Overblog Segui questo blog
Administration Create my blog
Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

EQUITALIA CITATA ALLA CORTE EUROPEA PER ANTICOSTITUZIONALITA'

Pubblicato su 30 Aprile 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in ITALIA

Meno male che in questa Italia disastrata e bancarottiera, dove il rag. Fantozzi è assurto al ruolo di maschera nazionale, ci sono ancora persone libere che cercano di dare una mano al popolo. Claudio Marconi

 

Equitalia_cravattari.jpg

C’è finalmente qualcuno in Italia che ha deciso di combattere a viso aperto Equitalia e i poteri ad essa conferiti da uno Stato forte con i deboli cittadini e non altrettanto con la difesa dei loro diritti.

Basti pensare che l’Europa per questo ha già comminato ben 120 milioni di euro di multe per i ritardi con i quali lo stato italico provvede ad eseguire le sentenze alle quali è stato condannato.

Equitalia dunque viene citata con un ricorso alla corte dell’Unione europea e a promuovere questa azione sarà l’associazione “Noi consumatori ”, un movimento che addirittura presenta l’headline fin nel suo marchio di “anti-Equitalia”.

L’animatore principale di questo progetto è l’avvocato Simone Forte, il quale ha dichiarato alla stampa: “C’è stata la volontà politica di creare una via più rapida, per incassare cifre relative ai tributi. Questo si è tradotto in norme che calpestano i principi generali del diritto.

Tra l’altro tendono a giustificare la questione associando il debitore di Equitalia al’evasore mentre non è così, anzi: spesso si tratta di persone che vorrebbero pagare le tasse ma per via della crisi o di altri problemi non se lo possono permettere, persone cui non viene data la possibilità di saldare i propri debiti, costretti d’improvviso a difendersi da una macchina che una volta partita non arresti più”

L’associazione, forte di una presenza di quasi venti sedi disseminate sul territorio nazionale, fornisce consulenza a titolo assolutamente gratuito e aiuta i cittadini a trovare il bandolo della matassa nelle soluzioni magari più intricate

Per parlare di Milano, secondo il presidente Forte, Equitalia avrebbe fatto scattare quasi 200.000 ipoteche su immobili di gente che aveva problemi di pagamenti gettando nella disperazione i relativi proprietari.

“Stiamo tentando di aiutare un imprenditore che rischia di chiudere” – ha dichiarato Forte per citare un esempio comune a tanti altri – “sono partiti i pignoramenti e ora è dura. Bisogna denunciare, parlare, e soprattutto affrontare la cosa finché si è in tempo, altrimenti diventa complicato persino per noi intervenire. E se ti bloccano il capannone, le proprietà e i conti bancari, considerando che le commissioni tributarie ci mettono un anno e mezzo a rispondere non se ne esce, perché un anno e mezzo per un imprenditore è una vita”

L’obbiettivo di Forte e della sua associazione resta quello di “aggredire perché si è costretti a difendersi”. E in fondo opporsi è ancora un diritto possibile per i cittadini italiani!.

Fonte: Siamo la gente

Tratto da: frontelibero.blogspot.it

commenti

UN ALTRO PASSO VERSO IL PRECIPIZIO

Pubblicato su 30 Aprile 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in MONETA -BANCHE - VARIE

Sembra di capire che la resa dei conti è vicina, presumibilmente tra la fine dell'estate e l'inizio dell'autunno. Claudio Marconi

 

precipizio.jpg 

L'area Euro, sotto l'effetto combinato delle politiche di austerità, sta sprofondando nella crisi. Eppure il dibattito sulla politica economica non è mai stato così intenso. Rimane il fatto che si scontra con la capacità di immaginazione dei leader politici, sia in Germania che in Francia o in altri paesi, che rimane profondamente strutturata attorno al discorso dell’austerità. 
Le radici dell'austerità erano finora ritenute inconfutabili. Ma un recente lavoro consente di mostrare che, dietro l'apparenza di seria accademia, c'era un sacco di ideologia.

La disoccupazione ha recentemente raggiunto il 12% della popolazione attiva, ma con picchi di oltre il 25% in Spagna e Grecia. L’attività economica continua a regredire in Spagna, Italia e Portogallo e, ora, è il consumo che inizia a sgretolarsi in Francia, annunciando, come previsto in questo blog, un ulteriore deterioramento della situazione economica a breve termine.

Infatti, secondo paese della zona Euro, la Francia, grazie alla forza dei suoi consumi, aveva fino a questi ultimi mesi scongiurato il peggio per l'area dell'Euro. Ma se i consumi francesi continuano a contrarsi al ritmo seguito fin da gennaio, le conseguenze saranno significative, in Francia e nei paesi limitrofi, prima di tutto in Italia e in Spagna.


Una politica che ha condotto l'Europa in una situazione di stallo

Questo deterioramento generale della situazione economica pone apertamente il problema dell'austerità adottata da tutti i paesi, dal 2011, a partire dalla Grecia che c'era stata costretta dall'Unione europea, seguita da Portogallo e Spagna. Ma la volontà tedesca di continuare lungo il percorso di questa politica è innegabile, ed è stata recentemente ribadita. Perché, allora, tale caparbietà? Ci sono anzitutto evidenti interessi che spingono la Germania a difendere questa politica «austeritaria».

L'area dell'euro porta alla Germania circa 3 punti di PIL all'anno, sia attraverso il surplus commerciale, che viene realizzato per il 60% a scapito dei suoi partner nell'area dell'euro, sia attraverso gli effetti indotti delle esportazioni. Possiamo quindi capire perfettamente che, stante queste condizioni, la Germania tiene all'esistenza dell'area Euro. Tuttavia, se Berlino volesse che la zona euro funzionasse come dovrebbe, accetterebbe la transizione verso un esteso federalismo di bilancio e un sistema di trasferimenti nell'Unione. Questa è un’evidenza nota agli economisti, e non solo. Nel mese di ottobre 2012, durante il Valdai Club, il presidente Vladimir Putin ha sottolineato che un'Unione monetaria non poteva operare come un paese eterogeneo senza un potente federalismo di bilancio.

Ma se la Germania dovesse accettare questo federalismo, dovrebbe accettare quindi un trasferimento di una parte significativa della sua ricchezza ai suoi partner. Solo per la Spagna, la Grecia, l'Italia e il Portogallo, i trasferimenti necessari per sistemare le economie nei confronti della Germania e della Francia sarebbero tra i 245 e 260 miliardi di euro, ossia tra 8 e 10 punti di PIL all'anno, e questo per almeno dieci anni. Un tale livello di trasferimenti (non è impossibile che sia ancora più elevato) è assolutamente esorbitante. La Germania non ha i mezzi per pagare tale somma senza mettere a rischio il proprio modello economico e distruggere il sistema pensionistico.

La Germania ha quindi voluto mantenere i benefici dell'Eurozona, ma senza pagarne il prezzo. Ecco perché sempre, infatti, ha rifiutato l'idea di una “Unione di trasferimento”. Anzi, il problema non è tanto ciò che “vuole” o “non vuole” la Germania; l’importante è ciò che può sopportare. Ed essa non può sopportare un prelievo dall'8 al 10% delle sue ricchezze. Smettiamo quindi di pensare che "la Germania pagherà", antica antifona della politica francese risalente al trattato di Versailles nel 1919, e guardiamo in faccia la realtà. La Germania ha già notevoli riserve sull’Unione bancaria, che aveva accettato con riluttanza nell'autunno del 2012. Con la voce del suo ministro delle finanze, ha appena dichiarato che si dovrebbero modificare i trattati esistenti perché questa unione bancaria possa vedere la luce. È certamente possibile modificare le fonti dei trattati, ma tutto il mondo sa che ci vorrà del tempo. In altre parole, la Germania rinvia al 2015 e molto probabilmente al 2016 l'entrata in vigore dell’Unione bancaria, di cui ha anche ridotto largamente il campo di applicazione. Possiamo anche considerare che gli argomenti della Germania riguardo la "costituzionalità" dell’Unione bancaria siano pretesti. Può essere, ma la signora Merkel ha alcune buone ragioni per voler garantire la perfetta legittimità dei testi. La recente creazione del nuovo partito euroscettico 'Alternativa per la Germania', un partito che i sondaggi vedono attualmente al 24% delle intenzioni di voto, è una minaccia credibile per gli equilibri politici in Germania.

In queste condizioni, possiamo ben capire che non c'è nessun'altra scelta per la Germania che non sia difendere una politica di austerità per l'area dell'Euro, nonostante le conseguenze economiche e sociali assolutamente catastrofiche che crea questa politica. Da qui a credere che la Germania voglia "espellere" i paesi del "Sud" dell'Europa, la strada è lunga. Semplicemente, essa non può pagare per gli altri. Da questo punto di vista, attribuire un cosiddetto “piano segreto” alla signora Merkel sul tema e credere che qualcuno possa condurre un'eroica battaglia per mantenere questi paesi nell'eurozona, è una di quelle sontuose sciocchezze di cui alcuni politici hanno il segreto.

Ma c’è effettivamente una dimensione ideologica, presumibilmente“fondata” sulla teoria economica.


L'origine della politica dell’austerità


L'antifona che l’onere del debito comprometta la crescita, e che solo una politica di austerità sia in grado di alleviare il peso di questo debito, è parte dell’apparente evidenza contenuta nella "saggezza delle nazioni". Questa cosiddetta evidenza aveva trovato una forma di giustificazione in un testo pubblicato da due noti autori (uno dei quali era capo economista dell’FMI): Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff. Le conclusioni di questo testo, che è stato successivamente pubblicato, erano che oltre un rapporto debito-PIL del 90%, l'impatto del debito è molto negativo sulla crescita. La conclusione era ovvia: è necessario intervenire se si sono raggiunti tali livelli. Questa è la logica adottata dalla gestione di Jean-Marc Ayrault in Francia che nella seconda metà del 2013 va rafforzando l’austerità fiscale e di bilancio. Ad ogni modo, tutto ciò è in contrasto con tutta una serie di studi che indicano che l’austerità ha conseguenze drammatiche sulla crescita. I riferimenti sono presenti su questo blog. Ma i fautori dell'austerità a oltranza potevano sempre affermare che, qualunque fossero le conseguenze dell'austerità, l'imperativo del debito rappresentava una vera priorità per ritrovare la crescita. Questo è proprio il discorso tenuto da François Holland e Jean-Marc Ayrault. 

Si dà il caso però che questo documento contenesse degli errori significativi, rivelati in uno studio scritto da tre economisti, un caso, questo, che ha provocato una certa agitazione nel piccolo mondo accademico. In primo luogo, Reinhart e Rogoff hanno arbitrariamente escluso alcuni anni dal campione che hanno creato e che avrebbe dovuto coprire il periodo 1946-2009. Tre importanti paesi sono stati così esclusi negli anni dell'immediato dopoguerra: l'Australia, il Canada e la Nuova Zelanda. Ora, in questi tre paesi si ha allo stesso tempo un rapporto di debito elevato e un tasso di crescita elevato. Inoltre, i due autori dello studio di riferimento hanno dato un peso ai loro dati in un modo molto curioso, che porta, ancora una volta, a ridurre l'influenza sui calcoli dei paesi in cui sono presenti un grande debito pubblico e una forte crescita. Infine, la replica dei calcoli dello studio originale fatta dai tre economisti mostra che si è verificato un errore non trascurabile in uno dei fogli Excel utilizzati da Reinhart e Rogoff. Il risultato è che Herndon, Ash e Pollin concludono che i paesi con un rapporto debito PIL oltre il 90% hanno avuto storicamente una crescita del 2,2%, e non una decrescita dello 0,1%, come affermato da Reinhart e Rogoff .

