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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

AUGURI A TUTTI

Pubblicato su 31 Dicembre 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in IPHARRA

Cari amici,

il blog e la Comunità Ipharra augura a tutti un felice e prospero Buon Anno.

Vi ringraziamo per la pazienza che avete avuto nel seguirci che ha contribuito a far crescere il blog.

Ci aspetta un altro anno di intensa attività, e noi, saremo tutti i giorni in prima fila.

Che il prossimo anno trovi tutti pronti.

Di nuovo auguri di felicità e prosperità a tutti

Lo staff

AUGURI A TUTTI
commenti

L’intervento integrale di Bagnai al Parlamento Europeo: Lezioni dalla Crisi

Pubblicato su 31 Dicembre 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in MONETA -BANCHE - VARIE

Al tempo intervistammo il Professor Alberto Bagnai, Professore associato di Politica economica, Facoltà di Economia, Uni. G.D’Annunzio: Esclusiva – L’Intervista in forma integrale all’economista Alberto Bagnai – Euro e Crisi

Vi proponiamo ora il testo dell’intervento del Professore al convegno “Morire per l’euro?”, organizzato dal gruppo EFD presso il Parlamento Europeo il 3 dicembre 2013 (Qui il video originale), pubblicato sul sito Goofynomics: Lezioni dalla crisi: perché il Parlamento dovrebbe sfiduciare la Commissione

 

Grazie Magdi per l’invito a questo incontro così importante. Vi parlerò in inglese, e in questo c’è un’amara ironia. Perché? Perché l’inglese è la lingua del paese dov’è nata la scienza economica, almeno così come la conosciamo oggi, e che forse per questo motivo non è entrato nell’euro e sta seriamente considerando l’uscita dall’Unione Europea.
 
È abbastanza paradossale che per poter essere capito dalla fetta più vasta possibile di cittadini europei io debba utilizzare proprio la lingua di questo paese. È una lezione importante per quanti credono che gli Stati Uniti d’Europa siano una possibilità vera, concreta. In effetti la lezione è duplice.
 
Primo: qui c’è una maggioranza di italiani e la soluzione più democratica sarebbe che io parlassi in  italiano. Ma vi do una lezione di politica europea: io appartengo ad un’élite, ne vado fiero, quindi decido per voi e parlo in inglese. E questa è la prima lezione.
 
Seconda lezione: non sono contro l’Europa. Posso viaggiare in Europa, parlando nelle rispettive lingue con buona parte delle popolazioni che incontro. La prima volta che sono andato in Portogallo mio figlio ha detto a mia moglie: “Questo è il primo paese dove il babbo non parla la lingua locale!”, ed è vero, perché purtroppo non parlo il portoghese e non lo capisco. Ma con l’inglese si può praticamente girare il mondo, e anche l’Europa.
 
Fatta questa premessa, andiamo avanti con il contenuto.
 
Nel mio intervento cercherò di mettere i problemi che stiamo vivendo nella giusta prospettiva. La prima cosa che vi mostrerò è che gli squilibri finanziari, e quindi le crisi debitorie, derivano spesso da squilibri di distribuzione del reddito. Questo non va sottovalutato perché ci dà indicazioni positive rispetto a quello che dovremmo fare una volta fuori dall’euro. Secondo punto: il matrimonio tra moneta unica e riforme economiche è burrascoso. Ci è stato detto che la moneta unica ci avrebbe costretto a riforme che erano assolutamente necessarie, ma ora sappiamo che la letteratura economica presenta molte argomentazioni per confutare queste argomentazioni e sostenere la tesi contraria: i tassi di cambio fissi, o peggio la moneta unica, in realtà sono strumenti utili per procrastinare le riforme economiche. Poi andrò avanti presentando le due principali lezioni derivanti dalla crisi: la prima è che dovremmo cominciare da una riforma del mercato del lavoro a livello europeo, la seconda è che dovremo togliere di mezzo l’euro.
 
Queste sono due condizioni necessarie, per i motivi che presto vi spiegherò e che in parte sono stati spiegati anche da Antonio e da Claudio.
 
Un’altra premessa: la crisi della zona euro ha origine nella finanza privata. Gli squilibri finanziari nel settore privato sono stati promossi da problemi di competitività e da mercati finanziari non regolamentati. È un’impostura presentare la crisi della zona euro come crisi di debito pubblico. Questo non ve lo dice Claudio Borghi Aquilini, ma Vítor Constâncio…
 
E chi è questo Vítor Constâncio? Il vice presidente della Banca Centrale Europea. Sentiamo dunque la parola di questo signore con la “S” maiuscola:
 
“Gli squilibri han trovato origine principalmente dalle spese nel settore privato”, punto secondo:  “finanziate dal settore bancario dei paesi creditori e debitori”, punto terzo: “il mercato finanziario europeo non ha funzionato in conformità con la teoria economica” (aggiungo: secondo la sua teoria, perché altri economisti invece avevano previsto quello che poi sarebbe successo e sta succedendo), punto quarto: “l’esposizione creditoria verso i paesi sotto stress è più che quintuplicata” (e questo ve l’ha mostrato Claudio, facendo vedere che l’Italia è stata il paese meno coinvolto in questa esplosione massiccia del debito estero), e infine: “ciò ha portato alla perdita di competitività”.
 
Sintesi: le economie periferiche sono state drogate dal debito estero proveniente dai paesi “core”. 
 
 
Non c’è bisogno di applaudirmi perché è banale… è banale, tutto quello che dirò oggi sono banalità, qualsiasi economista lo sa, credetemi, credete a me, non a Mario Draghi! 
 
Andiamo a vedere la spesa pubblica primaria nella zona euro. L’Italia spesso è accusata da persone provenienti da altri paesi, per lo più esportatori di zanzare,  che l’accusano di essere uno dei paesi col settore pubblico più spendaccione, uno dei paesi meno accorti. Ciò è semplicemente falso.
 
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Andate a vedere i dati: l’Italia ha un rapporto spesa pubblica/Pil che è vicino, e al disotto, della media della zona euro, se considerate la spesa pubblica primaria. Se aggiungete la spesa per interessi la situazione peggiora, ma non di tanto. Notate un altro dettaglio: la Francia, la Finlandia, l’Austria, il Belgio, l’Olanda, la Germania, insomma, i cosiddetti “virtuosi” spendono molto più, in rapporto al loro Pil, dell’Italia e dei cosiddetti PIGS: Portogallo, Grecia, Spagna e Irlanda. Suppongo che questi dati non vi fossero noti: molti non li conoscono, ma questi dati sono importanti perché mostrano una semplice cosa: un’intera classe politica, un intero sistema dei media vi sta mentendo. E siamo in democrazia, non è vero?
 
Andiamo avanti. Il mantra! Viviamo nell’economia dei mantra: dobbiamo diventare più competitivi, quindi dobbiamo comprimere i costi del lavoro (perché i costi delle materie prime sono in buona parte sono esogeni, per cui possiamo agire nel breve solo su quelli del lavoro), dobbiamo diventare più produttivi…
 
Andiamo a vedere l’esperienza storica di un’economia avanzata che spesso ci viene portata ad esempio. Perché? Perché qualcuno pensa che i nostri problemi possano essere risolti diventando gli Stati Uniti d’Europa. Andiamo allora a vedere cosa è successo negli Stati Uniti d’America.
 
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 (Fonte: Wolff, R., 2010. “In capitalist crisis, rediscovering Marx“, Socialism and Democracy, 24:3, 104-146; vedi anche questo post per dati di altra fonte). 

  

Questo è un grafico interessante a mio modo di vedere: in blu vedete la produttività del lavoro, in rosso i salari reali. Sono indici che vanno dal 1890 al 2007, all’inizio dell’ultima crisi in sostanza. Cosa vedete? Vedete che ci sono stati periodi in cui la produttività è cresciuta più rapidamente dei salari reali, soprattutto alla fine del campione. Se crediamo al mantra, questi avrebbero dovuto essere periodi di prosperità, perché un paese dove cresce la produttività e i salari reali ristagnano diventa più competitivo. Ma guardiamo questa tabella, dove ho riportato i tassi di crescita medi delle variabili. Certo, siamo in una istituzione politica e qui le cifre forse non sono benvenute, ma vale la pena di dare un’occhiata a questi dati.
 
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Ho sottolineato in rosso i due periodi in cui la produttività del lavoro è cresciuta più rapidamente rispetto ai salari reali; il primo periodo dal 1919 al 1932, quello nel quale è maturata e esplosa la crisi di Wall Street, il secondo periodo dal 1971 al 2011, nel quale è maturata ed esplosa la crisi della Lehman Brothers. Vedete anche che i salari reali sono cresciuti più della produttività durante il New Deal negli Stati Uniti, e allo stesso tasso di crescita della produttività dopo la Seconda Guerra Mondiale, nel periodo in cui gli Stati Uniti d’America hanno liquidato gli enormi debiti di guerra accumulati per liberare l’Europa da quello che sapete voi.
 
