Overblog Segui questo blog
Administration Create my blog
Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

AUGURI

Pubblicato su 31 Dicembre 2012 da frontediliberazionedaibanchieri in IPHARRA

Auguriamo a tutti un felice e prospero Anno Nuovo ( tecnocrati permettendo).

Lo staff: Claudio, Francesco, Patrizia, Andreina, Fabio, Vito, Alessandro, Maurizio 63216_386429814785096_1790804127_n.jpg

commenti

SPEGNETE LA TV !

Pubblicato su 31 Dicembre 2012 da frontediliberazionedaibanchieri in ITALIA

276637_181000945371221_1334643525_n.jpg

commenti

EIN REICH, EIN VOLK, EIN MERKEL

Pubblicato su 31 Dicembre 2012 da frontediliberazionedaibanchieri in MANIFESTI

BERSANI-2.jpg

commenti

INGANNI ELETTROMAGNETICI NELLA BASE USA DI NISCEMI

Pubblicato su 31 Dicembre 2012 da frontediliberazionedaibanchieri in AMBIENTE

Procedure sin troppo superficiali; pericolose sottovalutazioni dei campi elettromagnetici esistenti; misurazioni incomplete, inidonee e ingannevoli; conclusioni contraddittorie, incompatibili e irragionevoli. È quanto emerge dalla nota del fisico Massimo Coraddu (autore con il prof. Massimo Zucchetti dello studio del Politecnico di Torino sui rischi associati all’impianto di telecomunicazioni militari USA di Niscemi e al costruendo centro satellitare MUOS), consegnata dai Comitati No MUOS all’Assessore regionale al territorio e Ambiente, Mariella Lo Bello, in occasione dell’incontro congiunto tenutosi a Palermo il 28 dicembre 2012.


300px-081103-N-9698C-001.jpg
 
 
“Quelli della realizzazione del MUOS e della sicurezza elettromagnetica nella base NRTF di Niscemi sono problemi gravi che non è più possibile rimuovere”, spiega Coraddu. “I loro aspetti più preoccupanti sono tali da mettere seriamente in discussione la fondatezza delle autorizzazioni concesse anche dopo una valutazione dei rischi legati alle emissioni elettromagnetiche da parte di ARPA-Sicilia”. Gli studi dell’agenzia regionale per la protezione dell’ambiente, avviati solo a partire del 2009, non sono giunti ancora a qualsivoglia conclusione, soprattutto a causa degli ostacoli frapposti dai militari statunitensi. “I pochi dati sicuri emersi, nel corso dei rilievi, hanno invece mostrato un chiaro superamento dei livelli di sicurezza previsti per la popolazione, già con l’impianto nella sua configurazione attuale”, scrive il prof. Coraddu. Per l’ARPA, invece, le proprie verifiche (“effettuate sempre con tecniche di misure conformi alla norma”) hanno “confermato il non superamento del valore di attenzione”. A smentire però l’agenzia ci sarebbero alcune conclusioni nelle relazioni sui monitoraggi effettuati a Niscemi. “Nell’istruttoria del 2009, l’ARPA dichiara ad esempio di non essere stata in grado di portare a termine il compito affidatole, in quanto le informazioni tecniche relative agli impianti già operanti risultano secretate dall’attività militare, così come i valori di campo elettromagnetico ante e post opera”, rileva Coraddu. “Di fronte a questo insormontabile rifiuto, ARPA Sicilia non ha potuto valutare complessivamente la distribuzione, sul territorio limitrofo, dei valori di campo elettromagnetico, come si era invece proposta”.

In un successivo passaggio della stessa relazione, l’ARPA ammette che la “documentazione acquisita non è conforme a quanto previsto dall’allegato n.13 (art 87 e 88) - Mod. A del D.lgs 259/03”, pertanto “non è stato possibile emettere un parere ai sensi del citato decreto legislativo”. Come evidenzia Coraddu, l’agenzia per l’ambiente non ha dunque potuto svolgere correttamente il proprio compito, “né da allora risulta che ci siano stati altri tentativi”. Così, nell’assenza di una sufficiente documentazione tecnica, “l’inquinamento elettromagnetico prodotto complessivamente dalla stazione di telecomunicazioni della Marina militare Usa di Niscemi resta ignoto”.

Il ricercatore spiega poi come le condizioni di misurazione delle emissioni siano state del tutto inappropriate. “Vista l’impossibilità di effettuare valutazioni complessive del campo emesso, l’ARPA ha ripiegato su una attività di misura e monitoraggio in alcuni punti specifici, ma neppure questo compito limitato si è però potuto svolgere nel pieno rispetto della normativa”, scrive Coraddu. “Nel caso di impianti radio-base, come quelli di Niscemi, i rilievi devono essere svolti infatti nelle condizioni più gravose possibili, ovvero con tutti i trasmettitori attivi simultaneamente alla massima potenza. Il comandante della base NRTF ha però dichiarato che le antenne non verrebbero mai attivate tutte assieme, ma solo in certe particolari combinazioni denominate A, B e C, che sono state quelle concordate con l’ARPA in occasione delle verifiche del 26 gennaio 2009”. Come si evince da una dichiarazione giurata ma certificata da un notaio solo il successivo 5 febbraio 2009 (dieci giorni dopo le misurazioni), il comandante statunitense Terry Traweek ha affermato di aver attivato, “alternativamente”, le configurazioni A-B-C alla “massima energia”. Un procedimento del tutto anomalo e assai discutibile, basato sulle mere dichiarazioni dell’ufficiale e non dalla verifica della configurazione reale degli impianti da parte dei tecnici ARPA. Lo stesso militare ha inoltre ammesso che delle 45 antenne ad alta frequenza (HF) ed una a bassa frequenza (LF) esistenti “sono in funzione solo 27”, mentre che durante il funzionamento dell’antenna LF “la riduzione energetica impedisce l’uso contemporaneo delle altre 27 antenne HF”. Condizioni del tutto diverse quindi da quanto prescritto dalle leggi italiane, che però sono state ammesse e condivise dai tecnici dell’agenzia per l’ambiente.