L'errore sul file di Excel è sicuramente quello che ha provocato più commenti, ma in realtà è un errore minore. Per contro, l'omissione di certi paesi in certi momenti e i pesi utilizzati, sono indici di gran lunga più gravi che Reinhart e Rogoff hanno "arrangiato" i loro calcoli per ottenere risultati in linea con la loro ideologia. Questo getta un dubbio ben più profondo riguardo ai metodi di alcuni economisti e sulla serietà delle persone che li seguono.


Le conseguenze disastrose delle politiche di austerità


Tutti i paesi, uno dopo l'altro, hanno intrapreso politiche di svalutazione interna suicida, politiche che sono gli equivalenti delle politiche di deflazione degli anni '30 che portarono Hitler al potere. Così è in Spagna e in Grecia, con disoccupazione e austerità devastanti. Ma le conseguenze non si limitano a questo. Infatti, la politica di austerità sta mettendo un popolo contro l'altro. Il paradosso qui è totale. L’Europa, ai sensi dell'Unione europea, che di solito si presenta come un fattore di pace sul continente, è ormai diventata un fattore di aggravamento di conflitti e di rinascita di vecchi odi.

Nel caso della Francia, sono chiare le conseguenze dell'austerità. Se si vuole assolutamente ridurre il costo della manodopera nel tentativo di ripristinare la competitività dell'industria senza svalutare, è chiaro che ci vorranno prestazioni sociali e salari più bassi. Ma allora sono i consumi, che già si restringono come vediamo oggi, che crolleranno. Inevitabilmente ne vedremo le conseguenze sulla crescita; oggi le stime più credibili indicano che per l'economia francese l'anno 2013 si tradurrà in stagnazione, nella migliore delle ipotesi, e in una contrazione dello 0,4% del PIL, nell’ipotesi più probabile. Le ultime proiezioni IMF mostrano prospettive di crescita significativamente ridotte per il 2013. Una differenza di -0,4% del PIL tra le previsioni fatte nel mese di gennaio e quelle fatte nel mese di aprile è in realtà molto significativa sulla traiettoria che stiamo seguendo.

Il risultato sarà ovviamente un aumento significativo della disoccupazione. Se vogliamo abbassare i costi del lavoro del 20%, probabilmente dovremo aumentare la disoccupazione della metà, arrivando oltre il 15% della popolazione attiva, o 4,5 milioni di disoccupati ai sensi della categoria «A» nell'OSA e 7,5 milioni per categorie A, B e C, comprendenti tutte le categorie di disoccupati. Inoltre, nell'area dell'euro, già la Spagna e l'Italia competono con la Francia nella deflazione salariale. Quindi dovremmo fare meglio di Madrid e Roma, ossia raggiungere non il 15% ma il 20% di disoccupazione. Quale politico se ne assumerà la responsabilità? Quali saranno le conseguenze politiche?

Inoltre, e in maniera inquietante, i profitti del business e degli investimenti produttivi si stanno sgretolando. Questo implica che l'ammodernamento dell'apparato produttivo sarà ritardato e che quanto guadagniamo, se del caso, con le politiche di svalutazione interna, lo perderemo in produttività.

Per ora i nostri dirigenti, in particolare in Francia, fanno spallucce. Il Presidente della Repubblica, François Hollande, ripone tutte le sue speranze in un'ipotetica ripresa degli Stati Uniti per alleggerire il peso del fardello dell'austerità. Egli ha tuttavia già ammesso che questo potrebbe non verificarsi nella seconda metà del 2013, come aveva annunciato fin dall'inizio, e ha spostato la sua previsione all'inizio del 2014. Ma, come l'orizzonte che fugge davanti a colui che cammina, la ripresa degli Stati Uniti continua a spostarsi in avanti.

È un'illusione credere che la domanda estera arriverà a salvarci. La crescita degli Stati Uniti è molto inferiore a quanto previsto, e il FMI corregge verso il basso le previsioni a riguardo. Quanto alla crescita cinese, questa sta rallentando mese per mese. François Hollande spera che saremo salvati dalla cavalleria; ma la cavalleria non arriverà, o, come i tragici giorni del giugno 1940, arriverà “troppo poco, troppo tardi”.

Aggiungiamo che i calcoli fatti dal governo sul 2014 mancano singolarmente di affidabilità. Il governo mantiene il suo obiettivo per il 2014 al 2,9% del rapporto deficit/PIL. Tuttavia, questo nel 2013 sarà non il 3% ma il 3,7% (al meglio) o il 3,9% (al peggio). Una riduzione dello 0,8 - 1% del disavanzo significa una politica di tagli o l'emergere di nuove risorse fiscali per 16 - 20 miliardi di euro. Ma questa pressione fiscale, dato un moltiplicatore della spesa pubblica che molto probabilmente è 1.4 (se non di più), si tradurrà in un calo dell'attività economica tra 22,4 e 28 miliardi.

Questo si tradurrà in una diminuzione delle entrate fiscali da 10,3 a 12,9 miliardi di euro. Il guadagno totale delle misure di bilancio o fiscale sarà quindi tra 5,7 a 7,1 miliardi. Se il governo intende realizzare a tutti i costi l'obiettivo di disavanzo che si è prefissato, deve ridurre la spesa o aumentare i prelievi di 45 miliardi di euro e non di 16 miliardi come previsto inizialmente. Ma questo prelievo del 2,25% del PIL si tradurrà quindi in un calo dell'attività economica intorno al 3,1%. Sapendo che la previsione di crescita fatta dal governo è + 1,2% di PIL nel 2014, questo si tradurrà, se la previsione è affidabile, in una recessione del-1.9% del PIL. Se si considera semplicemente una contrazione della spese o un aumento delle imposte da 16 miliardi, l'effetto negativo sulla crescita sarà "solo" di 22,4 miliardi, o 1,1 per cento del PIL, e ci sarà nel 2014 una crescita del + 0,1% del PIL, con un deficit pari al 3,5%. Questi calcoli mostrano bene l'inutilità delle politiche di austerità nelle attuali condizioni, come confermato da un recente studio di Natixis che tuttavia tiene conto di un moltiplicatore della spesa pubblica dell'ordine di 1, mentre noi crediamo che il valore del moltiplicatore sia piuttosto quello di 1.4 per la Francia di oggi.

Più che mai, si pone la questione della sopravvivenza dell'eurozona. Le tendenze alla sua frammentazione stanno ormai aumentando. Vediamo che i problemi dei paesi molto diversi come la Grecia, il Portogallo, la Spagna e l'Italia convergeranno a breve termine, probabilmente nel corso dell'estate 2013. In questi paesi la crisi fiscale (Grecia, Italia), la crisi economica, la crisi bancaria (Spagna, Italia) si stanno ormai sviluppando in parallelo. Pertanto è altamente probabile che avremo una violenta crisi nell'estate del 2013, o all'inizio dell'autunno. È il momento di regolare i conti. L'Euro non ha indotto la crescita sperata quando è stato creato. Ora è un cancro che corrode parte dell'Europa. Se vogliamo salvare l'idea europea c'è ancora tempo, ma la dissoluzione dell'eurozona deve essere rapidamente decisa. Questa soluzione si imporrà come un’evidenza schiacciante e dovrà riunire i responsabili delle varie formazioni politiche. Tuttavia, bisogna agire rapidamente. Ancora una volta, il tempo non aspetta.

Scritto da: Sapir
da Voci dall’estero
Traduzione di Ugo Sirtori

Tratto da: antimperialista.it

commenti

PETIZIONE: LO STATO DEVE CREARE MONETA ED ESERCITARE LA SOVRANITA'

Pubblicato su 30 Aprile 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in IPHARRA

 

debito-pubblico.jpg

Lo Stato deve creare il denaro di cui necessitiamo esercitando la Sovranità monetaria senza indebitarsi con la BCE
http://www.avaaz.org/it/petition/Che_lo_stato_non_si_indebiti_piu_con_le_banche_per_avere_il_denaro_dicui_necessitiamo_esercitando_la_Sovranita_monetaria/?foroVbb&pv=6

Perché è importante

In Italia esiste una legge che da anni giace inapplicata, ingiustamente temuta da tutti i politici che se ne tengono alla larga, la Legge 28 dicembre 2005, n. 262.
Questa legge all’Art. 19 comma 10, recita testualmente:
Con regolamento da adottare ai sensi dell’articolo 17 della legge 23 agosto 1988, n. 400, è ridefinito l’assetto proprietario della Banca d’Italia, e sono disciplinate le modalità di trasferimento, entro tre anni dalla data di entrata in vigore della presente legge, delle quote di partecipazione al capitale della Banca d’Italia in possesso di soggetti diversi dallo Stato o da altri enti pubblici.
La semplice attuazione di questa legge permetterebbe allo Stato italiano di recuperare la Sovranità monetaria, lo Stato è Sovrano (art 1 costituzione) di rientrare in possesso della Banca d’Italia e della sua moneta nazionale, di essere debitore verso la sua banca centrale come Giappone e Cina e di garantire un Reddito di cittadinanza senza creare debito verso nessuno.
PETIZIONE

commenti

I LEGAMI DI WASHINGTON CON I TERRORISTI CECENI

Pubblicato su 30 Aprile 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in USA E AMERICA LATINA

Scorrendo la lista dei maggiori sostenitori statunitensi del movimento secessionista ceceno, che in certi punti è difficilmente distinguibile dai terroristi ceceni finanziati dagli alleati degli Stati Uniti Arabia Saudita e Qatar, si notano alcuni tra i più noti guerrieri freddi degli Stati Uniti.

cia_0.jpg

 

