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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

CRISTINA KIRCHNER E L'ITALIA

Pubblicato su 30 Settembre 2012 da frontediliberazionedaibanchieri in IDEE e CONTRIBUTI

“Preferisco avere un’inflazione altissima e spropositata se so che la disoccupazione dal 34% è scesa al 3,5%; che la povertà è diminuita del 55%; che il pil viaggia di un +8% annuo; che la produttività industriale è aumentata del 300%; che c’è lavoro in Argentina, c’è mercato per tutti, e il mio popolo è molto ma molto più felice di prima, piuttosto che avere un’inflazione del 3% come in Italia, dove c’è depressione, disperazione, avvilimento e l’esistenza delle persone non conta più. " Cristina Kirchner   untitled-copia-1.png

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PROPAGANDA DI GUERRA – GUERRA PSICOLOGICA

Pubblicato su 30 Settembre 2012 da frontediliberazionedaibanchieri in ITALIA

La notizia che con studiata strategia è stata fatta circolare in queste ore, ovvero quella che Gheddafy venne intercettato e quindi assassinato dalla Intelligence francese, su delazione del presidente siriano Bashar Assad deve essere considerata per quello che è: un arma psicologica sparata dai criminali d’Occidente per sostenere la loro infame guerra in quello scacchiere mediterraneo e del medio oriente. Una guerra che le orde di assassini infiltrati nel territorio siriano non riescono a vincere nonostante i larghi mezzi militari e finanziamenti messi a loro disposizione.

 

Ecco che allora si ripiega sulla “propaganda di guerra  visto che il presidente siriano Assad, nonostante tutte le false voci di una sua imminente fuga all’estero e altre mascalzonate del genere (altre armi psicologiche), è rimasto saldamente al suo posto.

Sconfitti quindi, almeno fino a questo momento, sul piano militare, i criminali d’occidente, come era prevedibile, anzi scontato, hanno fatto ancora ricorso alla “guerra psicologica”, facendo filtrare la “rivelazione” che furono i servizi francesi a causare la cattura di Gheddafy (notizia che lascia il tempo che trova) e fu il presidente siriano Assad colui che, praticamente vendette Gheddafy fornendo ai francesi le coordinate del satellitare del colonnello libico (la vera “bomba” psicologica), in cambio di un alleggerimento delle sanzioni  e della pressione politica sulla Siria.

Di fronte a queste “rivelazioni” per le quali si è impossibilitati a poterle verificare, si può solo applicare le considerazioni dettate dalla logica, dal ragionamento eduttivo e dall’esperienza storica, senza dimenticare il non indifferente fattore che ogni notizia che filtra dal “fronte bellico occidentale” (perchè tale in effetti è) e viene divulgata tramite i mass media occidentali, strumenti di proprietà di ben identificati poteri, è falsa o artefatta: SEMPRE!

 

In linea di principio, la storia ci insegna che una eventualità del genere potrebbe anche verificarsi in quanto nei rapporti internazionali, alla fin fine, a prevalere sono sempre gli interessi geopolitici e la ragion di Stato. Ma questo non significa nulla è solo una enunciazione teorica.

Concretamente e nello specifico, invece, questa notizia la si può ritenere una infame menzogna e non solo perchè è chiaramente una notizia facente parte di una “guerra psicologica” praticata in una guerra vera, al fine di conseguire determinati risultati, ma anche perchè riteniamo che Assad ben doveva intuire che dopo Gheddafy sarebbe toccato a lui di subire l’aggressione degli occidentali che manovravano le cosiddette “primavere arabe” e quindi era interesse del governo siriano che la crisi libica perdurasse, che Gheddafy in qualche modo riuscisse ad organizzare una resistenza. Questo obiettivo era sicuramente più importante di un eventuale e teorico alleggerimento delle sanzioni  e pressioni sulla Siria da parte dell’occidente.

In caso contrario, infatti, e in conseguenza del delicato ruolo che la Siria svolge nel medio oriente, tutto il peso degli interessi occidentali e israeliani nel voler far piazza pulita in quello scacchiere, sarebbe inevitabilmente ricaduto sulla Siria. Lo avrebbe capito anche un bambino.

Del resto che questa “rivelazione” sia una vera e propria menzogna e faccia parte della propaganda di guerra, lo si evince dalle stesse parole che sono state usate per divulgarla, si legge nelle parole di un tal Rami El Obeidi, ex responsabile per i rapporti con le agenzie di informazioni straniere per conto del Consiglio Nazionale Transitorio (ovvero l’ex organismo di autogoverno dei mercenari “cosiddetti libici” armati dagli occidentali):  <<Assad avrebbe ottenuto da Parigi la promessa di limitare le pressioni internazionali sulla Siria per cessare la repressione contro la popolazione in rivolta».

Come vedesi trattasi di un enunciato precostituito, tipicamente propagandistico, perchè in Siria non c’era alcuna popolazione in rivolta: nella sua maggioranza il popolo siriano era dalla parte di Assad e quella che viene definita “popolazione in rivolta” erano quelle pseudo milizie mercenarie infiltrate nel territorio siriano armate di tutto punto e in collaborazione con agenti segreti che sul suolo della Sira da tempo preparavano il terreno per incendiare la Siria, avevano acceso i fuochi nella prospettiva di ottenere l’intervento Nato ripetendo il giochetto che tanto bene era riuscito in Libia.

In definitiva, non una riga di stampa, non una voce, non una notizia che proviene dal “quartier generale” dell’Occidente criminale deve essere ritenuta veritiera, ma deve considerarsi sempre e comunque propaganda di guerra!

