei e per i salariati in particolare, stando le cose come abbiamo detto, il vero problema non è se l’euro durerà o no. Come appare evidente dai limiti strutturali che la minano, l’area euro prima o poi avrà fine, come del resto le altre aree valutarie interstatuali che l’hanno preceduta. Il vero punto in discussione è quando e come l’unione valutaria avrà fine.

In primo luogo vediamo il quando. L’euro potrebbe essere liquidato dalle stesse élite che lo hanno voluto, ma solo dopo che avrà assolto a tutte le sue funzioni, ovvero dopo aver portato a termine la ristrutturazione coatta della produzione e della società europee, schiacciando definitivamente il lavoro salariato. Se la sinistra si pone in posizione attendista rispetto all’euro, questo potrebbe durare ancora per diversi anni anni, continuando a devastare le economie europee, con l’effetto di contrarre la base industriale dei Paesi periferici e subordinarla ancora di più alla Germania. Inoltre, i livelli di democrazia decadranno ancora di più con conseguenze pericolosissime. Il centro-destra ed il centro-sinistra europei, ovvero il Partito Popolare Europeo(Ppe) e il Partito Socialista Europeo (Pse), continueranno a sostenere questa Europa mentre il risentimento anti-euro si farà sempre più diffuso. Di conseguenza, la questione decisiva sarà che masse sempre più ampie si posizioneranno contro l’euro e l’Europa, ma non sempre troveranno adeguata rispondenza tra le formazioni di sinistra. In questo contesto, l’astensionismo e la disaffezione verso la politica aumenteranno, mentre la destra estrema di stampo xenofobo e finanche fascista sarà libera di sfruttare il risentimento anti-euro ancora per molto tempo, accumulando consensi. Pur essendoci lo spazio per l’affermazione di una terza forza realmente di sinistra, al di fuori dell’asse bipartisan di centro-destra e centro-sinistra, sia in Italia che a livello europeo, ciò non accadrà fino a quando non si formeranno gruppi dirigenti di sinistra che assumeranno una posizione chiara e politicamente conseguente sullaquestione dell’euro.

Vediamo ora il come. La disgregazione della Uem è una condizione necessaria alla ripresa dell’iniziativa dei lavoratori e della sinistra a livello nazionale e europeo perché, come abbiamo visto, l’euro è la leva s

Perché e come l’euro va eliminato
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Martin Wolf: Strappare alle banche private il potere di creare moneta

Pubblicato su 30 Aprile 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in ECONOMIA

Martin Wolf sul Financial Times porta avanti la discussione sulla moneta, affrontando uno dei maggiori tabù: il potere immenso di creare moneta oggi è concentrato nelle mani del sistema bancario, e la cosa non funziona.Il gigantesco buco nel cuore delle nostre economie di mercato ha bisogno di essere tappato

Stampare banconote contraffatte è illegale, mentre la creazione di moneta privata non lo è. L’interdipendenza tra lo Stato e le imprese che dispongono di questo potere è la fonte di gran parte dell’instabilità delle nostre economie. Si potrebbe – e si dovrebbe – metterci un freno.

Ho spiegato come funziona due settimane fa . Le banche creano depositi come conseguenza dei loro prestiti. Nel Regno Unito, tali depositi costituiscono circa il 97 per cento dell’offerta di moneta. Alcuni obiettano che i depositi non sono soldi, ma solo debiti privati trasferibili. Eppure il pubblico considera i soldi falsi delle banche come denaro elettronico: una fonte sicura di potere d’acquisto.

L’attività bancaria quindi non è una normale attività di mercato, perché fornisce due beni pubblici collegati: la moneta e la rete dei pagamenti. Su un lato dei bilanci delle banche si trovano le attività rischiose; sull’altro, le passività che il pubblico ritiene sicure. Questo è il motivo per cui le banche centrali agiscono come prestatori di ultima istanza e i governi forniscono l’assicurazione dei depositi e le iniezioni di capitale. E’ anche il motivo per cui il sistema bancario è fortemente regolamentato. Eppure i cicli del credito sono ancora estremamente destabilizzanti.

Che cosa si deve fare? Una risposta minima lascerebbe questo settore in gran parte inalterato, limitandosi a una regolamentazione più stretta e insistendo sul fatto che una percentuale maggiore del bilancio debba essere finanziata con capitale o con debito credibile per assorbire le perdite. Ho discusso questo approccio la scorsa settimana. Requisiti di capitale più alti sono la raccomandazione fatta da Anat Admati di Stanford e Martin Hellwig dell’Istituto Max Planck, in The Bankers’ New Clothes.

Una risposta massima sarebbe quella di dare allo stato il monopolio nella creazione di moneta. Una delle più importanti proposte in tal senso era quella contenuta nel Piano di Chicago, avanzata negli anni ’30, tra gli altri, da un grande economista, Irving Fisher. Il suo punto centrale era il requisito del 100% di riserve sui depositi. Fisher sosteneva che questo avrebbe ridotto notevolmente i cicli economici, messo fine alle corse agli sportelli e ridotto drasticamente il debito pubblico. Uno studio del 2012 dello staff del Fondo Monetario Internazionale suggerisce che questo piano potrebbe funzionare bene.

Idee simili sono giunte da Laurence Kotlikoff della Boston University in Jimmy Stewart is Dead , e da Andrew Jackson e Ben Dyson in Modernising Money. Riporto qui una sommaria descrizione di quest’ultimo sistema.

In primo luogo, lo Stato, non le banche, dovrebbe creare tutta la moneta per le transazioni, così come oggi crea il denaro contante. I clienti terrebbero i propri soldi nei conti correnti, e pagherebbero alle banche una tariffa per la loro gestione.

In secondo luogo, le banche potrebbero offrire dei conti di investimento, che fornirebbero i prestiti. Ma potrebbero prestare solo i soldi effettivamente investiti dai clienti. Sarebbero impediti dal poter creare questi conti dal nulla e così diventerebbero gli intermediari che ora molti credono erroneamente che siano. La titolarità di questi conti non potrebbe essere riassegnata come mezzo di pagamento. I titolari dei conti di investimento sarebbero vulnerabili alle perdite. I regolatori potrebbero imporre su questi conti dei requisiti patrimoniali e altre norme prudenziali.

In terzo luogo, la banca centrale creerebbe nuova moneta quando questa si mostrasse necessaria per promuovere la crescita non inflazionistica. Le decisioni sulla creazione di moneta dovrebbero, come ora, essere prese da un comitato indipendente dal governo.

Infine, il nuovo denaro sarebbe immesso nell’economia in quattro modi possibili: per finanziare la spesa pubblica, in luogo delle imposte o dei prestiti; per effettuare pagamenti diretti ai cittadini; per riscattare debiti esistenti, pubblici o privati; o per fare nuovi prestiti attraverso le banche o altri intermediari. Tutti questi meccanismi potrebbero (e dovrebbero) essere resi trasparenti.

La transizione verso un sistema in cui la creazione di moneta è separata dalla intermediazione finanziaria sarebbe fattibile, anche se complessa. Ma porterebbe enormi vantaggi. Sarebbe possibile aumentare l’offerta di moneta senza incoraggiare le persone a prendere in prestito all’eccesso. Porrebbe fine al “too big to fail” nel settore bancario. Sarebbe anche possibile trasferire il signoraggio – i benefici derivanti dalla creazione di moneta – al pubblico. Nel 2013, per esempio, la sterlina M1 (il denaro dei depositi) era l’80 per cento del prodotto interno lordo. Se la banca centrale decidesse di farla crescere del 5 per cento all’anno, il governo potrebbe avere un deficit fiscale del 4 per cento del PIL, senza prestiti o tasse. La destra potrebbe decidere di tagliare le tasse, la sinistra di aumentare la spesa. La scelta sarebbe politica, come dovrebbe essere.

Gli oppositori sostengono che l’economia morirebbe per mancanza di credito. Una volta ero d’accordo. Ma solo il 10 per cento dei prestiti bancari del Regno Unito ha finanziato gli investimenti delle imprese in settori diversi dalla proprietà immobiliare. Potremmo trovare altri modi per finanziare questo settore.

Il nostro sistema finanziario è così instabile perché prima lo stato gli ha permesso di creare quasi tutta la moneta dell’economia e poi è stato costretto a assicurarlo nell’esercizio di tale funzione. Si tratta di un gigantesco buco nel cuore delle nostre economie di mercato. Potrebbe essere chiuso separando la emissione di moneta, che è giustamente una funzione dello Stato, dalla fornitura di finanziamenti, che è una funzione del settore privato.