“Se l’ipotesi delle condizioni più gravose possibili si fosse verificata il 26 gennaio 2009, in quel giorno le centraline installate in quattro abitazioni vicine alla base avrebbero dovuto registrare un’emissione più alta rispetto a quella dei giorni precedenti e successivi”, evidenzia Coraddu. “Se osserviamo i tracciati di quella giornata invece troviamo che due centraline (la n. 3 e la n. 4) registrano un segnale identico a quello medio degli altri giorni, mentre altre due registrano addirittura un segnale notevolmente inferiore. Oltretutto l’analizzatore EHP-200 impiegato, ha registrato un numero e una distribuzione di sorgenti emittenti assolutamente identico e indistinguibile nelle tre configurazioni A, B e C. Infine la centralina in Contrada Ulmo, la sola che ha proseguito le rilevazioni quasi ininterrottamente dal febbraio 2011 sino ad ottobre 2012, ha registrato, a partire dalla fine di agosto 2012, un chiaro aumento delle emissioni, ben oltre quelle rilevate nel gennaio 2009, indicando così inequivocabilmente che quelle concordate con i militari USA il 26 gennaio 2009 non erano affatto le più gravose condizioni possibili. Le verifiche delle emissioni si sono rivelate un inganno. I livelli dell’elettromagnetismo nella base NRTF restano tuttora ignoti e fuori dalla portata di ogni controllo civile”.

Secondo il ricercatore sardo, per la presenza a Niscemi di decine di sorgenti differenti che trasmettono simultaneamente a frequenze molto diverse tra loro, le misurazioni delle emissioni sono particolarmente gravose e si possono facilmente produrre malfunzionamenti e risposte imprevedibili nella strumentazione utilizzata. “Non di rado i tecnici ARPA si sono trovati di fronte a strumenti di misura che producevano risultati completamente diversi e incompatibili”, afferma Coraddu. “In una situazione così complessa sarebbe quindi buona pratica impiegare più frequentemente possibile strumenti di misura a banda stretta, capaci cioè di distinguere le singole sorgenti emittenti. Purtroppo, per quanto ne sappiamo, l’ARPA ha impiegato uno strumento di questo tipo, l’analizzatore NARDA EHP 200, una sola volta, il 26 gennaio 2009, in soli 7 punti di misura. Quello invece normalmente utilizzato, il misuratore portatile in banda larga PMM 8053A, con la sonda EP 330, produce alle alte frequenze delle misurazioni del tutto incompatibili con le corrispondenti in banda stretta, e va quindi ritenuto poco affidabile”.

Quando è stato possibile analizzare dei dati numericamente sufficienti, c’è stata comunque la chiara indicazione di un “notevole superamento” dei limiti di sicurezza dei campi elettromagnetici. Onde tutelare la popolazione dagli effetti di un’esposizione prolungata, la legislazione italiana prevede che in prossimità delle abitazioni il campo elettrico debba trovarsi al di sotto della soglia di 6 V/m. A Niscemi, l’unica centralina (la n. 2 di Contrada Ulmo) che ha effettuato misurazioni prolungate nelle alte frequenze ha registrato valori assai variabili delle emissioni: tra i 5,9 e gli 0,6 V/m del periodo dicembre 2008 - marzo 2009 e tra i 4,5 e i 5,5 V/m nel periodo febbraio – settembre 2011. Nel luglio 2012 sono stati raggiunti i 5,8 V/m e nel successivo mese di settembre il livello delle emissioni è arrivato a superare i limiti di sicurezza dei 6 V/m per lunghi intervalli (dell’ordine delle 10 ore), sino ai 7 V/m.

Nel caso di esposizioni multiple, come indicato dalla legge, all’esposizione alle alte frequenze deve essere poi sommata la componente di bassa frequenza (LF) che a Niscemi è assai elevata, nell’ordine di 6-7 V/m. “Sommando i valori, è evidente come l’intensità di campo elettrico sia doppia rispetto al limite previsto”, denuncia Coraddu. “Per le emissioni della base NRTF deve quindi essere resa al più presto obbligatoria la riduzione a conformità prevista dal DPCM 8 luglio 2003. E, ovviamente, non è possibile concedere autorizzazioni per ulteriori impianti trasmittenti, come le antenne satellitari del MUOS, le cui emissioni andrebbero a sommarsi a quelle degli altri trasmettitori presenti, con rischi ulteriori”.

Ancora oggi, date le scarne caratteristiche tecniche delle antenne del MUOS fornite dai militari USA, è impossibile prevedere quale sarà la portata reale delle emissioni del nuovo impianto di guerra. “Le autorità statunitensi hanno fornito solo le caratteristiche tecniche delle antenne elicoidali TACO H124, operanti in banda UHF (peraltro liberamente disponibili nel sito web del costruttore)”, spiega il ricercatore. “Le caratteristiche delle grandi antenne paraboliche che trasmetteranno in banda Ka (30-31 Ghz) sono note invece in forma molto parziale, il che consente solo una valutazione approssimativa nella direzione dell’asse principale e grandi distanze (superiori ai 500 metri). Una valutazione superficiale porta ad errori e ad evidenti paradossi, come accade nella relazione ARPA dove si ammette che il modello di calcolo utilizzato non fornisce valori in zona di campo reattivo, ovvero in un raggio di 497 metri dal centro elettrico della parabola. Osservando i mappali si vede chiaramente che le parabole MUOS vengono deificate a circa 150 metri dalla recinzione della base, oltre la quale si trova una zona parco della Sughereta di Niscemi, attrezzata con sentieri e punti sosta. Che succederà in questa fetta del parco in caso di attivazione del MUOS? L’ARPA propone di effettuare verifiche post-installazione. Ovvero di lasciare edificare l’opera per valutare a posteriori un inquinamento e un danno che non siamo in condizione di prevedere. Una proposta che non sembra né ragionevole né accettabile”.