MAURIZIO    il-colonnello-gheddafi.jpg

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IL VATICANO E IL NWO ( NEW WORLD ORDER )

Pubblicato su 30 Settembre 2012 da frontediliberazionedaibanchieri in IDEE e CONTRIBUTI

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Il documento emesso dal pontificio consiglio della giustizia e della pace (vedi qui) dal titolo: “Per una riforma del sistema finanziario e monetario internazionale nella prospettiva di un’autorità pubblica a competenza universale“ lascia molto l’amaro in bocca. Apparentemente è mosso da nobili principi, e cioè quelli riassunti nella prefazione: “la Chiesa, lungi dal pretendere minimamente d’intromettersi nella politica degli Stati, “non ha di mira che un unico scopo: continuare, sotto l’impulso dello Spirito consolatore, la stessa opera del Cristo, venuto nel mondo per rendere testimonianza alla verità, per salvare, non per condannare, per servire, non per essere servito”»
Peccato che poi, sia nel titolo, che nel contenuto, il documento sia una esortazione ad ungoverno mondiale come soluzione dei problemi derivanti dalla crisi economico-finanziaria mondiale. Già sarebbe stato da criticare se fosse stato di provenienza laica, cioè se un qualunque partito o movimento politico lo avesse proposto (e spiego dopo perchè sono contrario alla globalizzazione (*)): ma che venga dalla Chiesa di Cristo, questo no, proprio non lo riesco a mandar giù.
Ad esempio:
vengono citati tutti gli ultimi papi e le loro encicliche: da Giovanni XIII, a Paolo VI, Giovanni Paolo I (sì, anche lui sono riusciti a metterci dentro, il papa che voleva eliminare la massoneria dalla chiesa, con mandato “terminato” a soli 33 giorni dall’elezione), Giovanni Paolo II, Benedetto XVI; ma non c’è una citazione di Gesù! Forse che è già diventato obsoleto?
Il cardinal Caffarra, nell’omelia della messa per il V anniversario dell’elezione al soglio pontificio di Benedetto XVI aveva detto: “È intrinseco alla testimonianza cristiana lo scontro coi poteri di questo mondo. ” Bello. Condivisibile. Molto “cristiano” (da chi infatti è stato messo a morte Gesù?) E questi? L’unica soluzione che riescono ad immaginare è una ulteriore delega di potere, ancora più centrale, ancora più forte, che deve governare il mondo per la risoluzione dei problemi che si sono venuti a creare (chissà? Magari creati apposta per poi giustificare tale “autorità mondiale” che ci viene a salvare?). Ma sulla Bibbia non c’è scritto “Maledetto l’uomo che confida nell’uomo?” (Ger, 17, 5-6) E poi l’esperienza insegna, ad esempio con la comunità europea, che il governo centrale delle nazioni, oltre a rinnegare le radici cristiane dei popoli, ha imposto normative a favore dell’aborto agli stati membri. Sulla base di quale esperienza si crede che una ulteriore delega di autorità ad un governo mondiale potrebbe agevolare un ritorno ai valori cristiani?
In 12 pagine di analisi e soluzioni proposte, non una, dico una volta, viene accennato al tema della creazione del denaro da parte di enti privati (signoraggio primario) o alla creazione di inflazione col meccanismo della riserva frazionaria (signoraggio secondario). Eppure non credo che a tali menti illuminate anche dalla luce dello Spirito Santo manchino gli elementi per comprendere tali meccanismi perversi. Solo un accenno a pag.3: “Ma in materia monetaria e finanziaria le dinamiche sono diverse. Negli ultimi decenni sono state le banche ad estendere il credito, il quale ha generato moneta, che a sua volta ha sollecitato un’ulteriore espansione del credito. Il sistema economico è stato in tale maniera spinto verso una spirale inflazionistica che inevitabilmente ha trovato un limite nel rischio sostenibile per gli istituti di credito, sottoposti ad un pericolo ulteriore di fallimento, con conseguenze negative per l’intero sistema economico e finanziario.”Capito? Loro sanno bene che la creazione incontrollata di denaro è la causa del problema, ma la soluzione prospettata rimane quella dell’unico governo mondiale.
In 12 pagine di parole non trovate una volta la parola USURA. Ma non era quella la causa dei mali, tanto che in antichità era vietata (guadagnare denaro dal denaro), tanto che gli unici che si erano arrogati questa attività erano gli ebrei? E adesso? Se era un male allora, oggi, con internet, i computer, e l’informatizzazione che permette di creare e muovere capitali al semplice clic di un mouse le cose non sono molto peggio?
L’episodio della torre di Babele viene citato, a mio avviso, a sproposito. “La Bibbia, con il racconto della Torre di Babele (Genesi 11,1-9) avverte come la « diversità » dei popoli possa trasformarsi in veicolo di egoismo e strumento di divisione. ” Ma come? La diversità dei popoli, le lingue diverse, non erano state un castigo di Dio per gli uomini che, riponendo troppa fiducia nella loro capacità di auto-organizzarsi, pensavano di potersi sostituire al loro stesso Creatore? E qui, proprio loro che suggeriscono un’organizzazione mondiale per risolvere i problemi dell’umanità, riprendono lo stesso episodio a supporto della loro teoria? (“il riferimento ad un’Autorità mondiale diviene l’unico orizzonte compatibile con le nuove realtà del nostro tempo e con i bisogni della specie umana”); 
Evidentemente la scalata al Cielo che gli uomini volevano operare con la Torre di Babele non piacque a Dio,  che voleva invece una scalata di tipo spirituale, interiore. Gesù mi sembra sia stato molto più attento al prossimo, al cuore dell’uomo, che alla dottrina sociale, alle politiche, alle riforme. Oltre al famoso episodio della moneta, quando disse “Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che di Dio“, non dimentichiamo che ad un certo punto i suoi discepoli, anche appoggiati da potenti del tempo, volevano prenderlo per farlo re, ma lui sfuggì loro. Non era questo il suo Regno, come disse in seguito a Pilato. In questo documento invece mi sembra che la religione si offra come un instrumentum regni,stampella di supporto a quel potere che vuole controllare e dominare l’intera umanità il quale potere, come confermato dal Tentatore a Gesù (“Tutti i regni di questo mondo mi appartengono“) è ispirato e votato all’inquilino del piano di sotto. D’altra parte lo stesso Gesù ha definito Lucifero “il principe di questo mondo“. E questi(**) invocano un principe ancora più forte, con maggiori poteri?
Ecco i motivi della mia delusione.
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(*) sono contrario alla globalizzazione perchè ritengo che la distanza fra governo dei cittadini e cittadini stessi debba essere la minore possibile. Io voglio un “governo” di quartiere, di via, di condominio. Non voglio che chi amministra la cosa pubblica stia dall’altra parte del mondo, non poterlo conoscere, incontrare, discuterci insieme. I problemi sono affrontati meglio da chi li conosce direttamente: come può la comunità europea legiferare correttamente sulla misura delle reti da pesca dei pescatori di Chioggia? In generale l’aumento delle distanze aumenta le possibilità di inserimento di truffe, imbrogli, alterazioni. Pensate al contadino che produce il latte per la sua comunità. Se chi beve il suo latte sono i vicini, si permetterà di darglielo adulterato? No, nella piccola comunità la faccia, la reputazione sono tutto. Ma se vendo il mio latte dall’altra parte del mondo, protetto da una facciata di un brand, che magari in caso di scandalo o disastro cambierà il nome e l’amministratore delegato e tutto continuerà come prima (da Bhopal al Talidomide è sempre andata così), posso fare qualunque nefandezza. La distanza permette il prosperare di una economia guidata solo dalla logica del profitto, e si apre la porta ai peggiori comportamenti.
E questo (piccolo, locale è bello) è un modello da applicare nei vari settori: politico, fiscale, sanitario, scuola, ricerca, energia (produzione locale e autonomia, non grandi centrali e grandi reti di distribuzione).
(**) Dico “questi” perchè questo documento non è di emissione papale, come un’enciclica, ma del pontificio consiglio della giustizia e della pace.
Fonte: terrarealtime.blogspot.it 
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ARGENTINA: IL SALARIO MINIMO GARANTITO FA IMPAZZIRE IL FMI