Questo non accadrà ora. Ma ricordiamo questa possibilità. Quando la prossima crisi arriverà – e sicuramente arriverà – dobbiamo essere pronti.

vocidallestero

Tratto da:http://www.imolaoggi.it

Martin Wolf: Strappare alle banche private il potere di creare moneta
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Cisternino come Canneto di Caronia: divampano “misteriosi” incendi in Puglia

Pubblicato su 30 Aprile 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in ECOLOGIA

Incendi all’apparenza inspiegabili sono divampati nel mese di marzo a Cisternino in Puglia: i roghi, come quelli di Canneto, sono quasi sicuramente da addebitare a dispositivi che irradiano microonde. Gli esperimenti militari stanno conoscendo un salto di qualità? E’ interessante notare che il fenomeno si manifesta nel pomeriggio e ad intervalli regolari. Sono particolari che meritano di essere approfonditi e collocati in un idoneo contesto esplicativo. 

Ricordiamo che la commissione incaricata di indagare sui roghi di Caronia fu smobilitata e che le apparecchiature installate in loco furono smantellate, non appena i tecnici accertarono il nesso tra i fatti ed operazioni di natura strategica.
Presenta delle fortissime analogie con quanto accadde qualche anno fa aCanneto di Caronia, nel Messinese, il fenomeno delle autocombustioni inspiegabili che hanno costretto negli ultimi giorni una famiglia di Cisternino, in provincia di Brindisi, a lasciare la propria abitazione, una villetta, di recente costruzione, in contrada Casalini nelle campagne della Valle d’Itria. Se ne dice convinto, il vicesindaco della cittadina pugliese, l’avvocato Vito Zizzi.

A prendere fuoco a partire dallo scorso 15 marzo, in vari punti della casa, sono stati un sacchetto di plastica contenente tappi di sughero, un contenitore di rifiuti, due tappeti, un sacchetto di cotone, quattro scatole di cartone contenenti bottiglie di vetro. Sei in tutto gli episodi. Ovviamente la famiglia di Biagio Bufano, 45 anni, è spaventata. Bufano ha dovuto trovare riparo in un’abitazione messa a disposizione da alcuni parenti.

Da quindici giorni, aiutato da amici e parenti, organizza delle ronde ed un monitoraggio continuo per individuare la causa dei roghi. L’uomo ha presentato un esposto alla Procura ed ai Carabinieri. Sono stati interessati anche la Prefettura, l’A.S.L., l’A.R.P.A., la Protezione civile regionale, l’amministrazione comunale, i Vigili del fuoco che in un caso sono anche dovuti intervenire sul posto.



Dopo qualche giorno di tregua, sabato pomeriggio si è verificato l’ultimo episodio, quando ormai la famiglia aveva lasciato l’abitazione. Tutti i mobili sono stati portati via e perfino le porte interne sono state scardinate per metterle al riparo da incendi più vasti che potrebbero danneggiarle. All’interno sono state lasciate solo alcune ‘esche’, punti in cui è stato sistemato materiale infiammabile, soprattutto plastica, in modo da verificare se le autocombustioni misteriose continueranno. 

Il fenomeno di Cisternino “è praticamente uguale”, sottolinea Zizzi, a quello occorso a Canneto di Caronia, nel 2004. “Le analogie si riferiscono alle modalità con le quali si verificano i fatti; agli orari, sempre di pomeriggio dalle 16 alle 19; la periodicità, cioè ogni 48 ore. Come accadeva in Sicilia, molte volte non si sviluppa una fiamma, ma si avverte odore di plastica bruciata e questo sta avvenendo anche in abitazioni limitrofe”. […] 

”Secondo me, delle cause c’erano – dice Zizzi – ma non sono state rese pubbliche. Visto che il fenomeno di Cisternino è praticamente uguale a quello di Caronia, crediamo che l’origine sia più o meno la stessa. Comunque siamo in una fase di accertamento”.

Nei giorni scorsi Bufano, insieme con il sindaco ed altri amministratori, è stato ricevuto dal Prefetto che ha suggerito un approfondimento di indagini ed ha garantito interessamento presso il corpo dei Vigili del fuoco per coadiuvare le azioni intraprese dall’amministrazione comunale e dalla stessa vittima per capire le cause. Nella casa sono state installate delle telecamere e dei rilevatori di fumo, ma finora non è stata individuata alcuna origine plausibile. “È stato interessato anche un ingegnere di un certo livello”, spiega Zizzi. Nei pressi della abitazione sorge, infatti, un’antenna della telefonia mobile.

Sul posto è intervenuto anche un tecnico dell’A.R.P.A. di Brindisi. ”Abbiamo avanzato un’ulteriore richiesta all’Agenzia per l’ambiente – conclude Zizzi – per monitorare la situazione almeno per 48 ore di seguito e di pomeriggio, visto che il fenomeno si verifica dalle 16 alle 20. Eseguire il monitoraggio solo di mattina non ha senso”.


Fontesiciliainformazioni.com

Tratto da:http://www.tankerenemy.com
Cisternino come Canneto di Caronia: divampano “misteriosi” incendi in Puglia
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Ufficio parlamentare di bilancio, chi era costui?

Pubblicato su 30 Aprile 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in POLITICA

L’Ufficio parlamentare di bilancio -volgarmente detto Autorità di Bilancio- è il controllore dei conti pubblici introdotto nell’assetto istituzionale italiano dal Fiscal Compact, secondo il quale esso deve certificare il DEF (Documento di Economia e Finanza, il principale atto di programmazione del governo), valutando l’osservanza del principio del pareggio di bilancio. Esso sarebbe dovuto entrare in funzione all’inizio di quest’anno, ma ha subìto vari colpi d’arresto in violazione del misconosciuto trattato che l’ha istituito (e della specifica legge nazionale che lo prevede, la n. 243 del 24 Dicembre 2012).
Fino a ieri, infatti, è rimasta incompleta la rosa dei dieci nomi dalla quale la premiata ditta Boldrini & Grasso, nella qualità di Presidenti rispettivamente di Camera e Senato, dovrà scegliere mediante apposito decreto i componenti della triade (Presidente e due componenti) che andrà a costituire l’organismo, rimanendo in carica per la durata di sei anni. Una nomina tutt’altro che popolare e sovrana di un’Autorità che si ostinano a definire “indipendente”.
Nell’elenco dei papabili a rivestire il ruolo di boia, preposti a infliggere una austerità di durata ventennale al popolo italiano, figurano almeno tre ex collaboratori del commissario per la revisione della spesa pubblica Carlo Cottarelli: si tratta di Marco Cangiano che arriva dal Dipartimento affari fiscali del FMI, diretto fino a poco tempo fa proprio da Cottarelli, di Alberto Zanardi a cui sempre Cottarelli ha chiesto di coordinare il gruppo di lavoro sul taglio della spesa degli Enti Locali, e di Chiara Goretti, incaricata dal commissario di dare colpi d’accetta alle società partecipate.
A essi si aggiungono Paolo Savona, ministro delle privatizzazioni nel governo di Carlo Azeglio Ciampi (1993-1994), l’ex FMI Giuseppe Pisauro, Luigi Paganetto (ora all’ISTAT), Pietro Garibaldi, consulente di Matteo Renzi per le politiche (di distruzione) del lavoro, e Angelo Fabio Marano.
E, notizia dell’ultima ora, Gianfranco Polillo, sottosegretario all’Economia ai tempi di Monti, nonché Fiorella Kostoris, “nota economista”.
Scommettiamo che la nomina della triade avverrà prima del 25 Maggio?
Ché minacciosa all’orizzonte si staglia la sagoma del “dittatore barbuto” Beppone Grillin
Federico Roberti

Tratto da:http://byebyeunclesam.wordpress.com
Ufficio parlamentare di bilancio, chi era costui?
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Uscita dall'euro e dall'Unione Europea: un problema giuridico?

Pubblicato su 29 Aprile 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in ECONOMIA

Non sussiste un ostacolo giuridico all'uscita dall'euro e dall'Unione Europea. L’affermazione di una volontà politica di uscita dall’euro e/o dall’Unione Europea è il nodo cruciale della questione. Poi si potrà scegliere la soluzione più adatta, il referendum d'indirizzo, la revisione dei Trattati, la revoca dello status di Stato membro dell'Eurozona o la clausola "rebus sic stantibus".

