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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

Giorgio Cremaschi contro la Cgil: "Ci negano la parola perché temono il confronto interno e sono collaterali al Governo"

Pubblicato su 31 Gennaio 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in ITALIA

Era ora che qualcuno all'interno di quello che, forse, una volta era un sindacato se ne accorgesse e denunciasse pubblicamente questa indecenza. Facciamo i nostri complimenti a Giorgio Cremaschi per la sua onestà intellettuale e politica. Claudio Marconi

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La Cgil non solo ha presentato una sua visione molto parziale della competizione elettorale ma ha escluso anche le minoranze interne dal palco della conferenza di programma.

Non è mai successo da vent’anni a questa parte, da quando ci sono le regole che presiedono i rapporti tra maggioranze e minoranze che in una conferenza di programma non venisse data la parola alla minoranza. Alcuni dirigenti hanno parlato e altri no. Hanno deciso di non dare la parola alle minoranze, a nessuna minoranza. E questo la dice lunga su come la Cgil sta interpretando questa fase politica e sociale.

Con quale modello?

E’ un gruppo dirigente che ha paura del confronto, del dibattito e dell’isolamento. Tutta la conferenza è stata un collateralismo continuo con il centrosinistra. Un aspetto di disperazione, non c’è dubbio. Un segnale preciso che dice: ‘non ce la faccio più con le lotte sociali, o mi aiuta il governo oppure vado a scatafascio’. Per arrivare a questo, lo si fa nella maniera più goffa, decidendo di escludere dall’inizio altre forze politiche e operando una decisa stretta interna. Si chiamano quelli che si vogliono sostenere, e basta. Si nega la parola alle minoranze facendo anche una violazione statutaria.

Una Cgil senza democrazia che Cgil è?

Si stanno preparando per un eventuale governo di centrosinistra. Un rapporto di totale assistenza e subalternità da parte del sindadacato. La logica del governo amico, come si vede, stravolge il sindacato. Siamo a un collateralismo che in realtà produce un danno. A me non convince l’idea che nel programma della Cgil si parli di lavoro saltando la questione sul fiscal compact e il pareggio di bilancio. Siamo, per capirci, nella più pura cultura del liberismo temperato, quello del centrosinistra degli ultimi 20 anni. C’è un passaggio dell’intervento della Camusso che dà proprio il senso di una linea di politica economica assolutamente vecchia: ovvero, il fiscal compact non va bene ma lo devono rimetter in discussione tutti i paesi europei. Un po’ come è andata con la prima guerra mondiale. Il fiscal compact, o si decide di metterlo in discussione a partire dall’Italia oppure l’austerità diventa la condizione dentro la quale si opera. Di conferenza sul lavoro ovviamente non si è discusso. Bersani ha promesso la concertazione ma la Cgil ci arriverà con una posizione sbagliata sul piano dei contenuti e con una forte stretta interna sul piano delle regole della democrazia.

In realtà questo crinale di eccessiva politicizzazione del sindacato era un po’ che dominava in Cgil.

In assoluta continuità con Epifani. Ora siamo in una situazione difficile che costringe a scelte più stringenti. C’è una marea di dirigenti sindacali nelle liste del centrosinistra. La Cgil ha preso pesanti sconfitte, e invece di reagire sul piano sindacale sceglie di affidarsi alla politica. C’è da una parte un gioco pericoloso e, dall’altra una specie di normalizzazione interna. Non si è fatto venire Ingroia perché la Cgil lavora esclusivamente per il centrosinistra e non vuole dare l’idea che il popolo della Cgil voti per altre liste.

La Cgil ormai va verso una ‘cislizzazione’ di fatto?

Il gruppo dirigente della Cisl sta con Monti e la Cgil con Bersani. Ormai è solo una questione di sfumature.

E il percorso del sindacalismo dissidente?

A Milano l’1 febbraio la Rete 28 aprile terrà la sua assemblea nazionale, che a questo punto rilancerà con ancora più forza il tema dell’indipendenza del sindacato.

Tratto da: controlacrisi.org

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I POTERI FORTI E IL PARTITO DEMOCRATICO

Pubblicato su 31 Gennaio 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in ITALIA

E’ un articolo illuminante su certe “ frequentazioni “ del PD. Noi non avevamo mai avuto dubbi a chi realmente si appoggia questo partito. La manovra è talmente lampante che ha fatto chiedere da Bersani a Monti di ritirare la candidatura Albertini dalla Regione Lombardia ( in cambio di cosa non lo ha detto). Giusto per scomodare Sombart ci troviamo sempre più concordi sul principio che il proletario non sia altro che l’ombra del borghese, il suo “ doppio”, e il socialismo ( che dovrebbe venire dal marxismo, più o meno corretto ed aggiustato secondo i voleri dell’alta finanza, quello “ moderno” del Pd, per intenderci) altro non sia che un ulteriore stadio dell’evoluzione capitalista. Claudio Marconi

 

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Appena scoppiato lo scandalo Mps, tra le file del centro-sinistra italiano si è assistito a manifestazioni isteriche tipiche di chi avverte venir meno le proprie certezze elettorali. Anna Finocchiaro, capogruppo al Senato del Partito democratico, stizzita verso quei media intenti a rimarcare la contiguità tra via del Nazareno e la banca senese, così sbottava: “I poteri forti ci temono”. E ancora: “Tutti si sono uniti contro il Pd. C’è un tentativo di non farci vincere, vedo risorgere la vecchia conventio ad exludendum.

Locuzioni latine a parte, fa un certo effetto sentire un dirigente del Pd evocare lo spettro dei poteri forti ad ostacolare il cammino del proprio partito verso la vittoria elettorale. Si tratta di un tentativo in salsa democrat di parlare - come si usa dire in certi casi - alla pancia degli italiani. Un tentativo che, guardato alla luce degli stretti legami tra Partito democratico e certe realtà oltreconfine e sovranazionali, appare alquanto maldestro e inopportuno.

Il Gruppo Bilderberg.
Quasi tutti, in Italia, si sono convinti che il governo Monti - anche poiché non eletto - sia stato emanazione dei poteri forti, rappresentati da banche, massonerie e influenti organizzazioni. Grazie soprattutto all’incessante fiorire di informazioni in Rete, i quasi 14 mesi di governo tecnico sono serviti almeno ad inoculare nell’opinione pubblica una maggior consapevolezza circa l’influenza che simili realtà esercitano sugli Stati. Oggi, infatti, quasi tutti gli italiani mediamente informati sanno dell’appartenenza del presidente Monti ad associazioni segrete, su tutte il Gruppo Bilderberg. E molti di essi ritengono che ciò costituisca un elemento di anti-democraticità, volto a cancellare ogni traccia di sovranità nazionale.