La domanda è: perché le cose vanno così male quando ci comportiamo “bene”? Perché ci sono crisi alla fine dei periodi in cui siamo così competitivi? E la risposta è semplice: perché il capitalismo funziona se c’è abbastanza domanda aggregata. Non si produce per produrre: si produce per vendere. Se si reprimono i salari la domanda deve essere finanziata attraverso l’indebitamento, e ci sono diversi tipi di indebitamento che possono essere utilizzati per questo scopo. Se siete keynesiani, proteste utilizzare il debito pubblico. È successo negli anni ’80 negli Stati Uniti d’America: sembra paradossale, ma è successo sotto il governo repubblicano di Reagan, e nello stesso periodo è successo anche in Italia col socialista Craxi. Se siete invece siete liberisti, economisti conservatori, diciamo, forse potreste apprezzare il debito privato: “lasciamo liberi i capitali, lasciamo funzionare il mercato”. Se infine siete tedeschi, preferirete utilizzare il debito degli altri, praticando una politica mercantilista: prestare (incautamente) agli altri per fare in modo che gli altri comprino i vostri prodotti, naturalmente comprimendo i salari a casa vostra. Questo è quello che ha fatto la Germania. Nel breve periodo è un metodo molto furbo, non lo contesto, ma purtroppo porta ad un sistema instabile, perché favorisce un eccesso di indebitamente estero, e ora stiamo pagando il prezzo di questa instabilità.
 
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Nel periodo della globalizzazione abbiamo visto repressione salariale ovunque nel mondo. Qui  abbiamo i dati per gli Stati Uniti, la Germania, la Francia e l’Italia. La caduta principale della quota salari è stata pari -8% in Germania, in Italia -5%, comunque c’è stata una riduzione un po’ dappertutto. La compressione dei salari nel breve periodo è una politica che frega il vicino: si cerca di fare dumping salariale, di pagare il lavoro a vile prezzo, per essere più competitivi e vendere di più all’estero, crescere sulla domanda altrui (finanziata dal debito) anziché sulla propria (finanziata dal reddito). Alla fine però diventa sempre una politica che frega se stessi, perché la compressione dei salari distrugge il mercato interno e in un’Unione Economica distruggere il mercato interno significa andare contro la logica dell’economia. Perché? Perché come ha detto Alberto Alesina, che insegna all’Università di Harvard (non alla Gabriele D’Annunzio), come ha detto Alesina molto chiaramente nel 1997, quando era contrario all’euro, il beneficio principale di una unione economica è quello di godere di un vasto mercato interno che può agire da ammortizzatore rispetto a choc esterni (qui, nel suo commento a Obstfeld). Insomma, se c’è una recessione da qualche parte nel mondo noi vendiamo di meno all’estero, certo, se c’è una domanda sufficiente a casa, nel mercato interno, se il mercato interno è molto grande, non fa niente: si continua a crescere. Ora, questo non è successo nella zona euro, ma perché? Perché l’Eurozona è stata gestita come un gioco a somma zero, dove quello che vinceva la Germania veniva perso dai paesi del Sud, come ha spiegato così bene Claudio.
 
Il gioco a somma zero sta diventando un gioco a somma negativa. L’euro è un morto che cammina. 
 
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Lo vediamo bene in questo grafico pubblicato dal Washington Post. Dopo lo shock Lehman, gli Stati Uniti, la zona euro e il Giappone sono caduti assieme, poi hanno ripreso a crescere. Ma nel 2011 c’è stato Fukushima in Giappone, Mario Monti in Italia e la troika nella zona euro. Lo tsunami è durato un giorno e poi il Giappone ha ricominciato a crescere. La troika c’è ancora, è ancora al potere nell’Europa periferica, e quel che fa davvero paura è che questo morto che cammina sta camminando nella direzione sbagliata: dovrebbe salire, invece sta scendendo. Ricordatevelo, questo grafico!
 
Quello che è veramente triste, dal punto di vista di un economista accademico, è che tutto questo era stato previsto dalla teoria economica. Sappiamo molto bene che i politici hanno scelto di prendere una decisione che andava contro la logica economica,perché ostacolando o alterando il funzionamento del mercato la moneta unica avrebbe avuto effetti perversi sia sul settore pubblico che su quello privato, sia dei paesi deboli che di quelli forti. Non  dimenticatevelo mai: tutti questi effetti sono ed erano noti, e sono meno evidenti per i paesi forti, ma ci sono anche per loro, ed è per questo motivo, per gli effetti avversi, perversi, sui paesi forti che ritengo che l’euro presto finirà.
 
Quali sono gli effetti perversi sui paesi deboli? Le cose non stanno come ci era stato detto. Una moneta forte, dicevano, avrebbe avuto come effetto la “disciplina” del settore pubblico. La letteratura economica ci dice che le cose stanno al contrario, in realtà. Se adottiamo un tasso di cambio fisso e il governo pratica una politica fiscale o monetaria troppo espansiva, non ci sono effetti sul mercato valutario. Se invece il cambio è flessibile, una volta che il paese si impegna in una politica monetaria e fiscale troppo espansiva va in deficit estero, s’indebita col resto del mondo, e il tasso di cambio svaluta. In questo caso il deprezzamento del tasso di cambio dà al mercato un segnale immediato del fatto che le cose non stanno andando per il verso giusto.
 
Perché mai la gente ha continuato a prestare soldi alla Grecia al ritmo del 10% del Pil greco e oltre per anni? Perché la Grecia era credibile. E perché era credibile? Perché aveva l’euro, aveva un cambio fisso, e quindi non c’erano segnali provenienti dal mercato che potessero avvertire gli agenti economici che le cose stavano andando storte. Questo è il problema: AaronTornell e Andrés Velasco l’hanno spiegato sul Journal of Monetary Economics, non sulla Pravda o su qualche rivistella italiana di provincia, no: sulla più importante rivista scientifica nel campo dell’economia monetaria, pubblicata da Elsevier, la casa editrice scientifica più prestigiosa.
 
Poi c’è un altro problema, sempre riferito alla creazione di incentivi “perversi”, che Martin Feldstein sottolineò sul Journal of Policy Modeling: se si prende una valuta unica si avrà un unico tasso di interesse, e questo sarà troppo basso per i paesi deboli (sia per il loro settore pubblico che per quello privato). Ora la Germania ci accusa, ci dice che abbiamo avuto condizioni di credito troppo facili, troppo buone, ed è vero! È verissimo! Ma è proprio questo l’argomento che dimostra quanto sia illogico l’euro, perché diversi paesi devono avere tassi di interesse diversi per gestire bene le loro economie. Ribadisco: tra l’altro anche il settore privato nei paesi deboli ha un incentivo indebitarsi troppo, e questo fondamentalmente è quello che ha detto Vítor Constâncio, come ricordavo all’inizio della mia presentazione. Peraltro questa argomentazione era stata esposta molto chiaramente da Roberto Frenkel e Martin Rapetti in un’altra rivista scientifica di primissimo ordine, il Cambridge Journal of Economics, circa 4 anni fa.Sottolineo la rilevanza scientifica delle riviste per evidenziare come questi studi non potessero passare inosservati ai professionisti dell’economia (a meno che non intendessero ignorarli per motivi di tattica politica).
 
 
Attenzione: ci sono effetti perversi anche sui paesi forti, ed è importante sottolinearlo. Se si abolisce il rischio di cambio, se si eliminano i segnali legati ai tassi di cambio, le istituzioni finanziarie e private dei paesi forti presteranno troppo all’estero. Le banche tedesche hanno prestato troppo all’estero. Non ti puoi indebitare troppo se non c’è nessuno che presta troppo. Avete mai cercato di avere i soldi della vostra banca? E allora sapete come vanno le cose. La moneta unica poi ha un altro incentivo perverso, per i paesi forti, oltre a quello di spingerli a prestare troppo. Come ha spiegato Claudio, la moneta unica è troppo debole per i paesi forti, come la Germania, e consente dunque ad essi di fare grandi profitti rispetto esportando verso i paesi deboli. Il rovescio della medaglia è che questa facilità di far profitti col cambio drogato disincentiva gli investimenti produttivi. Il settore privato non finanziario dei paesi forti investe troppo poco a casa propria. Hans-Werner Sinn, un importante economista tedesco, ha presentato questa argomentazione, non un economista americano “invidioso”, o un “pigro” economista italiano, no, è un professionista bravo, che ammiro (non sempre), ed è soprattutto un economista tedesco.
 
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Andiamo a vedere i dati: la Germania è il paese col più basso rapporto tra investimento e PIL in Europa nel periodo 1999-2007.Insomma: dimenticatevi la favoletta dalla Germania che è competitiva perché investe tanto. Scordatevelo,va bene?
 
Andiamo avanti.
 
Cosa ha fatto la Germania?
 
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Ha fatto una politica assolutamente standard di dumping salariale, esattamente quella che, ironia della sorte, rimproveriamo alla Cina, dove però i salari crescono e la povertà cala. I paesi del Nord ci danno la colpa della crisi perché non avremmo fatto le riforme strutturali. Cosa sono le riforme strutturali? Sono pagare un po’ meno i lavoratori. La Germania ha cominciato a farlo nel 2002. In nero vedete la quota salari in Germania dal 2002 al 2007, e il suo crollo dopo le cosiddette riforme Hartz, un tipo che pare avesse abitudini abbastanza simili a quelle di Berlusconi (ma questo è un altro discorso, non voglio entrare nei pettegolezzi). La discesa dei salari è impressionante, e ha reso possibile un aumento di competitività proprio perché il tasso di cambio coi principali partner era fisso (ne riparlerò dopo).
 
Ma questa politica dei redditi slealmente competitiva ha costi sociali nascosti.
 
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Osservate l’andamento della disuguaglianza del reddito in Germania: vedete quanto è aumentata rapidamente dopo l’approvazione delle cosiddette riforme strutturali? La Germania è il paese della zona euro dove le diseguaglianze sono cresciute di più in questo periodo: la povertà cresce, cresce il divario fra Est e Ovest, e quello tra lavoratori strutturati e lavoratori precari o con contratti atipici.
 
Due condizioni sono necessarie per superare la crisi.
 