Magari, agli strumenti propri di un ordinamento antidemocratico quale l’Unione Europea, si potrebbe preferire un meccanismo di uscita che riporti come parametro di legittimità la Costituzione che rimane l’ultimo presidio contro le politiche deflattive imposte dai Trattati Europei.

La disamina da un punto di vista giuridico dell'uscita dall'euro e dall'Unione Europea è scaricabile in formato PDF con le note complete

 

testo duplicabile o utilizzabile da terzi, dietro citazione di Epic come fonte.


Uscita dall'euro e dall'Unione Europea: un problema giuridico?

In questa sede cercheremo di esaminare l’uscita dall’euro e dall’Unione Europea dal punto di vista giuridico.

I Trattati Europei individuano chiaramente all’art.50 del TUE il percorso di uscita di uno Stato dall’Unione Europea.
Lo Stato deve comunicare la volontà di recedere mediante la notifica al Consiglio Europeo. 
Successivamente, si apre una negoziazione tra lo Stato e l’Unione sulle modalità del recesso riguardante condizioni procedurali, non sostanziali , quindi si tratta di un recesso volontario vero e proprio.
Infatti l’accordo viene concluso seguendo la procedura di negoziazione tra l’Unione ed i Paesi terzi prevista dall’art. 218 paragrafo 3 del TFUE, quindi in un certo senso lo Stato viene già considerato come uscente a tutti gli effetti. 
Il Consiglio delibera sull’accordo a maggioranza qualificata, previa approvazione dal Parlamento Europeo.
Dall’entrata in vigore dell’accordo i Trattati cessano di essere applicati nell’ordinamento dello Stato recedente. 
Nel caso in cui non si riesca a concludere l’accordo, il recesso dall’U.E. si considera comunque efficace due anni dopo la data della notifica al Consiglio Europeo della volontà di recedere, salvo che lo Stato membro ed il Consiglio all’unanimità non decidano la proroga del termine.

Invece, manca una via predefinita per il recesso dall’eurozona e ciò è quantomeno sintomatico della scarsa ispirazione democratica dei Trattati Europei. 
Un’omissione creata ad arte, proprio per impedire una rottura dell’Unione Monetaria, così come palesemente ammesso da Jacques Attali, uno dei padri del Trattato di Maastricht:“Innanzitutto, coloro che (di cui ho avuto il privilegio di far parte) hanno partecipato alla stesura delle prime versioni del trattato di Maastricht, hanno fatto in modo che non fosse possibile uscire. Ci si è accuratamente dimenticati di scrivere l'articolo che permettesse l'uscita. [Alcune risate e applausi in sala...] Non è stato molto democratico, evidentemente, ma è stata una grande garanzia per rendere le cose più difficili, per forzarci ad avanzare. Perché se si esce, ipotesi che naturalmente è sempre possibile, è impossibile, vale a dire naturalmente, se si vuole si può, ma è molto complicato, non vado avanti ma è molto complicato uscire sia dall'alto che dal basso, è molto complicato.” 1

Tuttavia questa assenza non deve scoraggiare perché è possibile ricostruire in via interpretativa quali possano essere le strade percorribili per un’uscita dall’Eurozona.
Le ipotesi che vengono presentate nel dibattito politico e giuridico sono essenzialmente quattro:
1) Il referendum sull’euro 
2) L’uscita unilaterale mediante modifica dei Trattati (TUE e TFUE) 
3) Il recesso dall’eurozona in base all’art.139 e all’art.140 TFUE
4) L’art.62 della Convenzione di Vienna del 1969 sul diritto dei Trattati


1. Il referendum sull’euro.

E’ indubbiamente l’ipotesi più nota all’opinione pubblica. 
Tuttavia, un referendum sull’euro, in linea di principio, è contrario alla nostra Costituzione. 
L’art.75 della Costituzione pur prevedendo l’indizione di un referendum popolare per l’abrogazione di una legge o di un atto avente forza di legge, a richiesta di cinquecentomila elettori o di cinque consigli regionali, vieta, al secondo comma, il referendum abrogativo su un Trattato Internazionale, in considerazione della peculiarità dei rapporti giuridici intercorrenti tra gli Stati.
Quindi, l’euro non può essere oggetto di un referendum abrogativo perché è entrato in vigore con la legge n. 454 del 1992 di ratifica del Trattato di Maastricht approvata dal parlamento, così come previsto del procedimento di ratifica dei Trattati Internazionali all’art. 80 della Costituzione. 
Si può certamente affermare che i padri costituenti non avessero potuto prevedere che uno strumento cruciale di uno Stato quale la politica monetaria potesse essere ceduto ad un organismo sovranazionale, ma questo è un altro discorso. 
Invece, è utile segnalare la posizione di coloro i quali 2 ritengono percorribile la strada del referendum, non abrogativo ai sensi dell’art.75 della Costituzione, ma “di indirizzo”, rifacendosi ad un precedente caso. 
Con la legge costituzionale n.2 del 3 aprile del 1989 veniva indetto un referendum consultivo sul conferimento del mandato costituente al Parlamento Europeo .
Non essendo previsto dalla Costituzione, per queste materie, un referendum consultivo, il parlamento italiano aveva dovuto adottare appositamente una legge costituzionale, approvata ai sensi dell’art.138 della Cost. quindi a maggioranza rafforzata . 
Di conseguenza, per promuovere un referendum “d’indirizzo” sull’uscita dall’euro si dovrebbe individuare una maggioranza parlamentare adeguata per approvare una proposta di legge costituzionale.
Infatti, anche se si riuscissero a raccogliere le cinquantamila firme per presentare un’iniziativa di legge popolare, avente ad oggetto l’indizione di un referendum d’indirizzo per l’uscita dall’euro, il parlamento italiano non avrebbe comunque l’obbligo giuridico di approvarla.
Ugualmente, nel caso in cui si rivolgesse una petizione dal medesimo contenuto al Parlamento ai sensi dell’art.50 della Costituzione, le due Camere potrebbero non darle seguito.
Per questo motivo la presenza di una maggioranza politica in parlamento adeguata per sostenere l’adozione della legge costituzionale sarebbe assolutamente necessaria.
Inoltre, probabilmente, si dovrebbe valutare attentamente il momento più opportuno per intraprendere un’azione simile. Cercare di mettere in moto un tale meccanismo in uno stato di totale disinformazione dei cittadini e di allineamento delle forze politiche sulla volontà di rimanere nell’eurozona, potrebbe avere l’effetto di stroncare definitivamente il dibattito democratico che si sta cercando di stimolare negli ultimi tempi.

2. L’uscita unilaterale dall’eurozona potrebbe essere effettuata mediante una modifica dei Trattati (TUE e TFUE) ai sensi dell'art. 48 del Trattato dell'Unione Europea.