“Nessuno è stato in grado di effettuare previsioni credibili sulle emissioni che il sistema MUOS, nel suo funzionamento ordinario, comporterà per l’ambiente circostante già ampiamente soggetto a inquinamento elettromagnetico”, conclude il prof. Coraddu. “L’autorizzazione alla realizzazione del sistema MUOS in queste condizioni è stato, nel migliore dei casi, un grave errore. La prosecuzione in presenza di elementi così gravi sarebbe un errore ancora peggiore, che non può trovare nessuna giustificazione”.
A dispetto di un iter autorizzativo a dir poco discutibile e pasticciato e a fronte delle proteste della popolazione e delle amministrazioni locali, i lavori proseguono con celerità. Centinaia di ragazze e ragazzi si alternano presidiando da 40 giorni le strade di accesso alla base USA di Niscemi per impedire l’arrivo di un enorme camion gru che dovrà innalzare le tre parabole sui piedistalli già installati. Potrebbe bastare una firma del governatore Rosario Crocetta per sospendere l’efficacia delle autorizzazioni concesse illegittimamente dal predecessore Raffaele Lombardo. I No MUOS l’hanno richiesta nel recente incontro con l’assessora Lo Bello che ha però preferito glissare la questione. “Chiederemo ai militari italiani e statunitensi di sospendere i lavori”, ha dichiarato. Peccato che lo aveva già fatto, inutilmente, nel giugno scorso, la Procura della repubblica di Caltagirone, ravvisando nei lavori del MUOS gravi illeciti penali e violazioni delle normative ambientali.

Tratto da: terrarealtime.bolgspot.it


commenti

CI VOGLIONO TOGLIERE L'ANIMA

Pubblicato su 31 Dicembre 2012 da frontediliberazionedaibanchieri in IPHARRA

Perdere la propria anima: questa è la sorte dei gruppi e delle nazioni vittime di un progetto planetario di messa al passo dell’universo umano, che si rivela oltremodo arduo da combattere, perché non procede per repressione politica, ma per manipolazione culturale ed economica che restringe le libertà confortando i suoi sudditi nell’illusione progressiva di essere sempre più liberi.

ARTEMIDE.jpg

 I criteri di appartenenza scelti dal Sistema sono economici e tecnici.

L’occidentale non è definito da nazionalità, razza, passato, origini territoriali, ma da modo di vivere, tipo di consumi, ritmo di vita, finalità del suo “ settore professionale”.

Ma il principio tecnoeconomico di appartenenza al Sistema, se trascende le frontiere spaziali e storiche, si guarda bene dall’urtare frontalmente le istituzioni e le mentalità che intende far sparire. Le realtà nazionali e territoriali sono sempre garantite giuridicamente: esse “ sussistono”, e si fossilizzano lentamente. Le classi politiche occidentali hanno anzi per funzione compensatoria il ruolo di insistere con ridondanza sui principi che scompaiono in concreto, come la Patria, la nazione, la cultura nazionale, la regione, ect. Nel momento stesso in cui queste stesse classi politiche vengono a patti con la tecnocrazia del Sistema o entrano a farne parte, si sottomettono agli ukase dell’economia transnazionale e aprono le porte alla sottocultura di massa.

Il discorso apologetico della “ politica politicante” maschera, come spesso accade, una pratica radicalmente inversa: nessuno oggi in Italia rimette più in causa l’idea nazionale; ma ciascuno mette dietro questo concetto il programma del suo partito, il che prova quanto l’idea sia diventata neutra.

L’appello alla patria, alle radici regionali e via di questo passo, diventa un discorso vuoto che legittima e cela il cosmopolitismo economico e culturale; il declino delle lingue europee a vantaggio del basic englisg, l’americanizzazione crescente dei programmi delle radio e delle televisioni, statali come private, non sono mai stati seriamente combattuti dai poteri politici perché questi restano senza volontà e senza mezzi di fronte alla ragnatela mondiale degli interessi economici ed alla “ logica “ internazionale.

Laisser faire, laisser passer, obbedire ai meccanismi ed ai programmi, resta sempre la soluzione più comoda.

In tal modo, beneficiando di tale complicità pratica, il Sistema non si impone alle realtà territoriali ed etnonazionali, si sovrappone, cioè vi si “ siede sopra”, non lasciando loro che la scelta di infossarsi nel suolo dell’oblio o di marginalizzarsi.

Una prassi non ufficiale di natura economica, culturale, diplomatica e finanziaria svuota del loro contenuto le realtà nazionali e etniche, i radicamenti territoriali. Il turismo di massa, l’uniformarsi dei consumi alimentari, la spersonalizzazione delle mercanzie musicali, cinematografiche e televisive fanno perdere ogni nozioni di radici, di origine territoriale, di situazione spaziale delle cose e degli uomini.

Il Sistema giustifica questo sradicamento psicologico presentandolo come un’ “ apertura” agli altri popoli, agli usi di tutti, al “ mondo”.

L’uomo del Sistema occupa uno spazio morto, mentre l’uomo appartenente a un popolo “ abita poeticamente”, cioè quale creatore, secondo le parole di Heidegger.

L’uomo del Sistema non è più che un residente che si situa in una scacchiera; il suo “ indirizzo” non ha nulla di un “ luogo”, si apparenta piuttosto a delle coordinate cartesiane.

Le popolazioni così delocalizzate hanno perduto il senso del tempo e della storia.

Un popolo, una nazione, una cultura specifica, al contrario, vengono da qualche parte e vanno da qualche parte. Per il Sistema, la coscienza storica è realmente sovversiva. L’uomo legato alle sue radici non è un buon cliente; non mangia, non canta e non ascolta qualsiasi cosa.