Pubblicato su 30 Settembre 2012 da frontediliberazionedaibanchieri in ITALIA

.La guerra tra le due Cristine e l'impatto sull'Europa. Sopratutto sull'Italia
In Gran Bretagna gli hanno dato un nome preciso e ormai la seguono come se fosse una telenovela nella sezione geo-politica: “The Christines at war”, la guerra delle Cristine, che sarebbe una fiction a puntate davvero impossibile non seguire.
Ci siamo anche noi, dentro, naturalmente, e il nostro ruolo in questa telenovela non è certo dalla parte dei buoni. La Storia ci ha messo nella situazione di dover interpretare il ruolo di quei personaggi che quando entrano in scena, dopo le prime due battute, ci spingono a dare una gomitata al nostro compagno di poltrona per commentare “questo mi sa che fa una brutta fine”. Non siamo certo gli eroi di questa fiction iper-realista.
La nuova puntata (vera chicca per gourmet) si è svolta in un sontuoso teatro internazionale: la East Coast degli Usa, tre giorni fa uno scambio di battute al fulmicotone tra la segretaria del Fondo Monetario Internazionale, Christine Lagarde, dalla sede di Washington –reduce da un incontro ufficiale con il ragionier vanesio- la quale, infantilmente ha minacciato l’Argentina usando di proposito una metafora calcistica “per il momento sto mostrando a quella nazione il cartellino giallo; ma c’è una inderogabile scadenza che è il 10 dicembre 2012. Superata quella data scatterà automaticamente il cartellino rosso e l’Argentina verrà espulsa dal Fondo Monetario Internazionale”. La presidente argentina si trovava in quel momento a un tiro di schioppo, stava a New York, al palazzo dell’Onu. Da aggiungere che (gli sceneggiatori sono abili professionisti di mestiere) nell’esatto momento in cui madame Christine minacciava la senora Cristina, la presidente stava parlando all’assemblea dell’Onu a Manhattan perorando la causa dell’indipendenza del Sud America e chiarendo –con gravi toni minacciosi ben coperti dalla consueta retorica diplomatica- che il teatro internazionale geo-politico non è più quello degli anni’70 e che la grande stagione dello schiavismo colonialista è tramontata. Finito il suo intervento, i suoi segretari le hanno comunicato immediatamente l’esternazione della sua omonima francese. E la presidente Kirchner ha dichiarato subito: “L’Argentina è una grande nazione. Ma prima ancora è una nazione grande. Abbiamo un vasto territorio baciato dalla fortuna naturale. Abbiamo risorse nostre, che ci consentiranno la salvaguardia della nostra autonomia e della nostra indipendenza. Ma soprattutto siamo un paese orgoglioso che ci tiene alla propria dignità. Vorrà dire che staremo fuori”.
Chi non ha seguito tutte le puntate della telenovela (ci sono stati anche dei morti, come il giovane economista Ivan, in una storia che ho raccontato mesi fa) forse non può seguire in maniera palpitante questo fronte bellico della Guerra Invisibile e potrebbe non capire di che cosa si tratta. Ha a che vedere con la Gran Bretagna, l’Italia, la BCE e la loro relazionalità con il Sud America. Ma soprattutto ha a che vedere con lo scontro tra l’interpretazione keynesiana e friedmaniana dell’economia e con lo scontro dichiarato tra l’interpretazione social-progressista dell’esistenza quotidiana e quella liberista conservatrice. Questo duello è stato riportato, dibattuto e commentato in tutto l’occidente. Neanche a dirlo, Italia esclusa. I servizi della, peraltro, brava Daniela Bottero, corrispondente della Rai di New York, parlavano del nuovo ipad5, di come a New York si vive l’incipiente autunno, ammaliandoci con la descrizione variopinta della scelta di Mario Monti relativa a quali ristoranti andare, a quali club partecipare e a quali inviti aderire. In Gran Bretagna, invece, (il vero cuore del problema) a questa puntata hanno dato un risalto talmente forte che la BBC ha scelto di destinarle ben cinque piattaforme mediatiche diverse: televisione di stato, radio, sito on line, diretta streaming, l’intera stampa cartacea mainstream. Per evitare di essere subissato dai consueti commenti della serie “dacce ‘sto link”, in un post scriptum, in copia e incolla, trovate l’articolo preso dal sito on line della BBC, sintetico ma esaustivo.
Qual è il contenzioso?
Eccolo esposto in maniera molto semplice e sintetica:
Il Fondo Monetario Internazionale sostiene che, sulla base dei propri dati a disposizione, l’inflazione in Argentina ha raggiunto la cifra del 30% in seguito alla irresponsabile azione di emissione di carta moneta da parte del Banco de la Naciòn perché in Argentina è stata scelta (il termine usato è “irresponsabile”) la strada degli investimenti in infrastrutture, salvaguardia del territorio idro-geologico, salario minimo garantito, credito agevolato alle imprese, protezionismo (con aliquote altissime praticate a tutte le multinazionali che in Argentina producono ma non investono il loro profitto in attività locali per favorire la occupazione) e aumento del proprio disavanzo di bilancio al fine di potenziare istruzione pubblica, ricerca scientifica e innovazione tecnologica. Un’inflazione così alta comporta il rischio di “implosione del sistema economico” e quindi il resto del mondo economico, per salvaguardarsi, deve prendere le distanze da un modello economico così disastroso, definito “ormai fuori controllo” e quindi o l’ Argentina si adegua oppure viene espulsa. Una volta fuori, immediatamente verrà chiesto il saldo di tutti i loro bonds, il pagamento di tutte le transazioni internazionali di merci, e l’intero sistema finanziario del pianeta dichiarerà “inagibile” ogni forma di finanziamento all’Argentina, la quale, inoltre, dovrà immediatamente abolire gli investimenti e lanciarsi in una poderosa manovra di austerità, rigore e stretta creditizia, pena la cancellazione dei contratti internazionali di import-export.