Tuttavia, la procedura di revisione dei Trattati è particolarmente complessa.
L'art. 48 prevede delle procedure di revisione ordinarie (commi 2-5) e delle procedure di revisione semplificate (commi 6-7).
Si ritiene che un'eventuale revisione del Trattato per ottenere l'uscita di uno Stato dall'eurozona si debba porre in essere principalmente mediante una procedura semplificata, infatti l'art. 48 paragrafo 6 prevede che:“6. Il governo di qualsiasi Stato membro, il Parlamento europeo o la Commissione possono sottoporre al Consiglio europeo progetti intesi a modificare in tutto o in parte le disposizioni della parte terza del trattato sul funzionamento dell'Unione europea relative alle politiche e azioni interne dell'Unione.”
Invero, la Parte Terza del TFUE (Trattato sul funzionamento dell'Unione Europea) comprende, al Titolo VIII, le disposizioni inerenti la Politica Economica e Monetaria. 
Quindi, l'impulso per la revisione dovrebbe pervenire dal Governo di uno Stato Membro, dal Parlamento Europeo o dalla Commissione Europea.
Presumibilmente, il Governo dello Stato membro dovrebbe agire in base ad una deliberazione del Parlamento nazionale. Nel caso dell'Italia, l'input potrebbe pervenire da un'iniziativa di legge popolare secondo l'art.71 della Cost. . In questo caso però è da considerare che il Parlamento italiano non ha l’obbligo di approvare una proposta di legge popolare, quindi senza una maggioranza parlamentare adeguata che sostenga l’iniziativa si rischia l'insabbiamento. 
L'art. 48 non specifica in quale forma normativa il Parlamento Europeo e la Commissione Europea possano agire per richiedere una modifica dei Trattati, quindi è necessario tentare di individuare quale possa essere il percorso da seguire. 
Il Parlamento Europeo esercita congiuntamente al Consiglio la funzione legislativa, infatti la procedura legislativa ordinaria (per l'adozione di un regolamento, una direttiva o una decisione) si esplica mediante un meccanismo di codecisione tra le due istituzioni. 
È necessario considerare che, a differenza di ciò che è previsto nei Parlamenti nazionali, l'iniziativa legislativa non è, in via preminente, di competenza del Parlamento, bensì, quasi in via esclusiva, della Commissione Europea. Al limite, un potere di “preiniziativa” nei confronti della Commissione potrebbe essere esercitato dal Parlamento, ai sensi dell'art.225 TFUE, e da un milione di cittadini dell'Unione Europea (art. 11 paragrafo 4, TUE) . Tuttavia, la Commissione potrebbe anche non dar seguito ad una tale proposta di legge, facendo pervenire le proprie motivazioni al Parlamento Europeo. 
Oltre a ciò, il Parlamento Europeo esercita le proprie funzioni nell'interesse dell'Unione Europea e non dei cittadini europei. Infatti è un organo, al pari della Commissione, congegnato per contrapporsi alle istanze particolaristiche provenienti dagli Stati Membri, rappresentate invece dal Consiglio e dal Consiglio Europeo.
Inoltre il Parlamento può emettere pareri e raccomandazioni non vincolanti nei confronti delle altre istituzioni.
Infine, secondo la giurisprudenza della Corte di Giustizia Europea il Parlamento ha un potere generale di deliberare e di adottare risoluzioni su qualsiasi questione concernente l'Unione.
Pertanto, si può ipotizzare che l'impulso del Parlamento Europeo per la revisione dei Trattati possa avvenire anche senza una forma rigidamente predeterminata in ottemperanza a tale generale potere. 
La Commissione Europea è tenuta ad operare nell'esclusivo interesse dell'Unione Europea ed è la cosiddetta “guardiana” dei Trattati Europei , perciò è facile immaginare quanto sia difficile che da quest'organo abbia origine l'impulso per una modifica dei Trattati in vista dell'uscita dall'Euro di alcuni Paesi.
L'art. 48 del TUE al paragrafo 6 prosegue:“Il Consiglio europeo può adottare una decisione che modifica in tutto o in parte le disposizioni della parte terza del trattato sul funzionamento dell'Unione europea. Il Consiglio europeo delibera all'unanimità previa consultazione del Parlamento europeo, della Commissione e, in caso di modifiche istituzionali nel settore monetario, della Banca centrale europea. Tale decisione entra in vigore solo previa approvazione degli Stati membri conformemente alle rispettive norme costituzionali.”
Quindi la decisione spetta al Consiglio Europeo all'unanimità, previo parere (probabilmente non vincolante) del Parlamento, della Commissione e della BCE. In tale decisione avranno sicuramente un certo peso le convinzioni del Presidente del Consiglio Europeo, eletto a maggioranza qualificata con i soli voti dei Capi di Stato o di Governo, e del Presidente della Commissione Europea. 
Comunque, in caso di adozione del progetto di revisione da parte del Consiglio Europeo sarà necessaria l'approvazione dei singoli Stati membri in conformità alle rispettive norme costituzionali. Per l'Italia tale decisione dovrà essere approvata sotto la forma della Legge di esecuzione dei Trattati, mediante ratifica ai sensi degli artt. 87 e 80 della Cost., previa approvazione con legge del Parlamento.
Inoltre, è possibile che sia necessario adire una procedura di una revisione in forma ordinaria per la modifica delle norme presenti in altre parti del TUE e del TFUE riguardanti l'eurozona. 
In tal caso l'iter è disciplinato dall'art. 48 TUE paragrafi 2-5: 2.“Il governo di qualsiasi Stato membro, il Parlamento europeo o la Commissione possono sottoporre al Consiglio progetti intesi a modificare i trattati. Tali progetti possono, tra l'altro, essere intesi ad accrescere o a ridurre le competenze attribuite all'Unione nei trattati. Tali progetti sono trasmessi dal Consiglio al Consiglio europeo e notificati ai parlamenti nazionali.”
Diversamente dalla procedura legislativa semplificata, qui si prevede espressamente la possibilità di presentare progetti che riducano le competenze dell'Unione e tra gli organi deputati alla revisione si inserisce anche il Consiglio , in rappresentanza degli interessi dei singoli Stati membri.
Secondo il paragrafo 3 , nell'ipotesi di una modifica istituzionale del sistema monetario, il Consiglio Europeo, previa consultazione della BCE, del Parlamento Europeo e della Commissione, può adottare a maggioranza semplice una decisione favorevole alle modifiche proposte. In questo senso sarebbe particolarmente importante che gli Stati Membri interessati all'uscita dall'Eurozona agiscano compatti per far valere il rispettivo peso in seno al Consiglio Europeo.
Tanto più che, nel passo successivo, è prevista la convocazione dal Presidente del Consiglio Europeo di una convenzione, composta anche dai Parlamenti nazionali, dai capi di Stato o di governo degli Stati membri, del Parlamento Europeo e della Commissione.
Nel caso in cui l'esame delle modifiche abbia un esito positivo, la Convenzione adotta per consenso (quindi senza una formale votazione) una raccomandazione per indire una conferenza dei rappresentanti dei governi degli Stati Membri. Dunque, il Presidente del Consiglio convoca la conferenza dei rappresentanti dei Governi degli Stati membri al fine di stabilire di comune accordo le modifiche da apportare ai Trattati, ai sensi del par.4.
Anche in questo caso, le modifiche così adottate entreranno in vigore solo in seguito alla ratifica di tutti gli Stati membri secondo le rispettive procedure costituzionali (par.5).
Il paragrafo 5 prevede infine che, nel caso in cui, trascorsi due anni dalla firma di un tale Trattato di revisione, i quattro quinti degli Stati membri l'abbiano ratificato e invece, uno o più Stati abbiano incontrato delle difficoltà nell'adozione, la questione passi al Consiglio Europeo.
Tuttavia, il Consiglio Europeo non avrà alcuna possibilità di imporre la ratifica a nessuno Stato, né di assicurare l'entrata in vigore tra i ratificanti, anche qualora manchi una sola adesione.
Pertanto, il percorso è visibilmente lungo, complesso e pieno di ostacoli.
Ad ogni modo, in caso di esito positivo, si ritiene che i paesi uscenti dall'eurozona possano stabilire con l'Unione Europea dei Protocolli (aventi la stessa valenza normativa dei Trattati) in deroga, così come, ad esempio, sono stati previsti per il Regno Unito (Protocolli nn.15,20) e per la Danimarca (Protocolli nn.16,17,22). 
Tirando le somme, nonostante il limite costituito dal fatto che l'impulso per il recesso dalla moneta unica debba necessariamente configurarsi come un atto unilaterale del Paese, ove vi siano più paesi interessati all’uscita dall’eurozona potrebbero adottare una strategia comune per non far mancare allo stato istante, nell'ambito delle singole procedure di revisione, l’ appoggio nelle sedi delle istituzioni europee.
Senza contare che, nel caso in cui più paesi presentassero contemporaneamente un’istanza di revisione dei trattati, sarebbe molto più facile ottenere l'uscita in virtù di una maggior pressione politica.
Infatti, considerata la difficoltà nel portare a compimento delle procedure così farraginose si ritiene che sia assolutamente necessaria una volontà politica abbastanza forte da parte dei Paesi istanti.