Ogni mira di grandezza nazionale, ogni rinascita culturale costituisce una minaccia per il cosmopolitismo occidentale.

A cura di Claudio Marconi

commenti

I NEMICI SONO SEMPRE GLI STESSI

Pubblicato su 31 Dicembre 2012 da frontediliberazionedaibanchieri in MANIFESTI

IRAN.jpg

commenti

JOSE' MUJICA IL PRESIDENTE DELL'URUGUAY CHE VIVE CON MENO DI 1.000 EURO AL MESE

Pubblicato su 31 Dicembre 2012 da frontediliberazionedaibanchieri in USA E AMERICA LATINA

Questo è un esempio vivente di cosa dovrebbe essere la politica.

Altro che Fiorito, o Lusi e tutti gli altri alle prese con i rimborsi, gli emolumenti, le pensioni d'oro, i vitalizi:se si vuole la politica " costa " poco.

Ma per farla costare poco deve essere intesa come funzione di servizio e non come un sistema per arricchirsi senza lavorare ed a spese del popolo.

Speriamo che venga presto il giorno in cui tutti quelli che vivono senza lavorare, sulle spalle dei cittadini onesti, siano mandati in galera: ma ai lavori forzati, però! Claudio Marconi

 

896_549366551760090_205252468_n.jpg

 

 

Mentre i leader di altri paesi poveri vivono in lussuosi palazzi e i parlamentari risiedono in suite di hotel a 5 stelle, il presidente dell' Uruguay, Josè Mujica, primo presidente al mondo ad aver donato il 90% del suo stipendio ai poveri, vive in un antico casale situato a pochi chilometri di distanza dalla capitale . 77 anni, vegetariano, vive con sua moglie e il suo cane a tre zam pe in una casa colonica semi fatiscente e il il bene più prezioso in possesso di questo contadino part-time è il suo vecchio “maggio lino”. Il carismatico presidente uruguaiano José Mujica si è rifiutato di adattare il suo stile di vita alle “trappole della ricchezza “ che deri vano dall'essere la figura più potente del paese. Non vi è alcuna possibilità che si verifichino a suo carico scandali per spese non giustificate o per evasione fiscale poiché trattiene per sé a malapena il 10% dello stipendio (circa 7.500, cioè molto meno di un insignificante consigliere regionale o di uno oscuro deputato italiano) mentre il 90% lo devolve ai bisognosi! Senza scorta e cortei di auto blindate, l'unico segno del suo importante ruolo è rappresentato dalla coppia di agenti di polizia che fanno guardia fissa alla fine del suo viottolo di casa.. Josè Mijuca, ex della sinistra rivoluzionaria, in un’intervista alla BBC ha candidamente dichiarato: “Mi chiamano il presidente più povero del mondo, ma io non mi sento povero. I poveri sono coloro che lavorano solo per cercare di mantenere uno stile di vita costoso e vogliono sempre di più. E’ una questione di libertà. Se non si dispone di molti beni allora non c'è bisogno di lavorare per tutta la vita come uno schiavo per sostenerli, e si ha più tempo per se stessi”.

Tratto da: nocensura.com

commenti

L'ITALIA ALLA FAME

Pubblicato su 31 Dicembre 2012 da frontediliberazionedaibanchieri in ITALIA

Questa è l'Italia, purtroppo. Ma i ricchi mestieranti della politica non hanno tempo da dedicare a questi problemi: c'è l'alleanza con la Lega da fare, dobbiamo decidere se fare una lista unica o farla solo per il senato, dobbiamo rassicurare la City finanziaria che siamo d'accordo con Schauble ( vero, Bersani), dobbiamo parlare di " aria fritta". E intanto la gente muore di fame.

Se non fosse una tragedia ci sarebbe da scompisciarsi dalle risate, ma, purtroppo, è un dramma che ai mercati non interessa.

E badate bene tutti quelli che ancora vanno dietro a questi mestieranti della politica sono complici, non è sufficiente andare a messa la domenica e confessarsi per pulirsi la coscienza. Claudio Marconi

 

italia_fame.jpg

 

 

Il blog si è recato alla mensa della Caritas a Milano, a due passi dalla grande statua di San Francesco posta all’inizio di corso Indipendenza. Ogni giorno la coda fuori dalla mensa di chi non può permettersi un pasto aumenta e se, fino a un anno fa, la maggioranza era composta da stranieri, comunitari e extracomunitari, oggi gli italiani sono in maggioranza. Abbiamo raccolto alcune testimonianze, tutte dignitose, dei nuovi poveri, degli esclusi, di un esodato, di un egiziano, di un ex imprenditore, di un brasiliano tra i 4.000 che sfilano fuori dai cancelli ignorati dai passanti.