Primo, armonizzare i mercati del lavoro dei paesi membri, riportando i salari reali in linea con la produttività del lavoro ovunque nella zona euro, perché se un paese fa il giochetto sporco della Germania comprimendo le dinamiche dei salari reali al di sotto della dinamica della produttività alla fine saltiamo tutti. Dobbiamo regolamentare nuovamente i mercati finanziari europei, e naturalmente dobbiamo smantellare l’euro, e dobbiamo farlo ora, sia per motivi di breve termine che per motivi di lungo termine. Analizziamo questi punti. 
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 (Fonte: Reinhart, C., Sbrancia, B., 2011, “The liquidation of government debt“, BIS Working Papers, N. 363).
 
Andate a vedere la linea rossa, che descrive un secolo di debito pubblico nei paesi avanzati. Abbiamo due picchi evidenti, e una evidente fase di discesa ordinata. Partiamo da qui: questa fase (nel box rosso) è quella in cui come vi ho detto prima i paesi avanzati hanno liquidato l’enorme debito accumulato a causa del secondo conflitto mondiale. È un periodo che va diciamo dal 1946 fino al 1971. Guardate la situazione attuale: c’è stato un aumento improvviso del debito pubblico, dovuto al bisogno di salvare la finanza privata, che ha imposto ai governi uno sforzo enorme, che si è tradotto in un massiccio e improvviso accumulo di debito pubblico. Per quanto riguarda il debito pubblico, la situazione attuale è molto simile a quella vissuta alla fine della Seconda guerra mondiale. Veniamo da trent’anni di guerra del capitale contro il lavoro. Cos’è successo a quel tempo, cosa è stato fatto dai governi dopo la Seconda guerra mondiale?
 
Due cose. La prima l’abbiamo già vista in precedenza: questo è il periodo in cui i salari reali sono cresciuti in linea con la produttività, quindi c’è stata una equa distribuzione del reddito. La seconda è che abbiamo regolamentato i mercati finanziari. Consideriamo questo punto. La liquidazione dell’enorme debito dopo la Seconda guerra mondiale è stato resa possibile da due cose: intanto, da quello che gli economisti chiamano “repressione finanziaria” (io la chiamerei piuttosto “regolamentazione finanziaria”). Carmen Reinhart e  Belen Sbrancia hanno analizzato questo processo storico nel loro paper del 2011. La seconda cosa che ha facilitato il rientro del debito è stata l’equa distribuzione del reddito: il capitalismo funzionava come afferma (o pretende) di funzionare, cioè pagando i fattori della produzione in funzione della produttività. Ciò ha favorito la crescita e ha evitato l’accumularsi di ulteriori debiti per assorbire la produzione, rendendo possibile il rientro dai debiti pregressi, perché qualsiasi problema di debito è sempre un problema di crescita del reddito.
 
Cosa vuol dire repressione finanziaria? Dovremmo reintrodurre per esempio qualche forma di regolamento, di norma Glass–Steagall, cioè separare le banche commerciali dalle banche d’investimento, perché il modello tedesco di banca universale non ha funzionato. Dovremmo riconsiderare la posizione delle banche centrali. L’indipendenza della banca centrale è stata additata come una minaccia alla democrazia da economisti come Josef Stiglitz o Axel Lejonhufvud (che è meno noto al grande pubblico, ma è comunque un economista keynesiano molto importante).
 
Cosa vuol dire adeguata distribuzione dei redditi? Ci sono diverse proposte: ne prendo una di un economista tedesco, per mostrarvi che i tedeschi non sono i miei nemici, sono amici, perché viviamo nello stesso mondo e viviamo in questo mondo per un periodo molto breve: la vita è breve e non val la pena di viverla male quando abbiamo i mezzi tecnici per vivere molto meglio. Un’equa distribuzione del reddito vuol dire che il salario nominale contrattuale dovrebbe aumentare al tasso della crescita della produttività aumentato dall’obiettivo d’inflazione (se decidiamo di conservare un obiettivo d’inflazione comune fra paesi europei).
 
Questo significa equa distribuzione del reddito: che chi produce sia remunerato in proporzione al proprio contributo.
 
L’euro è un morto che cammina. Avete notato la dichiarazione di Jens Weidmann, il presidente della Bundesbank, quando ha detto che il prossimo stress test del settore bancario sarà eseguito considerando diversi coefficienti di rischio per i titoli sovrani? Capite cosa vuol dire? Vuol dire che il “whatever it takes“, il “faremo qualsiasi cosa” di Draghi, era un bluff, perché se avesse ragione Draghi i titoli pubblici avrebbero rischio zero. Questo significa che in Germania qualcuno è stufo di questa situazione e vuole smantellare l’euro. Le dichiarazioni di Hans-Werner Sinn, sul fatto che Berlusconi sia stato messo da parte perché stava preparandol’uscita dall’euro dell’Italia dice molto: Sinn ha sempre detto che i paesi del Sud dovrebbero uscire dall’euro (e lui è un economista tedesco), e se è lui che fa questa affermazione, si tratta di un segnale politico molto importante. Le opinioni dei nostri Letta, Renzi, Napolitano, e dei loro bardi, sono irrilevanti.
 
I motivi di breve periodo per smantellare l’euro sono ovvi: la flessibilità del cambio consentirebbe un riequilibrio simmetrico degli enormi squilibri accumulati durante il periodo dell’euro. Ci sono però anche motivi di lungo periodo. Per integrare le rispettive economie i paesi europei non possono rinunciare a due caratteristiche dei tassi flessibili. La prima è la funzione di segnalazione(signaling): il tasso flessibile dà un segnale rapido e chiaro al mercato se c’è qualcosa che sta andando storto in un paese. La seconda è la funzione di adempimento degli accordi: questa funzione è stata evidenziata nel 1957 da James Meade, venti anni prima di vincere il Nobel (nel 1977). Si tratta, ve lo sottolineo, di un economista illustre, che poi è stato dimenticato, ingiustamente, perché molto attuale, e nel mio libro concludo la mia proposta di politica economica utilizzando appunto un articolo che lui scrissi nell’anno in cui sono stati firmati i Trattati di Roma (1957).
 
Meade dice che se un governo europeo vuole utilizzare politiche monetarie o di bilancio in modo non cooperativo, a esclusivo fine di stabilizzazione interna, se per esempio, usando le sue parole “nella presente situazione di surplus delle partite correnti le autorità tedesche dovessero usare la politica monetaria per contenere l’inflazione… bisognerà fare maggior ricorso all’arma della variazione del cambio”. La flessibilità del tasso di cambio è un’arma difensiva contro il comportamento non  cooperativo di altri stati membri di un’Unione Economica e Monetaria, ed è l’arma più efficace, perché di fronte a politiche di dumping sociale così forti come quelle praticate dalla Germania il tasso nominale tedesco si sarebbe apprezzato. Sarebbe andata così: “Cari tedeschi, va bene, siete bravi, avete fatto le riforme senza aspettarci, che bello! Così facendo oggi violereste l’art. 5 delTrattato sul funzionamento dell’Unione Europea, ma che gli fa, siamo amici, va bene così. Ora i vostri prodotti costano di meno, fantastico! Ci piacciono molto, benissimo! Siete un paese in surplus, che bello, vi facciamo anche un applauso…” Ma se dieci anni or sono per comprare i prodotti tedeschi avessimo dovuto comprare la valuta tedesca, questa, essendo molto richiesta, si sarebbe apprezzata, e così alla Germania non sarebbe servito a molto schiacciare i salari dei propri lavoratori!
 
Noi viviamo in un sistema sovietico dove abbiamo pianificato il prezzo più importante per un paese, il prezzo della sua valuta.
 
Un’ultima osservazione.
 
Cosa dovreste fare, in qualità di deputati europei? Visto che difendendo l’euro a tutti i costi la Commissione sta distruggendo, con politiche di austerità rese necessarie dall’euro, le prospettive di sopravvivenza dell’unione europea, perché questo è quello che sta succedendo, allora voi deputati dovreste utilizzare il vostro potere di sfiduciare la Commissione Europea e costringerla a dimettersi. Perché la Commissione sta distruggendo l’Europa, e questo non è quello che ci si aspetta da lei. Forse non avete i numeri per farlo ora, ma dopo le prossime elezioni le cose potrebbero cambiare, come avevo previsto ormai due anni fa, e se non segnalate il vostro dissenso verso questa situazione assumete un rischio politico e probabilmente dovrete anche pagare un costo politico.
 
State attenti, e buona fortuna!
 
Tratto da: http://scenarieconomici.it/lintervento-integrale-di-bagnai-al-parlamento-europeo/
 
L’intervento integrale di Bagnai al Parlamento Europeo: Lezioni dalla Crisi
commenti

USCITA DALL’EURO: QUANTI SOLDI CI DEVE LA BCE?

Pubblicato su 31 Dicembre 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in MONETA -BANCHE - VARIE

Come ogni anno, quando si avvicina la fine, comincia puntuale lagirandola delle previsioni sulla crescita prossima ventura. Qualcuno, fulminato sulla via di Bruxelles, comincia a vedere laluce in fondo al tunnel e folgorato dall’abbagliante miraggio, inizia a diffondere in giro i numeri che ha visto durante i momenti dell’estasi. In particolare il governo Letta ha dato le sue stime del miracolo: 1% di aumento del PIL nel 2014, 2% nel 2015. Ha usato numeri semplici, facilmente memorizzabili. Una successione aritmetica di ragione 1. Poteva anche usare la ragione 2 per dare più coraggio e speranza al popolo vessato: 2% nel 2014, 4% nel 2015, 6% nel 2016. Oppure la successione di Fibonacci: 1,1, 2, 3, 5, 8, 13 e così via. Pensa che bello, saremmo cresciuti nella stessa maniera in cui si riproducono i conigli. Ovviamente i fulminati hanno gioco facile a sparare numeri a caso, contando sul fatto che gli italiani hanno la memoria corta e sono troppo impelagati con le contingenze del presente per ricordarsi le dichiarazioni di un anonimo presidente del consiglio di cui molto presto non sentiremo più parlare. Renzi incombe, lui è il nuovo che avanza. E ha la benedizione del solito granitico manipolo di gonzi del PD per continuare a distruggere l’Italia.
 