Le prove si accumulano sull’imputato delle morti alla maratona di Boston Tamerlan Tsarnaev, presumibilmente ucciso durante una sparatoria con la polizia il 19 aprile a Watertown, Massachusetts, che sarebbe diventato un musulmano ‘radicalizzato’ durante la partecipazione ad un programma coperto della CIA, gestito attraverso la Repubblica di Georgia, per destabilizzare la regione russa del Caucaso del Nord… L’obiettivo finale della campagna della CIA era spingere gli abitanti musulmani della regione a dichiarare l’indipendenza da Mosca e a inclinare verso i governi wahhabiti di Arabia Saudita e Qatar filo-Stati Uniti.
I media corporativi occidentali hanno in gran parte ignorato l’importante notizia riportata dale Izvestija di Mosca: Tamerlan Tsarnaev ha frequentato i seminari tenuti dal Fondo Caucaso della Georgia, un gruppo affiliato al think tank neo-conservatore Jamestown Foundation, tra gennaio e luglio 2012. I media statunitensi hanno riferito che durante questo lasso di tempo, di circa sei mesi, Tsarnaev veniva radicalizzato in Daghestan dall’imam radicale ‘Abu Dudzhan’, ucciso in uno scontro con le forze di sicurezza russe nel 2012. Tsarnaev aveva visitato il Dagestan anche nel 2011. Tuttavia, dai documenti trapelati dal Dipartimento controspionaggio del ministero degli Interni georgiano, Tsarnaev veniva individuato a Tbilisi mentre partecipava a ‘seminari’ organizzati dal Fondo Caucaso, creato durante la guerra Georgia-Ossezia meridionale del 2008, una guerra iniziata quando truppe georgiane invasero la Repubblica filo-russa dell’Ossezia del Sud, durante le Olimpiadi di Pechino. La Georgia è sostenuta militarmente e nell’intelligence da Stati Uniti e Israele, e il sostegno statunitense comprende consiglieri delle forze speciali statunitensi sul terreno in Georgia. I documenti segreti georgiani indicano che Tsarnaev ha frequentato i seminari della Jamestown Foundation di Tbilisi. La Fondazione Jamestown fa parte di una rete di neo-conservatori che si sono riciclati, dopo la guerra fredda, da antisovietici e anticomunisti ad anti-russi e “pro-democrazia”. La rete è costituita non solo dalla Jamestown e dal Fondo Caucaso, ma anche da altri gruppi finanziati dall’Agenzia statunitense per lo Sviluppo Internazionale (USAID) e dall’Open Society Institute di George Soros (OSI).
La Georgia è diventato un nodo dell’aiuto degli Stati Uniti all’opposizione russa che cerca di spodestare il Presidente Vladimir Putin e i suoi sostenitori. Nel marzo 2010, la Georgia sponsorizzò, con fondi di CIA, Soros e dell’inglese MI-6, una conferenza dal titolo “Nazioni nascoste, crimine continuo: i circassi e il popolo del Caucaso settentrionale tra passato e futuro”. La Georgia e i suoi alleati CIA, Soros e servizi segreti inglesi inviavano denaro e altre forme di sostegno al secessionismo delle minoranze etniche in Russia, tra cui circassi, ceceni, ingusci, balcari, kabardini, abazi, tatari, talysh e kumiachi. La conferenza del 21 marzo 2010 a Tbilisi fu organizzata dalla Fondazione Jamestown e dalla Scuola Internazionale di Studi del Caucaso dell’università di Ilia, in Georgia. Se secondo i documenti del controspionaggio georgiano Tamerlan Tsarnaev frequentò le conferenze della Jamestown a Tbilisi nel 2011, forse il russo FSB l’ha rintracciato al seminario sulle ‘Nazioni Nascoste’ della Jamestown, nel marzo 2010? In ogni caso, un anno dopo l’FSB ha deciso di contattare l’FBI sui legami di Tsarnaev con i terroristi.
La prima richiesta russa all’FBI avvenne attraverso l’ufficio dell’addetto dell’FBI presso l’ambasciata statunitense a Mosca nel marzo 2011. L’FBI ha atteso fino al giugno 2011 per concludere che Tamerlan non rappresentasse alcuna minaccia terroristica, ma aggiunse il suo nome nel sistema di controllo delle comunicazioni della tesoreria, o TECS, che monitora le informazioni finanziarie come i conti bancari detenuti all’estero e i bonifici. Nel settembre 2011, le autorità russe, ancora una volta, allertarono gli Stati Uniti sui loro sospetti su Tamerlan. Un secondo avviso giunse alla CIA.  Entro settembre 2011, le agenzie di sicurezza russe erano ben consapevoli che il seminario delle Nazioni Nascoste, tenuto l’anno prima, era stato un evento sponsorizzato dalla CIA e sostenuto dal governo di Mikheil Saakashvili in Georgia, e che si tennero altri simili incontri, e ne furono  pianificati altri, tra cui quello in cui partecipò Tamerlan Tsarnaev, a Tbilisi nel gennaio 2012. Ad un certo punto, dopo il primo avviso russo e introno al secondo, la CIA inserì il nome di Tamerlan nell’elenco Identities Terrorist Datamart Environment (TIDE), una banca dati con più di 750.000 voci gestito dal Centro nazionale antiterrorismo di McLean, Virginia.
La Fondazione Jamestown è una vecchia facciata della CIA, essendo stata fondata, in parte, dal direttore della CIA William Casey nel 1984. L’organizzazione è stata utilizzata per dare un lavoro ai disertori di alto rango del blocco sovietico, tra cui il sottosegretario generale sovietico all’ONU Arkadij Shevchenko e l’ufficiale dell’intelligence rumena Ion Pacepa. L’Ufficio federale della sicurezza nazionale FSB e l’Agenzia d’intelligence estera SVR russi, hanno a lungo sospettato che la Jamestown contribuisse a fomentare le ribellioni in Cecenia, Inguscezia e in altre repubbliche del Caucaso settentrionale. La conferenza del 21 marzo a Tbilisi, nel Caucaso del nord, un paio di giorni prima degli attentati ai treni di Mosca, ovviamente aumentò i sospetti di FSB e SVR. Il consiglio amministrativo della Jamestown include guerrieri freddi come Marcia Carlucci, moglie di Frank Carlucci, ex agente della CIA, ex-segretario della Difesa e presidente del Carlyle Group (Frank Carlucci è stato anche uno di coloro che chiesero al governo degli Stati Uniti di consentire all’ex ‘ministro degli Esteri della repubblica cecena’ Ilyas Akhmadov, accusato dai russi di legami terroristici, di avere asilo politico negli Stati Uniti, dopo il veto della Homeland Security e del dipartimento della Giustizia), l’editore anti-comunista Alfred Regnery, e la Viceassistente per gli Affari Pubblici del segretario alla Difesa Caspar Weinberger, Kathleen Troia ‘KT’ McFarland. Vi è anche l’ex governatore repubblicano dell’Oklahoma Frank Keating, governatore nel 1995 al momento dell’attentato al Murrah Federal Building. Coopera con la Jamestown, non solo nelle operazioni d’informazione nel Caucaso meridionale e settentrionale, ma anche in Moldova, Bielorussia, Uighur e Uzbekistan, l’onnipresente Open Society Institute di George Soros, un altro agente dell’intelligence degli Stati Uniti e degli interessi bancari globali. Il Progetto Eurasia Centrale di Soros promuove una serie di seminari con la Jamestown.
La sicurezza russa indicò nella sua prima comunicazione all’FBI che Tamerlan Tsarnaev era cambiato drasticamente fin dal 2010. Questo mutamento avvenne dopo la conferenza delle Nazioni Nascoste a Tbilisi. Il sostegno degli Stati Uniti alla secessione in Cecenia e Caucaso settentrionale è il risultato di una dichiarazione pubblica dell’agosto 2008 da parte del candidato presidenziale repubblicano John McCain, secondo cui “dopo che la Russia ha illegalmente riconosciuto l’indipendenza dell’Ossezia del Sud e dell’Abkhazia, i Paesi occidentali dovrebbero pensare all’indipendenza del Nord Caucaso e della Cecenia”. Dopo esser divenuto presidente nel 2009, Barack Obama ha adottato la proposta di McCain e autorizzato il supporto della CIA ai secessionisti e terroristi del Nord Caucaso con denaro riciclato di USAID, National Endowment for DemocracyOpen Society Institute di Soros, Freedom House e Jamestown Foundation. Nel gennaio 2012, Obama ha nominato un attivista di Soros e neocon, Michael McFaul della destroide Hoover Institution presso la Stanford University, ambasciatore degli Stati Uniti a Mosca. McFaul subito spalancò le porte dell’ambasciata statunitense a una varietà di dissidenti russi, tra cui secessionisti del Caucaso del Nord, alcuni dei quali sospettati dall’FSB russo di legami con i terroristi islamici.
Se Tamerlan Tsarnaev sia stato sempre un uomo della CIA e che abbia partecipato a una  operazione “falsa bandiera” a Boston, divenendo un inconsapevole “capro espiatorio” in un complotto della CIA, come il ‘marine disertore in Unione Sovietica’ Lee Harvey Oswald divenne il ‘capro espiatorio’ dell’assassinio del presidente Kennedy, o che si sia davvero radicalizzato nel tentativo d’infiltrarsi nelle file dell’emirato del Caucaso, decidendo di disertare e condurre un attentato terroristico contro gli Stati Uniti, non si potrà mai sapere. Se è vero l’ultimo caso, Tsarnaev è molto simile a Usama bin Ladin, un tempo combattente della CIA in Afghanistan, che avrebbe deciso di lanciare la jihad contro gli Stati Uniti. Se Tsarnaev era un “capro espiatorio”, come Oswald, ciò potrebbero spiegare la presenza di un ordigno incendiario al John F. Kennedy Library di Boston, dieci minuti dopo il duplice attentato alla maratona di Boston. Dopo che la polizia di Boston aveva dichiarato che l’incendio era stato causato da un’esplosione, i Vigili del Fuoco di Boston divennero silenziosi e cercarono di attribuire l’incendio a qualcuno che aveva gettato una sigaretta accesa su del materiale infiammabile.
Attraverso una miriade di organizzazioni della ‘società civile’, gli Stati Uniti hanno finanziato gruppi ceceni nella repubblica autonoma, in Russia e all’estero. Tuttavia, grandi porzioni del finanziamento degli Stati Uniti sono ‘sgocciolati’ ai terroristi ceceni e altri gruppi terroristici nel Caucaso del Nord, che il dipartimento di Stato e le agenzie d’intelligence degli Stati Uniti insistono a definire ‘guerriglieri separatisti’, ‘nazionalisti’ o ‘ribelli’ invece che terroristi. L’US National Security Agency (NSA) ha costantemente rifiutato di definire i ceceni e i terroristi dell’emirato islamico che operano in Russia ‘terroristi’. I report della NSA sulle analisi dei segnali di intelligence (SIGINT) di polizia russa, Ufficio di Sicurezza Federale (FSB), Servizio d’Intelligence Estero (SVR) e delle comunicazioni militari russe, tra cui radio, telefono fisso e cellulare, fax e SMS, dal 2003 definiscono i terroristi ceceni e del Caucaso settentrionale ‘guerriglieri’. Prima di quell’anno, le direttive interne Top Secret della NSA dichiaravano che i terroristi ceceni dovevano essere chiamati ‘ribelli’. Immaginate la sorpresa se gli Stati Uniti iniziassero a riferendosi ad al-Qaida come a guerriglieri e ribelli islamici, invece che terroristi. Eppure, questo è esattamente ciò che la NSA e la CIA fanno in riferimento ai terroristi in Russia che lanciano attentati mortali negli aeroporti, treni, stazioni della metropolitana, scuole, cinema e teatri di tutta la Federazione Russa.
L’assistenza ‘umanitaria’ e ‘civica’ statunitense ai gruppi islamici radicali, negli ultimi tre decenni, è  filtrata nelle casse dei gruppi terroristici celebrati a Washington quali ‘combattenti per la libertà’. Questo è stato il caso del sostegno degli Stati Uniti ai mujahidin afghani attraverso gruppi come il Comitato per un libero Afghanistan durante l’insurrezione islamista contro la Repubblica democratica popolare dell’Afghanistan negli anni ’80 e del Fondo per la Difesa della Bosnia negli anni ’90. Nel caso dell’Afghanistan, il denaro degli Stati Uniti e dell’Arabia Sauditi finì nelle mani dei ribelli che avrebbero poi costituito al-Qaida, e in Bosnia i fondi statunitensi furono utilizzati da elementi di al-Qaida che combattevano contro la Jugoslavia e la Repubblica Serba di Bosnia e, più tardi, dagli elementi di al-Qaida in supporto all’Esercito di Liberazione del Kosovo (KLA) nella sua guerra contro la Serbia. Dopo le rivelazioni che un’entità denominata Fondo Caucaso è stato usata dalla filiale della CIA, la Jamestown Foundation di Washington, DC, per sponsorizzare seminari sul Caucaso del Nord a Tbilisi, dal gennaio al luglio 2012, le autorità georgiane si mossero per chiudere il fondo. La motivazione addotta dalla Georgia era che l’organizzazione aveva ‘compiuto la sua missione dichiarata’. Le iniziative della Jamestown Foundation e del Fondo per il Caucaso sono state accusate di esser state frequentate dall’attentatore della maratona di Boston Tamerlan Tsarnaev, un cittadino del Kirghizistan nato da genitori provenienti dal Daghestan. La Jamestown precedentemente aveva tenuto un seminario a Tbilisi sulle ‘Nazioni Nascoste’ nel Caucaso, il quale, tra l’altro, ha promosso una ‘Grande Circassia’ nel Caucaso.