Testimonianza di un italiano rimasto senza lavoro a un anno dal pensionamento
- Sono un cosiddetto esodato, di quelli che hanno lavorato, costruito, contribuito a formare una sorta di democrazia che rendeva il nostro Paese vivibile malgrado l’inquinamento delle cosiddette istituzioni, l’inquinamento mafioso e criminoso che brulica attorno alle istituzioni, al Parlamento e in tutte le sue ramificazioni a piramide. Sono un esodato perché sono onesto e nell’azienda in cui ho lavorato per 30 anni essere onesto con tutto quello che ne consegue, non è mai piaciuto. Se sei onesto non sei ricattabile, non sei assoggettabile, quindi hanno messo in moto una macchina, non solo con me, ma con una buona parte di dipendenti che risultavano scomodi e non solo per il costo. Il costo, tutto sommato è relativo, ma per il ruolo che avevamo che non era più adeguato ai loro scopi e al nuovo modello di economy che il golpista Monti adesso sta tramutando in una grande orchidea. Sembra sia arrivato lui a salvare il Paese e peggio di così non poteva andare! Ho iniziato a lavorare a 19 anni, assunto in regola come tecnico, ho lavorato in vari posti. Alla fine sono stato assunto alla RAI, negli ultimi 10 anni, facevo le dirette Tv in esterna sulla Bivan, quindi non è un lavoretto da poco, non per gratificarmi né qualificarmi, però ci vuole una buona conoscenza. Due anni fa la RAI ha detto che questo servizio non gli serviva più perché non è un servizio pubblico, è un servizio privato. Sono più di due anni che vado a destra e a manca, riesco a fare qualche lavoretto per caso perché nessuno ti vuole, con l’esperienza che ho… Hanno detto chiaramente che a me mi devono pagare: “Non possiamo farti lavorare per niente, ti dobbiamo pagare, preferisco avere qualcun altro”. E così non mi vuole nessuno! La pensione non me la danno perché è arrivata una sorta di zecca che ha detto: “Facciamo crepare chi lavora su indicazione, su volontà e su pianificazione di Confindustria”. Perché è stata Confindustria a fare questo golpe, non c’è niente da fare, che poi anche quella mezza sinistra l’abbia sostenuto per rimanere sul carro è un’altra cosa. Oggi come oggi appartengo a quelle più di 200.000 persone… sono abbastanza attivo con il sindacato, quello che si può definire ancora così. Sono più di 200.000 le persone nelle mie condizioni che sarebbero andate in pensione nel 2014 e invece non ci andiamo più e non sappiamo cosa ci succede. Quei pochi soldi che mi rimangono devo centellinarli sperando che domani possa cambiare qualcosa! Sono rimasto da solo adesso per fortuna perché almeno i miei guai me li tengo per me, però sto iniziando a odiare questo Paese e buona parte della sua gente perché la maggioranza non ha una collocazione degna di un Paese occidentale. Domani mattina vado a firmare per le liste di Beppe Grillo perché ce l’ho tra i preferiti da tantissimo, spero che possa essere utile, ciao a tutti!

Testimonianza di un uomo egiziano in Italia da 30 anni
-Da tre anni vengo qua, ho bisogno di questi posti, c’è bisogno di questi posti, per fortuna ci sono che aiutano la gente a andare avanti.
Intervistatore: Tu non hai lavoro?
-L’avevo, purtroppo l’ho lasciato, vivo in una situazione un po’ particolare: mi hanno sfrattato anche da casa, vivo quasi fuori, per non fare altra strada sbagliata, questa mi fa continuare fino a che non trovo una soluzione.
Intervistatore: Stai cercando un lavoro?
-Sì, sarà difficile, però con l’aiuto di Dio salta fuori qualcosa di positivo
Intervistatore: Da dove vieni?
-Egitto
Intervistatore: Sei in Italia da quanto tempo?
- Sì da quasi 30 anni, lavoravo, pagavo contributi, una vita normale, poi all’improvviso c’è stato qualcosa che non è andato, lasciato il lavoro, mi sono trovato una situazione di disagio, tutto lì. Colpa di Bossi – Fini, la legge fatta tempo fa, ha danneggiato tanta gente come me: il permesso di soggiorno non si rinnova, anche se trovo un lavoro adesso col permesso di soggiorno non vale, non ti prendono. Io do la responsabilità a questa, non voglio dire una parolaccia, ma una legge così razzista ha danneggiato tanta gente come me.

Testimonianza di un ex- imprenditore italiano
Lei mi ha chiesto come mai vengo qui a mangiare in questa mensa. Io sono un ex imprenditore, 4 anni fa ho avuto dei grandissimi problemi dovuti un po’ alla mia ex moglie, è successo un casino. Un disastro perché sai quando vai un attimo fuori di testa, avevo una bella attività e davo lavoro anche a diversa gente, insegnavamo inglese, facevamo corsi di inglese, nel giro di una settimana sono andato in crisi, prima io e poi ho fatto andare in crisi l’azienda e voilà dal venerdì al lunedì chiuso tutto, moglie, banche. Non è che si mangi tanto male, sono puliti, ci sono dei volontari che mangiano con noi. I volontari sono persone normali che lavorano qui dentro, si siedono a tavola e mangiano con noi. Ho una casa, ho difficoltà a pagare l’alloggio, non ce la faccio, ecco il motivo per cui vengo qui. E’ chiaro, sto cercando in qualche maniera di tirarmi fuori e di ricominciare una vita normale, però è molto difficile, soprattutto quando hai le banche contro. Attualmente insegno inglese, ho vissuto 30 anni in America, per cui continuo a fare il mio lavoro con i privati e riesco a vivere in questa maniera. Conto di rimettere su l’attività come prima, però non è che sia tanto semplice, perché bisogna fare degli investimenti. Pertanto devo sopravvivere! Vengo perché effettivamente questo posto mi dà una mano, risparmio quei 300-400 € al mese per nutrirmi, questo è tutto quello che posso dire.

Testimonianza di un uomo brasiliano rimasto senza lavoro qui in italia
In mancanza di lavoro vengo a mangiare qui. Ho perso il lavoro nei mesi scorsi, ho lavorato per una persona che doveva farmi il permesso, però lui ha sbagliato, non mi ha fatto nessun documento e adesso senza permesso e senza lavoro vengo qui a mangiare. Io volevo andare in Brasile prima di Natale. Voglio stare qui 2 o 3 mesi e basta. Ci sono tante persone cattive, per questo vengo a mangiare qui. Ne approfittano. Ho lavorato in nero. Lui aveva la sanatoria, ha preso il mio passaporto e tutto per i documenti e non ha fatto niente.
Intervistatore: Ti pagava quando lavoravi lì?
- Pagava come voleva se a tempo, a giornata
Intervistatore: Cosa facevi?Intervistatore:Hai un posto dove dormire o vai nei dormitori?
-No, pago affitto.
Intervistatore: Avete dei diritti come lavoratori, o lavorate sempre in nero?
Lavorato sempre in nero! Due o tre anni in nero. E’ complicato, ho lavorato già per 4 persone, ma nessuno può fare niente per metterti in regola!

http://www.beppegrillo.it/2012/12/litalia_alla_fame/index.html?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+beppegrillo%2Fatom+%28Blog+di+Beppe+Grillo%29
Tratto da:  informarexresistere.fr

commenti

L'USCITA DALL'EURO PROSSIMA VENTURA

Pubblicato su 31 Dicembre 2012 da frontediliberazionedaibanchieri in MONETA -BANCHE - VARIE

Pubblichiamo un commento di Alberto Bagnai, tratto da il Manifesto, da leggere. rileggere. meditare con attenzione.