 

Eppure, tutti noi ormai stiamo vivendo sulla nostra pelle o a un palmo dal nostro naso, quali siano davvero le cifre che contano in una nazione: il numero di suicidi, la disoccupazione, i cassaintegrati, gli esodati, gli emigrati, la perdita del potere di acquisto, le aziende che chiudono, il calo della produzione industriale. Cosa volete che conti l’aumento di un misero punto percentuale di PIL in mezzo a un deserto sociale ed economico, come quello che abbiamo davanti gli occhi tutti i giorni. Il PIL può aumentare perché aumentano le rendite degli speculatori o diminuiscono le importazioni, oppure più semplicemente perché aumenta l’anemica inflazione, senza creare un solo posto di lavoro in più. Il PIL insomma può aumentare mentre il deserto intorno a noi continua inesorabilmente ad avanzare. Tuttavia, grazie alla mobilitazione dei forconi e alla loro lenta ma irreversibile presa di coscienza, abbiamo capito una cosa importante. Sebbene in modo ancora frammentario e approssimativo, la gente ha capito qual è la causa principale dei nostri problemi: l’euro. Dal micidiale sistema di aggancio rigido delle monete europee del 1979, passando per il divorzio fra Banca d’Italia e Tesoro del 1981 fino alla perdita definitiva della sovranità monetaria del 1999. Senza la leva valutaria del tasso di cambio e strangolato dai vincoli di bilancio, uno Stato può solo assistere impassibile al suo declino. La legge di Murphy non sbaglia mai: se una cosa può andare male prima o dopo lo farà. E l’euro che è uno dei progetti più strampalati e sbagliati della storia non poteva che finire così. Nel caos, nella rivolta sociale, neldisordine istituzionale.
 
E intanto, mentre cresce la protesta, abbiamo capito che tutti i mali endemici del nostro paese, la corruzione, la casta, l’evasione fiscale, la malavita, sono solo dei dannosi effetti collaterali che non hanno nulla a che vedere con la ripresa dell’economia. Una bazzecola in confronto ai fiumi di soldi che andranno via dall’Italia in seguito all’adesione ai trattati europei, dai fondi di salvataggio al Fiscal Compact, agli insostenibili interessi sul debito, alle perdite per mancanza di competitività, alle crescenti spese per pagare i sussidi di disoccupazione, alla scomparsa della capacità produttiva e delle competenze imprenditoriali e tecniche, alla svendita del patrimonio pubblico e privato italiano. Come dire che per prendere un camorrista basta rinforzare gli organi di polizia e di magistratura, ma per fare un operaio qualificato servono invece anni e anni di dedizione e formazione. E abbiamo capito che le misure di austerità servivano solo a renderci più poveri, a creare maggiore disoccupazione, ad abbassare le nostre pretese salariali, ad equilibrare i nostri conti con l’estero riducendo le importazioni, mentre numeri (questa volta consuntivi) alla mano, i tagli alla spesa e gli aumenti di tasse hanno peggiorato i nostri conti pubblici. La favoletta che lo Stato funziona come una famiglia e se risparmia crea i presupposti per la crescita, ormai viene creduta soltanto da chi non riesce a capire il funzionamento delle tabelline, delle moltiplicazioni, delle frazioni. Non conosce la differenza fra micro e macroeconomia. Non sa che l’economia è spesa e senza spesa non c’è economia.
 
E abbiamo capito che se le banche non prestano più o la gente e le imprese non si indebitano, la moneta scompare dal mercato e senza moneta non possiamo più finalizzare i nostri scambi o rimborsare i nostri debiti precedenti, con tutto ciò che ne consegue in termini di recessione senza fine e fallimenti a catena. E abbiamo capito che l’unico interesse dei tecnocrati di Bruxelles è il salvataggio delle banche e le loro interminabili riunioni notturne servono solo a decidere se a pagare debbano essere i governi, i contribuenti oppure gli obbligazionisti, gli azionisti e i correntisti delle banche con i prelievi forzosi. Cioè sempre noi cittadini, perché ormai è stato deciso nei piani alti che tutti devono pagare le perdite delle banche tranne coloro che hanno realmente creato i buchi di bilancio con la loro pessima gestione finanziaria. E abbiamo capito che la Germania non ha alcuna intenzione di fondare i favolosi Stati Uniti d’Europa, perché ciò comporterebbe un trasferimento perenne di ricchezza dal nord al sud del continente. E abbiamo capito anche che i tedeschi, in occasione proprio degli accordi sull’unione bancaria, hanno messo un limite temporale all’euro: 10 anni. Fino al 2024 infatti i panni sporchi delle banche verranno lavati innanzitutto all’interno dei singoli paesi di origine, non ci sarà alcuna mutualizzazione delle perdite, i tedeschi non pagheranno più per salvare gli altri, dopo invece si vedrà. E in quel dopo sono sottointesi tutta la diffidenza e lo scetticismo che ormai la Germania nutre sulla possibilità di sopravvivenza dell’euro. E abbiamo capito infine che la Storia non fa sconti a nessuno e se qualcuno, per quanto abile e potente esso sia, cerca di riportare indietro le lancette della Storia, interrompendo bruscamente il cammino di emancipazione dei popoli dalla schiavitù e dall’oppressione, prima o dopo paga dazio.
 
E’ vero che c’è stato un periodo ormai lontano nel passato in cui gli interessi dei singoli individui potevano spontaneamente e inconsapevolmente indirizzarsi verso l’interesse della collettivitàAdam Smith non era un balordo, ma un profondo conoscitore delle dinamiche economiche e politiche della società in cui viveva. Ma Smith non poteva sapere che più di duecento anni dopo i suoi studi, i processi di concentrazione e fusioneavrebbero creato alcuni singoli individui giuridici, alcune società, alcune multinazionali, alcuni colossi bancari capaci di eguagliare e in certi casi superare la capacità finanziaria di interi Stati, mettendo in aperto conflitto i propri interessi con quelli della collettività. Smith, consapevole dell’importanza giuridica e regolatrice degli Stati e sinceramente persuaso dei benefici della libera concorrenza, sarebbe impallidito al solo pensiero di una simile distorsione. Il buon Smith avrebbe tuonato inorridito che non può esistere una società privata capace di concorrere con la responsabilità legislativa e la funzione di garante dei diritti dello Stato, e se una mostruosità del genere è accaduta è solo perché lo Stato non è riuscito a far rispettare i vincoli della libera concorrenza, che in teoria (e solo in teoria purtroppo) non avrebbero potuto ammettere l’espansione di una società privata oltre un certo limite.
 
Smith era in primo luogo un giurista e un filosofo affascinato dai meccanismi di scambio e produzione, e non poteva prevedere le derive dell’infernale commistione fra sfera pubblica e sfera privata, che consente oggi a banchieri e politici di scambiarsi ruoli e poltrone incuranti dei danni economici e crimini sociali di cui si rendono continuamente protagonisti. Tuttavia se al tempo di Smith l’idea salvifica della massimizzazione dell’interesse privato poteva funzionare, data la ridotta dimensione del nascente settore privato capitalista e bancario, oggi il paradigma va completamente ribaltato: soltanto perseguendo l’interesse della collettività, attraverso un rafforzamento delle istituzioni pubbliche dello Stato, sarà possibile sperare di difendere i propri interessi individuali di privati cittadini dall’aggressione feroce di quella parte ingigantita e fuori controllo del settore privato stesso. E’ una guerra senza quartiere per la sopravvivenza: o vincono loro oppure noi. Non ci sono vie di mezzo. O i giganti tornano bambini, attraverso una lenta ma determinata attività di regolamentazione e riconquista dello spazio pubblico di manovra, oppure noi finiremo per essere sbranati dalle loro fauci. Questa volta la mano invisibile che dovrà indirizzare inconsapevolmente tutte le nostre scelte future sarà l’interesse collettivo, il quale in un mondo complesso come quello attuale è l’unico che può garantirci un duraturo e stabile benessere privato. Dopo Smith, sono arrivate per fortuna migliaia e migliaia di pagine sulla teoria dei giochi per spiegarci come i processi di coordinamento e cooperazione fra gli individui riescano a massimizzare meglio i singoli obiettivi rispetto alla sregolata condotta competitiva e aggressiva degli operatori. E purtroppo per noi, le grandi imprese ci hanno preceduto su questo cammino e conoscono talmente bene le suddette teorie da averle usate per costruire i cartelli, i trusts, le holdings, i monopoli, gli oligopoli, gli organismi internazionali che ci stanno massacrando.
 