3. Recesso dall’euro in base all’art.139 e all’art.140 TFUE.

La modalità di recesso dall’eurozona che ad oggi pare più concreta e agevole si rinviene nell’analisi del dott. Luciano Barra Caracciolo 3 , Consigliere di Stato, ed è basata sugli articoli 139 e 140 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea.
L’art.139 TFUE differenzia la condizione di quella di «Stati membri la cui moneta è l'euro» da quella di «Stati membri con deroga» per gli Stati che non abbiano voluto inizialmente aderire alla moneta unica, quali il Regno Unito o la Danimarca ad esempio, oppure per i quali il Consiglio abbia ritenuto che non abbiano realizzato le condizioni necessarie per l’ingresso nell’eurozona.
L’art.140 TFUE individua le modalità con le quali uno Stato membro dell’U.E. possa rivolgere la richiesta di ingresso nell’Unione Monetaria Europea, che ovviamente presuppone, oltre al soddisfacimento delle condizioni valutabili dal Consiglio e dalla Commissione Europea, soprattutto la volontà dello Stato all’adesione. 
Quindi è indubitabile che lo status di “Stato membro la cui moneta è l’euro” sia stato acquisito in base ad una manifestazione di volontà dello Stato all’adesione all’eurozona.
La decisione del Consiglio che accerta la sussistenza dei requisiti per l’ingresso nell’eurozona deve essere interpretata, alla luce dei Trattati, come“atto ampliativo e non restrittivo della libertà negoziale dello Stato che voglia aderire” 4.
Pertanto, non solo deve poter essere verificata la permanenza di questa volontà da parte dello Stato, ma deve essere sempre considerata possibile la revoca del consenso all’adesione all’eurozona.
Infatti, se il Trattato individua la posizione dello Stato la cui moneta è l’euro come un vantaggio, va da sé che sia sempre possibile rinunciarvi.
Soprattutto, in base a questa ricostruzione, allorché uno Stato sia soggetto al continuo controllo, se non a procedure sanzionatorie, dalle istituzioni europee in relazione al rispetto dei parametri macroeconomici imposti. 
In caso di revoca del consenso, lo Stato recedente acquisirebbe lo status opposto di “Stato membro con deroga”. 
In definitiva, la condizione di adesione all’eurozona varrebbe come “rebus sic stantibus” che, al mutamento delle condizioni di fatto e politiche possa essere ritirata dallo Stato membro. Pertanto l’affermazione: “L’euro è irreversibile”5 è destituita di fondamento giuridico poiché contraria agli stessi Trattati.

4. Recesso dai Trattati Europei secondo il diritto internazionale generale.

I Trattati Europei, nonostante le loro peculiarità, sono a tutti gli effetti dei Trattati di diritto internazionale ed in quanto tali soggetti alle regole del diritto internazionale generale. 
In primo luogo, si potrebbe applicare la norma di diritto internazionale generale in forza della quale uno Stato può recedere unilateralmente da un Trattato in seguito ad una violazione sostanziale compiuta da un’altra parte. 
Ma non solo, infatti l’art.62 della Convenzione di Vienna sul diritto dei Trattati prevede la cosiddetta regola “rebus sic stantibus” 6, in virtù della quale un mutamento fondamentale delle circostanze rispetto a quelle verificatesi al momento di conclusione del Trattato dà adito alla possibilità di recesso. 
La norma individua due limiti: l’esistenza delle circostanze non abbia costituito una base essenziale del consenso delle parti a vincolarsi al Trattato e che non abbia per effetto la modifica radicale della portata degli obblighi che rimangono da adempiere in base al trattato. 
Tuttavia, in entrambi i casi, sia del mutamento fondamentale delle circostanze che della violazione sostanziale del Trattato da una parte, sarebbe sufficiente rimarcare la violazione degli obiettivi posti dall’art. 2 TUE sulla promozione di un progresso economico e sociale nonché la realizzazione di un elevato livello di occupazione in uno Stato. 
Senza contare che la violazione del limite del 3% deficit/PIL è stata compiuta da tutti i paesi, compresa la Germania dal 2002 al 2005 e nel 2009-2010 7, a dimostrazione dell’insostenibilità dei parametri originariamente posti dai Trattati. 
In buona sostanza per giustificare il recesso deve essersi alterato l’equilibrio che originariamente garantiva le prestazioni tra le parti, in questo caso gli Stati e l’Unione Europea dall’altra, tale da determinare un mutamento della volontà politica al mantenimento del Trattato.
In altre parole, uno Stato sovrano è sempre libero, dal punto di vista giuridico, di poter rinegoziare o recedere dai vincoli derivanti dai Trattati perché il suoi unici limiti sono la sua norma fondamentale, ovvero la Costituzione, ed il rispetto del diritto internazionale pubblico.

In conclusione, per tentare di dare una risposta al quesito posto nel titolo, non sussiste un effettivo ostacolo giuridico all’uscita dall’euro, né tantomeno all’uscita dall’Unione Europea.
Nel caso più complesso, dal punto di vista normativo, della uscita dall’euro, sia che si intenda promuovere un referendum consultivo, oppure seguire la strada della revisione dei Trattati, molto tortuosa e per questo meno auspicabile, sia che si faccia valere la revoca dello status di Stato parte dell’eurozona ricavabile dagli articoli 139 e 140 del TFUE , o infine che si invochi la clausola di diritto internazionale generale prevista all’art.62 della Convenzione di Vienna sul diritto dei Trattati, si comprende facilmente che la natura del problema sia politica e non giuridica.
L’affermazione di una volontà politica di uscita dall’euro e/o dall’Unione Europea è il nodo cruciale della questione.
Poi si potrà valutare quale sia la soluzione normativamente migliore in base al contesto politico di riferimento.
O magari, anziché utilizzare gli strumenti interni ad un ordinamento sostanzialmente antidemocratico quale l’Unione Europea, preferire un meccanismo di uscita che riporti come parametro di legittimità le norme di diritto internazionale e la Costituzione che rimane l’ultimo solido presidio contro le politiche deflattive imposte dai Trattati Europei. 
Probabilmente però, in questa fase, occorre ancora abbattere il muro di disinformazione che per primo inibisce la piena capacità dei cittadini di incidere nei processi decisionali della vita pubblica.

Note

1 Fonte: http://www.youtube.com/watch?v=jXBLvGuNVuU intervento all' "Université participative" organizzato da Ségolène Royal sul tema "La crisi dell'euro", il 24 gennaio 2011.

2 Il Comitato dei Garanti dell’Associazione Ross@ ha elaborato una petizione ex art.50 della Costituzione al fine di varare una legge costituzionale, sul precedente del 1989, per l’indizione di un referendum popolare di indirizzo sul Meccanismo Europeo di Stabilità e sul Fiscal Compact.

3 http://orizzonte48.blogspot.it/2013/09/non-si-puo-uscire-dalleuro-secondo-i.html

4 Ibidem.

5 http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-07-21/draghi-euro-irreversibile-unione-121523.shtml?uuid=AbUMuVBG

6 Tra i vari promotori: http://www.appelloalpopolo.it/?p=4563

7 Fondo Monetario Internazionale, 2012.


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testo duplicabile o utilizzabile da terzi, dietro citazione di Epic come fonte.

 

Tratto da:http://economiapericittadini.it

Uscita dall'euro e dall'Unione Europea: un problema giuridico?
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Anche la Deutsche Bank traballa

Pubblicato su 29 Aprile 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in ECONOMIA

Se Atene piange, Sparta non ride. Se le banche italiane non se la passano molto bene, nemmeno quelle tedesche hanno di che essere soddisfatte. 

Le vicende del Monte dei Paschi di Siena messo in ginocchio dagli effetti sul lungo termine dell'acquisto dell'Antonveneta ad un prezzo spropositato ed obbligato a chiedere agli azionisti e al mercato di partecipare ad un aumento di capitale dai 3 miliardi di euro in su, hanno provocato in Germania le prevedibili battute di spirito sugli italiani disonesti, scialacquatori e casinisti. In questi giorni però, la stampa tedesca sta lasciando trapelare indiscrezioni su un maxi aumento di capitale che la Deutsche Bank starebbe per chiedere al mercato. 

Le motivazioni sono le stese che in Italia. Il patrimonio proprio si è ridotto ai minimi termini a causa di operazioni spericolate o azzardate, tra investimenti andati male e vere e proprie speculazioni. Incidenti del mestiere, si potrebbe osservare, che confermano che i banchieri condividono la stessa filosofia operativa in Italia, come in Germania e oltre Atlantico. A sorprendere è semmai l'entità dei soldi che dovranno entrare nelle casse, presumibilmente vuote, della prima banca tedesca. Da un minimo di 5 fino a 10 miliardi di euro, che rappresenta circa il totale (quasi 11 miliardi) delle risorse che il sistema bancario italiano ha dovuto chiedere al mercato per salvarsi dal tracollo. 

Già nel 2012 la banca tedesca aveva dovuto procedere ad un altro aumento di capitale per tre miliardi dopo che voci insistenti davano come piuttosto precaria la situazione patrimoniale e finanziaria. 