Il governo della Repubblica Argentina, invece, sostiene che la propria inflazione è intorno al 9%. E dichiara che i dati forniti dal Fondo Monetario Internazionale non sono dati veri, perché le aziende di rating che hanno fornito le informazioni sono agenzie private finanziate –fatto questo noto- da J.P.Morgan, Citibank e Societè Generale, che sono parte in causa e vogliono destabilizzare l’intero Sud America per avere la possibilità di poterci speculare sopra. L’Argentina, inoltre, ritiene che l’ FMI “ha lanciato un sistema di punizione” nei confronti delle nazioni dotate di un sistema finanziario economico centrale che vieta (come appunto nel caso dell’Argentina) ogni attività finanziaria speculativa sui derivati, perché gli investimenti finanziari sono consentiti solamente su titoli e aziende che producono merci reali. Come ultima considerazione, l’Argentina ritiene che il Fondo Monetario Internazionale abbia come compito quello di monitorare la situazione economica delle nazioni senza dover mai intervenire sulla qualità delle politiche economiche nazionali e locali essendo il principio dell’autodeterminazione dei popoli un valore riconosciuto dalla carta internazionale dell’Onu in data 1948.
Queste sono le due posizioni.
Poiché non si tratta di Juventus-Roma (forza capitano) dove il tifo è lecito, ciò che conta, in questo caso, è comprendere di che si tratta. Ma soprattutto che cosa accade se vince una o l’altra delle due Cristine.
I rapporti di forza non sono affatto come istintivamente si può credere, ovvero Davide contro Golia, perché c’è un piccolo paese, laggiù nel polo sud, che conta poco o nulla, e da solo si è messo contro i poteri forti. Questa è la retorica perdente terzomondista che vive di ideologia e favole sentimentali.
Si tratta di un poderoso braccio di ferro politico, che ci riguarda tutti. Italia in prima fila.
(e vi spiegherò più avanti il perché).
Chi vincerà? Non lo so. Però so chi voglio che vinca. E so, con matematica certezza, che cosa accadrà sia nell’uno che nell’altro caso.
Personalmente parlando (qui è il mago che si esprime) penso che abbia molte più chance l’Argentina che il Fondo ;Monetario Internazionale. Il bello è che lo pensano anche i britannici, altrimenti non avrebbero dato un così ampio risalto alla vicenda.
Christine Lagarde fa la voce grossa a Washington, insieme a Monti come partner, perché si sente sicura della vittoria, e a mio avviso sbaglia di grosso. La sua vittoria ha queste tre tappe: il 7 ottobre a Caracas (elezioni politiche in Venezuela, paese fondamentale per l’intero occidente in questo momento); il 6 novembre in Usa (elezioni politiche presidenziali); il 15 novembre, data in cui la troika consegnerà il proprio rapporto sullo stato impietoso della Grecia; a quel punto la nazione ellenica verrà protestata, spinta fuori dall’euro e surprise! invece del contagio, non accadrà un bel nulla se non uno scossone della durata di 48 ore. Si mostrerà e dimostrerà, pertanto, che l’euro funziona e regge ogni urto, la Grecia sprofonderà nella miseria e nell’incertezza (dimostrando che senza l’euro non c’è salvezza) e l’euro sorretta dal petrolio scontato del Venezuela, sorretta da Wall Street (che nei dieci giorni successivi alla vittoria di Romney sarà andata alle stelle con enormi guadagni di tutto il sistema bancario europeo) finalmente si potrà assestare e dare ordini al resto del mondo. Quantomeno alla parte occidentale. Questo è ciò che pensa la Lagarde.
Ma quali armi ha l’Argentina? Enormi, gigantesche. E le sta usando tutte.
Vi racconto una delle armi usate nel recente passato (finito con successo venti giorni fa) relativa a una precedente lontana puntata della telenovela dal titolo “La guerra dei limoni tra le due Crisitne” con una successiva puntata dal titolo “Coke is the real thing, baby!”.
Veniamo alla puntata dei limoni.
Quando nel 2004 l’Argentina, reduce dal suo fallimento, comincia a rimboccarsi le maniche per l’auspicata ripresa, si avvale di diverse forme di consulenza economica, tra cui quella di un gruppo di scienziati tedeschi: per tradizione storica, i tedeschi sono di casa laggiù. Arrivano gli agronomi verdi dalla Germania, portandosi appresso la nuova tecnologia ecologica, evoluta nel campo dell’agricoltura. I tedeschi scoprono che i limoni argentini sono eccellenti. E varano un ingegnoso piano. Grazie al fatto di avere uno sterminato territorio a disposizione, il governo investe una massiccia quantità di denaro per lanciare un sistema di cooperative agricole occupando circa 150.000 ettari per produrre il più vasto limoneto del pianeta. Per avere il frutto ci vogliono anni, ma la tecnologia aiuta. Finalmente, alla fine del 2009, ecco i succosi limoni. Vanno al mercato internazionale. La frutta risulta seconda, per qualità, soltanto ai limoni italiani (la più pregiata specie in assoluto) con l’aggiunta del fatto che ha un prezzo di mercato inferiore del 212% ai limoni siciliani, liguri, greci, turchi, spagnoli, provenzali. I più grossi consumatori di limoni in Europa sono tedeschi e britannici, per via della loro alimentazione. Ai tedeschi servono per condire una loro insalata e i krauti di cui sono ghiotti e agli inglesi servono per spruzzare il loro piatto unico quotidiano, i celebri “fish&chips”, cartoccio composto da filetti di baccalà e patate fritte che ben si accompagnano con la pinta di birra al pub, ogni sacro giorno alle ore 17.,30. I tedeschi si avvalgono di forte sconto ma arriva anche la Coca Cola, il cui amministratore delegato, in persona, vola a Buenos Aires e firma un accordo commerciale della durata di 25 anni per avere i limoni con i quali compone la ricetta di ben 22 delle sue 30 bibite sparse in tutto il mondo. L’amministratore dichiara che il 93% dei propri limoni li prende in Argentina, il restante 7% dalla Florida. Poco tempo dopo, si passa alla soia. E arriva la Cina: contratto commerciale della durata di 50 anni; acquistano il 92% della produzione nazionale di soia (decine di migliaia di ettari coltivati sempre dai tedeschi) e 10 milioni di vacche. I bovini vengono allevati da produttori argentini nelle sterminate praterie d’altura, macellati, squartati come piace ai cinesi, incartati, messi su giganteschi aerei frigoriferi e ogni giorno partono 50 giganteschi aerei da trasporto che portano a Pechino la carne necessaria per sfamare circa 250 milioni di cinesi. Arrivano anche i giapponesi che si prendono la produzione di acqua minerale di ben 122 ghiacciai del polo sud per un totale di 20 milioni di ettolitri al mese per 50 anni. I giapponesi bevono l’acqua argentina ma non lo sanno. Tutto ciò contribuisce a un aumento del pil argentino dell’ordine di un +5% all’anno e sarà il trampolino di lancio della loro ripresa economica. Dai cinesi, l’Argentina si fa pagare in dollari e bpt italiani; dai giapponesi in dollari e bpt tedeschi. Dai tedeschi e inglesi in euro. Ma nel 2010 la situazione