Tuttavia siccome la Storia è più potente di qualsiasi gruppo di potere costituito e la Storia ha sempre posto un argine alla diffusione delle dittature, militari o finanziarie che siano, ecco che comincia a piccoli passi la controffensiva popolare e democratica. Iniziata con i movimenti no global, continuata attraverso i presidi dei ragazzi di Occupy Wall Street e indignados, e infine inoculata all’interno di alcuni partiti politici tradizionali, come il Front National in Francia o il Movimento 5 Stelle e la Lega Nord in Italia. O in nuove e promettenti associazioni politiche come la nostra, ARS Associazione Riconquistare la Sovranità, che ha fatto dellaregolamentazione finanziaria e del ritorno alle linee guida costituzionali il maggiore punto di forza del suo programma. Qui in Europa la lotta al leviatano della finanza sta sempre più prendendo la forma di un convinto e ben documentato anti-europeismo, dato che quest’ultimo è stato la base istituzionale che ha consentito a banchieri e multinazionali di taglieggiare i popoli e i lavoratori europei. Il tentativo estremo di tutti i faccendieri e lobbisti d’Europa di scalzare la normale dialettica democratica e la prassi politica degli Stati nazionali, per mettere al centro delle trattative unicamente i loro affari e profitti. Tentativo tanto ardito quanto fallimentare. Non ci riusciranno. Hanno già perso. Il popolo ha iniziato a capire. Questi ultimi frenetici colpi di coda per continuare a depredare le nazioni sono la più palese rappresentazione della loro sconfitta. Ormai non costituisce più vergogna andare in giro con la bandiera del proprio paese sulle spalle, mentre quel pezzo di stoffa blu con dodici stelle gialle in cerchio viene sempre più associato nell’immaginario collettivo ai regimi totalitari, al nazismo, al fascismo, al medioevo. Il cambio di rotta è già avvenuto nella testa della gente. E chiunque abbia un minimo di conoscenza della Storia, sa che la creazione di un simbolo o un mito negativo contro cui combattere è il primo passo indispensabile per convincere la gente a combattere davvero nelle strade e nei palazzi che contano. Per rimettere al centro la sovranità popolare al posto di quella elitaria o dinastica.  
 
Oltre alla denuncia, è nostro dovere quindi riflettere sulla fase costruttiva e cominciare a ragionare su cosa succederà dopo la cacciata dei tiranni. Si dovrà in particolare capire come verranno gestiti lo smantellamento dei caracollanti palazzi di Bruxelles, Francoforte e Strasburgo e la transizione ai rinnovati istituti democratici nazionali. Se parlamentari, commissari, burocrati, lobbisti vari verranno rimpatriati e giudicati secondo le loro colpe, appare molto più complessa la risoluzione delle controversie che potrebbero sorgere in seguito alla messa in liquidazione della Banca Centrale Europea BCE, il vero fulcro di potere e ricchezza finanziaria dell’attuale classe dominante. La BCE infatti ha un capitale sociale di circa €10 miliardi, di cui€1,25 miliardi versati da Banca d’Italia (12,5% di quota azionaria), che in teoria andrebbero persi nel caso in cui l’euro scomparisse come moneta. Ma rimarrebbe ancora in piedi la questione legata alla ridenominazione degli attivi di bilancio che ad oggi superano i €200 miliardi. La parte di attività in euro dovrà sicuramente essere ridenominata nelle varie valute nazionali e poi utilizzata per coprire le passività in euro, rappresentate principalmente dai depositi di riserve detenuti dalle varie banche europee e straniere. Mentre ben altra destinazione dovranno avere le attività denominate in valuta estera e le riserve auree, visto che Banca d’Italia ha versato a suo tempo €5 miliardi complessivi di oro (15% del totale) e valuta estera (yen e dollari). Queste riserve dovranno rapidamente rientrare in patria e servire come ulteriore garanzia a sostegno del corso della nuova lira, qualora dovessero iniziare improbabili attacchi speculativi ribassisti nei confronti della nostra moneta nazionale. A chi interesserebbe infatti una lira troppo svalutata? Non certo a tedeschi, francesi e americani, che con la nostra ritrovata competitività commerciale dovranno fare i conti.
 
€900 e passa miliardi di banconote circolanti di proprietà del portatore verranno convertite a vista in nuove monete nazionali dalle rispettive banche centrali, mentre gli attivi corrispondenti alla parte di banconote trattenuta dalla BCE (€73 miliardi circa) verrà nuovamente spartita fra le autorità monetarie dell’eurozona. Ma c’è un altro grande mistero che aleggia intorno alla faccenda della liquidazione della BCE, che riguarda i famigerati crediti/debiti del sistema di pagamento transfrontaliero TARGET2. Secondo i ripetuti chiarimenti forniti dagli stessi funzionari e governatori della BCE, questi saldi contabili sarebbero solo degli indicatori statistici e non avrebbero alcun valore effettivo, ma c’è da giurarci che i tedeschi, i quali hanno maturato negli anni un credito di oltre €500 miliardi (vedi grafico sotto), rivendicheranno il risarcimento di questa quota in valuta estera. Trattandosi infatti di crediti e debiti delle banche centrali che si maturavano ad ogni scambio commerciale o finanziario che avveniva fra i residenti dei paesi membri dell’eurozona, questi saldi rispecchiano quello che un tempo veniva finalizzato tramite i passaggi di valuta nazionale. Se venisse concordata questa linea di pensiero, l’Italia, che ha un debito di €200 miliardi circa, dovrebbe conferire ai creditori, in base ad un preciso programma di rientro, il corrispettivo in moneta nazionale della passività maturata. Ma ripetiamo che si tratta di ipotesi, perchè essendo la moneta unica tra Stati sovrani un’eccezione e un’anomalia senza precedenti nella storia internazionale, la sua frantumazione aprirà sicuramente parecchie diatribe e controversie.
 
 
 
La cosa importante da tenere sempre presente è però che l’euro finirà. Non sappiamo ancora bene come e quando, ma l’unica certezza su cui dovranno ruotare tutti i nostri ragionamenti, è che il destino della moneta unica è già segnato. I movimenti e i presidi del popolo sono i primi veri segnali di risveglio dell’Italia, da cui dovremo ripartire per ricostruire la nostra nazione dalle fondamenta. Dobbiamo essere così bravi e determinati da non far disperdere tutte queste energie positive, cercando di farle convogliare in una proposta politica seria, credibile, efficace. Dato che l’euro è stato più uno strumento politico di abbattimento degli Stati nazionali, è con la politica, all’interno dei parlamenti e dei governi, che dobbiamo scardinarlo. Noi ci siamo e ci saremo sempre in questa lotta decisiva, con tutta la nostra buona volontà e l’amore che nutriamo per il nostro paese. Perché è chiaro che quando si scatenerà il caos e il panico tra la gente, bisognerà stare attenti allo sciacallaggio disordinato e agli ultimi disperati tentativi di sopravvivenza dell’inqualificabile classe dirigente uscente, che tenterà sicuramente di saccheggiare ancora tutto ciò che è sfuggito ai nostri calcoli e alle nostre previsioni. Qualcuno forse lascerà l’Italia, qualcuno cercherà di mischiarsi e confondersi tra la folla, qualcun altro in modo sfrontato e indegno tenterà ancora di difendere l’indifendibile. E prevediamo già che questa battaglia sarà dura, complessain certi casi anche violenta, ma alla fine, come ripetiamo spesso noi di ARS, ci libereremo!!! E con questo auspicio, vi auguro di trascorrere delle serene feste natalizie e spero di ritrovarvi presto su queste frequenze.
Tratto da:http://tempesta-perfetta.blogspot.it
USCITA DALL’EURO: QUANTI SOLDI CI DEVE LA BCE?
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GLI SPECULATORI NON MUOINO MAI

Pubblicato su 31 Dicembre 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in MONETA -BANCHE - VARIE

I valori sono discesi a livelli fantasticamente bassi; le imposte sono cresciute; la nostra capacità di pagamento è diminuita; ogni categoria di amministrazione deve tener conto di una notevole diminuzione delle sue entrate; nelle correnti commerciali si è prodotto un vero congelamento delle possibilità di scambio; per ogni dove si posano le foglie secche dell'iniziativa industriale; gli agricoltori non trovano mercati di sbocco per i prodotti della terra, e migliaia di famiglie hanno perduto i risparmi pazientemente accumulati in lunghi anni. Ancora più grave è la circostanza che una folla di disoccupati si trova di fronte al tetro problema della propria esistenza, mentre un numero non minore di cittadini continua a lavorare con scarso profitto. Solamente uno sciocco ottimista potrebbe negare l'oscura realtà del momento.
Eppure le nostre vicende non derivano da alcun fallimento sostanziale. Né siamo colpiti da alcun flagello di locuste. Questo accade perché quanti dominano nel campo dello scambio dei beni materiali, venuti meno dapprima al loro compito per ostinazione ed incompetenza, ammettono poi il loro fallimento ed abdicano alle loro responsabilità. Davanti al tribunale dell'opinione pubblica, condannati dal cuore e dalla mente degli uomini, stanno i sistemi degli speculatori. Di fronte al fallimento del credito hanno saputo soltanto proporre di ricorrere a nuove concessioni di credito. Quando è stato loro impossibile continuare a prospettare il miraggio del profitto per indurre a seguire le loro false teorie di governo, hanno creduto di poter correre ai ripari con pietose esortazioni invitanti a concedere ancora la perduta fiducia. Non conoscono altre norme, che quelle di una generazione di difensori dei propri interessi. Non hanno alcuna larghezza di visione, e quando manca tale elemento i popoli decadono.La misura più o meno vasta di una restaurazione dipenderà dalla proporzione nella quale verranno applicati valori sociali più nobili di quelli del puro e semplice profitto monetario.
La felicità non consiste esclusivamente nel possesso del denaro; essa si concreta nella gioia del raggiungimento di uno scopo, nell'emozione data da ogni sforzo di creazione. Nella folle rincorsa dietro profitti evanescenti non si deve più dimenticare la gioia e lo stimolo morale prodotti dal lavoro. 
Il riconoscere la falsità della ricchezza puramente materialistica come indice di successo procede di pari passo con l'abbandonare la falsa convinzione che i posti di alta responsabilità pubblica e politica si identificano con i fini dell'ambizione e del profitto personale. Bisogna porre fine a quella linea di condotta bancaria e commercialistica che ha permesso di perpetuare impunemente il male secondo criteri spietatamente egoistici. C'è poco da meravigliarsi di fronte alla diminuita fiducia, perché la confidenza prospera solo se alimentata dall'onestà, dal senso dell'onore, dal mantenimento delle obbligazioni assunte, da un costante spirito di protezione e da una linea di condotta altruistica. In mancanza di tali elementi la fiducia è destinata a morire.
Ma la ricostruzione non esige solo modificazioni di indole morale. Il nostro primo grande compito è di dare lavoro al popolo. Non è un problema insolubile, se affrontato con saggezza e coraggio. Può essere parzialmente risolto per mezzo di ingaggi diretti da parte del governo, affrontando la questione come si affronterebbe in caso di bisogno la mobilitazione per una guerra; ma nello stesso tempo non dimenticando che tale impiego di uomini va diretto al compimento di opere di grande utilità pubblica, realizzando progetti adatti a provocare e riorganizzare l'uso delle nostre risorse nazionali. Questo compito può essere facilitato dalridurre le imposte. Può essere facilitato unificando attività oggi inadeguate, antieconomiche e mal distribuite. Può essere facilitato per mezzo di un progetto nazionale per l'organizzazione e la sorveglianza sui trasporti, le comunicazioni e altri servizi, che hanno un carattere spiccatamente pubblico. Molti sono i mezzi per risolvere il problema, che non verrà tuttavia mai risolto soltanto col continuare a parlarne. Occorre agire: e dobbiamo agire rapidamente.
Le nostre relazioni commerciali con l'estero, benché importanti, dal punto di vista dell'urgenza vengono necessariamente in seconda linea, e non possono essere affrontate che dopo la riorganizzazione di una salda economia nazionale.
Infine, nel nostro progresso verso una ripresa del lavoro occorre tenere presenti due salvaguardie contro i mali del vecchio ordine di cose: bisogna esercitare una stretta sorveglianza su tutto il sistema bancario, creditizio e di investimento del denaro; bisogna finirla con le speculazioni basate sul denaro altrui; ed è necessario prendere disposizioni per raggiungere una correttezza adeguata, ma solida.