Molti meno italiani, tuttavia, sanno che il medesimo Gruppo Bilderberg, oltre ad accogliere al suo interno membri del governo tecnico, da qualche tempo a questa parte sta insistentemente strizzando l’occhio alla parte politica posizionata a centro-sinistra. Nel giugno scorso, ad una delle ultime e più importanti riunioni dell’associazione segreta svoltasi in Virginia, negli Usa, pochi esponenti del nostro Paese erano presenti. Tra questi pochi, tre rappresentanti del mondo industriale (Bernabè e Conti del gruppo Enel e John Elkann della Fiat), una giornalista di La7 con un passato da europarlamentare dell’Ulivo (Lilli Gruber) e il vicesegretario del Pd, Enrico Letta. Questa concessione di esclusiva rivolta al centro-sinistra italiano di partecipare alle proprie riunioni da parte del Bilderberg, vale più di qualsiasi esplicito attestato. Gli effetti del sostegno (o endorsment, dato che i poteri forti parlano inglese) del Bilderberg al Pd hanno trovato concreta espressione nelle parole che Enrico Letta pronunciava appena sbarcato in Italia di ritorno da suddetta riunione. Come un neofita pervaso di entusiasmo, noncurante dell’allora embrionale alleanza con Vendola e del tradizionale legame con i sindacati, il vice-presidente del Pd si faceva apostolo del libero mercato e affermava con sorprendente fede: “Dobbiamo lavorare molto sul tema privatizzazioni”, mettendo nel mirino “pezzi di Eni, Enel e Finmeccanica”(1). La malizia è fin troppo scontata: in cambio del loro determinante appoggio al Pd, i potentati economici avrebbero “suggerito” a Letta di farsi portavoce in patria di una linea di economia industriale assai appetita dalle multinazionali. Non c’è da stupirsi, quindi, se a settembre la banca d’affari Goldman Sachs si è esposta scommettendo su un governo italiano presieduto dal centro-sinistra(2).

What’s american Pd.
Per dimostrare quanto il Pd sia debole al fascino a stelle e strisce, si può risalire a fatti ancor più recenti. La settimana scorsa, in una Washington imbellettata come un set di Hollywood, è avvenuta la cerimonia di insediamento del presidente americano Obama, eletto per il secondo mandato. Immancabile all’evento, anche una delegazione del Pd guidata dal suo responsabile esteri, Lapo Pistelli(3). L’occasione di un viaggio oltreoceano è valsa a Pistelli e ai suoi una serie di incontri con esponenti della Casa Bianca e dei vari organismi ad essa collaterali (i cosiddetti think tank). “Gli americani conoscono bene i numeri, sanno che fra poco più di un mese saremo noi al governo e siamo qui per spiegargli cosa abbiamo in mente di fare”, annunciava orgoglioso Pistelli agli inviati della stampa italiana. Con l’aria supponente del primo della classe innanzi alla maestra, il responsabile esteri del Pd ha mostrato ai suoi interlocutori americani l’agenda Bersani, indicando i punti a loro più graditi. In primo luogo, ha rivendicato l’appoggio del suo partito al governo Monti, apprezzatissimo a Washington e anche a Wall Street, affermando: “Le riforme sono state possibili grazie ai nostri voti in parlamento”. Dopodiché ha dato garanzie su un’intesa post-elettorale con Monti: “Faremo un governo di coalizione anche se avremo il 51 per cento al Senato”. In barba a una tradizione che vuole la sinistra attenta alle istanze sociali, Pistelli ha poi ricordato che Bersani “ha firmato le privatizzazioni nel governo Prodi dimostrando nei fatti quale modello economico persegue”. Lo stesso segretario del Pd, d’altronde, in un’intervista rilasciata al Washington Post qualche giorno prima, ammiccava ai poteri forti della finanza americana con un rassicurante “i mercati non hanno nulla da temere”, per poi aggiungere: “Capisco che possa sembrare bizzarro vedere la sinistra italiana che apre ai mercati, ma questo deriva dal fatto che in Italia la destra non ha una tradizione liberista, ma tende a essere statalista”(4).

Nei colloqui occorsi durante questa trasferta americana, si è parlato anche di politica estera. Philip Gordon, braccio destro di Hillary Clinton, ha preteso dagli esponenti del Pd “un maggior impegno dell’Italia a favore delle riforme in Russia”, di modo da recidere definitivamente quel legame nato tra Berlusconi e Putin e foriero per il nostro Paese di opportunità energetiche e d’investimento alternative a quanto rema esclusivamente nella direzione dell’interesse americano. Si è inoltre discusso di Medio Oriente. Anche su questo tema, Pistelli ha pronunciato un copione che suonava come musica per le orecchie dei suoi interlocutori: si è detto a favore di un “maggior impegno dell’Ue a sostegno delle primavere arabe” e delle sanzioni nei confronti dell’Iran.

Pd kosher.
L’Iran è stato al centro di un’altra conversazione, risalente al dicembre scorso, che ha visto protagonista Lapo Pistelli. In quel caso, si è trattato di un’intervista rilasciata al Jerusalem Post, quotidiano israeliano(5). Neanche a dirlo, la posizione del Pd, sempre per bocca del suo responsabile esteri, è stata altrettanto solerte. “L’embargo ha effettivamente ridotto l’economia iraniana”, ha affermato Pistelli così osannando le sanzioni che in Iran stanno colpendo la popolazione civile. Si è poi spinto in un pronostico con troppa sicurezza per non lasciar insinuare che il dirigente del Pd sia a conoscenza dell’arrivo su Teheran di una nuova “ondata verde” guidata da Occidente: “Le elezioni sono in arrivo ed è previsto che Ahmadinejad lascerà la scena”.

Nella stessa intervista, Pistelli è stato interrogato anche su un’altra spinosa questione, quella palestinese. Il responsabile esteri del Pd ha giustificato il sostegno del suo partito al governo italiano quando questi, in sede Onu, ha votato in favore di un riconoscimento della Palestina quale Stato osservatore. Pistelli ha detto di aver invitato il premier palestinese Abu Mazen a non “trarre indebitamente vantaggio da questa sua vittoria all’Onu”, perciò a non puntare ad altri riconoscimenti e a non ricorrere presso la Corte internazionale di giustizia per i crimini israeliani. Come a dire, gli abbiamo regalato la bicicletta ma gli abbiamo chiesto di non pedalare.
Del resto, la laconica quanto eloquente frase “Amo Israele (…) uno dei cuori del mondo e un avamposto della cultura occidentale e della democrazia” aveva aperto l’intervista di Pistelli al Jerusalem Post.
Affetto evidentemente reciproco, visto che nell’estate 2011 il segretario del Pd Bersani, durante una visita in Israele, venne accolto dal presidente della Repubblica Peres e dal primo ministro Netanyahu ricevendo - come esultava il giorno dopo L’Unità - “un trattamento da capo di governo” (6). In Israele, d’altronde, sia la destra di Netanyahu che la sinistra di Barak sanno bene che sull’alleanza dei democratici italiani possono sempre contare. Così come il Pdl ha Fiamma Nirenstein e Fli Alessandro Ruben, anche il Pd, nella persona di Furio Colombo, ha il suo parlamentare che cura gli interessi israeliani. L’anziano deputato piemontese è, pertanto, presidente nazionale di “Sinistra per Israele”, un’associazione che si propone si sradicare dalla sinistra italiana la storica etichetta di anti-sionista. Vista la linea del Pd, non si può non riconoscere che stia lavorando bene.

Pd in grembiulino.
Più casareccio è invece quel groviglio di fili che legano il Partito democratico alle massonerie italiane. Le recenti rivelazioni sui rapporti con la Monte dei Paschi non solo rispolverano l’aspro tema della contiguità tra banche e politica (un segreto di Pulcinella), ma anche - dato che la tradizione massonica di Siena e della sua banca non fa mistero - la questione legata ai frequentatori di logge con tessera del Pd in tasca. Si conta che almeno 4mila massoni italiani siano legati al centro-sinistra (7). Rispetto alle macro-alleanze che oltrepassano i confini nazionali, forse queste cifre appariranno come provinciali bazzecole. Tuttavia, in rapporto ai 21mila iscritti al Pd, 4mila è un numero elevato. E poi,  in ragione dell’influenza che da sempre la massoneria esercita sulla politica italiana, forse è utile che alla Finocchiaro vengano rammentate anche queste cifre. Tanto per dimostrarle che, da parte del suo partito, lamentare persecuzioni di poteri forti è alquanto maldestro e inopportuno.