geo-politica cambia precipitosamente. Dall’Unione Europea partono chiare indicazioni di andare all’attacco delle economie floride keynesiane. Per un fatto politico. La Gran Bretagna è la prima ad adeguarsi. E’ il primo atto del neo-eletto David Cameron. Non appena insediatosi, scopre che i limoni argentini –all’improvviso- non rispettano i parametri sanitari internazionali. Di conseguenza, si rivolge per protesta all’Unione Europea e Van Rompuy in persona denuncia l’accordo chiedendo una penalizzazione per l’Argentina, oltre a chiuderle l’accesso alle esportazioni internazionali. Per un mese l’Argentina protesta, soffre e si preoccupa. Dopodichè si fanno venire in mente un’ottima idea. La Kirchner personalmente scrive una lettera al quartier generale della Coca Cola ad Atlanta dove spiega alla multinazionale che dal giorno dopo non beccano più neppure un limone. Non solo. Avvalendosi della denuncia dell’Unione Europea, confortata dalle dichiarazioni di origine stampate sulle bibite della Coca Cola, si appella all’OMS chiedendo che vengano tolte dalla circolazione in tutto il continente europeo le 22 bibite che contengono limoni argentini “perché prive dei dispositivi di salvaguardia sanitaria previsti dalle convenzioni europee vigenti, visto che l’Europa sostiene che i nostri limoni non vanno bene, si deduce che non possono andare bene neppure bibite composte con i nostri limoni”. Per la Coca Cola si tratta di un danno di circa 25 miliardi di euro. Inizia un contenzioso durato ben 20 mesi, un braccio di ferro tra le due Cristine. Il finale della puntata è noto. Il presidente della Coca Cola tranquillizza la Kirchner dicendole “ghe pensi mi”. E ci riesce. 1-0 per l’Argentina.
Fine della precedente puntata.
Quella prossima, datata 13 dicembre 2012, non si sa come andrà a finire. Ma si sa che cosa accadrà se vince la Christine francese: 48 ore dopo, l’Argentina, accettando l’espulsione, protesterà il contratto con la Coca Cola, dirà ai cinesi che staranno senza carne e senza soia; dirà ai giapponesi che staranno senz’acqua da bere; dirà ai tedeschi che non avranno più il petrolio con lo sconto. E tutta questa gente andrà a chiedere ragioni alla Christine a Parigi. L’Argentina, quindi, avrà come avvocati difensori la Coca Cola, la Cina, il Giappone, l’industria agricola tedesca.
E l’Italia?
Automaticamente fallirà la Telecom, e due giorni dopo la Enel annuncerà che la propria fattura viene triplicata. Intesa San Paolo, Banco Popolare di Milano e Mediobanca subiranno in borsa un crollo di almeno il 40% del loro valore. Perché?
Perché la Telecom è un’azienda decotta. Eppure i suoi bilanci sono buoni: è vero. Ma il profitto (che la tiene a galla) lo prende da Telecom Brasile e da Telecom Argentina, nazioni nelle quali gestisce l’intero sistema di telecomunicazioni digitali, terrestri e satellitari. Verranno subito nazionalizzate. Non solo. Verrà anche nazionalizzata subito anche l’Enel, che gestisce tutto il sistema dei servizi di erogazione di energia elettrica a Buenos Aires, in Bolivia, a Rio de Janeiro e che per la bilancia italiana è fondamentale. Inoltre, verranno messi subito all’incasso bpt italiani per un controvalore di 22 miliardi di euro, proprio alla vigilia di Natale. E se l’Italia non ha da pagare, si arrangi. Che vada a farseli dare da Christine Lagarde.
Per ridurla in sintesi, si tratta, in realtà, di una lotta squisitamente politica.
La telenovela sta tutta lì.
Non c’entra niente il business, né il commercio, né gli scambi. Proprio no.
E tantomeno l’economia.
Come ha detto con molta chiarezza la sudamericana Cristina Kirchner “io pretendo che venga rispettata la mia dichiarazione politica”. E si riferiva allo scontro micidiale a Montevideo lo scorso novembre (quando il giovane economista morì impiccato), nel corso del quale Christine Lagarde la minacciò di sanzioni e isolamento se non cambiava politica economica. In quell’occasione la Kirchner disse: “Preferisco avere un’inflazione altissima e spropositata se so che la disoccupazione dal 34% è scesa al 3,5%; che la povertà è diminuita del 55%; che il pil viaggia di un +8% annuo; che la produttività industriale è aumentata del 300%; che c’è lavoro in Argentina, c’è mercato per tutti, e il mio popolo è molto ma molto più felice di prima, piuttosto che avere un’inflazione del 3% come in Italia, dove c’è depressione, disperazione, avvilimento e l’esistenza delle persone non conta più. E questa è un’affermazione politica. Di principio e sostanziale. Non lo ha ancora capito?”
Sembra che non lo abbia capito.
Sembra che non lo abbiano capito neppure gli italiani.
La crisi economica è uno specchietto per le allodole.
Si tratta di uno scontro micidiale politico tra due diverse modalità, totalmente contrapposte, di interpretare l’esistenza. E in questo scontro, l’economia, lo spread, ecc, sono semplicemente uno strumento di minaccia e ricatto per far passare un disegno politico di espoliazione, espropriazione e schiavizzazione degli esseri umani in Europa.
Altrimenti non si chiamerebbe Guerra Invisibile. Perché non si vede.
Non è certo un caso che la cupola mediatica, in Italia, abbia scelto di non acquistare i diritti per trasmettere le puntate della telenovela delle Due Cristine. Meglio che nessuno la veda.
Ed è meglio anche che nessuno sappia nulla dei limoni, dei verdi tedeschi, ma soprattutto che non venga né detto, né spiegato, né tantomeno mostrato, come se la passano quelle nazioni che hanno avuto l’ardire e l’ardore di dire no all’austerità, no alla sudditanza nei confronti dei colossi finanziari, ma soprattutto no ai diktat delle banche centrali.
Mentre da noi Monti & co. officiano continue messe da requiem dell’ingegno, della creatività, del lavoro e della voglia e bisogno di imprendere della nazione, da qualche altra parte del mondo si balla il tango e la milonga, e ci si sente vivi. Sono molto più poveri di noi, hanno molto meno di noi, sono molto meno ricchi di noi.
Eppure, sono molto ma molto più felici.
Non è questo, dopotutto, che conta nella vita dei popoli e delle nazioni Fonte:fermiamolebanche.blogspot.it - Scritto da: Sergio Di Cori Modigliani   christine-lagarde-e-costinha-maga-patalogica-crist-copia-1.jpg
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Dietro la mitologia greca Il Pci, gli Usa, i comunisti greci ed il colpo di Stato dei colonnelli del 1967, di Andrea Berlendis