 

1 

 

Un anno fa, discorrendo con Aristide, chiedevo come mai la sinistra italiana rivendicasse con tanto orgoglio la paternità dell’euro: non vedeva quanto esso fosse opposto agli interessi del suo elettorato? Una domanda simile a quella di Rossanda. Aristide, economista di sinistra, mi raggelò: “caro Alberto, i costi dell’euro, come dici, sono noti, tutti i manuali li illustrano. Li vedevano anche i nostri politici, ma non potevano spiegarli ai loro elettori: se questi avessero potuto confrontare costi e benefici non avrebbero mai accettato l’euro. Tenendo gli elettori all’oscuro abbiamo potuto agire, mettendoli in una impasse dalla quale non potranno uscire che decidendo di fare la cosa giusta, cioè di andare avanti verso la totale unione, fiscale e politica, dell’Europa.” Insomma: “il popolo non sa quale sia il suo interesse: per fortuna a sinistra lo sappiamo e lo faremo contro la sua volontà”. Ovvero: so che non sai nuotare e che se ti getto in piscina affogherai, a meno che tu non “decida liberamente” di fare la cosa giusta: imparare a nuotare. Decisione che prenderai dopo un leale dibattito, basato sul fatto che ti arrivo alle spalle e ti spingo in acqua. Bella democrazia in un intellettuale di sinistra! Questo agghiacciante paternalismo può sembrare più fisiologico in un democristiano, ma non dovrebbe esserlo. “Bello è di un regno come che sia l’acquisto”, dice re Desiderio. Il cattolico Prodi l’Adelchi l’ha letto solo fino a qui. Proseguendo, avrebbe visto che per il cattolico Manzoni la Realpolitik finisce in tragedia: il fine non giustifica i mezzi. La nemesi è nella convinzione che “più Europa” risolva i problemi: un argomento la cui futilità non può essere apprezzata se prima non si analizza la reale natura delle tensioni attuali.

 

Il debito pubblico non c’entra.

Sgomenta l’unanimità con la quale destra e sinistra continuano a concentrarsi sul debito pubblico. Che lo faccia la destra non è strano: il contrattacco ideologico all’intervento dello Stato nell’economia è il fulcro della “controriforma” seguita al crollo del muro. Questo a Rossanda è chiaro. Le ricordo che nessun economista ha mai asserito, prima del trattato di Maastricht, che la sostenibilità di un’unione monetaria richieda il rispetto di soglie sul debito pubblico (il 60% di cui parla lei). Il dibattito sulla “convergenza fiscale” è nato dopo Maastricht, ribadendo il fatto che queste soglie sono insensate. Maastricht è un manifesto ideologico: meno Stato (ergo più mercato). Ma perché qui (cioè a sinistra?) nessuno mette Maastricht in discussione? Questo Rossanda non lo nota e non se lo chiede. Se il problema fosse il debito pubblico, dal 2008 la crisi avrebbe colpito prima la Grecia (debito al 110% del Pil), e poi Italia (106%), Belgio (89%), Francia (67%) e Germania (66%). Gli altri paesi dell’eurozona avevano debiti pubblici inferiori. Ma la crisi è esplosa prima in Irlanda (debito pubblico al 44% del Pil), Spagna (40%), Portogallo (65%), e solo dopo Grecia e Italia. Cosa accomuna questi paesi? Non il debito pubblico (minimo nei primi paesi colpiti, altissimo negli ultimi), ma l’inflazione. Già nel 2006 la Bce indicava che in Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna l’inflazione non stava convergendo verso quella dei paesi “virtuosi”. I Pigs erano un club a parte, distinto dal club del marco (Germania, Francia, Belgio, ecc.), e questo sì che era un problema: gli economisti sanno da tempo che tassi di inflazione non uniformi in un’unione monetaria conducono a crisi di debito estero (prevalentemente privato).

Inflazione e debito estero.

Se in X i prezzi crescono più in fretta che nei suoi partner, X esporta sempre meno, e importa sempre più, andando in deficit di bilancia dei pagamenti. La valuta di X, necessaria per acquistare i beni di X, è meno richiesta e il suo prezzo scende, cioè X svaluta: in questo modo i suoi beni ridiventano convenienti, e lo squilibrio si allevia. Effetti uguali e contrari si producono nei paesi in surplus, la cui valuta diventa scarsa e si apprezza. Ma se X è legato ai suoi partner da un’unione monetaria, il prezzo della valuta non può ristabilire l’equilibrio esterno, e quindi le soluzioni sono due: o X deflaziona, o i suoi partner in surplus inflazionano. Nella visione keynesiana i due meccanismi sono complementari: ci si deve venire incontro, perché surplus e deficit sono due facce della stessa medaglia (non puoi essere in surplus se nessuno è in deficit). Ai tagli nel paese in deficit deve accompagnarsi un’espansione della domanda nei paesi in surplus. Ma la visione prevalente è asimmetrica: l’unica inflazione buona è quella nulla, i paesi in surplus sono “buoni”, e sono i “cattivi” in deficit a dover deflazionare, convergendo verso i buoni. E se, come i Pigs, non ci riescono? Le entrate da esportazioni diminuiscono e ci si deve indebitare con l’estero per finanziare le proprie importazioni. I paesi a inflazione più alta sono anche quelli che hanno accumulato più debito estero dal 1999 al 2007: Grecia (+78 punti di Pil), Portogallo (+67), Irlanda (+65) e Spagna (+62). Con il debito crescono gli interessi, e si entra nella spirale: ci si indebita con l’estero per pagare gli interessi all’estero, aumenta lo spread e scatta la crisi.