La vicenda della Deutsche Bank, che dovrebbe rendere note le proprie difficoltà entro la fine del mese, inducono ad una serie di riflessioni. La prima riguarda la debolezza strutturale del sistema misto di tipo tedesco dove la banca è al tempo stesso azionista e finanziatrice delle imprese industriali. Un modello, è appena il caso di dirlo, che in Italia era proibito dalla Legge Bancaria del 1936 che venne cancellata alla fine degli anni ottanta. Un sistema debole perché confonde in un unico calderone la raccolta di capitale a breve e a lungo termine e l'impiego appunto a breve e lungo termine con modalità che possono rivelarsi destabilizzanti per gli equilibri dell'intero sistema economico. Un sistema forte perché le fortune (spesso pure le sfortune) di banche ed imprese finiscono per essere strettamente legate. Un sistema forte perché entrambi i settori, bancario ed industriale, si possono chiudere a riccio in difesa degli interessi nazionali, quando è in corso una scalata azionaria ostile. Soprattutto se estera. 

La seconda considerazione riguarda il peso predominante che ha assunto il sistema finanziario nel mondo, e quindi anche in Europa e nell'Eurozona, a tutto discapito dell'economia reale. Una tendenza che la politica scellerata della Banca centrale europea di Mario Draghi ha finito per accentuare, versando tra il 2011 e il 2012 oltre mille miliardi di euro (1.019 per la precisione) alle banche dell'Eurozona sotto forma di prestiti triennali al tasso annuo dell’1%. Soldi regalati. In particolare alle banche tedesche seguite a ruota da quelle italiane. Soldi che Draghi non ha pensato di vincolare formalmente (il suo è stato soltanto un auspicio) al finanziamento dell'economia reale. Tanto che le banche italiane come quelle dei crucchi le hanno utilizzate più che altro per comprare titoli di Stato, garantirsi flussi finanziari sicuri, e calmierare le pressioni sullo spread tra i Bund tedeschi e i titoli spagnoli e italiani. Ma questo ha fatto sì che la recessione si accentuasse in conseguenza della stretta creditizia, che molte imprese chiudessero e che la disoccupazione volasse alle stelle. 

La terza considerazione riguarda gli interrogativi sulla gestione della Deutsche Bank da parte del suo direttivo. In quali enormi operazioni fallimentari si è fatta invischiare e quanti soldi vi ha perso, per ritrovarsi senza un euro in cassa? Interrogativo più che legittimo se si pensa che le sole filiali spagnola e italiana della banca hanno ottenuto dalla Bce rispettivamente 5,5 e 3,5 miliardi di euro. 

Quarta considerazione è che i tedeschi non hanno davvero il diritto di ergersi a coscienza critica dell'Europa visto che la loro banca per eccellenza è ridotta così male come avrebbero già accertato gli stress test dell'Eba, l'autorità europea per la supervisione sui bancari. Un portavoce della stessa Eba due giorni fa ha annunciato che la situazione patrimoniale delle banche dell'Unione e dell'Eurozona è complessivamente peggiorata. E questo significa che i soldi versati da Draghi hanno consentito ai banchieri tedeschi, e ai loro colleghi, di continuare a speculare e gettare le premesse per un ulteriore tracollo dell'intero sistema.

Irene Sabeni
 
Tratto da:http://www.ilribelle.com
Anche la Deutsche Bank traballa
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Vietato il Bikini in spiaggia in presenza di musulmani – Multe Salatissime

Pubblicato su 29 Aprile 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in LIBERI PENSIERI

Ecco le " meraviglie" dell'integrazione: siamo noi a doverci integrare agli usi e costumi dei nostri " ospiti". E' una roba da pazzi. Quando un popolo perde la propria identità è destinato a scomparire. Claudio Marconi 

Un Giudice di pace di Messina ha condannato tre ragazze al pagamento di un’ammenda penale di 2.582 € a testa per aver indossato il bikini in una spiaggia privata di pertinenza di un noto villaggio turistico di Taormina, frequentato da alcune famiglie islamiche in vacanza e originarie dell’Arabia Saudita.Estratto della sentenza:

Agli effetti della legge penale si considerano osceni gli atti e gli oggetti che, secondo il comune sentimento, offendono il pudore (c.p. 725, 726).

Dunque osceno e comune senso del pudore sono elementi contrapposti, che esistono proprio in virtù della loro contrapposizione. Il pudore, sentimento di vergognadi disagio, di repulsione è tipico dell’individuo quando questi, contro la sua volontà, si trovi di fronte a manifestazioni altrui non corrispondenti alla propria educazione e cultura e reputate scandalose per la propria educazione sessuale.

Il pudore diventa senso comune nel momento in cui la società umana di appartenenza condivide la stessa sensibilità nei confronti del corpo femminile il quale in alcune società orientali se noninteramente coperto può ritenersi osceno. La cultura di riferimento gestisce la vita dei corpi ed ogni loro aspetto e funzionalità, anche il discorso strettamente legato alla sessualità.

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L’osceno sarebbe quindi offesa al pudore, come si evince dall’articolo 527 del c.p.

E’ importante sottolineare come sia il concetto di osceno che quello di comune senso del pudore non solo si modificano nel corso del tempo all’interno di una data società, ma cambiano anche da una società all’altra. La comprensione di questi concetti rimanda alla considerazione del corpo e della sessualità.

Le ragazze erano le sole donne a utilizzare un simile costume ed erano consapevoli che tutte le donne presenti di fede musulmana indossavano un costume da bagno che ricopriva integralmente tutto il loro corpo comprese le braccia e le gambe.

Nella fattispecie, il responsabile in villaggio del tour operator saudita, Dott. Chokri Majouli aveva più volte sollecitato, su richiesta dei genitori musulmani presenti, le Sig.re – OMISSIS – a non presentarsi in piscina con quell’abbigliamento che faceva intravedere tutte le loro fattezze femminili ai ragazzi presenti che, avendo ricevuto una educazione religiosa musulmana, erano disorientati, sbalorditi e alquanto eccitati.

Aveva anche spiegato che nella loro cultura, un simile modo di vestire era tipico di donne che esercitavano il meretricio in case private senza avere un minimo di riscontro e ricevendo solo risposte offensive.

Condanno a a euro 2.582, ai sensi dell’art. 15, L. 24 novembre 1999, n. 468 e dell’art. 4, D.Lgs. 28 agosto 2000, n. 274 (Gazz. Uff. 6 ottobre 2000, n. 234, S.O.).

Cari lettori, voi cosa ne pensate? 

Marco Pappuddi – Capo Redattore

fonte: Agenzie di Stampa

Tratto da:http://corrieredelmattino.altervista.org

Vietato il Bikini in spiaggia in presenza di musulmani – Multe Salatissime
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Beppe Grillo ed il 5 Stelle ad un punto di svolta

Pubblicato su 29 Aprile 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in POLITICA

Non vogliamo essere ripetitivi, ma questo articolo illustra in maniera esauriente quello che è il nostro pensiero. La battaglia contro l'euro è la battaglia della vita, non abbiamo più tempo. Entro fine anno le trappole degli eurocrati saranno chiuse e non ci sarà più via di salvezza: sarà la fine, nostra, del nostro popolo e dei nostri figli. Condividiamo molte cose del M5S, ma sono problemi " secondari", il problema principale, è che il movimento deve dire in maniera chiara, netta ed inequivocabile: FUORI DALL'EURO e ritorno ad una moneta sovrana ( come, peraltro, sostengono molti suoi attivisti ). Allora ci vedrà al suo fianco. Claudio Marconi

di Luciano Lago

Beppe Grillo ed il 5 Stelle ad un punto di svolta: dare il calcio definitivo all’eurocrazia ed all’euro o adeguarsi al sistema.

Dal palco dei suoi ultimi comizi e sul suo blog, Beppe Grillo ha tuonato contro l’Europa dei banchieri e burocrati di Bruxelles che decidono sopra la testa di tutti i cittadini e contro il famigerato trattato del “Fiscal Compact” che va abolito.
Bisogna dare atto a Grillo che questi attacchi contro l’Eurocrazia li ha pronunciati molto chiaramente così come vengono pronunciati da tutti quei vari movimenti anti eurocrazia che sono attivi in Italia e negli altri paesi europei ma con i quali Grillo rifiuta di apparentarsi (dall FN della Marine Le Pen in Francia, al PVV di Geert Wilders in Olanda, all’FPO di Heinz Christian Strache in Austria).