Federico Cenci – Agenzia Stampa Italia

(1) http://affaritaliani.libero.it/coffee/video/enrico-letta-ad-affaritaliani-it-privatizziamo-finmeccanica-eni-ed-enel.html

(2) http://www.milanofinanza.it/giornali/preview_giornali.asp?id=1790011&codiciTestate= 7&titolo=Goldman%20Sachs%20vota%20per%20il%20Pd

(3) http://www.lastampa.it/2013/01/21/italia/politica/missione-negli-usa-il-pd-rassicura-obama-su-monti-e-economia-jiMEOGyoVAYn9PhS843hmN/pagina.html

(4) http://www.agenziastampaitalia.it/index.php?option=com_content&view=article&id= 11965:intervista-al-washington-post-pier-luigi-bersani-il-favorito-per-la-corsa-a-primo-ministro-italiano&catid=4:politica-nazionale&Itemid=34

(5) http://www.jpost.com/DiplomacyAndPolitics/Article.aspx?id=297000

(6) http://www.unita.it/mondo/bersani-in-israele-senza-la-pace-br-rischiano-le-primavere-arabe-1.312418

(7) http://www.repubblica.it/politica/2010/06/09/news/massoneria_pd-4683769/

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MONTE PASCHI: E LO SPREAD? NIENTE PAURA, SI RISVEGLIA IL 26 FEBBRAIO

Pubblicato su 31 Gennaio 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in MONETA -BANCHE - VARIE

Lo spread, strumento della shock doctrine, sarà riesumato dopo le elezioni per farci ingerire a forza un governo che non vogliamo.

 

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Noi cittadini "qualsiasi", per nulla esperti di esoteriche questioni finanziarie, avevamo capito così: se l'Italia va male, se la Borsa scende, se ci ritroviamo inguaiati col debito pubblico, se le nostre banche sono "sull'orlo del baratro", allora lo spread sale.
Avevamo capito che lo spread era il campanellino, pronto a suonare per avvisarci che bisognava mettere mano al portafoglio e tamponare qualche buco. Sale lo spread? "Riforme strutturali", tagli, tasse, governi nazi ecc.

Adesso, però, il Monte dei Paschi rivela un buco miliardario ("Ma quali 14 miliardi?" Tuonava Profumo a Grillo. Infatti sono 17), bisogna accorrere a salvamento coi soliti prestiti oppure nazionalizzare -che è poi la stessa cosa ma senza dirlo perché per la dottrina religiosa vigente è peccato mortale-, si trema per i 23 miliardi di debito pubblico che MPS comprò col famigerato prestito all'1% della BCE, eppure malgrado tutto ciò lo spread dormicchia a 250.

Saremo guariti? Forse lo spread non significa oramai più nulla, i nostri problemi son risolti, il debito ricomprato e quindi ora non dobbiamo più temere quel fatidico numeretto. Oppure... oppure il fatidico numeretto non ha mai misurato un bel nulla in realtà: era solo lo strumento della shock economy, attraverso il quale ci è stata fatta ingerire a forza l'austerità del governo "sobrio". Così, qual è ora il destino dello spread? Tornare nel cassetto della Storia? Forse, ma è lecito temere che in quel cassetto sia destinato a restarci poco.

Ci sono le elezioni tra meno di un mese. E dopo le elezioni si dovrà fare un governo. Non certo un governo che piaccia a noi, quando mai, mica vige la democrazia qui: un governo che piaccia all'EU e ai soliti mandanti finanziari internazionali. L'ha minacciato Monti proprio ieri, "Una nuova manovra? Dipende da come andrà il voto". Se non votate come vuole lui e i suoi compagni di merende, vi beccate una nuova manovra lacrime e sangue.

In quel caso, lo spread sarà rispolverato e tornerà utile per terrorizzarci di nuovo. Mi aspetto uno spread a 500 subito dopo le elezioni, onde forzare un governo d'emergenza mappazzone "a salvarci dal baratro" per la seconda volta. Un baratro finto, ma noi siamo ben addestrati a credere alle frottole.

Fonte: crisi.blogsosfere.it

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LA RICCHEZZA IMMOBILIARE DEL VATICANO

Pubblicato su 31 Gennaio 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in ITALIA

Il Vaticano avrebbe accumulato un patrimonio segreto di oltre 680 milioni di euro in Regno Unito, Francia e Svizzera, grazie soprattutto al regime fascista. Lo scrive il Guardian, che scoperchia il vaso di Pandora sulla  ricchezza dello Stato Vaticato, merito – in gran parte – di Benito Mussolini: il Duce avrebbe lasciato al Papa una enorme eredità  in cambio del riconoscimento del regime nel 1929.

 

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Secondo lo storico dell’università di Cambridge John Pollard, i soldi di Mussolini furono molto importanti per le casse pontificie. 

Pollard nel suo libro Money and the Rise of the Modern Papacy dice: “In quel momento le finanze pontificie sono state messe al sicuro, non si sarebbero più impoverite”.

 

Attraverso lo studio dei documenti d’archivio Leigh è riuscito a ricostruire le intricate vicende finanziare che hanno portato all’acquisizione di numerose proprietà immobiliari a Londra a Parigi e in Svizzera.

La chiesa sarebbe segretamente proprietaria di interi palazzi di uffici e di valore in tutto il mondo, compreso il centro di Londra – dal negozio di Bulgari di New Bond Street alla sede della banca Altium Capital all’incrocio tra St James’s Square e Pall Mall -, acquistati utilizzando società offshore. “L’aspetto sorprendente – scrive David Leigh sul Guardian – è come il Vaticano abbia preservato la segretezza sui milioni ottenuti da Mussolini. Gli uffici di Saint James’s Square furono comprati da una compagnia chiamata British Grolux Investments Ltd, che detiene anche le altre proprietà pontificie in Inghilterra. I registri pubblicati alla Companies House (la Camera di Commercio britannica, ndr), non rivelano la vera proprietà della società né citano mai il Vaticano”.

 

I due azionisti di riferimento, secondo i documenti, sarebbero due banchieri cattolici: John Varley della Barclays e Robin Herbert della Leopold Joseph merchant bank. Il Guardian ha provato a contattarli ma non ha avuto risposte. E nemmeno il segretario John Jenkins ha spiegato la vera identità dei proprietari della società: “Non sono autorizzato dal mio cliente a fornire alcuna informazione”.

 

Le ricerche d’archivio avrebbero però svelato la verità. Che porterebbe dritto a Città del Vaticano, che deterrebbe un impero esteso anche in Francia e Svizzera. Queste proprietà del Papa e gli investimenti di Mussolini sarebbero ora controllate da Paolo Mennini che gestisce a Roma un’unità speciale all’interno del Vaticano chiamata Apsa (Amministrazione del patrimonio della sede apostolica): questa sezione, dedicata agli investimenti immobiliari, avrebbe chiuso nel 2005 in attivo di 43,5 milioni di euro.