Lo spettro del 1992.

E l’Italia? Dice Rossanda: “il nostro indebitamento è soprattutto all’interno”. Non è più vero. Pensate veramente che ai mercati interessi con chi va a letto Berlusconi? Pensate che si preoccupino perché il debito pubblico è “alto”? Ma il nostro debito pubblico è sopra il 100% da 20 anni, e i nostri governi, anche se meno folcloristici, sono stati spesso più instabili. Non è questo che preoccupa i mercati: quello che li preoccupa è che oggi, come nel 1992, il nostro indebitamento con l’estero sta aumentando, e che questo aumento, come nel 1992, è guidato dall’aumento dei pagamenti di interessi sul debito estero, che è in massima parte debito privato, contratto da famiglie e imprese (il 65% delle passività sull’estero dell’Italia sono di origine privata).

Cui Prodest?

Calata nell’asimmetria ideologica mercantilista (i “buoni” non devono cooperare) e monetarista (inflazione zero) la scelta politica di privarsi dello strumento del cambio diventa strumento di lotta di classe. Se il cambio è fisso, il peso dell’aggiustamento si scarica sui prezzi dei beni, che possono diminuire o riducendo i costi (quello del lavoro, visto che quello delle materie prime non dipende da noi) o aumentando la produttività. Precarietà e riduzioni dei salari sono dietro l’angolo. La sinistra che vuole l’euro ma non vuole Marchionne mi fa un po’ pena. Chi non deflaziona accumula debito estero, fino alla crisi, in seguito alla quale lo Stato, per evitare il collasso delle banche, si accolla i debiti dovuti agli squilibri esterni, trasformandoli in debiti pubblici. Alla privatizzazione dei profitti segue la socializzazione delle perdite, con il vantaggio di poter incolpare a posteriori i bilanci pubblici. La scelta non è se deflazionare o meno, ma se farlo subito o meno. Una scelta ristretta, ma solo perché l’ottusità ideologica impone di concentrarsi sul sintomo (lo squilibrio pubblico, che può essere corretto solo tagliando), anziché sulla causa (lo squilibrio esterno, che potrebbe essere corretto cooperando). Alla domanda di Rossanda “non c’è stato qualche errore?” la risposta è quella che dà lei stessa: no, non c’è stato nessun errore. Lo scopo che si voleva raggiungere, cioè la “disciplina” dei lavoratori, è stato raggiunto: non sarà “di sinistra”, ma se volete continuare a chiamare “sinistra” dei governi “tecnici” a guida democristiana accomodatevi. Lo dice il manuale di Acocella: il “cambio forte” serve a disciplinare i sindacati.

Più Europa?

Secondo la teoria economica un’unione monetaria può reggere senza tensioni sui salari se i paesi sono fiscalmente integrati, poiché ciò facilita il trasferimento di risorse da quelli in espansione a quelli in recessione. Una “soluzione” che interviene a valle, cioè allevia i sintomi, senza curare la causa (gli squilibri esterni). È il famoso “più Europa”. Un esempio: festeggiamo quest’anno il 150° anniversario dell’unione monetaria, fiscale e politica del nostro paese. “Più Italia” l’abbiamo avuta, non vi pare? Ma 150 anni dopo la convergenza dei prezzi fra le varie regioni non è completa, e il Sud ha un indebitamento estero strutturale superiore al 15% del proprio Pil, cioè sopravvive importando capitali dal resto del mondo (ma in effetti dal resto d’Italia). Dopo cinquanta anni di integrazione fiscale nell’Italia (monetariamente) unita abbiamo le camicie verdi in Padania: basterebbero dieci anni di integrazione fiscale nell’area euro, magari a colpi di Eurobond, per riavere le camicie brune in Germania. L’integrazione fiscale non è politicamente sostenibile perché nessuno vuole pagare per gli altri, soprattutto quando i media, schiavi dell’asimmetria ideologica, bombardano con il messaggio che gli altri sono pigri, poco produttivi, che “è colpa loro”. Siano greci, turchi, o ebrei, sappiamo come va a finire quando la colpa è degli altri.

Deutschland über alles.

Le soluzioni “a valle” dello squilibrio esterno sono politicamente insostenibili, ma lo sono anche quelle “a monte”. La convivenza con l’euro richiederebbe l’uscita dall’asimmetria ideologica mercantilista. Bisognerebbe prevedere simmetrici incentivi al rientro per chi si scostasse in alto o in basso da un obiettivo di inflazione. Il coordinamento del quale Rossanda parla andrebbe costruito attorno a questo obiettivo. Ma il peso dei paesi “virtuosi” lo impedirà. Perché l’euro è l’esito di due processi storici. Rossanda vede il primo (il contrattacco del capitale per recuperare l’arretramento determinato dal new deal post-bellico), ma non il secondo: la lotta secolare della Germania per dotarsi di un mercato di sbocco. Ci si estasia (a destra e a sinistra) per il successo della Germania, la “locomotiva” d’Europa, che cresce intercettando la domanda dei paesi emergenti. Ma i dati che dicono? Dal 1999 al 2007 il surplus tedesco è aumentato di 239 miliardi di dollari, di cui 156 realizzati in Europa, mentre il saldo commerciale verso la Cina è peggiorato di 20 miliardi (da un deficit di -4 a uno di -24). I giornali dicono che la Germania esporta in Oriente e così facendo ci sostiene con la sua crescita. I dati dicono il contrario. La domanda dei paesi europei, drogata dal cambio fisso, sostiene la crescita tedesca. E la Germania non rinuncerà a un’asimmetria sulla quale si sta ingrassando. Ma perché i governi “periferici” si sono fatti abbindolare dalla Germania? Lo dice il manuale di Gandolfo: la moneta unica favorisce una “illusione della politica economica” che permette ai governi di perseguire obiettivi politicamente improponibili, cavandosela col dire che sono imposti da istanze sopraordinate (quante volte ci siamo sentiti dire “l’Europa ci chiede...”?). Il fine (della lotta di classe al contrario) giustificava il mezzo (l’ancoraggio alla Germania).