 

In particolare Grillo ha preannunciato che il suo movimento, una volta entrato come forza politica in Europa, chiederà l’abolizione del Fiscal Compact, il trattato che stabilisce l’obbligo del pareggio di bilancio e che obbliga gli stati a raggiungere  il parametro stabilito del 60% del rapporto deficit/PIL entro un arco di tempo e di conseguenza per l’Italia (il paese più indebitato assieme alla Grecia) questo comporta il taglio dal bilancio pubblico di una cifra corrispondente a circa 50 miliardi l’anno oltre ai versamenti previsti dall’altro trattato, quello del MES/ESM, il Fondo Salva Stati (in realtà salva banche) per il quale devono essere versati 125 miliardi in 5 anni (51 già versati dai governi Monti e Letta).
Questi dunque sono gli impegni già sottoscritti dai politici di maggioranza al governo e nel Parlamento italiano, con il pareggio di bilancio (derivante dal trattato F.C.) fatto inserire in Costituzione nel 2012 con modifica agli art.81, 117 e 119, senza molto clamore con l’”aum aum” di tutti i partiti con eccezione di Lega Nord e UDV.
Grazie a tali vincoli risulta evidente che è del tutto illusorio parlare di crescita economica e di ripresa economica per l’Italia, un paese super indebitato che deve già pagare circa 80/100 miliardi l’anno di interessi alle banche al quale viene prescritto di tagliare altri 50 miliardi l’anno dal bilancio pubblico, obbligato anche a versare altri 125 (una parte già versati) per il MES, si tratta di una grande truffa propagandistica che viene propinata dai servitori dell’eurocrazia in Europa ed in particolare dall’”illusionista fiorentino” che cerca di accaparrarsi il consenso elettorale con la promessa degli 80 euro ai lavoratori dipendenti a basso reddito.

In realtà è illusorio pensare che basterebbe bloccare il Fiscal Compact per sottrarsi al principale vincolo finanziario europeo, questo perché c’è di più, molto di più in arrivo per bloccare qualsiasi scappatoia per i paesi che volessero uscire dalla gabbia dell’euro e del Fiscal Compact. In arrivo la nuova trappola, l’ERF (European Redemption Found) si tratta del nuovo trattato architettato dalla Germania e da Barroso, in sostituzione degli eurobond (inaccettabili per la Merkel) che prevede in sostanza il versamento delle quote eccedenti il debito pubblico oltre il 60% del PIL ad uno speciale fondo di garanzia che sarebbe gestito da un apposto organismo finanziario, dotato di autonomia totale rispetto sia ai governi che alla Commissione Europea che vincolerebbe i governi per 20 anni a versare queste quote con possibilità di esproprio dei beni pubblici per i governi insolventi. Una trappola micidiale per paesi come l’Italia sotto il ricatto del debito.
In pratica si tratterebbe di altre 50 miliardi all’anno da versare ad una super struttura finanziaria fuori da ogni controllo dagli stati e dotata di poteri autonomi. Vedi: peggio dell’euro arriva l’ERF
Grillo ed il suo movimento, arrivati a questo punto, a questo tornante della Storia, devono dire chiaramente cosa vogliono fare perché non c’è più tempo per tergiversare o per essere ambigui: soltanto una procedura di uscita dall’euro e la rinegoziazione dei trattati europei permetterebbe all’Italia di sottrarsi ad un avvenire di paese super indebitato con l’eurocrazia, affossato in una recessione permanente, sottoposto alla svendita del suo patrimonio pubblico, sottratto ad ogni controllo democratico e vincolato al sistema dell’usura bancaria per almeno un’altra generazione.
Non esiste nessuna possibilità di referendum sull’euro (peraltro incostituzionale) e non è previsto che un singolo stato possa recedere dagli impegni già sottoscritti se non con una decisione presa a livello governativo in funzione di un cambio di regime politico e sulla base di una denuncia di illegittimità costituzionale delle norme sottoscritte dai precedenti governi (vedi prof. Guarino: l’UE illegale e antidemocratica ).
In precedenza, nel nostro articolo (vedi) abbiamo rilevato le dichiarazioni rilasciate dal dr. Casaleggio in una intervista al Fatto Quotidiano con le quali si sosteneva la legittimità dell’euro e del debito pubblico italiano come fatti consolidati anche se con critiche alla gestione fatta dai governi precedenti. Abbiamo rilevato la contraddittorietà di queste dichiarazioni con quanto affermato da Grillo e da altri esponenti del movimento, con l’effetto di ricevere una valanga di insulti e di critiche arrivate dai militanti grillini.

Vedi: Casaleggio getta la maschera.

Tanto meglio così, questo significa che il messaggio è stato letto.

Va bene fare pulizia (come dice Grillo) e liberarsi della casta politica e delle varie lobby che hanno fatto strame di questo paese indebitandolo e privandolo di qualsiasi sovranità ma ormai non basta più, i poteri forti, quelli della grande finanza stanno giocando sporco: il piano è quello di ingabbiare i popoli con nuovi trattati in modo che non possano più rialzare la testa e riprendersi la sovranità perduta.
Lo stesso Grillo lo ha detto: “…le decisioni prese in Europa hanno effetti devastanti sul futuro delle prossime generazioni ma nessun cittadino europeo può interferire…”
Esattamente di questo si tratta: i trattati europei come il Fiscal Compact, il MES, ed adesso il nuovo ERF che sarà approvato subito dopo le elezioni europee (guarda caso) avranno un effetto devastante per le prossime generazioni ma siamo in tempo a bloccare questo processo con una immediata richiesta di attivare la procedura di uscita dall’euro per l’Italia e collocarsi fra quei paesi come la Polonia, Svezia, Danimarca, Gran Bretagna, Ungheria, ecc.. che sono in Europa ma fuori dall’euro e per i quali questi trattati non hanno valenza. Non esiste un’altra soluzione, il tempo è scaduto.

A questo punto ci chiediamo quale è la linea ufficiale del movimento? Quella dei 7 punti enunciati che prevedono, tra le altre cose, il referendum sull’euro e l’adozione degli eurobond? Sono entrambi irrealistici e privi di effetti pratici.
Grillo ed il suo movimento sono ad un punto di svolta: richiedere nettamente e senza equivoci la fuoriuscita dall’euro e dai trattati UE o rimanere nella posizione (espressa da Casaleggio) irrealistica ed ambigua, conforme al sistema, di chi parla genericamente di cambiare la gestione dell’euro ed accettare per buone le tesi della grande finanza che il problema dell’Italia sia il debito (quello creato dal sistema dell’usura) e che sia quindi necessario tagliare la spesa pubblica.
Una grande responsabilità è oggi sulle spalle di Grillo e del movimento, essendo divenuto questo numericamente la prima forza di opposizione nel paese.
Coloro che avevano riposto fiducia nel movimento di Grillo per un cambiamento rivoluzionario non si accontentano più di fare fuori la casta politica parassitaria agli ordini dell’eurocrazia, si aspettano che ci sia una definitiva frattura con questa Europa delle banche e della finanza.

Tratto da:http://www.controinformazione.info

Beppe Grillo ed il 5 Stelle ad un punto di svolta
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Borghi: "Così l'Italia uscirà dall'euro"

Pubblicato su 28 Aprile 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in ECONOMIA

Borghi: "Euro strumento mortale usato per mettere in difficoltà alcuni Stati in favore di altri". E rilancia: "Se si realizzasse un parlamento a maggioranza euroscettica, la Germania se ne andrebbe risolvendo il problema alla fonte".Sostieni il reportage Europa ribelle

Di: Andrea Indini

Tra le proteste della sinistra radicale e le minacce dei centri sociali, venerdì scorso Claudio Borghi Aquilini era a Reggio Emilia, insieme al segretario della Lega Nord Matteo Salvini, a presentare il "Basta €uro Tour". "Da quando abbiamo iniziato a portare in giro per il Paese questo tour - spiega l'economista - è continuato a crescere l'entusiasmo della gente che vuole capire cosa sta succedendo".

Professore incaricato all'Università Cattolica di Milano, Borghi ha deciso di impegnarsi in prima persona alle elezioni europee di fine maggio: sarà, infatti, candidato indipendente per il Carroccio. E, al fianco di Salvini e dei lumbard, si impegnerà ad andare all'Europarlamento per rompere il giogo dell'unione monetaria. "Da quando si tengono le elezioni europee, tutti i partiti che si presentano agli elettori dicono di voler cambiare l'Europa - continua l'economista - peccato che dagli inizi degli anni Ottanta l'Europa sia sempre cambiata in peggio perché nessuno ha mai affrontato il cuore del problema, vale a dire la gestione accentrata dell'economia attraverso l'imposizione dei cambi fissi prima e l'euro poi, uno strumento che si è rivelato mortale in quanto metodo di governo per riuscire a mettere in difficoltà alcuni Stati in favore di altri".