Di Beppe Grillo

Fonte: beppegrillo

Tante altre notizie su www.ariannaeditrice.it 

GLI SPECULATORI NON MUOINO MAI
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L'OSCAR DELLA CAZZATA DEL 2013

Pubblicato su 31 Dicembre 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in MANIFESTI

L'OSCAR DELLA CAZZATA DEL 2013
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INCONTRI SEGRETI BILDERBERG : RIVOLUZIONE ANTI NWO

Pubblicato su 31 Dicembre 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in MONETA -BANCHE - VARIE

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IL PANETTONE TEDESCO

Pubblicato su 30 Dicembre 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in MONETA -BANCHE - VARIE

Mario Pirani su La Repubblica del 22 dicembre attacca di nuovo gli “antieuropeisti” dipingendo a tinte fosche le conseguenze di una possibile rottura dell’euro e rinviandoci alla speranza di una rinnovata solidarietà europea che rilanci quella domanda aggregata senza la quale non v’è ripresa. Peccato tuttavia che le notizie che giungono dal fronte europeo siano di segno opposto.

All’esultanza di Saccomanni circa l’Unione Bancaria europea ha fatto riscontro lo scetticismodella maggior parte dei commentatori. Il risanamento delle banche resterà fondamentalmente a carico dei singoli Stati – quelli che se lo potranno permettere – mentre un fondo comune di dimensioni ridotte sarà costituito dalle banche medesime e pienamente operativo solo fra una decina d’anni. I privati saranno chiamati a contribuire alle perdite determinando ulteriore insicurezza nei risparmiatori, ma questo non è un problema per gli Stati ricchi che potranno ben accollarsi le perdite. A soccorso di chi proprio non ce la facesse, l’Europa potrà intervenire con il già costituito fondo di salvataggio European Stability Mechanism, ma non sostenendo direttamente le banche, bensì prestando agli Stati e imponendo loro le solite misure fiscali capestro. Gli Stati nazionali continueranno così a essere invischiati nelle crisi bancarie senza la rottura di quell’abbraccio mortale fra Stati in crisi e banche malandate solennemente promessa nel vertice europeo del giugno 2012.

Le banche sono peraltro piene di titoli pubblici e se durante l’ispezione dei bilanci bancari che laBCE compirà l’anno prossimo essi saranno valutati come titoli rischiosi, e non sicuri com’è stato sinora, questo produrrà danni sia ai bilanci bancari che alle finanze pubbliche, i cui titoli diventeranno meno appetibili per le banche. Eppure era stata la BCE a invitare le banche ad acquistare centinaia di miliardi di titoli pubblici per sostenere gli stati periferici. Si svela qui il tragico errore della politica monetaria europea, riconosciuto anche da importanti economisti di Francoforte. La BCE ha decentrato il sostegno dei titoli di stato alle banche, compito che le sarebbe invece proprio ma le è impedito dai Trattati, finendo così per intensificare l’abbraccio mortale banche-Stati (la cui altra causa è stata il soccorso fornito da alcuni stati alle banche impelagate nella crisi delle bolle immobiliari).

Merkel Letta 300x176 Il panettone tedescoIl buon senso suggerirebbe che la BCE si occupasse finalmente del sostegno dei titoli pubblici, come richiesto dall’accorato appello pubblicato domenica su questo giornale, socializzando a livello europeo le crisi bancarie di altra origine. Nel vertice della scorsa settimana, per giunta, i tedeschi sono tornati alla carica con i cosiddetti “accordi di programma”, ovvero impegni inderogabili da parte degli stati in crisi a “riforme strutturali” in cambio dell’elargizione di non ben definiti “meccanismi di solidarietà”. LaMerkel ne ha parlato anche nel messaggio di investitura al Bundestag. Di ciò per nulla si è parlato in Italia, eppure su questo Roma ha capeggiato il fronte di rifiuto di quello che è visto come un ulteriore diktat tedesco su cui Berlino tornerà alla carica. Cosa si deve sperare da quest’Europa?

Sappiamo meglio di Pirani quanto la problematica della rottura dell’euro sia delicata, più per le complicazioni per arrivarci senza sconquassi finanziari e con un consenso europeo che per le conseguenze ultime (peggio di quello che già ci aspetta…). A maggior ragione crediamo che il livello dello scontro con l’Europa vada alzato, in maniera costruttiva ma senza appelli a un europeismo senza fondamenti.

di Sergio Cesaratto

Fonte Il Manifesto (27 dicembre 2013)

Tratto da:correttainformazione.it 

IL PANETTONE TEDESCO
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L’Italia ha perso la guerra, ma la ricostruzione non ci sarà

Pubblicato su 30 Dicembre 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in ITALIA

Quelle che abbiamo attorno sono le macerie di una guerra. Lo afferma senza giri di parole il centro studi di Confindustria descrivendo questa crisi, ovvero la più drammatica recessione della nostra storia, dopo il secondo conflitto mondiale. A partire dal propagarsi nel mondo degli effetti reali della crisi iniziata con i “sub-prime”, lo sfacelo dell’economia è paragonabile a una guerra per i danni e le macerie che ha lasciato dietro di sé. In pochi anni sono svaniti quasi due milioni di posti di lavoro. E la drammatica morsa creditizia, operata dal sistema bancario, continuerà ancora a lungo, almeno fino al 2015 nello scenario più negativo. «Otto anni di vacche magre, anzi, scheletriche», annota Eugenio Orso. La catastrofica recessione neocapitalistica sta dando segni di luce in fondo al tunnel? Attenti: se la “guerra” è finita, «il dopoguerra potrà essere altrettanto negativo e socialmente drammatico». Parlano le cifre: oltre 7 milioni di senza lavoro e quasi 5 milioni di poveri.

Il tutto, scrive Orso in un post ripreso da “Come Don Chisciotte”, è condito da un crollo dei consumi delle famiglie che possiamo definire epocale: è la fine Draghi e Lettadella tanto deprecata società dei consumi? Siamo appesi a un filo: le ostilità potrebbero riprendere improvvisamente, «a causa di un ennesimo shock orchestrato dalla grande finanza internazionalizzata». In quel caso, «la situazione potrà precipitare ulteriormente». Del resto, la debolezza strutturale del sistema-Italia, dal punto di vista sociale e occupazionale, si manterrà anche il prossimo anno. E il Pil, «se crescerà, crescerà di un’inezia, meno dell’uno per cento», per la precisione lo 0,7% secondo la Confindustria, che rivede a ribasso precedenti proiezioni. «La peggiore ipotesi, nel dopoguerra e a partire dall’anno nuovo, è che il rispetto degli “impegni” presi in sede europea implichi la rinuncia forzata a un punto di Pil, con conseguenze negative sul temutissimo spread e ricadute ancor più negative sulla società».

Se anche la “guerra” fosse veramente finita, aggiunge Orso, se ne deduce che – in ogni caso – l’Italia è un paese sconfitto: «Abbiamo perso la guerra e soltanto ora ce ne siamo accorti». Potenza manifatturiera in Europa e nel mondo, l’Italia «è forse il grande sconfitto in Europa», anche se «non certo l’unico, perché l’area europeo-mediterranea esce complessivamente sconvolta dal conflitto, che pare continui in Grecia». Lo spettacolo è desolante: «Le macerie visibili, le distruzioni del tessuto produttivo, i segni dei continui “bombardamenti” neocapitalistici ed europoidi ci sono tutti», continua Orso.