Fonte: frontelibero.blogspot.it

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MARIO MONTI: VERGOGNATI

Pubblicato su 31 Gennaio 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in ITALIA

Video di Daniele Andreani

 

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I DERIVATI: ECCO COSA SONO

Pubblicato su 31 Gennaio 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in MONETA -BANCHE - VARIE

Lo scandalo del Monte dei Paschi di Siena sta occupando le prime pagine dei giornali. Al centro della discussione è l’utilizzo sconsiderato, da parte della banca senese, dello strumento derivato, nome “tecnico” con cui ci si riferisce ai derivati. La domanda che tutti i profani si pongono è la seguente: cosa sono i derivati? E perché sono pericolosi

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Innanzitutto, va specificato che i derivati sono strumenti sì rischiosi ma totalmente legali. L’illecito commesso dal Monte dei Paschi, infatti, consiste nel non aver dichiarato in sede di bilancio l’utilizzo di alcuni derivati, nella fattispecie i derivati Alexandria, contravvenendo così alla legge.

I derivati sono titoli il cui costo dipende dal valore di un bene reale o da un altro titolo, che prende il nome di attività sottostante. Il valore dei derivati è quindi variabile. Si parla di commodities derivates se l’attività sottostante è un bene dell’economia reale, come il grano, il caffè o il petrolio. Si parla di derivati finanziari quando l’attività sottostante è un altro titolo finanziario.

Vi sono molti tipi di derivati. Tra i più diffusi vanno menzionati i derivati opzione e i derivati futures. La particolarità dei primi è che costringono il possessore a vendere il titolo entro una certa data, qualunque sia il suo valore. La particolarità dei secondi, invece, è costringono le due parti a negoziare non solo sulla data di vendita ma anche sul “futuro” prezzo di vendita.

“Giocare” con i derivati è un po’ come giocare d’azzardo. Il valore di un derivato – appunto – deriva dal valore del bene soggiacente, dunque chi stipula un contratto scommette, di fatto, sul valore di un titolo o di un bene. Non solo, è possibile porre come attività sottostante un altro derivato, creando così una sorta di derivato del derivato. E’ ovvio che in questo caso il castello di carte che si viene a creare diventa sempre più debole ma anche potenzialmente assai redditizio.

La crisi attuale è stata causata dall’utilizzo sconsiderato dei derivati. E’ crollato il prezzo di un particolare tipo di derivati, alcune banche americane – specie l’ormai defunta Leman Brothers – sono crollate di conseguenza. I derivati “infetti” erano quelli che avevano negli immobili la propria attività sottostante; il mercato immobiliare era stato messo a soqquadro dai mutui stipulati indiscriminatamente a una fetta della popolazione americana, senza reali garanzie di pagamento.

I derivati Alexandria, invece, che sono al centro dello scandalo senese, sono derivati di derivati. La magistratura sta facendo luce sulle responsabilità, poiché il Monte dei Paschi avrebbe usato i profitti derivati da questi per comprare, qualche anno fa, la Banca Antonveneta.

Foto originale by Kevin Hutchinson

Fonte: webeconomia.it

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PIRAMIDI FINANZIARIE: LA BANCHE CONTINUANO A PIAZZARE SWAP E DERIVATI CHE NON HANNO NESSUNA GARANZIA

Pubblicato su 30 Gennaio 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in MONETA -BANCHE - VARIE

Sullo scandalo dei prodotti derivati appioppati dalle banche ed allibratori senza scrupoli ad utenti ed enti locali,al di fuori da qualsiasi controllo delle autorità monetarie, che nonostante gli allarmi e le denunce ricevute, hanno sottovaluto i rischi reali consentendo la crescita di una leva finanziaria che divora i risparmi dei cittadini, Adusbef e Federconsumatori hanno inoltrato oggi nuovi esposti denunce a 10 Procure della Repubblica, dopo quelli dell'11 luglio 2007,chiedendo di acquisire, qualora ce ne fosse ancora bisogno,la puntata di Report andata in onda ieri sera.

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Gli swap sui tassi infatti, sofisticati strumenti affibbiati dalle banche italiane negli anni scorsi a migliaia di imprenditori ed enti locali (soltanto Unicredit ne ha piazzato circa 32.000 ad altrettante piccole e medie aziende che ritenevano così di garantirsi dall'aumento dei tassi,salvo poi a scoprire che non erano affatto salvaguardati, rischiando così il tracollo), è la più grande bolla speculativa della famiglia degli hedge fund, che non solo la banca centrale europea, ma anche Federal Riserve ed altre banche centrali hanno lasciato lievitare, per consentire l'esclusiva speculazione dei maggiori istituti di credito europei ed americani,di incassare 25 miliardi di dollari Usa di commissioni. Scrivono Adusbef e Federconsumatori: La condotta della Banca appare dunque contraria a buona fede ed alle prescrizioni della Legge n. 154/1992 (Norme per la trasparenza nei servizi bancari e finanziari – v. anche Direttiva Consiglio n.89/646/Cee del 15 dicembre 1989) circa gli obblighi di trasparenza, di comunicazione e d'informazione al cliente. Ma, essendo lo swap uno strumento finanziario (vedasi art.1, comma 2, del decreto legislativo n. 58/1998, si intendono anche «...i contratti di scambio a pronti e a termine (swap) su tassi di interesse, su valute, su merci nonché su indici azionari (equity swaps), anche quando l'esecuzione avvenga attraverso il pagamento di differenziali in contanti»; nonché comunicazione Consob 1055860 del 19/07/2001) e il contratto di swap un'operazione di intermediazione finanziaria, va sottolineato come la Banca abbia del tutto disatteso la legislazione attuale in materia di intermediari finanziari, che offre molte garanzie ai risparmiatori ed agli investitori, nel momento in cui ha proceduto all'offerta fuori sede di prodotti finanziari da parte di funzionari bancari non autorizzati.

 

L'art. 31 del decreto legislativo n.58/98 (c.d. TUF, Testo Unico in materia finanziaria), invero,  recita : “Per l'offerta fuori sede, i soggetti abilitati si avvalgono di promotori finanziari.”  e l'art. 166 dello stesso decreto commina le sanzioni previste per il reato di abusivismo, così stabilendo: “1. E' punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni e con la multa da lire quattro milioni a lire venti milioni chiunque, senza esservi abilitato ai sensi del presente decreto svolge servizi di investimento o di gestione collettiva del risparmio offre fuori sede, ovvero promuove o colloca mediante tecniche di comunicazione a distanza, strumenti finanziari o servizi di investimento. E, aggiunge che con la stessa pena e' punito chiunque esercita l'attività di promotore finanziario senza essere iscritto nell'albo indicato dall'articolo 31.

Pertanto nel caso di funzionario che abbia venduto in azienda i prodotti finanziari evocati in narrativa se non è anche un promotore finanziario ha concretato con la propria condotta un fatto di reato. La condotta della Banca pare essere stata preordinata al fine di procurarsi un ingiusto profitto se si considera che dalla vendita di “swap” la banca guadagna sempre e molto mentre l'azienda perde indebitandosi talora in maniera letale.

Va aggiunto che i Funzionari che si  recano fuori sede per l'offerta omettono ovviamente di illustrare correttamente, esaurientemente e comprensibilmente la reale portata del rischio, insito nelle operazioni di cui sopra omettendo in particolare di verificare se dall'amministratore sia davvero compresa la portata della dichiarazione e degli effetti di essa, in rapporto alla dichiarazione ex art.31, co. 2°, Reg. Consob n.11522/98. Né la Banca previamente verifica il concreto livello di competenza in capo al legale rapp.te p.t. dell'Azienda o in capo a specifiche professionalità presenti in seno alla stessa. E tutto questo importa e rileva al di là del fatto che sia stato consegnato e sottoscritto il Documento Consob sui rischi generali degli investimenti in strumenti finanziari.