Professor Borghi, quali sono i vizi dell'unione monetaria? 
"L'euro è uno zaino dello stesso peso che, però, viene fatto indossare a corridori di corporatura diversa. Non è uguale per tutti. Per chi è più leggero e agile, è uno strumento che lo svantaggia incredibilmente; per chi è più grande e massiccio, è un forte vantaggio relativo."

La Lega è davvero pronta a dire basta a questo meccanismo? 
"Per una volta tanto andiamo al cuore del problema. Non si tratta di un programma vago in cui ci si propone di battere i pugni sul tavolo per far sentire la propria voce o per chiedere riforme. Noi puntiamo a recidere la catena che ci tiene bloccati."

Come risponde a quegli europeisti convinti che, pur di scongiurare l'addio all'euro, dipingono fantasiosi scenari apocalittici? 
"Sono persone che lavorano troppo di fantasia. E per questo, purtroppo, sono in vantaggio. Mi rendo conto che le mie valutazioni rischiano di essere meno affascinanti rispetto al panorama di morte, distruzione e terrore che viene messo in scena da questi signori. Però la teoria economia e il buon senso dicono che si può e si deve uscire dall'euro."

Per ottenere un vero cambiamento, bisogna avere i numeri. Salvini si è mosso in questa direzione sottoscrivendo un'alleanza col Front National di Marine Le Pen. Riusciranno ad andare fino in fondo? 
"Qualora riuscisse il miracolo che si realizzasse un parlamento a maggioranza euroscettica, probabilmente la Germania se ne andrebbe risolvendo il problema nella maniera più semplice. Se a un giocatore che sta vincendo al poker barando viene puntata la pistola alla tempia, può anche essere che questo pensi di andarsene pur di portare a casa quanto è riuscito a vincere. Viceversa, se nessuno obietta e tutti lasciano fare, allora quel giocatore andrà avanti a vincere barando. Cercare alleanze in Europa fa, dunque, parte di un punto cruciale della nostra strategia. Strategia che avrebbe potuto rivelarsi vincente pure in Italia."

Nel suo ultimo libro, George Soros ha calcolato che nonostante la crisi economica la Germania sia riuscita a guadagnare oltre 100 miliardi di euro mentre altri Paesi dell'Eurozona andavano gambe all'aria. Davanti a questo furto, però, partiti con Scelta civica o Ncd rispondono che "per salvare l'Europa ci vuole più Europa". Non è un controsenso? 
"Effettivamente, dinnanzi al disastro creato dall'euro numerosi economisti italiani non sanno far altro che proporre più Europa, come accorgersi di essere sul punto di morire per avvelenamento e scegliere di prendere altro veleno. Succede proprio in Italia dove il dibattito è ammorbato da queste bugie. Probabilmente chi gestisce un partito preferisce conservare uno 0,5% piuttosto che perdere qualche elettore per strada dicendo la verità."

L'Europa però si sta svegliando... 
"Proprio così. In Francia, per esempio il Front National punta a essere il primo partito con un programma assolutamente aderente a quello portato avanti dalla Lega Nord. Chi vota la Le Pen non è assolutamente di destra, ma ci troviamo di fronte a un elettorato trasversale stufo di questa Europa."

Grazie a Gli occhi della guerra ilGiornale.it sarà in Inghilterra per raccontare l'exploit dello UK Independence Party. In caso di vittoria Farage punterà a portare gli inglesi fuori dall'Unione europea. Come si pone davanti all'uscita dalla Ue?
"Troppo spesso viene montata ad arte una certa confusione tra euro e Europa. Chi vuole contrastare l'euroscettismo, tende a far credere che essere contro l'euro significhi anche essere contro l'Europa. In realtà, così non è. Tuttavia, bisogna capire quale Europa perché un'Europa che va contro gli interessi dell'Italia, come probabilmente Farage pensa che sia nei confronti dell'Inghilterra, a noi non piace. Fino ad oggi i tedeschi hanno seguito proprio questo modello facendo solo ed esclusivamente i propri interessi. Se Bruxelles continua a sfornare leggi che indeboliscono la piccola e media impresa e avvantaggiano l'industria tedesca, allora non ci interessa nemmeno l'Europa."

In molti vi accusano di essere isolazionisti... 
"Stupidaggini! Che non si pensi che in Svizzera sia impossibile andare a studiare all'estero o avere le pesche o che non ci sia il roaming dei telefonini! L'associazione e il coordinamento degli Stati europei possono essere serenamente portati avanti senza l'euro, che è uno strumento di divisione, e senza quelle prevaricazioni che vanno a vantaggio esclusivamente di un Paese."

Negli ultimi anni è sicuramente venuto a mancare un coordinamento volto a contrastare l'emergenza immigrazione...
"Tra un po' dovremo affrontare un problema ancora più dannoso, cioè l'emigrazione. Se la disoccupazione salirà ancora, tanti giovani italiani saranno costretti ad andarsene. Il governo dovrebbe occuparsi di questo disagio perché ognuno di noi dovrebbe avere il diritto di lavorare qui e non vedersi costretto a cercare fortuna in giro per il mondo. Il problema delle frontiere e molto più complesso e passa inevitabilmente dal rendere il Paese sempre più attraente. La gestione dell'immigrazione è classico esempio di legiferazione a danno dell'Italia. In quanto Paese di frontiera, dobbiamo sottostare a regole assurde di accoglienza ma non siamo in grado di gestire autonomamente questo flusso."

Non tutti gli immigrati si fermano in Italia... 
"L'Italia fa da filtro. L'immigrazione migliore, fatta di persone che vogliono lavorare, persegue verso i Paesi del Nord. Qui da noi rimane solo quella peggiore, fatta di delinquenti. Insomma, il lavoro sporco è come sempre nostro, mentre i vantaggi vanno ad altri."

Tornando all'economia, come il mandato della Bce rispecchia un'Europa per nulla vicina ai cittadini? 
"Alla Bce è stato dato un solo mandato: mantenere basso il livello di inflazione. Un problema molto relativo che è stato assurto a concetto base. Ma se si guarda a quello che potrebbe essere un successo (un tasso del 2% per tutta l'Eurozona), in realtà a livello locale la situazione è ben diversa. Il fatto che ci sia una scarpa che sia uguale per tutti quando i numeri dei piedi sono differenti, fa capire quanto non funzioni questa Europa."

IlGiornale.it ha chiesto ai lettori di sostenere col crowdfunding il reportageEuropa ribelle. L'operazione sta riscuotendo successo perché la gente inizia a voler capire. Ha notato lo stesso interesse in giro per il Paese? 
"Da parte mia sono favorevolissimo alla vostra iniziativa che sosterrò per quanto mi sarà possibile. Ancora oggi c'è tantissimo che non viene detto e, per questo, quando giro per l'Italia trovo sale strapiene di gente che viene a sentir parlare di economia. Questo deficit di conoscenza non può essere colmato con le battute nei talk show. Si tratta, infatti, di argomenti spinosi che devono essere spiegati a parole e visti con immagini. Pochissimi fanno vedere cosa succede in Grecia, pochissimi fanno vedere come sta aumentando la disoccupazione in Francia. Questo perché c'è una informazione di regime che tramuta qualsiasi tipo di notizia, anche male interpretata ma che può essere vista come positiva, come un trionfo dell'Europa."

Chi tira i fili in questa operazione?
"In primo luogo c'è chi ha un interesse diretto. Se il nostro vicino ha qualcosa che ci piace, di sicuro non gli auguriamo il successo ma speriamo in un rovescio economico per potergliela comprare per un tozzo di pane. I Pesi europei più ricchi hanno industrie interessate alle ricchezze italiane. E, guarda caso, sono gli stessi che pagano l'informazione. In secondo luogo ci sono quelli che inizialmente in buona fede hanno spinto per entrare in Europa e che ora, davanti allo sfacelo, sono prigionieri dei propri errori. Non ammetteranno mai di aver sbagliato. E tantomeno chiederanno mai scusa."

Tratto da:http://www.ilgiornale.it/news/interni/borghi-cos-litalia-uscir-dalleuro-1014676.html

 
Borghi: "Così l'Italia uscirà dall'euro"
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