«Lungo le direttrici del Veneto e nei distretti industriali del nord», si moltiplicano «gli edifici industriali e i capannoni chiusi intorno ai quali già cresce un po’ di vegetazione, abbandonati all’incuria perché nessuno può riattivarli». Analoga disperazione nelle strade e nelle case: «Il proliferare continuo del numero dei poveri veri, dei mendicanti, di coloro che dormono nelle stazioni, sempre più sporche e prive di manutenzione, ugualmente lo dimostra. Case senza riscaldamento (e senza luce) sempre più numerose, perché la cosiddetta “economia della bolletta” ammazza le Letta e Merkelfamiglie monoreddito». E attorno, «edifici pubblici e privati senza manutenzione, che fra qualche anno cadranno in pezzi».

Ma non è tutto. «Le macerie morali, invisibili quanto le ferite che offendono lo spirito, sono forse le più difficili da rimuovere e le più insidiose». Secondo Orso, «per l’Italia ci sarà un lungo dopoguerra, interrotto forse una ripresa improvvisa del conflitto, con un ultimo “bombardamento” finanziario ordinato delle aristocrazie globali del danaro e della finanza».Ma attenzione: «Non è prevista alcuna ricostruzione». Questo gli analisti del centro studi di Confindustria non lo scrivono, ma lo lasciano intendere quando, con aridi numeri, cercano di prevedere i possibili scenari del dopoguerra. «Non ci sarà ricostruzione, come avvenne dopo la seconda guerra mondiale, dal 1947 agli anni cinquanta. Perché, a differenza di allora, la spietata “global class” finanziaria, perfettamente organica al neocapitalismo e senza problemi di coscienza, non prevede per il paese alcun “Piano Marshall”». Ovvero: «Le risorse del paese si saccheggiano, le sue strutture produttive si smantellano, la popolazione si spreme fino all’inverosimile, e poi si passa ad altro, ad altri “mercati”, ad altre “bolle”, lasciando dietro di sé solo macerie. Materiali e morali».

Tratto da: imolaoggi.it

L’Italia ha perso la guerra, ma la ricostruzione non ci sarà
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La crisi travolge la Finlandia, pronti ad uscire dall'Euro se necessario

Pubblicato su 30 Dicembre 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in EUROPA

29 dicembre 2013 - Il vento in Finlandia pare stia cambiando. Se finora era ritenuta, al pari della Germania, un’isola felice nel mare in tempesta, il dato della crescita riferito al primo trimestre dell’anno in corso ha fatto registrare un -0,1% rispetto allo al trimestre precedente. Di per sé questa non è una notizia preoccupante, ma se la si associa al fatto che si tratta del secondo risultato negativo per due anni di fila la cosa inizia ad essere un po’ più minacciosa. Dopo due anni di crescita negativa il Paese va tecnicamente considerato in recessione

 
evento che fino a pochi mesi fa sembrava impossibile per uno qualunque dei Paesi scandinavi. A pesare sulla crescita è stato soprattutto il crollo delle commesse dall’estero per carta, macchinari e navi, causato dalla riduzione complessiva dei volumi di scambio dovuta alla crisi. Se l’Europa spende meno, i Paesi esportatori vendono meno, semplice. Tutto questo era assai presumibile, ed infatti previsto da molti economisti, che sin dall’inizio della crisi avevano ammonito l’applicazione di una ricetta a base solo di austerità  e non accompagnata da misure di sostegno alla crescita. Con la crisi della Finlandia è evidente che questa manovra, della quale abbiamo visto gli effetti più negativi in Spagna, in Grecia e in Italia, ha finito con il ritorcersi anche contro i Paesi più virtuosi.
 
Secondo i dati raccolti dalla rete d’informazione televisiva Yle, l’economia finlandese si è impantanata a causa della struttura stessa del sistema Paese, che si basa innanzitutto sulle esportazioni. Come già evidenziato, i partner commerciali della Finlandia (soprattutto quelli europei) stanno uscendo ora dalle turbolenze recenti ma i livelli di un tempo restano lontani e la ripresa completa sembra ancora lontana. Inoltre settori storicamente strategici versano ora in condizioni difficili, come l’industria del legno e della carta, ma anche la telefonia della famosissima Nokia. Il Paese è poi scarsamente competitivo a causa delle tasse e degli stipendi generalmente più alti delle medie europee, che non incentivano l’ingresso di nuove imprese nel mercato finlandese. Se a questo si aggiunge come ciliegina sulla torta la domanda interna ancora bassa si capisce come mai le aziende iniziano a chiudere e il governo comincia a parlare di manovre correttive per il prossimo anno. Tutto questo ha poi riflessi sull’esecutivo del premier Katainen, che da mesi vede scendere la fiducia della gente: solo un cittadino su quattro ritiene che il governo abbia fatto bene sino a oggi. La ragione principale sta proprio nell’andamento debole dell’economia finlandese.
 
Ad Helsinki non è però la prima volta che la crisi si tocca con mano. A circa metà degli anni Novanta il Paese che in cui risiede Babbo Natale era sprofondato ad un Pil del -13%, un tasso di disoccupazione del 18% e un tasso di suicidi ed alcolizzati a causa della povertà che toccava livelli da record. In quegli anni la crisi finlandese era stata innescata dalla deregulation finanziaria e dalla ormai nota in tutto il mondo bolla immobiliare. I prestiti a lungo termine furono svincolati dal controllo della Banca Centrale e nel giro di un decennio i prezzi delle case aumentarono dell'80% provocando il collasso del settore immobiliare. A ciò conseguì un calo dei consumi quasi del 13% e 450 mila posti di lavoro si volatilizzarono, un dato estremamente pesante per un paese che conta poco più di 5 milioni di abitanti.
 
Con il debito privato alle stelle lo Stato decise di intervenire sull’economia nazionalizzando alcune banche e in altri casi garantendo per loro grazie ad asset e immobili pubblici legati ai cosiddetti Covered Bond. Inoltre, il governo decise di svalutare la moneta finlandese, che calò del 30% rispetto al dollaro e al marco tedesco ridando slancio alle esportazioni. A ciò si aggiunse poi la scelta di finanziare e potenziare l'Information Technology che passò dal 6,5% del 1991 fino al 23% del 2000. Nokia trasse grande impulso dalle provvide misure governative, passando da realtà di media grandezza e quasi sull'orlo della bancarotta dei primi anni ’90, a multinazionale globale che da sola forniva il 20% di export e 3% di PIL nel 2002. Grazie a questa serie di interventi il rapporto deficit/Pil accrebbe arrivando a toccare il 58% (dal 14% precedente). Da lì la ripresa fu rapida fino al 2000 il Pil si tenne su una media del +4,5%.
 
Oggi la situazione è notevolmente diversa, ed è per questo che il governo non riesce a reagire come vorrebbe e si sta attirando le ire di gran parte della popolazione. La crisi iniziata col tracollo della Lehman Brothers, la struttura europea e dell’eurozona e il rigore tedesco applicato nei confronti della crisi, hanno dato il via ad un effetto domino che è arrivato a colpire anche la virtuosa Finlandia, senza che questa potesse muoversi in modo indipendente ed efficace come negli annoi Novanta. Il Ministro dell'Economia Jan Vapaavuori ha dovuto ammettere: «Il settore forestale e quello delle telecomunicazioni sono in crisi e la politica economica congiunturale non può risolvere il problema…».
 
Non potendo agire liberamente sulla propria politica monetaria e dovendo rispettare i dettami di Bruxelles oggi Helsinki fatica a riprendersi. Questo si è visto subito nelle numerose aziende che hanno chiuso e che stanno sentendo il peso della crisi. Prima fra tutte la Nokia, gravata anche dalla strategia fallimentare di non credere nello sviluppo degli smartphones, che ha dovuto chiudere i propri store negli Usa e nel Regno Unito. Già nel 2010 l’azienda era stata acquistata dalla giapponese Renesas Electronics e il piano di ristrutturazione della compagnia prevedeva 10mila licenziamenti dal 2012 al 2013 ma già negli ultimi mesi si è parlato di ulteriori 800 licenziamenti per l’inizio del prossimo anno. La notizia di questa nuova ondata di licenziamenti è stata pubblicata dal quotidiano finlandese Helsingin Sanomat, che ha riaperto il dibattito sullo stato economico della Finlandia.
 
E’ ormai evidente che i settori principali del Paese sono in piena crisi. In un’infografica del Helsingin Sanomat si ricorda che il settore dell’elettronica è passato da 61.500 dipendenti nel 2008 ai 46.000 del marzo 2013, mentre Nokia, principale azienda del Paese, ha dimezzato i suoi impiegati. Erano 23.320 e oggi sono 11.000. Ciò ha portato il Ministro delle Finanze Jutta Urpilainen a fare dichiarazioni particolarmente dure al quotidiano 'Kauppalehti': «La Finlandia si impegna a essere un membro della zona euro e stimiamo che l'euro sia benefico per la Finlandia. Tuttavia la Finlandia non aderirà all'euro a qualsiasi prezzo e siamo pronti a tutti gli scenari, compreso quello di abbandonare la moneta unica europea». D'altronde per uscire dall’ultima crisi la svalutazione monetaria era stata fondamentale.
 
Tratto da:http://terrarealtime.blogspot.it
La crisi travolge la Finlandia, pronti ad uscire dall'Euro se necessario
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Italia, Europa… SI SALVI CHI PUÒ!!!

Pubblicato su 30 Dicembre 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in ITALIA

Europa da Incubo! Siamo oppressi da una crisi economica che attanaglia senza alcuna distinzione geografica le classi più disagiate, diciamo che siamo stati bravi a cogliere gli effetti peggiori della Globalizzazione ed invece che aiutare popoli con maggiore iniquità sociale a divenire più equi ci stiamo livellando noi a situazioni in cui i diritti umani e dei lavoratori sono messi in secondo piano.