La svalutazione rende ciechi.

È un film già visto. Ricordate lo Sme “credibile”? Dal 1987 al 1991 i cambi europei rimasero fissi. In Italia l’inflazione salì dal 4.7% al 6.2%, con il prezzo del petrolio in calo (ma i cambi fissi non domavano l’inflazione?). La Germania viaggiava su una media del 2%. La competitività italiana diminuiva, l’indebitamento estero aumentava, e dopo la recessione Usa del 1991 l’Italia dovette svalutare. Svalutazione! Provate a dire questa parola a un intellettuale di sinistra. Arrossirà di sdegnato pudore virginale. Non è colpa sua. Da decenni lo bombardano con il messaggio che la svalutazione è una di quelle cosacce che provocano uno sterile sollievo temporaneo e orrendi danni di lungo periodo. Non è strano che un sistema a guida tedesca sia retto dal principio di Goebbels: basta ripetere abbastanza una bugia perché diventi una verità. Ma cosa accadde dopo il 1992? L’inflazione scese di mezzo punto nel ’93 e di un altro mezzo nel ’94. Il rapporto debito estero/Pil si dimezzò in cinque anni (da -12 a -6 punti di Pil). La bolletta energetica migliorò (da -1.1 a -1.0 punti). Dopo uno shock iniziale, l’Italia crebbe a una media del 2% dal 1994 al 2001. La lezioncina sui danni della svalutazione (genera inflazione, procura un sollievo solo temporaneo, non ce la possiamo permettere perché importiamo il petrolio) è falsa.

Irreversibile?

Si dice che la svalutazione non sarebbe risolutiva, e che le procedure di uscita non sono previste, quindi... Quindi cosa? Chi è così ingenuo da non vedere che la mancanza di procedure di uscita è solo un espediente retorico, il cui scopo è quello di radicare nel pubblico l’idea di una “naturale” o “tecnica” irreversibilità di quella che in fondo è una scelta umana e politica (e come tale reversibile)? Certo, la svalutazione renderebbe più oneroso il debito definito in valuta estera. Ma porterebbe da una situazione di indebitamento estero a una di accreditamento estero, producendo risorse sufficienti a ripagare i debiti, come nel 1992. Se non lo fossero, rimarrebbe la possibilità del default. Prodi vuol far sostenere una parte del conto ai “grossi investitori istituzionali”? Bene: il modo più diretto per farlo non è emettere Eurobond “socializzando” le perdite a beneficio della Germania (col rischio camicie brune), ma dichiarare, se sarà necessario, il default, come hanno già fatto tanti paesi che non sono stati cancellati dalla geografia economica per questo. È già successo e succederà. “I mercati ci puniranno, finiremo stritolati!”. Altra idiozia. Per decenni l’Italia è cresciuta senza ricorrere al risparmio estero. È l’euro che, stritolando i redditi e quindi i risparmi delle famiglie, ha costretto il paese a indebitarsi con l’estero. Il risparmio nazionale lordo, stabile attorno al 21% dal 1980 al 1999, è sceso costantemente da allora fino a toccare il 16% del reddito. Nello stesso periodo le passività finanziarie delle famiglie sono raddoppiate, dal 40% all’80%. Rimuoviamo l’euro, e l’Italia avrà meno bisogno dei mercati, mentre i mercati continueranno ad avere bisogno dei 60 milioni di consumatori italiani.

Non faccia la sinistra ciò che fa la destra.

Dall’euro usciremo, perché alla fine la Germania segherà il ramo su cui è seduta. Sta alla sinistra rendersene conto e gestire questo processo, anziché finire sbriciolata. Non sto parlando delle prossime elezioni. Berlusconi se ne andrà: dieci anni di euro hanno creato tensioni tali per cui la macelleria sociale deve ora lavorare a pieno regime. E gli schizzi di sangue stonano meno sul grembiule rosso. Sarà ancora una volta concesso alla sinistra della Realpolitik di gestire la situazione, perché esiste un’altra illusione della politica economica, quella che rende più accettabili politiche di destra se chi le attua dice di essere di sinistra. Ma gli elettori cominciano a intuire che la macelleria sociale si può chiudere uscendo dall’euro. Cara Rossanda, gli operai non sono “scombussolati”, come dice lei: stanno solo capendo. “Peccato e vergogna non restano nascosti”, dice lo spirito maligno a Gretchen. Così, dopo vent’anni di Realpolitik, ad annaspare dove non si tocca si ritrovano i politici di sinistra, stretti fra la necessità di ossequiare la finanza, e quella di giustificare al loro elettorato una scelta fascista non tanto per le sue conseguenze di classe, quanto per il paternalismo con il quale è stata imposta. Si espongono così alle incursioni delle varie Marine Le Pen che si stanno affacciando in paesi di democrazia più compiuta, e presto anche da noi. Perché le politiche di destra, nel lungo periodo, avvantaggiano solo la destra. Ma mi rendo conto che in un paese nel quale basta una legislatura per meritarsi una pensione d’oro, il lungo periodo possa non essere un problema dei politici di destra e di sinistra. Questo spiega tanta unanimità di vedute.

 Fonte: ilmanifesto.it - Scritto da: Alberto Bagnai

commenti

SE......

Pubblicato su 30 Dicembre 2012 da frontediliberazionedaibanchieri in MANIFESTI

SE.jpg

commenti
1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 > >>