E' opportuno ricordare che nello svolgimento dei servizi di investimento e accessori, i soggetti abilitati “devono comportarsi con diligenza, correttezza e trasparenza, nell'interesse dei clienti e per l'integrità dei mercati” (art. 21, comma 1, lett. a) del TUF). 
Il concetto di diligenza di cui all'art. 21 del TUF si riferisce, naturalmente, alla “diligenza del buon professionista” (e non a quella del “buon padre di famiglia”); così che, anche se non menzionata espressamente, la professionalità contrassegna la modalità di comportamento degli intermediari, precisando il significato della diligenza. A conferma di ciò, può essere richiamato l'art. 23, comma 6 del TUF, che sancisce : “nei giudizi di risarcimento dei danni cagionati al cliente, nello svolgimento dei servizi di investimento e di quelli accessori, spetta ai soggetti abilitati [cioè, agli intermediari] l'onere della prova di aver agito con la specifica diligenza richiesta.”

La “cura dell'interesse del cliente” (strumentale all'integrità del mercato) è, quindi, l'obiettivo primario che il principio della correttezza mira a raggiungere. In tal senso, l'art. 28, comma 2, del Regolamento Consob n. 11522/98 prevede che i soggetti abilitati “(…) non possono effettuare o consigliare operazioni (…) se non dopo aver fornito all'investitore informazioni adeguate sulla natura, sui rischi e sulle implicazioni della specifica operazione o del servizio, la cui conoscenza sia necessaria per effettuare consapevoli scelte di investimento o disinvestimento”. In considerazione dei fatti esposti in narrativa si configura agevolmente il concretarsi della fattispecie p.e p. dall'art. 640 c.p.(TRUFFA) e di tutti quelli infra prospettati.

Conseguentemente – hanno chiesto Adusbef e Federconsumatori- nell'integrazione dell'esposto del luglio scorso inviato oggi alle Procure della Repubblica di Milano,Roma, Torino,Firenze, Genova, Palermo, Bari, Lecce, Napoli,Bologna- sedi delle maggiori banche che hanno commercializzato i prodotti derivati anche a Comuni,Province e Regioni di indagare per i reati di truffa, abuso d'ufficio,truffa contrattuale,falso in atto pubblico e falso in bilancio, invitando le AAGG in indirizzo nell'ambito delle rispettive competenze territoriali allo svolgimento di tutte le indagini sottese ad accertare i riscontri ai reati ipotizzati, e con riserva di costituirsi parte civile nell'eventuale istaurando procedimento penale.
Anche gli Enti locali infatti- non soltanto gli imprenditori- sono stati indotti dalle banche ad acquistare strumenti derivati di copertura, spesso con artifizi e raggiri,con la promessa di passare da uno strumento di copertura all'altro a costo zero,invece di implicite commissioni di decine di milioni di euro occultate nelle pieghe delle quotazioni, configurando il reato di truffa contrattuale, anche con la finalità di postergare nel tempo l'indebitamento,da ripagare con tasse e balzelli sempre più nuovi per alimentare il debito, in modo da lasciarlo in eredità alle nuove generazioni.

Adusbef e Federconsumatori chiedono infine alle sonnacchiose autorità vigilanti,di verificare preventivamente le politiche di marketing attuali di primarie banche come Antonveneta,che per ripianare le attese di bilancio,chiedono di piazzare 600 milioni di euro di prodotti derivati ai clienti.

Anche questo ultimo scandaloso episodio denunciato da anni dalle associazioni dei consumatori, conferma che la questione bancaria, dopo i casi Cirio,Parmalat,Bond argentini, e tutto il corollario del risparmio tradito,è diventata la vera questione democratica che un governo serio deve sciogliere se non vuole farsi prendere in giro, per non sfociare in una deriva da Repubblica delle banche.

Fonte: agenziastampaitalia

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QUANDO NAPOLITANO ERA SCHIERATO CON IL III REICH

Pubblicato su 30 Gennaio 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in ITALIA

 

E' strabiliante ! E così il Presidente Napolitano, guerrafondaio ed interventista fin da giovane, non importa a favore di chi, " finchè c'è guerra c'è speranza", è disinvoltamente passato dalla lotta alle " demoplutocrazie" alla difesa della plutocrazia internazionale senza Patria. Ieri con l'Asse, oggi con la Nato, domani chissà! Claudio Marconi

 

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GIORGIO NAPOLITANO: «L'Operazione Barbarossa civilizza i popoli slavi: dato che il nostro sicuro Alleato [è] lanciato alla conquista della Russia vi è la necessità assoluta di un corpo di spedizione italiano per affiancare il titanico sforzo bellico tedesco, allo scopo di far prevalere i valori della Civiltà e dei popoli d'Occidente sulla barbarie dei territori orientali.» (Giorgio Napolitano - "BO' ", Luglio 1941, giorn. univ. del GUF di Padova)

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MPS: TUTTI GLI INTERESSI DI LETTA E CALTAGIRONE, SUOCERO D'ORO DI CASINI

Pubblicato su 30 Gennaio 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in MONETA -BANCHE - VARIE

Da Francesco Gaetano Caltagirone a Gianni Letta. In questo periodo in cui emergono ipesanti rapporti tra partiti e Mps, ci si dimentica di due nomi importanti della finanza e della politica italiana. Il primo è stato fino all’anno scorso vicepresidente e azionista della banca, godendo – come vedremo – di numerosi benefici e, con un trucco aziendalegodendone tuttora(sebbene sia uscito da Mps probabilmente proprio perché aveva annusato il marcio). Per il secondo, invece, si scopre che ha avuto un ruolo di prim’ordine proprio nell’acquisizione di Antonveneta (con la Goldman Sachs), la stessa acquisizione su cui, in questi giorni, si sta concentrando la magistratura. Cosa c’è dietro?

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Forse pochi lo sanno, anche perché nessuno, in questo periodo di facili (e legittime) accuse a questo o quel partito, l’ha ricordato. Eppure fino al 26 gennaio 2012 (precisamente un anno fa, dunque) vicepresidente e azionista (per il 4 per cento) del Monte dei Paschi di Siena era nientepopodimenoche Francesco Gaetano Caltagirone, il suocero d’oro diPierferdinando Casini, uno dei principali finanziatori dell’Udc e sostenitori dell’operazioneMonti-bis.

IL LEGAME, GLI INTERESSI, LE LEGGI AD HOC - Sui legami del trio Caltagirone-Casini-Monti ci siamo già occupati: l’ex premier, nel corso dei suoi tredici mesi di mandato, ha lavorato (e tanto) per dare nuova linfa al campo dell’edilizia dove – lo sappiamo bene – gli interessi dell’imprenditore romano sono più che forti. Leggi ad aziendam? Sarebbe troppo affrettato dirlo. Certo è che la politica economica infrastrutturale messa in piedi dall’esecutivo tecnico potrebbe avvantaggiare appunto i grandi costruttori italiani: dall’importo massimo portato fino a 40 mila euro per l’affidamento fiduciario (senza gara dunque) dei servizi di progettazione, all’obbligo di utilizzo del criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa nelle gare di ingegneria e architettura solo oltre i 100 mila euro; dai 224 milioni di euro già stanziati (ma si parla di un totale di 2 miliardi) per le aree degradate di alcune grandi città, al rilancio delle grandi opere pubbliche senza alcun rischio per le imprese (a rimetterci potrebbero essere invece le casse pubbliche); fino alla defiscalizzazione per le opere infrastrutturali.