ALQQ41P5likwBMHvGli aiuti della ‘società civile’ statunitense vanno ai gruppi che fomentano terrorismo, nazionalismo, separatismo e irredentismo nel Caucaso, direttamente attraverso l’Agenzia statunitense per lo Sviluppo Internazionale (USAID), od occultamente attraverso organizzazioni finanziate dall’Open Society Institute di George Soros. Si può apprendere molto del sostegno degli Stati Uniti ai gruppi terroristici che operano nel Caucaso del Nord, grazie alle informazioni raccolte sulla tranche di un quarto di milione di dollari, trapelate dai cabli classificati del dipartimento di Stato. Il 12 novembre 2009 un cablo confidenziale dell’ambasciata degli Stati Uniti a Mosca indicava che la ONG Carnegie Centre di Mosca era impegnata ad ostacolare gli obiettivi politici ed economici della Russia nel Caucaso del Nord, in particolare sfruttando il 50 per cento di disoccupazione in Inguscezia e il 30 per cento in Cecenia. Le aree di alta disoccupazione nel mondo musulmano  servivano da principale terreno di reclutamento per i chierici radicali wahhabiti e salafiti finanziati da Arabia Saudita, Qatar ed Emirati di Sharjah e Ras al-Khaimah. Il Daghestan è citato in un cablo dell’8 giugno 2009 dell’ambasciata a Mosca, come la regione ‘più debole’ del Caucaso della Russia. Il 16 settembre 2009, un cablo confidenziale dell’ambasciata degli Stati Uniti a Mosca indicava che l’Assistente del segretario di Stato per gli affari europei ed euroasiatici, Philip Gordon, sollecitava a sostenere il concetto che il governo di Ramzan Kadyrov in Cecenia non avesse ‘né controllo né stabilità’. L’ONG Caucasian Knot disse a Gordon, in una riunione presso l’ambasciata degli Stati Uniti, che ‘combattenti stranieri’ si stavano unendo alla jihad nella regione e che vi era la ‘scelta obbligata’ tra i ‘terroristi’ e il ‘corrotto governo locale’. A quanto pare, l’amministrazione Obama ha deciso, probabilmente con il forte sostegno dell’allora viceconsigliere per la sicurezza nazionale e attuale direttore della CIA, John O. Brennan, un saudofilo confermato e un partecipante al pellegrinaggio alla Mecca come Hadj, di optare per i terroristi.
Altri cabli confidenziali trapelati forniscono dettagli approfonditi sul sostegno di Stati Uniti, Regno Unito e Norvegia all’esilio del capo ‘ceceno d’Ichkeria’ Akhmed Zakaev, amico intimo del defunto magnate russo-israeliano in esilio Boris Berezovskij. Un cablo confidenziale del 29 luglio 2009 presso l’ambasciata degli Stati Uniti a Oslo, cita il capo della sezione russa del ministero degli Esteri norvegese, Skagestad Odd, dire all’ambasciata statunitense che Zakaev era il “rappresentante legittimo non solo della comunità degli esuli ceceni, ma dei ceceni in Cecenia“, anche se aggiunse che “Zakaev è su varie liste dell’INTERPOL” per sospetti legami con i terroristi. Skagestad dichiarò al PST, l’FBI norvegese, di ignorare i mandati di arresto dell’INTERPOL e di consentire a Zakaev di visitare la Norvegia dal suo luogo di esilio a Londra. L’ambasciata di Oslo ha anche dichiarato che il capo norvegese del ‘Forum per la Pace in Cecenia‘, Ivar Amundsen, era molto ‘riservato’ sulle sue attività ed era un amico intimo del defunto rinnegato ex-agente dell’intelligence russa Aleksandr Litvinenko. Zakaev aveva anche ricevuto un significativo sostegno dai governi di Danimarca, Finlandia e Repubblica Ceca, dove vi sono attive comunità dell’esilio ceceno. Il Kavkaz Center di Helsinki, Finlandia, gestisce un sito web pro-emirato del Caucaso e fornisce un importante servizio di pubbliche relazioni alle cellule terroristiche del leader dell’emirato Doku Umarov, nel sud della Russia…
Ruslan Zaindi Tsarnaev, lo zio dei sospetti attentatori Tamerlan e Dzokhar Dudaev, che vive in Maryland, ha creato il Congresso delle Organizzazioni internazionale cecene, insediato nel Maryland il 17 agosto 1995, e nel Distretto di Columbia il 22 settembre 1995. Lo status dell’entità del Maryland è stato sospeso e non è in regola, probabilmente a causa di irregolarità gravi negli obblighi di registrazione richiesti. Nel Distretto di Columbia l’entità aziendale è stata attiva per 17 anni e sette mesi. È interessante notare che lo status corporativo nel DC è stato revocato intorno agli attentati della maratona di Boston. Ruslan Tsarnaev, noto anche come Ruslan Tsarni, laureato alla Duke University Law School nella Carolina del Nord, ha lavorato per l’USAID in Kazakhstan e in altri Paesi per consegnarli agli avvoltoi capitalisti dei derivati finanziari e degli hedge fund. L’indirizzo nel Maryland del Congresso delle organizzazioni internazionali cecene è elencato nel registro aziendale del Maryland presso 11114 Whisperwood Lane, Rockville, Maryland 20852, ovvero l’indirizzo di Graham E. Fuller. Fuller è un ex ufficiale della CIA russofono, capo della stazione di Kabul e vicepresidente del National Intelligence Council negli anni ’80, durante lo scandaloIran-Contra, in cui Fuller era pesantemente coinvolto. Fuller è stato attivo nelle iniziative sponsorizzate dallaJamestown Foundation, tra cui la nota e importante conferenza del 29 ottobre 2008 dal titolo ‘Turchia e Caucaso dopo la Georgia‘. La figlia di Fuller, Samantha Ankara Fuller, ha la doppia cittadinanza inglese e statunitense, viene indicata come direttrice di Insource  Energy, Ltd. del Regno Unito, una società di proprietà della Carbon Trust, società senza scopo di lucro ‘con la missione di accelerare il passaggio a un’economia a basse emissioni di carbonio’. Secondo il Financial Services Register della Prudential Regulation Authority della Banca d’Inghilterra, il precedente nome di Samantha Ankara Fuller era Samantha Ankara Tsarnaev. Era la moglie di Ruslan Tsarnaev ed ex-zia dei due accusati dell’attentato di Boston. Al momento del suo matrimonio con Ruslan Tsarnaev, Fuller era una consulente per gli investimenti di Dresdner Bank, JP Morgan Ltd. UK, JP Morgan Securities e JP Morgan Chase Bank, secondo il registro dei servizi finanziari inglese. Ruslan Tsarnaev è il vicepresidente per lo sviluppo imprenditoriale e segretario aziendale della Big Sky Energy Corporation, di Calgary in Canada, e il quartier generale della sua Big Sky Group holding si trova a Little Rock, Arkansas. Atti processuali della Carolina del Nord indicano che i Tsarnaev si sono sposati nel North Carolina nel 1995, quando Ruslan creò il Congresso delle organizzazioni internazionali cecene a Washington DC, e in Maryland, e divorziarono nel 1999. Il divorzio fu concesso a Orange County, Carolina del Nord.
È interessante notare che l’agente di registrazione cumulativo a Washington DC per il Congresso delle organizzazioni internazionali cecene è la Prentice-Hall. La Prentice-Hall è di proprietà di Pearson, la casa editrice di Londra che possiede il Financial Times e il cinquanta per cento del gruppo Economist. Nel 1986, l’Economist Groupha acquistato la Business International  Corporation (BIC) di New York, la società di facciata della CIA per la quale Barack Obama Jr. lavorò nel 1983-1984, e da cui entrò nell’Economist Intelligence Unit. L’altro zio dei presunti attentatori di Boston, Alvi S. Tsarnaev di Silver Spring, Maryland, non lontano dalla casa di suo fratello Ruslan, è apparentemente affiliato ad un’altra organizzazione di esuli ceceni, l’Alleanza Stati Uniti-Repubblica cecena SpA., con indirizzo a 8920 Walden Road, Silver Spring, Maryland 20901-3823. L’indirizzo è anche quello di Alvi S. Tsarnaev. La società è ufficialmente registrata presso l’US Internal Revenue Service sotto il nome di Lyoma Usmanov. L’organizzazione è registrata come organizzazione caritatevole impegnata nello ‘Sviluppo economico internazionale’. Nel libro Power and Purpose: U.S. Policy Toward Russia after the Cold War, di James M. Goldgeier e Michael McFaul, quest’ultimo è l’attivista neo-conservatore ambasciatore statunitense in Russia che ha direttamente interferito nella politica russa per cercare di cacciare il Presidente Vladimir Putin e fomentare gli estremisti secessionisti, religiosi e politici in tutta la Federazione Russa. Secondo questo libro, l’ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale Zbigniew Brzezinski è stato lo sponsor di Usmanov negli Stati Uniti: “Brzezinski ha contribuito a creare e finanziare la rappresentanza cecena negli Stati Uniti guidata da Usmanov”.
Un altro gruppo statunitense che ha sostenuto il movimento ceceno, indipendentemente dalla presenza di entità terroristiche, è il Comitato americano per la pace nel Caucaso (CCAA), precedentemente noto come Comitato americano per la pace in Cecenia. La CCAM è stata fondata nel 1999 da Freedom House, un gruppo di guerrieri freddi di destra finanziato dal National Endowment for Democracy e dai gruppi che l’USAID finanzia. Il CCAA ha difeso l’asilo politico negli Stati Uniti dell’ex ministro degli esteri ceceno Ilyas Akhmadov, accusato di avere legami terroristici. La CCAM della Freedom House coopera con la Jamestown Foundation, fondata nel 1984 dal direttore della CIA William Casey insieme ai disertori di alto rango dell’intelligence di Unione Sovietica, Romania, Polonia e Cecoslovacchia. Un cablo riservato del 17 ottobre 2008 dell’ambasciata degli Stati Uniti a Mosca, delinea le priorità di USAID e delle ONG nelle loro operazioni nel Caucaso del Nord. Il cablo afferma che il programma per il Caucaso del Nord era attivo in Ossezia del Nord e Kabardino-Balkaria e collaborava con le ONG locali. Il cablo affermava esplicitamente che la missione dell’USAID nel Caucaso del Nord è ‘promuovere gli interessi fondamentali degli Stati Uniti’. Le ‘zone calde’ specificate dall’USAID, includono Cecenia, Inguscezia e la regione Elbruz della Kabardino-Balkaria. Il programma dell’USAID per il Nord Caucaso è incentrato su quattro regioni chiave: Cecenia, Inguscezia, Ossezia del Nord e Daghestan, oltre all’oblast di Krasnodar, Repubblica di Adygea, Karachay-Circassia, oblast di Stavropol’ e Repubblica Kabardino-Balkarskaja. La rete delle ONG dell’USAID nella regione viene identificata nel cablo. Esse sono: International Rescue Committee (IRC), World VisionKeystone, IREX,  Fondo per l’Ossezia del Nord (CFNO), Centro russo per la Microfinanza, UNICEF, ACDI/VOCA, Centro Risorse Regionale Meridionale (SRAC), Centro per la politica fiscale (PCP ), Centro Internazionale per l’Impresa Privata (CIPE), Institute for Urban Economics, “Fede, Speranza e Amore” (FHL), Federazione internazionale della Croce Rossa (IFRC) e Fondo per lo Sviluppo Sostenibile (FSD). Molti di questi gruppi hanno stretti legami con la CIA e/o Soros, in particolare World Vision e IRC.
Gli interessi collegati al terrorismo in Russia e alla maratona di Boston vanno dalle ONG finanziate da Soros, alle aziende di facciata e agli agenti non ufficiali (NOC) della CIA, ai servizi segreti stranieri e alle società energetiche occidentali.