Sta crollando tutta un’impalcatura, posta non su fondamenta solide, ma che durava da più di cento anni e che in un modo o in un altro garantiva un minimo equilibrio tra i diritti garantiti al popolo e quello delle “caste”, almeno alle nostro occidente. Siamo giunti al momento in cui chi governa è solo il Dio denaro e non importa che tu sia un mio connazionale, mio fratello, un essere umano, ti vendo al miglior offerente e basta!

Pensiamo solo per un attimo all’opera d’arte portata a segno dal nostrano Mario per gli amici “er Drago”….Mario Draghi, un personaggio di tutto rispetto! Talmente di rispetto che fu uno dei privilegiati ospiti ad una speciale colazione, a bordo del panfilo reale della regina Elisabetta, il “Britannia”.

E’ il 2 giugno del 1992 un anno molto particolare: crisi Prima Repubblica, uragano Tangentopoli. Vi riporto un pezzo tratto da un libro scritto nel 2000 Massimo Pini: «I giorni dell’IRI, storie e misfatti da Beneduce a Prodi», Mondadori, pag.238: “La chiave di volta della sua inarrestabile carriera, di Draghi, arriva appunto quando partecipa alla sospetta “crociera” sul lussuoso yatch “Britannia” di Sua Maesta’ Elisabetta d’Inghilterra che incrocia a largo di Civitavecchia. Tra i passeggeri figurano irappresentanti delle banche più importanti e dell’alta finanza “giudaico-anglosassone”, Barings, Barchlay’s e Warburg, Goldman Sachs, il banchiere e speculatore internazionale George Soros. Questi sono li’ ad intimare le condizioni della finanza anglo sullo smantellamento delle partecipazioni statali. Per l’Italia, Mario Draghi, Beniamino Andreatta, collaboratore di Prodi, e, sembra, il ministro del Tesoro Barucci. In quanto direttore del Tesoro, il Draghi dovette giustificarsene in audizione parlamentare: «dopo aver svolto l’introduzione me ne andai, e la nave partì senza di me…in questo modo evitai ogni possibile sospetto di commistione». Il Britannia infatti prese il largo. Fatto è che Draghi, nell’introduzione, aveva lodato le privatizzazioni così: «uno strumento per limitare l’interferenza politica…un obbiettivo lodevole». In acque internazionali, ma su suolo britannico, gli italiani restati, Rainer Masera (un altro intoccabile), Giovanni Bazoli (Ambroveneto), Beniamino Andreatta, che sarebbe diventato di lì a poco ministro, ascoltarono le condizioni per consegnare l’Italia a Goldman Sachs, ops ma vi ricordate qualche altro noto appartenente della famosa, perchè assetata, Banca d’Affari??? Ma certo, si non vi sbagliate, il nostro grande Presidente Menti…ops Monti.

Una torta da 100 mila miliardi, come scrisse Massimo Gaggi, giornalista de Il Corriere che era a bordo, che venne spartita tra i presenti. Si dice che su quella nave sia stata messa a punto e deliberata una strategia che doveva portare alla svalutazione della lira e alla completa privatizzazione delle partecipazioni statali italiane a prezzi stracciati grazie alla svalutazione.
A settembre dello stesso anno viene lanciato un attacco speculativo che porta a una svalutazione della lira del 30% ed al prosciugamento della riserva della Banca d’Italia con Ciampi che arriva a bruciare 48 miliardi di dollari. Cominciano così le svendite a go-go di Draghi e Prodi.

Nel settembre ’93, alla privatizzazione della Comit fu incaricata di presiedere la Lehman Brothers; a quella del Credit, la Goldman Sachs. Fu Prodi a dare l’incarico alla Goldman Sachs, «della quale era stato consulente fino a pochi giorni prima». Capito, il Mortadellone? La Merrill Lynch, nei giorni in cui aveva l’incarico, aveva offerto alla Deutsche Bank il pacchetto di Credito Italiano in proprietà all’IRI per 6 mila lire ad azione. La Goldman Sachs fissò il valore del Credito a 2.075 lire per azione, meno della quotazione in Borsa, che era sulle 2.230 lire. Insomma Prodi vendette per 2.700 miliardi qualcosa che ne valeva almeno 8 mila. Persino l’Espresso si chiese:  ”è dunque un regalo quello che l’IRI sta facendo al mercato? ”

Il premio per il lavoro svolto in maniera assolutamente zelante al servizio dei padroni banchieri: ha lavorato talmente bene, che oggi Draghi è stato premiato con la direzione della Banca d’Italia. «Una scelta di alto profilo», dice Romano Mortadella Prodi, in merito al nuovo capo di Palazzo Koch ! E ci credo: il leader della sinistra è stato (e forse lo è ancora) consulente guarda caso proprio della Goldman Sachs (nonché presidente dell’Iri per ben due volte), e uno dei protagonisti della svendita italiana. In tredici anni decine e decine di grosse aziende nostrane passarono in mani straniere (per esempio Buitoni, Invernizzi, Locatelli, Ferrarelle, e moltissime altre). Nulla di sorprendente se Mario Draghi piace tanto a Prodi, anche perché sembrerebbe, e qui il condizionale è d’obbligo, che la campagna elettorale di Romano Mortadellone sia finanziata da una certa Linda Costamagna, una privata signora. Fin qui nulla di male. Ma se venisse fuori che questa signora è la moglie di Claudio Costamagna, Amministratore delegato della Goldman Sachs per l’Europa, la cosa cambierebbe ? Certo che sì.

Dopo l’incontro sul “Britannia” (tra le cui banche ospiti c’erano proprio i vertici della Goldman) sono iniziate quelle mega-privatizzazioni e acquisizioni che hanno depredato e svenduto i patrimoni pubblici. E poi come non preoccuparsi, se il nuovo controllore del sistema monetario e/o bancario (governatore di Bankitalia) italiano e il capo del nuovo governo sono finanziati e controllati dalla stessa banca d’affari privata?”

Pini però nel 2000 ancora non sapeva che Marione sarebbe divenuto Presidente della Banca centrale europea dal 1º novembre 2011.
Potremmo parlare ore delle condizioni in cui ci hanno ridotto il trattato di Lisbona e il Meccanismo Europeo di Stabilità. Comincio solo con alcuni dei tagli fatti alla sovranità popolare dal trattato di Lisbona:

  • Aumento dei poteri straordinari della Commissione dell’Unione Europea in quasi tutti gli aspetti della vita dei cittadini (politica economica e difesa), privando il nostro Paese della propria sovranità e vanificando in questo senso la Costituzione italiana, a partire dall’Articolo 1 che recita “la sovranità appartiene al popolo”.
  • La politica di difesa del Trattato prevede, oltre alle missioni di pace, anche missioni offensive, che violano l’Art. 11 della Costituzione. Attraverso il potenziamento delle forze militari messe a disposizione dell’Unione Europea, è in atto un tentativo di fare dell’Europa un braccio della NATO. Con la creazione di un gruppo ristretto di paesi a cui verrebbero demandate le iniziative militari, sarebbe più facile aggirare l’opposizione di chi vorrebbe evitare lo scontro strategico portato avanti da Londra e Washington nei confronti di Russia e Cina.
  • In politica economica si parla di una vera e propria “dittatura dell’Unione e della Banca Centrale Europea”. Grazie al Trattato di Lisbona, infatti, i burocrati dell’Unione Europea avranno pieno titolo a bocciare qualunque misura decisa dal nostro governo, e dagli altri governi europei, per difendere la propria economia, l’occupazione, i redditi, l’industria e l’agricoltura, ed intervenire sui prezzi.

Con il Mes è stato inflitto il colpo fatale al popolo e alla nostra sovranità:

Si tratta infatti di un meccanismo che, secondo quanto stabilito dal Consiglio Europeo, obbliga gli stati a sottomettersi all’autorita’ dispotica di un nuovo super organismo europeo a cui viene conferita un’indipendenza e un’impunita’ tale, che lo pongono al di sopra della legge. Gli stati non hanno piu’ neppure la possibilita’ di trattare e di discutere democraticamente con la popolazione le misure economiche da attuare e si devono limitare a eseguire le riforme strutturali (tagli drastici nel settore sociale, svendita dei beni pubblici e liberalizzazioni selvagge) imposte dal fondo. Il Mes conferisce inoltre ai dirigenti dell’ente sovrannazionale il potere di richiedere in qualsiasi momento un aumento del capitale, senza che i governi o i parlamenti nazionali possano opporsi. Dall’art. 32 del Trattato i beni, le sedi e i membri del MES godono di privilegi e immunita’ da ogni forma di giurisdizione. I beni, le disponibilita’ e le proprieta’ del MES non possono essere oggetto di perquisizione, sequestro, confisca, esproprio o qualsiasi altra forma di sequestro o pignoramento derivanti da azioni esecutive, giudiziarie, amministrative o normative. I locali del Mes vengono letteralmente definiti ”inviolabili”.Tutti i beni, le disponiblita’ e le proprieta’ del Mes sono esenti da restrizioni, regolamentazioni, controlli e moratorie di ogni genere.

Inoltre Mario Monti ha pubblicamente dichiarato, un annetto fa circa, che le crisi economiche, sono indotte per creare le condizioni ottimali per la cessione di Sovranità Nazionale…. Ma un trattamento sanitario obbligatorio a questi Geni no???

Tratto da:http://www.catenaumana.it

Italia, Europa… SI SALVI CHI PUÒ!!!
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