 

Ma anche se prescindessimo da quanto detto, il legame rimarrebbe intatto dato che Caltagirone è il maggior finanziatore dell’Udc, il partito del genero Pierferdinando Casini, uno dei promotori più decisi del Monti-bis. Ecco allora che sorge qualche dubbio: perché nessuno dall’Udc ha alzato la voce sul caso Mps? E perchè Mario Monti è stato così prodigo nell’attaccare il Pd, dimentico però del ruolo che fino all’altro ieri rivestiva chi oggi lo sostiene?

CALTAGIRONE: IL SOCIO-VICEPRESIDENTE. E CLIENTE DI RIGUARDO DI MPS - Una possibile risposta potremmo averla se guardassimo a quelli che sono stati gli affari dipapà Caltagirone nel periodo della sua vicepresidenza a Siena. Va precisato immediatamente un particolare: il rapporto col dimissionario Giuseppe Mussari, ex presidente di Mps, è stato più che redditizio. E dove ha inciso soprattutto? In campo edile, ovviamente. Un caso su tutti. Nel 2009 il Monte dei Paschi, attraverso Antonveneta (successivamente incorporata in Mps Immobiliare) ha venduto alcuni immobili. Indovinate a chi? Alla Immo 2006 srl, società controllata indirettamente da Francesco Gaetano Caltagirone. Costo dell’operazione: 37,58 milioni di euro.

Finita qui? Certo che no. Per il socio-vicepresidente-imprenditore-cliente gli affari sono stati d’oro durante questo periodo. E allora ecco un altro finanziamento notevole: sempre nel 2009 alla Cementir Holding (direttamente controllata dalla Caltagirone spa) sono stati erogati dalla banca di Rocca Salimbeni 49,5 milioni. Ma, probabilmente, non sono bastati. E allora, dopo solo un anno, da Siena sono arrivati altri finanziamenti per Caltagirone per oltre 200 milioni di euro, concessi ovviamente in varia forma tecnica, più mutui fondiari per 30 milioni alla Immobiliare Caltagirone, altra società di punta dell’imprenditore romano. La Immobiliare, però, nel corso degli anni, ha goduto anche di altri corposi finanziamenti provenienti proprio dalla banca diretta da Mussari. Come quello del 2008120 milioni di euro.

C’è da dire, però, che Mussari non ha mai fatto nulla per nulla. E allora, se la banca è stata decisamente prodiga negli anni, Caltagirone imprenditore non è stato da meno nei confonti di Caltagirone socio e vicepresidente di bancaa fine 2010 erano circa 296 i milioni depositati presso Montepaschi, per lo più appartenenti alla controllata (e quotata) Caltagirone Editore.

Un rapporto proficuo per tutti, insomma. E allora perché non allargarlo ulteriormente?Ci si pensa a maggio 2010: il cda di Mps delibera un “incremento delle linee di credito ordinarie con utilizzo secondo varie forme tecniche per 175 milioni di euro a favore di Acea S.p.A”, poi seguite da altri 15 milioni. Anche la multiutility romana, leader – come si legge sul sito – “nel settore idrico e dell’energia”, è ovviamente una partecipata da Caltagirone (allora al 13 per cento, oggi al 15).

CALTAGIRONE SI DIMETTE: PUZZA DI BRUCIATO? - Il 26 gennaio dell’anno scorso però, come detto Caltagirone dà le sue dimissioni dal consiglio di amministrazione della banca e dal suo incarico di vicepresidente. Esce dalla banca, di cui peraltro era anche socio detenendo il 4 per cento delle azioni. L’imprenditore, d’altronde, si era già autosospeso dall’incarico il dieci novembre in seguito alla condanna a tre anni e sei mesi di reclusione nell’ambito del processo per la tentata scalata dell’Unipol alla Bnl. Una scelta morale, sembrerebbe. Di onestà intellettuale. In realtà le cose non stanno così. Per due motivi. Innanzitutto perché, da quanto sta emergendo in questo periodo, Caltagirone sapeva molto di più di quanto non si pensi, soprattutto sull’operazione Antonveneta, oggi tornata di così stretta attualità. E secondo perché, come vedremo nel prossimo paragrafo, gli affari con Mps continuano ancora oggi. Nonostante tutto.

Ma cominciamo dal primo dei due punti sollevati. Proprio ieri il CorSera è andato a spulciare iverbali del consiglio di amministrazione da settembre a dicembre 2011. In quel periodo la banca appariva decisamente in affanno. Già a settembre, infatti, i consiglieri di amministrazione prendono coscienza della necessità di intervenire. Ma prima bisogna farsi i conti in tasca: capire cosa realmente ci sia nei portafogli della banca. Sebbene, almeno formalmente, non ci sia traccia nei verbali dei derivati oggi sotto la lente di ingrandimento della Procura di Siena (AlexandriaNota Italia e Santorini), la preoccupazione è alta. “Quanti Btp abbiamo in portafoglio?”, chiede proprio lui, il vicepresidente di allora Francesco Gaetano Caltagirone.

Il capo del risk management Giovanni Conti ammette la difficoltà e risponde a Caltagirone:28 miliardi di titoli governativi, 21,6 dei quali dello Stato italiano, il 40% dei quali “si concentra su scadenza lunghe. Caltagirone contesta: Il portafoglio è “marcatamente sbilanciato” sia per Paese sia per le scadenze “prolungate”. Sebbene il direttore finanza Giovanni Baldassari cerchi di difendersi, non riesce a convincere il vicepresidente: “la situazione non è ulteriormente sostenibile, sia come rischiosità che come conseguenze di conto economico, si devono prendere opportuni provvedimenti per alleggerire queste posizioni”.

Insomma, nella ricostruzione di Fabrizio Massaro sul Corriere appare chiaro che Caltagirone avesse avuto sentore del rischio di restare in banca, soprattutto come socio e come dirigente di punta. Dopo pochi mesi, infatti, rassegna le sue dimissioni e cede tutte le sue azioni. Ecco perché, dunque, non è credibile la tesi secondo cui ci sia dietro un gesto nobile dopo la condanna per la scalata Unipol. Caltagirone non avrebbe voluto dimettersi. Tanto che ben presto passa ad un’altra banca: acquista l’1 per cento delle azioni di Unicredit e riesce a inserire il figlio Alessandro nel cda. Pronto, dunque,  per nuovi e proficui affari.

CALTAGIRONE – MPS: GLI AFFARI CONTINUANO. OCCHIO AL “TRUCCO” - Affari che, tuttavia, non sono certo stati interrotti tra Caltagirone e Mps. Prova ne è la joint venture Fabrica Immobiliare sgr, che gestisce diversi fondi che, come si evince dal sito, sono tutti intestati a grandi filosofi dell’antichità: Aristotele, Seneca, Socrate, Pitagora, Cartesio. Dietro gli impegnativi richiami al pensiero del passato, però, ci sono interessi e giochi economici di prim’ordine. Stando al bilancio 2010 della banca senese, infatti, “tra nuovo credito, mutui e affidamenti ordinari alla sgr e alla galassia di fondi chiusi gestiti da quest’ultima, Fabrica Immobiliare lo scorso anno ha ricevuto da Banca Monte dei Paschi risorse per oltre 107 milioni”. Nel corso degli anni ognuno di questi fondi  è stato finanziatoGiugno 2009: per il fondo Forma Urbis mutuo da 14 milioniLuglio 200939,4 milioni per i fondi Pitagora, Etrusca Distribuzione e SocrateNovembre 2009: “affidamenti a carattere ordinario” per 35,1 milioni di euro per il fondo Socrate.