Wayne Madsen, Strategic Culture Foundation, 26 aprile 2013

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

commenti

NON SOLO AFGHANISTAN

Pubblicato su 29 Aprile 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in ITALIA

Dedicato a Re Giorgio II NATOlitano, il quale durante il discorso di reinsediamento pronunciato di fronte al Parlamento, ha dichiarato che coloro i quali criticano le “missioni di pace” compiono un’opera di disinformazione a danno del sacrificio dei militari italiani.

miadit-somalia.jpg

Certo, quella afghana è sicuramente la “missione di pace” più nota al grande pubblico, e anche la più dispendiosa sia in termini finanziari che per impiego di mezzi e uomini da parte delle Forze Armate della Repubblica italiana delle Banane. Ma, almeno per questa,ora si assiste a un minimo di opposizione politica.
Cercando fra le pieghe del cosiddetto “decreto missioni”, e del suo stanziamento di ben 935 milioni di euro a copertura degli impegni assunti fino al 30 Settembre 2013, capita di imbattersi in voci di spesa veramente imbarazzanti.
Ad esempio, all’art. 1 comma 11, i quasi 34 milioni di euro per la partecipazione alle operazioni “per il contrasto della pirateria”, quella dell’Unione Europea denominata Atalanta e quella della NATO detta Ocean Shield, attività la cui duplicazione pone diversi dubbi in merito alla loro reale efficacia e alla corrispondenza degli obiettivi con quelli pubblicamente dichiarati.
Lascia poi sbalorditi l’importo di oltre 143 milioni di euro stanziati “per la stipulazione di contratti di assicurazione e trasporto di durata annuale e per la realizzazione di infrastrutture, relativi alle missioni internazionali del presente decreto” (comma 18).
Il comma 27 ci rende edotti che “il mantenimento del dispositivo info-operativo dell’Agenzia Informazioni e Sicurezza Esterna (AISE) a protezione del personale delle Forze Armate impiegato nelle missioni internazionali” -l’apparato di intelligence, insomma- ci costerà 10 milioni di euro.
Totalmente oscure risultano, invece, le finalità della “spesa di euro 16.257.366 per la prosecuzione degli interventi operativi di emergenza e di sicurezza destinati alla tutela dei cittadini e degli interessi italiani situati nei territori bellici, nelle aree ad alto rischio e nei Paesi di conflitto e post-conflitto” (art. 6, comma 10). Trattasi per caso di ulteriori fondi per le attività svolte dai servizi segreti tricolori in giro per il mondo?
Infine, riguardo al suddetto Afghanistan, oltre ai quasi 427 milioni stanziati per il personale militare (art. 1, comma 1), vanno aggiunti 5.635.000 euro “per interventi urgenti o acquisti e lavori da eseguire in economia, anche in deroga alle disposizioni di contabilità generale dello Stato, disposti nei casi di necessità e urgenza dai comandanti dei contingenti militari”, quindi con notevole margine di discrezionalità (art. 1, comma 19), nonché un’ulteriore spesa di 1.450.000 euro “per assicurare la partecipazione finanziaria italiana al Fondo fiduciario della NATO destinato al sostegno dell’esercito nazionale afghano” (art. 6, comma 4).
E, tanto per concludere in bellezza, non si è mancato di riservare qualche spicciolo, 400.000 euro (art. 6, comma 16), pure alla funzionalità del Comitato Atlantico Italiano, “un ciarpame inutile” di “comitati [che] non hanno mai neppure svolto il loro teorico ruolo istituzionale di fare informazione, pubblicità e lobbyng per conto dell’Alleanza”, come commentava acutamente un lettore.
Ma l’attività sulla quale vogliamo appuntare la nostra attenzione è la “Missione Addestrativa Italiana” a Gibuti (acronimo MIADIT), che lo scorso 15 Aprile ha ricevuto la visita del Capo di Stato Maggiore della Difesa, Ammiraglio Luigi Binelli Mantelli.
Egli, dopo aver incontrato i 32 istruttori dell’Arma dei Carabinieri diretti dal Tenente Colonnello Guido Ruggeri, ha assistito a una dimostrazione pratica di “Close Protection”, “investigazioni sulla scena del crimine” e “controllo della folla”, effettuata dai 200 poliziotti somali frequentatori del corso che l’indomani sono ritornati in patria al termine del ciclo addestrativo.
Si tratta di quella Somalia che il sito dell’Arma pudicamente definisce un “Paese che vive un periodo storico di forte destabilizzazione politico-sociale dovuta alla continua azione di numerose e violente bande criminali”. Ma della quale sarebbe più appropriato parlare nei termini di vittima di una vera e propria guerra civile di durata più che ventennale, con l’importante e decisivo apporto di attori esterni a cominciare dagli Stati Uniti, e meta privilegiata del traffico internazionale di rifiuti tossici, le cui devastazioni sono di ardua quantificazione.
La MIADIT – apprendiamo ancora dal sito della Benemerita – costituisce il ritorno di un contingente di Carabinieri nel continente africano, “dopo la precedente esperienza della missione IBIS a Mogadiscio”, davvero poco fortunata aggiungiamo noi.
Il corso, della durata di 12 settimane, è stato appositamente strutturato sulla base delle specificità delle forze di sicurezza somale. E, per la prima volta nella storia dell’Arma, erano presenti anche due donne Carabinieri, un ufficiale e un maresciallo, che hanno seguito direttamente 17 allieve poliziotte somale.
Come avete potuto vedere con i vostri occhi.
Federico Roberti - Tratto da: byebyeunclesam.wordpress.com


commenti

LA CONOSCENZA E' UN'ARMA INVINCIBILE

Pubblicato su 29 Aprile 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in IDEE e CONTRIBUTI

 

Tratto da: freeondarevolution.blogspot.it

commenti

CARABINIERI. INIZIA LO SCIOGLIMENTO DELL'ARMA, SARA' SOSTITUITA DALL'EUROGENDFOR

Pubblicato su 29 Aprile 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in ITALIA

l'Arma dei carabinieri, in osservanza del trattato di Velsen procede a tappe forzate al proprio smantellamento con la chiusura di numerosi reparti, sino all’inevitabile scioglimento dell’Arma.

 

arma-carabinieri.jpg

 

La legge n.84 del 12 giugno 2010 riguarda direttamente l’Arma dei Carabinieri, che verrà assorbita nella Polizia di Stato, e questa degradata a polizia locale di secondo livello. Allo stesso tempo, l’art.4 della medesima legge introduce i compiti dell’Eurogendfor

Entro il 30 aprile quindi, nel quadro dei provvedimenti di razionalizzazione operati dal Comando Generale conseguentemente ai tagli imposti dal contenimento della spesa, saranno soppresse le aliquote Artificieri antisabotaggio dei comandi provinciali di Latina, Messina, Caltanissetta e Brindisi, nonché del Gruppo Operativo Calabria e dello Squadrone Eliportato Cacciatori di Sardegna.

 

http://www.articolotre.com/2013/04/carabinieri-inizia-lo-scioglimento-dellarma/164319

Fonte: terrarealtime.blogspot.it

 

Che cosa e' l'Eurogendfor?

eurogendfor.jpg 

 

Si chiama Eurogendfor, Forza di Gendarmeria Europea, risponde solo ad un comitato interministeriale, gode di totale immunità internazionale, e da quest’anno soppianta la Polizia di Stato, relegata ad un ruolo secondario su base locale, mescolata alla bassa forza (sottufficiali) dell’Arma. Torno  sul tema dopo due anni per via della grande disattenzione sul controllo militare a carattere generale in atto nel vecchio  continente.  

 

Addio Europa sotto lo zio Sam. “Occorre smettere di considerare la pace come una specie di diritto acquisito, garantito dall’articolo 11 della Costituzione, ma di fatto delegato ad altri. Occorre considerare le Forze Armate come strumenti di guerra anziché come mezzi indispensabili per qualsiasi pace possibile” parola del generale Carlo Jean, che nel 2003, a capo della Sogin, pretendeva di realizzare illegalmente a Scanzano Jonico il deposito unico di scorie atomiche. Detto e fatto, grazie alla legge 84 del 14 maggio 2010, andata poi in vigore il 12 giugno 2010, votata anche dall’opposizione, e praticamente all’unanimità, ecco Eurogendfor (European Gendarmerie Force – EGF), ovvero, la  Forza di Gendarmeria Europea, svincolata dal controllo parlamentare e giudiziario.

 

Usa Ue.

 

Ora soppianta la Polizia di Stato, relegata ad un ruolo secondario su base locale, mescolata alla bassa forza (sottufficiali) dell’Arma. ’Fedeli nei secoli’ i sottufficiali e la truppa confluiranno nella PS, ormai degradata a polizia regionale di secondo livello. L’accordo, in base al Trattato di Velsen, è stato reso esecutivo dai Paesi che sono dotati di Polizie militari: Francia (Gendarmerie), Spagna (Guardia Civil), Portogallo (Guardia nacional), Olanda (Marechaussée) e per l’Italia, i Carabinieri. Romania e Lituania aderiranno a breve.  

 

European Gendarmerie Force - All’articolo 3 si legge: «la forza di polizia multinazionale a statuto militare composta dal Quartier Generale permanente multinazionale, modulare e proiettabile con sede a Vicenza (Italia). Il ruolo e la struttura del QG permanente, nonché il suo coinvolgimento nelle operazioni saranno approvati dal CIMIN -ovvero- l’Alto Comitato Interministeriale. Costituisce l’organo decisionale che governa EUROGENDFOR».

Le caratteristiche portanti -definite dall’articolo 1- configurano la EGF come «una Forza di Gendarmeria Europea operativa, pre-organizzata, forte e spiegabile in tempi rapidi al fine di eseguire tutti i compiti di polizia nell’ambito delle operazioni di gestione delle crisi». Al servizio di chi? L’articolo 5 recita: «EUROGENDFOR potrà essere messa a disposizione dell’Unione Europea (UE), delle Nazioni Unite (ONU), dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE), dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO) e di altre organizzazioni internazionali o coalizioni specifiche».

 

La Nato, vale a dire gli Usa, hanno voce in capitolo nell’ordinare le «missioni» per Eurogendfor. A chi risponde? Un comitato interministeriale (CIMIN) con sede a Vicenza nella caserma carabinieri “Chinotto”, composto dai rappresentanti ministeriali dei Paesi aderenti (Difesa ed Esteri), esercita in esclusiva il «controllo politico» sulla nuova Polizia militare e decide di volta in volta le condizioni di ingaggio. L’EGF dipende solo dal CIMIN. In altri termini: l’European Gendarmerie Force non risponde ad alcun Parlamento, nè nazionale nè europeo.