Pubblicato su 30 Settembre 2012 da frontediliberazionedaibanchieri in IDEE e CONTRIBUTI

In un suo recente scritto ‘Divagazioni sulla politica’,La Grassa ha simultaneamente lanciato una formulazione generale circa la natura della politica, derivandola dalla sua ipotesi della centralità del conflitto strategico, ed un’esemplificazione storica per corroborare tale formulazione, riguardante le relazioni tra centri strategici Usa, il colpo di Stato dei colonnelli in Grecia, ed i rapporti del Pci con gli oppositori greci. Quanto segue, vuole contribuire alla prosecuzione del discorso circa quell’esemplificazione storica, perché costituisce un’ulteriore angolazione chiarificatrice sulla dinamica del passaggio di campo geopolitico del Pci.

 

1. Prima di tutto si deve ritornare allo scenario politico greco di quel periodo ed osservare come il conflitto tra gruppi di agenti strategici della potenza dominante (Usa) si rifrange e articola a sua volta in un conflitto tra gruppi di agenti subdominanti del paese subordinato (Grecia) interno al campo coordinato dalla potenza egemone. Le convulsioni della sfera politica greca degli anni ‘60 nella loro fase finale vengono così descritte da un affermato testo storico: dopo la caduta del governo Paraskevolulos nell’aprile 1967 “Andando contro un’usanza consolidata, re Costantino non nominò un nuovo governo di transizione, ma chiese a Kannellopulos, il capo dell’Ere, di formare un governo sotto cui si svolgessero le previste elezioni. Papandreu elevò una protesta pro forma, ma in effetti non dubitava che Kannellopulos avrebbe permesso lo svolgimento regolare delle elezioni. Contemporaneamente, però, come si scoprì in seguito, un gruppo di generali di concerto con il re stava segretamente approntando un intervento dell’esercito nel caso in cui la prevista vittoria dell’Unione di centro fosse stata seguita da disordini. Ma, all’insaputa dei superiori, un gruppo di ufficiali relativamente giovani aveva ormai ben altri piani. Alle 2 antimeridiane del 21 aprile 1967 la loro azione colse di sorpresa il re, gli uomini politici e le alte gerarchie dell’esercito. Utilizzando un piano d’emergenza Nato il cui nome in codice era Prometeo, che avrebbe dovuto attivarsi in caso di gravi disordini interni, i cospiratori misero in pratica i loro progetti”.(1) Questa ricostruzione della sequenza degli eventi storici, omette di individuare i mandanti statunitensi promotori dei due colpi di Stato, sia quello predisposto da date forze che quello poi effettivamente poi realizzato da altre. Ancor più significativo era però cogliere come la posta in gioco strategica fosse sì il mantenimento del controllo di un paese chiave nel fianco sud-est della Nato, ma che questo stesso obiettivo fosse perseguito attraverso tattiche diverse poste in essere da gruppi di agenti strategici dominanti statunitensi in conflitto tra loro, con i relativi addentellati presso i subdominanti greci. Un testo dell’epoca esponeva esemplarmente il problema: “Ma il ‘colpo parlamentare’ del luglio 1965 e quello dell’aprile 1967 hanno avuto la stessa mente organizzatrice? Non lo si può certo affermare con certezza perché in Grecia non agiva ‘una’ politica americana ma più componenti di questa politica, talvolta in contrasto fra loro, ognuna con propri esponenti impegnati in un gioco delle parti talvolta fin troppo complesso. Comunque se è facile stabilire—più o meno—chi è che cosa fa l’ambasciatore Usa in Grecia (nel 1965 il ‘democratico’ Talbot), più difficile è sapere con certezza cosa fanno e chi sono i capi degli altri settori politici Usa in Grecia come del resto altrove: la Cia e le missioni militari. E questo può essere difficile anche per un ambasciatore Usa, in particolare quando viene applicata la biblica norma di non far sapere alla mano destra quello che fa la sinistra: una norma che può dare i suoi frutti, purchè il tutto rientri in un superiore concorso di interventi.”.(2) Infatti, ad esempio l’ambasciatore Talbot “nel colpo di Stato del 21 aprile ebbe senza dubbio una funzione di appoggio alla linea del compromesso con la monarchia” ma “non sapeva che la Cia non avrebbe appoggiato il piano che aveva per protagonista re Costantino bensì la variante organizzata da Papadopulos ritenendo—e certo con qualche ragione—che il gruppo dei colonnelli ‘alla Papagos’ dava più affidamento dei vecchi generali e del loro ‘giovane ed inesperto sovrano’.”.(3) L’agenzia americana d’intelligence puntò su Papadopulos perché a suo tempo “lo mandarono negli Stati Uniti a fare un corso d’aggiornamento. Di ritorno in Grecia, diventò un uomo del KYP, il servizio segreto che la Cia creò alla fine della guerra civile come sua filiale greca.”.(4) Il contrasto tra due linee interne ai dominanti Usa, condensato nelle due diverse opzioni tendenti al colpo di Stato, emerse anche quando, essendo parte dell’opzione non attuata, “il re rifiutò da principio di approvare il nuovo governo. Fino alle 10 di mattina, la Cia americana, e naturalmente l’ambasciata americana, sembrarono completamente estranee agli avvenimenti. L’ambasciata dichiarò di non conoscere i capi del colpo. Ma la Cia decise di uscire allo scoperto per contrastare la resistenza del re. Gli addetti militari, accreditarono l’opinione che l’esercito era dalla parte della giunta e che dal momento che il colpo era riuscito, opporvisi significava incoraggiare comunisti alla sollevazione. Il re perciò avrebbe fatto bene a riconoscere il nuovo regime e a stabilire poi la sua strategia. (Era in questo spirito che stava lavorando la squadra della Cia investita dalla faccenda negli Stati Uniti. Il consigliere di più alto grado di questa equipe, che includeva alcuni rappresentanti della finanza americana, era Cyrius Vance. Le raccomandazioni di Talbot, ambasciatore americano, furono così dirottate per ottenere l’appoggio del Dipartimento di Stato alla politica della Cia).”.