 

Ma, come detto, gli affari continuano ancora oggi. Basta andare a vedere chi sono gli azionisti della Fabrica Immobiliare: per il 49,9 per cento la Fincal spa(direttamente controllata da Caltagirone spa), per lo 0,02 per cento da Alessandro Caltagirone e per l’altro 49,9 per cento proprio dal Monte dei Paschi. Cosa vuol dire questo? Che, in teoria, la società non ha un socio di controllo. Un gioco sottile, dunque, quello di affidare lo 0,02 per cento delle azioni ad Alessandro che, nonostante sia figlio di Francesco Gaetano, non ha alcun ruolo in Fincal. Ergo: grazie a questo assetto proprietario,nessuno è tenuto a consolidare la sgr sui propri bilanci. In altre parole, i relativi e possibili debiti non vengono consolidati nei conti del gruppo, ma iscritte in bilancio per la quota parte di patrimonio netto. Dunque, anche su quelli del Mps. Gli affari continuano. Anche se sottotraccia.

TUTTI COINVOLTI – Caltagirone, però, non è l’unico ad aver avuto (e ad avere tuttora) rapporti con il Monte dei Paschi. Tutta la politica, nessuno escluso, pare legata agli interessi della banca senese. A giusta ragione – ma forse troppo semplicisticamente – si dice che il Monte dei Paschi sia la banca del Pd. Vero: Mussari è uomo in orbita democratici, tanti sono stati i finanziamenti della banca arrivati al partito e, di contro, tanti sono gli amici del Pd che occupano posti dirigenziali nella banca. Dire, però, che Mps sia solo legata al partito di Pier Luigi Bersani – come fatto da Grillo, Monti e Berlusconi – è fuorviante. Significa, in altre parole, nascondere una grossa fetta di verità. Per quanto riguarda Monti esemplificativo è il caso, appena illustrato, di Caltagirone,finanziatore numero uno del partito del genero Pierferdinando Casini e uno dei più fervidi promotori del Monti-bis. Non se la scampa, però, nemmeno Silvio Berlusconi. Tutt’altro. in questi giorni, infatti, sono spuntati tutti i rapporti che, nel corso degli anni, hanno tenuto in affari Mps da una parte e il Cav dall’altra. È lo stesso Berlusconi d’altronde ad aver ammesso che “grazie a Mps potei costruire Milano 2 e Milano 3, era l’unica banca che concedeva mutui premiando la puntualità dei pagamenti”. Come ricostruito da Marco Lillo su Il Fatto, l’atteggiamento di allora della banca fu del tutto particolare. Il 9 ottobre 1981 il sindacato ispettivo del Monte dei Paschi scrive: “La posizione di rischio verso il gruppo Berlusconi ha dimensioni e caratteristiche del tutto eccezionali e dimostrano l’esistenza di un comportamento preferenziale accentuato”. Da allora, dunque, un connubio ininterrotto quello tra B. e la banca senese, come testimoniato anche dai bonifici con causale prestito infruttifero alle Olgettine del ragionier Spinelli.

L’INTRECCIO MPS, GOLDMAN SACHS E GIANNI LETTA – Un nome che finora non è uscito, però, è quello di Gianni Letta. Anche il sodale da sempre di Silvio Berlusconi è legato a doppio filo col Monte dei Paschi. E il tramite è di tutto rispetto: la Goldman Sachs.

Cerchiamo di capire. La questione, ricostruita dalla giornalista Debora Billi sul suo blog, è decisamente interessante. Anche perché riguarda proprio quello su cui sta indagando in queste ore la magistratura: l’acquisizione di Antonveneta dagli spagnoli del Santander. Per gestire l’operazione Mussari decide di affidarsi proprio alla banca americana che, insieme, aCitigroup, Merrill Lynch, Credit Suisse, Mediobanca e Jp Morgan copre anche economicamente l’operazione. Si legge sul CorSera del 21 dicembre 2007: “Citigroup, Goldman Sachs, Merrill Lynch, Credit Suisse e Mediobanca si sono impegnati a sottoscrivere fino a 2,5 miliardi di euro. Jp Morgan, Goldman Sachs e Mediobanca cureranno il convertibile. Merrill, Citigroup, Goldman Sachs e Credit Suisse garantiranno poi la sottoscrizione degli strumenti di debito subordinati. Per il finanziamento ponte, infine, che verrà utilizzato da Mps nel caso di ritardi e problemi sugli altri due fronti, Citigroup, Goldman Sachs, Merrill Lynch e anche Credit Suisse e Mediobanca per la loro parte ne assicureranno la sottoscrizione”. Insomma, l’acquisizione – proprio quella su cui si è soffermata la lente della magistratura – è stata seguita in tutte le sue parti dalle banche.

Ma ecco il punto. Soltanto pochi mesi prima –giugno 2007 – la Goldman Sachs aveva affidato all’ex sottosegretario alla presidenza Gianni Letta l’incarico di consulente per l’Italia e componente del proprio international advisory board. Ruolo decisivo dato che, a conti fatti, Letta ha seguito tutte le operazioni della banca in Italia in quel periodo. A cominciare proprio dall’acquisizione di Antonveneta da parte del Monte dei Paschi.

Insomma, tutti sono legati alla banca senese. Il fango che in questi giorni ci si getta a vicenda non ha alcuna credibilità. È come quando un bambino, dopo aver commesso la marachella, getta le responsabilità sul compagno che gli sta affianco. In fondo, lo fa solo perchè teme di essere scoperto.

Infiltrato.it - Tratto da: italiapiugiusta.wordpress.com

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IL" MIRACOLO TEDESCO": NASCONDERE I "SENZA LAVORO" E TRASFORMARLI IN " SENZA DIRITTI"

Pubblicato su 30 Gennaio 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in EUROPA

La Cancelleria suona le trombe: ecco il miracolo economico tedesco! I disoccupati sono scesi dai 5,1 milioni nel 2005 ai 2,8 oggi. Sono solo il 6,9% della popolazione attiva, un record storico e un sogno in confronto al 9,9% di disoccupati in Francia e al 9,1% negli Usa. Sembra ripetersi il miracolo del Terzo Reich, che in tre anni mise la popolazione al pieno impiego. Merito, dicono le trombe, della “moderazione salariale” dei lavoratori tedeschi, della “disciplina” accettata dai sindacati.
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Nel 2001, il governo Schroeder comincia ad applicare   le idee di Peter Hartz, il capo del personale (pardon, “risorse umane”) di Volkswagen: convinto,  non a torto, che i grassi sussidi  (di disoccupazione e sociali in genere)  vigenti allora in Germania tendano a creare uno strato di fannulloni cronici, concepisce un marchingegno legale che “costringe” i disoccupati a trovar lavoro. 
Prima della riforma Hartz, i disoccupati  che durante il lavoro avevano versato i contributi, avevano il diritto ad una “allocazione” (Arbeitsengeld o AG1) che durava due, e in certi casi 3 anni.  Dopo Hartz,  il sussidio AG1 dura un anno soltanto. 
Prima, i disoccupati di lunga durata che avevano esaurito il diritto al primo sussidio AG1, prendevano un AG2, molto più modesto. Esisteva anche un “aiuto sociale” (Sozialhilfe) per le persone ancora più lontane dal mondo del lavoro.  Oggi, AI2 e Sozialhilfe sono fusi in uno,  e distribuiti attraverso centri di lavoro speciali: presso questi centri di lavoro ogni disoccupato deve fare “passi positivi”  presentandosi bi-mensilmente  e accettare un impiego qualunque, anche meno pagato del precedente, sotto pena di perdere i sussidi.
Il sistema ha fatto cancellare milioni di persone dalle liste di disoccupazione…solo per farle riapparire nelle liste di “lavoratori poveri”, che hanno lavoretti di meno di 15 ore settimanali, e pagati di conseguenza:  anche meno di 400 euro mensili. Il buono del sistema Hartz è che per questi “mini-jobs” e mini-salari, lo stato non esige il versamento dei contributi previdenziali e sanitari.  Ciò ha incoraggiato molti datori di lavoro ad assumere mini-salariati sotto i 400 euro.  Il lato sgradevole è che questi lavoratori, non contribuendo alla previdenza, non hanno pensione nè assicurazione sanitaria.