 

Super polizia sovranazionale - Gode anche di una sorta di totale immunità internazionale. Missioni e compiti? L’articolo 4 illustra un ampio spettro di attività: «EGF potrà essere utilizzato al fine di: condurre missioni di sicurezza e ordine pubblico; monitorare, svolgere consulenza, guidare e supervisionare le forze di polizia locali nello svolgimento delle loro ordinarie mansioni, ivi comprese l’attività di indagine penale; assolvere a compiti di sorveglianza pubblica, gestione del traffico, controllo delle frontiere e attività generale d’intelligence; svolgere attività investigativa in campo penale, individuare i reati, rintracciare i colpevoli e tradurli davanti alle autorità giudiziarie competenti; proteggere le persone e i beni e mantenere l’ordine in caso di disordini pubblici; formare gli operatori di polizia secondo gli standard internazionali: formare gli istruttori, in particolare attraverso programmi di cooperazione».

A quali crisi si fa riferimento? Si allude cripticamente a quelle inquadrate «nel quadro della dichiarazione di Petersberg». Scarne righe ufficiali avvertono che «Il Consiglio ministeriale della UEO, riunito a Petersberg, presso Bonn, approvò, il 19 giugno 1992, una Dichiarazione che individuava una serie di compiti, precedentemente attribuiti alla stessa UEO, da assegnare all’Unione Europea; le cosiddette ‘missioni di Petersberg’ sono le seguenti: missioni umanitarie o di evacuazione, missioni intese al mantenimento della pace, nonché le missioni costituite da forze di combattimento per la gestione di crisi, ivi comprese operazioni di ripristino della pace».

 

Prerogative - Nel trattato di Velsen si scopre che l’EGF gode di una totale immunità: articolo 21) «Inviolabilità dei locali, degli edifici e degli archivi»; articolo 22) «Le proprietà e i capitali di EGF e i beni che sono stati messi a disposizione per scopi ufficiali, indipendentemente dalla loro ubicazione e dal loro detentore, saranno immuni da qualsiasi provvedimento esecutivo in vigore nel territorio delle Parti»; articolo 23) «Le comunicazioni indirizzate ad EGF o da queste ricevute non possono essere oggetto di intercettazioni o interferenza»; articolo 28) «i Paesi firmatari rinunciano a chiedere un indennizzo per danni procurati alle proprietà nel corso della preparazione o esecuzione delle operazioni. L’indennizzo non verrà richiesto neanche in caso di ferimento o decesso del personale di Eurogendfor»; articolo 29) «gli appartenenti ad Eurogendfor non potranno subire procedimenti a loro carico a seguito di una sentenza emanata contro di loro, sia nello Stato ospitante che nel ricevente, in uno specifico caso collegato all’adempimento del loro servizio». Per gli ufficiali, l’Arma aumenta il suo potere: dovrà rispondere solo al CIMIN (ovvero a ufficiali e rappresentanti del Ministero Esteri e Ministero Difesa); manterrà i suoi poteri in Italia e nel mondo godendo di privilegi impensabili in uno Stato di diritto, fino ad una totale immunità e insindacabilità.

 

Sotto il profilo operativo, l’attività di EGF è assicurata dal comandante, attualmente il colonnello Jeorge Esteves. EGF ha un bacino di capacità ad alta prontezza operativa, variabile a seconda dell’esigenza, che consente la possibile attivazione di 800 uomini e 2.300 di riserva entro 30 giorni. L’EGF potrà operare in qualsiasi parte del globo terrestre, sostituirsi alle forze di Polizia locali, agire nella più totale immunità giudiziaria e al termine dell’ingaggio, dovrà rispondere delle sue azioni al solo comitato interno.

 

Nel 2010 la Camera ha approvato la «Ratifica ed esecuzione della Dichiarazione di intenti tra i Ministri della difesa di Francia, Italia, Olanda, Portogallo e Spagna relativa alla creazione di una Forza di gendarmeria europea, con Allegati, firmata a Noordwijk il 17 settembre 2004, e del Trattato tra il Regno di Spagna, la Repubblica francese, la Repubblica italiana, il Regno dei Paesi Bassi e la Repubblica portoghese per l’istituzione della Forza di gendarmeria europea, Eurogendfo, firmato a Velsen il 18 ottobre 2007». Presenti 443, Votanti 442, Astenuti 1, Maggioranza 222. Hanno votato sì 442. Nello stesso anno, anche il Senato ha approvato senza colpo ferire. Per caso, qualche parlamentare ha letto i 47 articoli del Trattato?

 

Anomalie - Innanzitutto la pregressa operatività. La legge di ratifica risale al 14 maggio di due anni fa, mentre il quartiere generale è stato insediato a Vicenza nel 2006. Anzi secondo il Ministero della Difesa “La EGF rappresenta un’iniziativa joint, nata nel 2003 in seno all’Unione Europea”. In effetti il bimestrale ufficiale del dicastero bellicco denominato Informazioni Della Difesa (nel n° 3 del 2010) attesta che “il 18 gennaio, la Presidenza del CIMIN ha incaricato il QGP di Vicenza di studiare un piano finanziario relativo alla potenziale missione. Il 2 febbraio il CIMIN ha proposto l’uso della forza in ambito MINUSTAH – Missions des Nationes Unies pour Stabilisation en Haiti. L’8 febbraio, il CIMIN, con procedura elettronica, ha approvato la partecipazione della EGF alla missione”.

 

Seconda incongruenza: la sede scelta per EGF: la caserma dei carabinieri ‘Generale Chinotto’, a Vicenza. La medesima città è occupata dalla grande base militare Usa -in fase di ampliamento (Dal Molin) multiforme fuori e dentro l’area urbana- a disposizione soltanto del Pentagono, che vi mantiene un buon numero di testate nucleari (Site Pluto nel comune di Longare), “con i carabinieri di grado inferiore  ignari dei pericoli ambientali e sanitari- usati alla stregua di cani da guardia” come affermano alcune fonti. Dubbi e perplessità, ma anche considerazioni poco rassicuranti sulla Forza di Gendarmeria Europea sono stati espressi sia da addetti ai lavori, a cominciare dal Sindacato della Polizia, oltre che da storici e analisti.

 

Fonte: http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/

Tratto da: terrarealtime.blogspot.it

commenti

MOVING FORWARD - FILM COMPLETO CENSURATO DA TUTTE LE TV ITALIANE

Pubblicato su 29 Aprile 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in IDEE e CONTRIBUTI

Zeitgeist: Moving Forward
di Peter Joseph - Versione Italiana (Doppiaggio 2012)

In questa nuova edizione sono state sostituite con un nuovo doppiaggio le voci di Jacque Fresco, Robert Sapolsky, James Gilligan, Colin Campbell e Adrian Bowyer per un totale di 40 minuti di nuove registrazioni.
Le parti restanti hanno mantenuto il vecchio doppiaggio del 2011.
Il lavoro di doppiaggio è stato svolto a titolo completamente gratuito.
Con le voci di: Sergio Sghedoni, Mario Menna (Mr.Drago), Maximiliano Arotce (IlRidoppiatore), Ivan Anoè, Francesco Gobbi, Alessandro Capra, Stefano Broccoletti (brocs1991), Andrea P., Sisco, Flavio Pirro (MisterSevenUp), Ester Parrulli (Pimpa1988), Jacopo Carta (Starkiller1196)

Questo documentario, attraverso interviste ad esperti, narrazioni e sequenze animate, identifica alcuni problemi della società e propone un modo per vivere in equilibrio con l'ambiente, senza inquinare né distruggere le risorse naturali.

Il film è diviso in quattro capitoli.

CAPITOLO I: LA NATURA UMANA
L'essere umano ha una grande flessibilità adattiva e viene inconsapevolmente programmato per alcuni requisiti ambientali o bisogni umani.
Non siamo modellati dalla genetica ma dall'ambiente che ci circonda.
Se un individuo vive in un ambiente collaborativo, empatico e pacifico tenderà ad assumere egli stesso tali caratteristiche.
Le condizioni che abbiamo creato nel mondo moderno sono spesso causa di malattie mentali e fisiche ma anche molti comportamenti umani dannosi.

CAPITOLO II: PATOLOGIA SOCIALE
La più grande sorgente di paralisi sociale, il più grande distruttore dell'ecologia, la maggiore sorgente di spreco e inquinamento, il più grande fomentatore di violenza, guerra, crimine, povertà, il maggiore generatore di disordini mentali, depressione, ansia non è qualche disonesta Corporation o cartello bancario, non è qualche imperfezione della natura umana e non è qualche cabala segreta che controlla il mondo, è in realtà il sistema socio-economico stesso, basato su profitto, competizione e distorsione dei valori.

CAPITOLO III: PROGETTO TERRA
Un modello di economia basata sulle risorse applica il metodo scientifico per l'interesse sociale e questo non è limitato solamente all'efficienza tecnica, ma considera anche il benessere dell'individuo. 
Con la rimozione del sistema monetario e le necessità primarie garantite vedremo immediatamente una riduzione globale del crimine, perché non ci sarebbe niente di cui appropriarsi, rubare o per cui truffare. 
Il 95% dei criminali si trovano in prigione a causa di qualche crimine legato ai soldi o all'abuso di droga e l'abuso di droga è un disordine, non un crimine.

CAPITOLO IV: L'ASCESA
In questo sistema basato sul profitto se non c'è incentivo economico, le cose non accadono.
Lo schema piramidale del debito globale sta lentamente spegnendo il mondo intero.
Il 30% delle terre coltivabili è diventato improduttivo.
I valori dominanti di una cultura tendono a sostenere e perpetuare ciò che viene premiato da tale cultura.
In una società dove il successo e lo status si misurano in termini di ricchezza materiale - e non in contributo sociale - è facile capire perché il mondo oggi si trovi in uno stato di collasso.

Licenza CreativeCommons: Scarica e ri-carica questo video su tuo canale!
Fonte: http://youtu.be/-JDAhR6zYB4
Facebook: http://t.co/vPGNjPFS
Daily: http://t.co/Pe345x83
YouTube: http://t.co/fWVRmBUPLa

 


commenti

MENTRE L'ISLANDA SI PREPARA A DIRE " NO " ALL'UE, SENTIAMO COS'HA DA DIRE IL PRESIDENTE GRIMSSON

Pubblicato su 29 Aprile 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in EUROPA

Correva l’anno 2007 e nel mondo le cose andavano avanti. L’ONU stilava la sua annuale graduatoria dell’Indice di sviluppo umano e la medaglia d’oro di questa graduatoria andava a un’isola del Mare del Nord abitata da circa 300mila abitanti, ovvero l’Islanda.

 

geyeser

Sì, stando alle sirene onusiane, alle agenzie di rating e ai media non c’era posto migliore in cui vivere dell’Islanda. Il settore finanziario deregolamentato e liberalizzato agli albori del millennio aveva creato un benessere mai visto prima in quella terra fredda e isolata dal resto del mondo. Ma quando nel settembre del 2008 Lehman Brothers, dotata di valutazione AAA secondo le tre Parche del rating, dichiara il proprio fallimento, il sogno islandese finisce bruscamente. Di colpo infatti l’Islanda scopre di essere seduta su un vulcano ben più pericoloso ed esplosivo di tutti i suoi celebri geyser messi insieme. Le tre banche, che con politiche finanziarie allegre e credito facile avevano aiutato il boom dell’isola di ghiaccio, Landisbanki, Kaupthing e Glitnir, si ritrovano al collasso e vengono nazionalizzate, mentre la libera circolazione dei capitali viene temporaneamente limitata.