(5) Una volta che gli eventi presero quella determinata piega, gli agenti del conflitto, definiti da La Grassa ‘gruppi di riserva’, in quanto portatori soggettivi della linea temporaneamente soccombente, continuarono la loro azione partendo dalle condizioni che il contesto creatosi aveva determinato. Il leader dell’UDC Papandreu, già nel 1969 sostenne che “a Vance come a tanti altri uomini dell’amministrazione Johnson, il colpo di mano di qui militari, ad Atene, tutto sommato andava bene.”.(6). Il figlio, Andreas Papandreu, nello stesso periodo confidò ad un giornalista “di aver avuto recentemente, un colloquio con un notissimo membro del Senato Americano. Papandreu non ne vuole fare il nome, ma è facile supporre che si tratti di William Fullbright. ‘Se smettete di aiutarla, economicamente e militarmente—diceva Papandreu—la dittatura, ad Atene, casca da sola in un paio di settimane’. ‘Lo sappiamo benissimo—ha risposto il senatore americano—ma il Pentagono non è soltanto il responsabile morale della situazione greca, ma anche della situazione creatasi in tutta l’America Latina. Tu credi che oggi noi, al Congresso, abbiamo veramente la forza di opporci ai militari? Il destino della dittatura, in Grecia, è ormai legato alla nostra lotta contro questo potere.”.(7) E quella ‘lotta’ tra centri dominanti statunitensi rispetto alle linee politiche da seguire si evidenziò in diversi episodi: “Nell’agosto 1969, per esempio, cinquanta parlamentari americani—repubblicani e democratici—hanno scritto una lettera a William Rogers per chiedere che siano sospesi gli aiuti alla Grecia.” Questo perché secondo costoro “La posizione dell’America è fondamentalmente per la sopravvivenza della giunta. Quanto però più presto cade la giunta tanto più concreta sarà la prospettiva che prenda il suo posto un governo democratico responsabile, orientato verso l’Occidente, che si impegni a cicatrizzare le piaghe economiche e politiche. Tanto più durerà la giunta al potere, tanto più vicina sarà la prospettiva della polarizzazione politica, del disordine, dello spargimento di sangue e di imprevedibili conseguenze per la Grecia e anche per gli interessi politici, morali e militari dell’America.”.(8) Ed ancora, il 7 novembre 1969 sempre il senatore democratico Fullbright “Alla commissione esteri del Senato americano, Fullbright chiede che il governo di Washington intervenga ad Atene, attraverso il nuovo ambasciatore Tasca, per un’immediata democratizzazione.”.(9) Ulteriore esempio di azione di contrasto che tali ‘gruppi di riserva’ condussero, sempre anche a livello parlamentare—per cui il conflitto tra tattiche diverse interne ai centri dominanti Usa emerse più volte alla superficie degli eventi—fu questa: “Il Pentagono in particolare era interessato a mantenere buone relazioni con la Grecia per poter continuare a disporre delle basi militari in un paese la cui importanza strategica per l’alleanza occidentale era cresciuta dopo le guerre arabo-israeliane del 1967 e del 1973 e il rapido incremento della presenza sovietica nel Mediterraneo. Quest’ultimo fattore portò alla stipula di un ‘accordo portuale’ che concesse alla V flotta americana la possibilità permanente di appoggiarsi ai porti della Grecia. Quando il Congresso degli Stati Uniti votò il taglio degli aiuti militari alla Grecia, il presidente Nixon fu rapido ad invocare una clausola che prevedeva il ripristino delle forniture se il presidente le avesse considerate essenziali per la difesa degli Stati Uniti.”.(10) A dimostrazione del fatto che il conflitto strategico infradominanti si svolga senza sosta, solo con modalità differenti in rapporto alle contingenze, che vi siano più opzioni in campo e che la soluzione prevalente lo può essere solo temporaneamente, riporto due brani di quell’epoca che trattano del periodo del ‘regime dei colonnelli’ stabilizzatosi—almeno così appariva alla superficie—dopo il colpo di Stato. Il primo brano—tratto da un saggio del 1969—dà un tipo di rappresentazione che, pur cogliendo nel momento stesso dello svolgimento degli eventi il loro possibile incedere, è però debitrice di una visione dei soggetti unitaria e compatta, per cui attribuisce ad uno dei soggetti agenti, quello prevalente (gli Usa) una volontà univoca: “Il capitale e gli Americani pur non potendo (e non volendo) pensare a rovesciare il regime con la forza, continuano tuttavia ad esercitare una certa pressione su di esso, affinchè si avvii verso il ritorno della legalità, pur continuando a fornirgli i mezzi di sussistenza.”.(11) L’autore prevedeva di conseguenza che “E’ quindi improbabile che l’attuale stato di instabilità interna possa durare a lungo. Se il regime non riuscirà a crearsi quella base sociale che gli consenta di costruirsi un proprio partito e di ottenere l’appoggio incondizionato del grande capitale, sarà costretto—da una combinazione di pressioni esterne ed interne—a cedere il potere ai rappresentanti della destra ‘classica’, i cui interessi di classe coincidono sostanzialmente con i suoi, e ritornare al ruolo di angelo custode della società borghese. Ciò è quanto si può intravedere nelle manovre dei colonnelli. Promulgando una costituzione e preconizzando eventuali elezioni, essi offrono un appiglio al potere tradizionale che gli garantirà, nel caso, una ‘caduta morbida’.”.