Secondo lo studio francese,  i fruitori del sistema (Hartz IV) sono 6,6 milioni. Di cui 1,7 sono bambini, figli di ragazze madri o famiglie marginali.  Il che fa che gli altri – 4,9 milioni di adulti, sono “mini-impiegati” da meno di 15 ore settimanali o precari d’altro tipo. Ci sono anche percettori di “lavori da un euro” –  pagati un euro l’ora  -  per lo più per lavori d’interesse pubblico (“Socialmente utili”, diciamo noi).
Perchè qualcuno dovrebbe accettare “lavori” da un’euro l’ora? Perchè altrimenti perde i sussidi.  I “mini-jobs” sono la forma di lavoro che è più straordinariamente cresciuta (+47% tra il 2006 e il 2009), superata solo dal lavoro interinale (+134%).  I mini-job sono molto diffusi tra i pensionati: 660 mila di loro integrano la pèensione in questo modo.  Dietro le cifre, c’è la tragedia sociale degli anziani licenziati: in base all’ultima riforma previdenziale tedesca, l’età pensionabile è stata alzata dai 65 ai 67 anni, il che ha aumentato il numero di quelli che non vengono più assunti, causa l’ìetà, se non in mini-jobs.  Non a caso, se il numero dei beneficiari del sistema Hartz IV è ufficialmente calato del 9,5% tra il 2006 e il 2009,  tra i tedeschi di più di 55 anni  il numero dei beneficiari è cresciuto del 17,7%.
Nel maggio 2011, gli occupati con mini-jobs  erano 5 milioni: si può parlare, senza offesa, di un esercito di sotto-occupati e precari? Ci sono stati anche scandali: aziende che preferiscono assumere due o tre mini-jobs (su cui non pagano i contributi previdenziali) invece di un lavoratore a tempo pieno. La Scheckler, una catena di drogherie, è stata accusata dai verdi di fare questo genere di “dumping salariale”.
Nell’agosto 2010, un rapporto dell’Istitutio del Lavoro dell’Università di Duisberg-Essen ha calcolato che più di 6,55 milioni di tedeschi ricevono meno di 10 euro lordi l’ora –  sono aumentati di 2,3 milioni rispetto a dieci anni prima. Due milioni di lavoratori in oltre-Reno campano con meno di 6 euro l’ora, e molti nell’ex Germania comunista si contentano di 4 euro l’ora, ossia 720 euro mensili per un lavoro a tempo pieno.
I salariati con mini-job non sono i soli mal pagati. In Germania non esiste un salario minimo stabilito  per  legge (situazione unica in Europa).  I “lavoratori poveri” (che restano in miseria pur lavorando) sono il 20% degli occupati germanici.
Quelli che lavorano per meno di 15 ore settimanali, con paghe in proporzione, sono chiamati Aufstocker: sono un milione, ed integrano il magrissimo salario con i magrissimi  sussidi sociali. Il loro numero è in continua crescita.  Quanto ai sussidi sociali, rende noto lo studio francese, non sono completamente cumulabili: “Per 100 euro  di salario, il lavoratore perde il 20% del susidio, per un impiego da 800 euro ne perde l’80%.”
Il caso è stato portato da tre famiglie alla Corte costituzionale di Karlsruhe nel febbraio 2010:  i loro sussidi non consentivano “un minimo vitale degno”, era la lagnanza. La Corte ha  sancito la costituzionalità della Hartz IV, ma ha chiesto al legislatore di rivalutare l’allocazione di base. E’ stata infatti aumentata: da 359 euro a persona, a 374 euro. Adesso è “un degno minimo vitale”.
Se si toglie il milione di Austocker ai 4,9 milioni di attivi beneficiari di sussidi, si hanno 3,9 milioni di disoccupati di lunga durata, che vivono eslusivamente delle suddette allocazioni: essenzialmente famiglie con un solo genitore e anziani. 
Un dirigente del centro-impiego (Arbeitsagentur) di Amburgo, sotto anonimato, dichiara: “Ma quale miracolo economico. Oggi, il governo ripete che siamo sotto i 3 milioni di disocupati, e se fosse vero sarebbe un fatto storico. Ma la verità è diversa, sono 6 milioni di persone beneficiarie di Hartz IV (che prendono i sussidi, ndr.), e sono tutti disoccupati o ultra-precari.  La vera cifra non è 3 milioni di senza-lavoro, ma 9 milioni di precari”.
Si aggiunga che la percentuale trionfale di 6,9% di senza-lavoro nasconde forti disparità regionale. I disoccupati sono il 3,4% nella ricca e prospera Baviera, ma il 12,7 a Berlino.  E ogni minimo accenno di rallentamento dell’economia colpisce più duramente, com’è ovvio, i milioni di precari o mini-jobs: i primi ad essere licenziati, come si vede nella tabella seguente (le riduzioni del 2009 rispetto al 2008, riguardano soprattutto gli “atipici”). 
Che dire? La competitività tedesca ha il suo segreto in quel 20 per cento di sotto-salariati; il miracolo germanico si regge su un gigantesco dumping sociale. E’ questo il modello che ci  viene proposto ad esempio: la cinesizzazione della forza-lavoro a basso livello di qualificazione. 
Bisogna  constatare che, nella nuova economia globalizzata, i popoli diventano superflui – o almeno, grandi porzioni dei popoli. Il che forse spiega la  “crisi” della democrazia, ossia la devoluzione della sovranità popolare ai tecnocrati, operata dai politici di professione: maggioranze di cui non si ha bisogno per produrre o consumare, sono inutili  anche politicamente.  Hanno perso la dignità di cittadini.
Naturalmente, la medaglia ha anche un’altra faccia:  in Germania, il costo  della vita è inferiore a quello  di Francia e Italia (perchè esiste, come abbiamo visto, un “mercato del consumo pauperistico”, per i sottoccupati), e i salari delle classi medie qualificate sono alti. Un professore di liceo ha uno stipendio iniziale di 3 mila euro netti.  Il boom esportativo  produce persino una mancanza di lavoratori qualificati, tanto che attualmente  si arruolano giovani diplomati spagnoli.  E’, fra l’altro, un effetto della crescita-zero demografica tedesca. “La riserva di persone disponibili al lavoro sta calando”, ha avvertito la ministra del lavoro, Ursula Van der Leyen.  Attualmente, il numero di entranti nel mercato del lavoro è inferiore al numero di quelli che ne escono per anzianità, ed ecco un’altra causa che fa’ calare meccanicamente la disoccupazione…



Maurizio Blondet


Fonte: www.rischiocalcolato.it - Tratto da: ariannaeditrice.it - Tratto da: noncensura.com

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