L’Islanda, la perla del Nord si ritrova a chiedere un prestito al Fondo Monetario come un qualsiasi paese africano. Il sogno islandese diventa un incubo. Oggi però, a cinque anni di distanza dall’apocalisse, l’Islanda pare essere uscita dal tunnel. L’isola di ghiaccio, devastata dai disastri della cieca cupidigia di banchieri e speculatori, sembra si stia avviando verso un nuovo inizio.

L’economia islandese è ben lontana dai fasti del 2007, ma cresce del 2% l’anno e la disoccupazione, schizzata dal 3 all’8% dopo la crisi, è ora in calo intorno al 5%. Nell’indice di sviluppo umano l’Islanda, crollata dal primo al diciasettesimo posto, è ora risalita in quattordicesima posizione. Come abbiamo detto l’isola di ghiaccio è ben lontana dal tenore di vita precedente alla crisi, ma con forza ed orgoglio è riuscita a rialzarsi e ora può guardare al futuro con cauto ottimismo, consapevole che la lezione è stata appresa e che certi errori non saranno ripetuti. Ma cosa ha reso possibile per Reykjavik uscire dalla crisi economica? Perché l’Islanda ce l’ha fatta e l’Europa è invece ancora impantanata nel disastro?

Molte versioni, spesso discordanti tra loro, sono rimbalzate nella rete in questi anni riguardo l’Islanda e quanto accaduto, io credo che sia meglio sentir parlare chi è stato tra i protagonisti della risoluzione della crisi dell’isola di ghiaccio, ovvero il presidente della repubblica Olafur Grimsson, diventato celebre nella rete per aver posto il veto ai due piani di rimborso del debito del conto “Icesave”, un fondo creato da Landisbanki, verso investitori inglesi e olandesi. Questa è un’interessate intervista, rilasciata dal presidente Grimsson a febbraio al sito francese “Rue 89” (di cui qui ho trovato una traduzione in italiano) in cui quello che per molti nella blogosfera è diventato un eroe, ripercorre i passaggi e dice la sua su come l’Islanda è riuscita a oltrepassare la terribile crisi finanziaria che la attanagliava.

di Pascal Riché – Rue89.

Björk non era la sola star islandese in tournée in Francia, questa settimana. Il presidente del paeseÓlafur Ragnar Grímsson, 69 anni, era in visita ufficiale, con l’aureola dei successi islandesi contro la crisi, nonché del ruolo che ha giocato in questa correzione di rotta spettacolare con cui ha deciso, in due riprese, di consultare il popolo via referendum.  Ha incontrato per 35 minuti François Hollande. Si dice che abbiano parlato di tre questioni: «La ripresa economica in Islanda e le lezioni da trarne; la cooperazione economica nell’Artico e l’esperienza islandese in materia di geotermia – che assicura il 90% del riscaldamento degli abitanti – e come potrebbe essere sviluppata in Francia». Il presidente islandese, attualmente al suo quinto mandato, cammina sopra una piccola nuvola. Quattro anni dopo l’esplosione delle banche islandesi, il suo Paese è ripartito più forte della maggior parte degli altri in Europa, e ha appena vinto una battaglia davanti alla giustizia europea. Lo Stato islandese - ha giudicato la corte dell’Associazione europea di libero scambio (EFTA) a fine gennaio, era nel suo diritto quando si è rifiutato di rimborsare i risparmiatori stranieri che avevano piazzato i propri soldi presso le sue banche private.

 

Rue89: Ha richiamato assieme a François Hollande le lezioni da trarre dalla correzione di rotta islandese. Quali sono?

 

Ólafur Ragnar Grímsson: Se fate un paragone con quanto è successo in altri paesi dell’Europa, la riuscita esperienza islandese si è avverata in modo diverso su due aspetti fondamentali.

Il primo, consiste nel fatto che noi non abbiamo seguito le politiche ortodosse che da trent’anni in qua si sono imposte in Europa e nel mondo occidentaleNoi abbiamo lasciato che le banche fallissero, non le abbiamo salvate, le abbiamo trattate come le altre imprese. Abbiamo instaurato dei controlli sui cambi. Abbiamo cercato di proteggere lo stato previdenziale, rifiutandoci di applicare l’austerità in modo brutale.

Seconda grande differenza: abbiamo subito preso coscienza del fatto che questa crisi non era solamente economica e finanziaria. Era anche una profonda crisi politica, democratica e perfino giudiziariaCi siamo quindi impegnati in riforme politiche, riforme democratiche, e anche riforme giudiziarie [un procuratore speciale, dotato di una squadra, è stato incaricato di investigare sulle responsabilità della crisi, ndr]. Questo ha permesso alla nazione di affrontare la sfida, in modo più ampio e più globale rispetto alla semplice attuazione di politiche finanziarie o di bilancio.

 

 LIslanda ha 320mila abitanti. Queste politiche sono esportabili in paesi più grandi, come la Francia?

 

Innanzitutto, esito sempre nel dare raccomandazioni concrete ad altri paesi, perché ho sentito una caterva di pessime raccomandazioni propinate al mio!

Quel che posso fare, è semplicemente descrivere ciò che l’Islanda ha fatto, così ognuno può trarne le sue proprie lezioni. Ma è chiaro che molte delle scelte che noi abbiamo fatto potrebbero essere fatte in altri paesi. Per esempio, guardarsi bene da un’austerità troppo rigida.

 

 Quindi avete perseguito una politica di austerità rigidissima…

 

Senz’altro. Ma uno degli assi delle politiche ortodosse sta nel tagliare aggressivamente le spese sociali. Non è quel che abbiamo fatto. Abbiamo invece protetto i redditi più modesti.

L’ approccio ampio alla crisi – politico e giudiziario – può essere seguito anche in altri paesi oltre all’Islanda. La misura che è impossibile applicare in Francia, così come in altri paesi della zona euro, è evidentemente la svalutazione monetaria.

 

 Per quanto riguarda il non aver salvato le banche, lIslanda aveva davvero scelta? Sarebbe possibile lasciar affondare le grandi banche europee?

 

Le nostre banche erano importanti. Pesavano dieci volte la taglia della nostra economia. Io non dico che la dimensione non conti, ma se la si mette in termini di dimensioni, allora chiedetevi: il Portogallo è un paese grande o piccolo?  La Grecia è un paese grande o piccolo?

Se avessimo potuto fare altra cosa piuttosto che lasciare che le nostre banche fallissero, questo è un dibattito ancora aperto. In ogni caso tutto ciò corrispondeva a una scelta. Quelle banche erano private: perché mai delle imprese nel settore bancario dovrebbero essere trattate in modo diverso da altre aziende private di altri settori come le tecnologie informatiche, internet, le compagnie aeree? Queste imprese sono indispensabili alle nostre società, eppure lasciamo che falliscano. Anche le compagnie aeree. Perché mai le banche sono trattate come dei luoghi santi?

 

 La risposta tradizionale è che il loro fallimento possa trascinarne altri e mettere in ginocchio il sistema finanziario: c’è un rischio “sistemico”.

 

Sì, questa è l’argomentazione che viene avanzata; eppure badate a cosa è successo in Islanda con il caso IcesaveIl governo britannico e quello dei Paesi Bassi, sostenuti dall’Unione Europea, pretendevano che i contribuenti islandesi rimborsassero i debiti di questa banca privata, anziché lasciare che il liquidatore fosse il responsabile di tali debiti. A quel punto ho fatto fronte a una scelta: era il caso di sottoporre la questione a referendum? Un esercito di esperti e di autorità finanziarie mi dicevano: se voi autorizzate la gente ad esprimersi, isolerete finanziariamente l’Islanda per decenni. Uno scenario catastrofico senza fine… Ero davanti a una scelta fondamentale: da una parte gli interessi della finanza, dall’altra la volontà democratica del popolo. E io mi son detto: la parte più importante della nostra società – e l’ho detto anche ai nostri amici europei – non sono mica i mercati finanziari. È la democrazia, sono i diritti umani, lo Stato di diritto.

Quando siamo di fronte a una profonda crisi, sia quella islandese sia quella europea, perché non ci dovremmo lasciar guidare sulla via da seguire dall’ elemento più importante della nostra società? Ed è quel che ho fatto. Dunque abbiamo indetto due referendum. Nel primo trimestre dopo il referendum, l’economia è ripartita. E in seguito la ripresa è continuata. Ora abbiamo un tasso di crescita annuale del 3%, uno dei più elevati in Europa. Abbiamo un tasso di disoccupazione del 5%, uno dei tassi più bassi. Tutti gli scenari dell’epoca, di un fallimento del sistema, si sono rivelati fasulli. Il mese scorso c’è stato l’epilogo: l’EFTA ci ha dato ragione. Non solo la nostra decisione era giusta, era democratica, ma era anche giuridicamente fondata. I miei amici europei dovrebbero riflettere su tutto questo con uno spirito aperto: come mai erano loro in errore politicamente, economicamente e giuridicamente? L’interesse di porsi questa questione è più importante per loro che non per noi, perché continuano, loro, a lottare contro la crisi applicando a se stessi certi principi e certi argomenti che usavano contro di noi.

Il servizio che può rendere l’Islanda è dunque quello di essere una sorta di laboratorio, che aiuta i Paesi a rivedere le politiche ortodosse fin qui da essi seguite. Io non vado certo a dire alla Francia, la Grecia, la Spagna, il Portogallo o l’Italia: fate così, fate cosàMa la lezione dataci dall’esperienza da questi quattro anni in Islanda è che gli scenari allarmisti, delineati come delle certezze assolute, erano fuori bersaglio.

 

 LIslanda è diventata un modello, una fonte di speranza per una parte dellopinione pubblica, specie la sinistra anticapitalista. La cosa le fa piacere?

 

Sarebbe un errore interpretare la nostra esperienza attraverso una vecchia chiave di lettura politicaIn Islanda i partiti di destra e di sinistra sono stati unanimi sulla necessità di proteggere il sistema sociale. Nessuno, né a destra né al centro, ha difeso quelle che voi definireste come “politiche di destra”.

 

 È la via nordica...

 

Sì, è la via nordica. E se osservate cosa è accaduto nei Paesi nordici in questi ultimi 25 anni, hanno tutti conosciuto delle crisi bancarie: Norvegia, Finlandia, Svezia, Danimarca e infine Islanda, dove sempre abbiamo un momento di ritardo. La cosa interessante è che tutti i nostri paesi si sono ripigliati relativamente presto.

 

 Rimpiange di aver incoraggiato lei stesso la crescita della banca negli anni 2000? All’epoca, lei paragonava lIslanda a una nuova Venezia o Firenze?

 

Fra l’ultimo decennio del XX secolo e i primi anni del XXI, si sono sviluppate imprese farmaceutiche o di ingegneria, tecnologiche, bancarie e hanno procurato ai giovani islandesi istruiti, per la prima volta nella nostra storia, la possibilità di lavorare su scala globale senza dover lasciare il proprio Paese.

Anche le banche facevano parte di questa evoluzione. Se la cavavano bene. Nel 2006 e nel 2007, abbiamo sentito le prime critiche. Io mi sono chiesto a quel punto: cosa dicono mai le agenzie di rating? Redigevano per le banche islandesi un ottimo certificato di salute. Le banche europee e americane facevano tutte affari con le nostre banche e desideravano farne sempre di più!

Le agenzie di rating, le grandi banche, tutti in generale, avevano torto. E anche io. È stata un’esperienza costosa, che il nostro Paese ha pagato pesantemente: abbiamo conosciuto una grave crisi, delle sommosse… Ce ne ricorderemo a lungo. Oggi il pubblico continua ad ascoltare le agenzie di rating. Bisognerebbe chieder loro: se vi siete sbagliate così tanto sulle banche islandesi, perché dovreste avere ragione oggi sul resto?

 

 Quelle che lei definisce “sommosse”, non fanno forse parte del necessario “approccio politico” alla crisi, da lei descritto un instante fa?

 

Non la direi in questa maniera. L’Islanda è una delle democrazie più stabili e sicure al mondo, con una coesione sociale solida. E tuttavia, a seguito del fallimento finanziario, la polizia ha dovuto difendere giorno e notte il Parlamento, la Banca Centrale e gli uffici del Primo Ministro… Se una crisi finanziaria può, in un lasso di tempo brevissimo, far precipitare un tale paese in una così profonda crisi politica, sociale e democratica, quali potrebbero essere le sue conseguenze in paesi che abbiano un’esperienza più corta di stabilità democratica? Posso dirvi che durante le prime settimane del 2009, al mio risveglio, il mio cruccio non era quello di sapere se avremmo ritrovato o meno la strada per la crescita, bensì quello di sapere se non avremmo assistito al crollo della nostra comunità politica stabile, solida e democratica.

Ma noi abbiamo avuto la fortuna di poter rispondere a tutte le domande dei manifestanti: il governo è caduto, sono state organizzate delle elezioni, sono state sollevate dall’incarico le direzioni della Banca Centrale e dell’autorità di sorveglianza delle banche, abbiamo istituito una commissione speciale d’inchiesta sulle responsabilità, ecc.

C’è un’idea, diffusa nelle società occidentali, secondo cui i mercati finanziari devono rappresentare la parte sovrana della nostra economia e dovrebbero essere autorizzati a ingrandirsi senza controllo e nella direzione sbagliata, con l’unica responsabilità di fare profitti e svilupparsi… Ebbene, questa visione è pericolosissima. Quel che ha dimostrato l’Islanda è che quando un tale sistema ha un incidente, fa derivare tragiche conseguenze politiche e democratiche.

 

 In questo approccio politico, un progetto di nuova Costituzione è stato elaborato da unassemblea di cittadini eletti. Sembra che per il Parlamento non sia urgente votarlo prima delle elezioni del 17 aprile. Pensate che questo progetto abortirà?

 

La Costituzione attuale ha giocato il suo ruolo nella crisi: quello di far tenere delle elezioni e indire dei referendum… Questo non vuol dire che sia perfetta, essa può essere migliorata.

Con la crisi, il bisogno di rinnovare il nostro sistema politico ha trovato una sua espressione. Si è dunque attivato un processo di riforma costituzionale assai innovativo: è stata eletta un’assemblea di cittadini, i cittadini sono stati consultati via internet… ma, secondo me, non hanno avuto abbastanza tempo: appena quattro mesi.

Solo dei superuomini avrebbero potuto realizzare un testo perfetto in soli quattro mesi.

In questi ultimi sei mesi, c’è stato un dibattito in Parlamento, con dei propositi… il Parlamento adotterà forse certe misure, o forse si accorderà su un modo di proseguire il processo, o adotterà una riforma più completa.

Nessuno lo sa.

 

 La svalutazione ha aiutato la ripresa dell’Islanda. Lidea di raggiungere un giorno l’euro è stata scartata per sempre?

 

La corona è stata una parte del problema che ha portato alla crisi finanziaria, ma è stata anche una parte della soluzione: la svalutazione ha reso i settori dell’esportazione (pesca, energia, tecnologie…) più competitivi, così come il turismo, certamente.

C’è una cosa di cui non si è ancora preso bene coscienza nei paesi dell’Europa continentale : i Paesi del Nord dellEuropa – Groenlandia, Islanda, Gran Bretagna, Norvegia, Danimarca e Svezia - non hanno adottato leuro, a parte la Finlandia. Nessuno di questi Paesi si è unito alleuro. E comparativamente, questi Paesi si sono comportati meglio, economicamente, durante gli anni successivi alla crisi del 2008, dei paesi della zona euro, eccetto la Germania.

È quindi piuttosto difficile sostenere che l’adesione all’euro sia una condizione indispensabile per il successo economico. Da parte mia, non vedo nessun nuovo argomento che possa giustificare l’adesione dell’Islanda all’euro.

 

 Banche addio… oppure i giovani islandesi che abbiano fatto studi superiori vi troveranno un impiego?

 

Le banche, che siano in Islanda o all’estero, sono diventate delle imprese molto tecnologiche, che danno lavoro a numerosi ingegneri, informatici e matematici. Attraggono talenti da settori innovativi, quali le alte tecnologie o le tecnologie dell’informazione.

Dopo la caduta delle banche, questi talenti si sono ritrovati sul mercato del lavoro. In sei mesi, avevano tutti trovato lavoro … E le imprese tecnologiche o di design hanno avuto un rapidissimo sviluppo nel corso degli ultimi tre anni. Centinaia di nuove aziende sono state create. Sono ben lieto di constatare che le giovani generazioni hanno risposto alla crisi in modo molto creativo.

Morale della favola: se volete che la vostra economia sia competitiva nel settore delle tecnologie innovative, il fatto di avere un grosso settore bancario, ancorché capace di notevoli prestazioni, è una cattiva notizia.

 

E questo è quanto, e a parlare non è qualche complottista paranoico, ma un capo di stato democraticamente eletto. Il presidente Grimsson in questa intervista ha toccato diversi punti caldi e smentito luoghi comuni a raffica. In particolare esprime posizioni scettiche sull’Euro e sull’adesione dell’Islanda all’Unione Europea. E proprio questo argomento, l’adesione all’Unione Europea, è stato l’argomento cardine della campagna elettorale che ha portato alle elezioni di oggi. Dopo la crisi finanziaria l’Islanda sembrava in procinto di aderire all’Unione Europea ma, visto che gli islandesi se la sono cavata benissimo da soli, le pratiche sono state congelate dal governo uscente. Se i sondaggi non sbagliano, alle elezioni odierne i primi due partiti saranno il Partito Progressista e il Partito dell’Indipendenza che probabilmente formeranno una coalizione di governo. Come in Italia insomma, direte voi, beh non esattamente. Perché in Italia i partiti si sono uniti al grido di “Ce lo chiede l’Europa” dietro un oscuro figuro, che quando s’è candidato alla guida del suo partito ha preso meno voti perfino di Rosy Bindi, che nel ’97 scriveva “Morire per Maastricht”. In Islanda invece i due maggiori partiti si uniranno al grido di “Europa? No grazie, qui ce la caviamo da soli!” e come primo atto di governo getteranno in un geyser le trattative con l’idra di Bruxelles. Ah, avercelo noi un Grimsson come capo dello stato al posto di Giorgio “L’URSS ha contribuito alla pace nel mondo” Napolitano.

Johnny 88

Tratto da: http://www.scenarieconomici.it/mentre-lislanda-si-prepara-a-dire-no-allue-sentiamo-cosha-da-dire-il-presidente-grimsson/

commenti

LAVAGGIO DEI CERVELLI E PROPAGANDA DI GUERRA

Pubblicato su 29 Aprile 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in COMUNITA

Propaganda di guerra si, perchè gli occidentali vogliono la guerra, vogliono la distruzione di chi si oppone al mondialismo di una Repubblica Universale.

 

ejajaige.png

 

Tutti hanno potuto  constatare il malcelato astio con cui certi “mezzibusti”, che meglio sarebbe definire “linguivendoli”, hanno dato la notizia che la Russia di Putin, in seguito alla Legge approvata dal parlamento francese che consente le adozioni di bambini per le coppie omosessuali, ha chiesto di rivedere l’accordo internazionale sulle adozioni con l’intento di proibire le adozioni di orfani russi richieste da questi paesi occidentali. 

 

Putin ha anche rivendicato il rispetto delle tradizioni culturali, etiche, legislative e norme morali del proprio paese.

 

Richiamo quanto mai legittimi visto che queste “Associazioni” Gay che hanno raggiunto nei vari paesi occidentali una influenza e protervia inaudita, pretendono il rispetto della loro “diversità”, ma si guardano bene dal rispettare chi intende vivere e organizzarsi secondo i tradizionali canoni di famiglia e di eterosessualità.

 

Ma dicevamo dei “linguivendoli” e del loro malcelato disprezzo verso Putin (chissà perchè, eh!). Chi è attento alle cronache riportate da questi mezzibusti, noterà che nella stessa cronaca, essi citano i vari capi di Stato con i loro corretti appellativi, “Presidente Obama, Presidente Hollande, ecc), mentre invece Putin viene definito “L’ex capo del Kgb”, non come il Presidente della Russia!

Compreso l’infame distinguo?

Se non lo sapete questa è propaganda di guerra vera e propria.

Propaganda di guerra si, perchè gli occidentali vogliono la guerra, vogliono la distruzione di chi si oppone al mondialismo di una Repubblica Universale.

E’ un lavaggio del cervello atto a preparare l’opinione pubblica per la guerra, per la eliminazione. (leggi assassinio) di personaggi scomodi, proprio come è stato per Saddam Hussein e per Gheddafy ed ora stanno cercando di fare con la Siria.

E’ un lavaggio del cervello sottile, lento, impercettibile, ma che alla lunga, dà i suoi frutti e quando si scatenerà la furia bellica assassina statunitense o sionista che sia, nelle case, tra la gente comune, tra i cosiddetti benpensanti, ben ripuliti nel cervello, si sarà propensi ad accettare questi crimini, l’eliminazione di questi scomodi capi di Stato fatti passare come dei folli e degli antidemocratici.

E’ infame propaganda di guerra come quella che gli stessi mass media, TUTTI:  di destra, di centro e di sinistra, e TUTTI di proprietà di grandi finanziarie occidentali, stanno scatenando contro la Siria di Assad.

Oramai, senza più remore e senza neppure agire in segreto, gli occidentali stanno ammassando mercenari assassini di ogni colore e armi da loro fornite, in tutti i punti strategici di confine della Siria, mentre questi assassini si intrufolano quotidianamente nel territorio siriano andando a compiere attentati e stragi inenarrabili (ma qui, ovviamente, nessuno parla di terrorismo!!).

Dopo la Libia, la Siria vogliono ridisegnare tutta la geografia politica del medioriente, facendone una immensa regione che pullula di statarelli multicolori, tra loro divisi da odi tribali, culture e religioni difformi che li porteranno a scannarsi reciprocamente.

E al contempo ogni risorsa di quei paesi,  soprattutto energetica, passa sotto il controllo delle multinazionali occidentali, mentre il popolo viene riportato a condizioni di vita da età della pietra. Si paragoni la condizione del popolo in Libia sotto Gheddafy, dove una parte delle risorse petrolifere erano impiegate per l’assistenza sanitaria e pensionistica, per la creazione di infrastrutture del paese, ed oggi invece, dove non c’è più niente di niente, anzi si: c’è la Democrazia, come no!

Maurizio Barozzi

commenti
1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 > >>