(12) Il secondo brano—tratto da un articolo giornalistico di quel tempo—mostra invece il conflitto tra le diverse opzioni, anche se riconosce fattualmente l’esistenza di più gruppi in conflitto, ma non concettualmente (nel titolo come nella frase di apertura si parla infatti di ‘gruppo dominante e ‘gruppo di potere’ al singolare): “Almeno 2-3 correnti si combattono all’interno del nuovo gruppo dominante, cercando di prevalere una sull’altra. Un gruppo moderato (che farebbe capo al Primo ministro Andrussopulos) che ha, come obiettivo, una saldatura fra le forze armate e almeno una parte della borghesia al fine, cioè, di instaurare un regime autoritario che salvi tuttavia certe parvenze di democrazia. Questi gruppi avrebbero l’appoggio degli americani (il Primo ministro si è laureato a Chicago, ha vissuto per 12 anni negli Usa da dove è tornato alla vigilia del colpo di Stato del 21 aprile 1967 per entrare subito, illustre sconosciuto, nel governo di Papadopulos, il ministro della Giustizia è stato per lunghi anni ed era fino a ieri consulente legale ad Atene dell’ambasciata americana). Gli Stati Uniti appoggerebbero questo gruppo perchè le pressioni e le critiche dell’opinione pubblica americana ed europea sono diventate così pressanti da rendere poco saggio per gli Usa, continuare a fare da sostegno ad una dittatura aperta. Un’altra corrente è costituita dai filomonarchici. Essa sarebbe capeggiata dal presidente Gizikis e dai ministri karamanlisti. Potrebbe essere il cavallo di ricambio degli americani se non si arrivasse ad una intesa tra questo e quello dei moderati. Un terzo gruppo, infine, farebbe capo al generale Johannidis, il comandante delle famigerate S.A., il corpo di polizia militare responsabile delle torture e persecuzioni. Johannidis è l’uomo duro del colpo di Stato: è l’eminenza grigia degli attuali governanti della Grecia e potrebbe, alla fine, dimostrarsi anche il più forte.”.(13) Si deve quindi sottolineare come la strategia dei dominanti sia connotata dalla flessibilità. Un primo livello di flessibilità riguarda il fatto di come nella strategia dei dominanti, la forma democratica e la forma autoritaria dello Stato siano assolutamente complementari ed intercambiabili—al di là della preferenza per maggior resa ideologica di quella democratica—, e che la vigenza di una o dell’altra è sempre contingente e mutabile, in funzione di una premessa sovrastante: l’assetto di una formazione sociale particolare è da correlare alla sua collocazione (dominante o subdominante) nella gerarchia in un dato campo geopolitico ed alle esigenze della riproduzione complessiva dell’insieme strutturato dei rapporti sociali di quella data formazione sociale particolare. Oltre a questo primo livello di flessibilità relativo alle forme dello Stato, ve né un secondo interno ad una stessa forma di Stato: come abbiamo visto, nel caso della Grecia del 1967 erano possibili due varianti della stessa forma autoritaria dello Stato, differenziate per forze (interne ed esterne) che lo sostenevano, per tempi e modi di realizzazione, ecc. Ed allo stesso più varianti della forma democratica dello Stato sono possibili. Riferendosi al caso greco della metà degli anni ’60, per esempio, notiamo che la formazione Unione Democratica di Centro del leader liberale Geórgios Papandréu vinse le elezioni del 1964 con il 53% dei voti ed ottenne una maggioranza parlamentare di 171 seggi su 300. Ma il conflitto con l’apparato statale monarchico per favorire la preminenza sia dell’apparato statale governativo, e—più in generale—di quello parlamentare, relativamente alla direzione dello Stato, unitamente alla mancata adesione del governo Papandreu al piano statunitense per Cipro, poi, non fece altro che rendere sempre più inviso alla destra, al re e agli Stati Uniti il governo e il suo primo ministro.”.(14) A questo punto secondo un copione consolidato (in cui solo i dettagli a volte—e talvolta neppure quelli!—variano), inizia ‘la seconda mano’ del gioco elettorale, per cui “Forze politiche e militari misero in atto numerosi tentativi di screditare il partito e il governo, accreditando al tempo stesso le presunte, e inesistenti, simpatie comuniste del liberale Papandreu. Ad esempio fu denunciata l’esistenza di un complotto «di sinistra» all’interno dell’esercito. Il piano, denominato Aspida (scudo), era attribuito al figlio di Papandreu, Andreas e, come accertò la magistratura, era stato ordito da «un potere parallelo per screditare i suoi avversari sia militari sia civili». Il 15 luglio 1965 il re esautorò, con un atto anticostituzionale, il primo ministro eletto Gheorghios Papandreu, provocando forti proteste popolari. Pare accertato che lo stesso Costantino stesse per organizzare un vero e proprio colpo di Stato.”.(15) Vi furono poi una sequenza di tentativi ispirati dalla monarchia di Costantino II, interni alla forma democratica dello Stato, messa in tensione sino al punto che se ne richiese la consueta temporanea sospensione e sostituzione con la forma autoritaria dello Stato. Questo non può sorprendere perché “E’ bene rendersi conto che la democrazia, di cui si vanta il mondo occidentale, non ha nulla a che vedere con il potere o la volontà della popolazione, ne è anzi fondamentalmente indipendente. Con una precisazione però. La democrazia – puramente elettorale, quella per cui ogni tot anni si consulta il popolo, dopo averlo adeguatamente bombardato di menzogne e spaventato o esaltato con opportune azioni, ecc. – dipende dallo scontro di diversi gruppi di pressione o lobbies che difendono particolari interessi, non semplicemente economici, spesso perfino fortemente caratterizzati in senso ideologico.”.(16) Se ne deve dedurre che la cosiddetta democrazia, la forma democratica dello Stato, è uno dei mezzi attraverso cui gli agenti strategici capitalistici combattono il loro conflitto: le torsioni sino alla sostituzione con la forma autoritaria dello Stato (a sua volta sempre reversibile, prevedendo il ripristino della sua forma democratica, al darsi di nuovo di date condizioni) dipendono da questo conflitto Sino a che vigono determinate condizioni che consentono una (più o meno) ordinata riproduzione di una data formazione sociale particolare, il conflitto si dispiega entro la forma democratica dello Stato, piegandola e conformandola in un dato campo di variazione. La stessa forma democratica dello Stato diventa un oggetto del conflitto (posta in gioco) nelle fasi transitorie: sia quando aumentando l’instabilità di una formazione sociale emergono spinte alla sua sostituzione (sempre temporanea) con la forma autoritaria dello Stato, sia quando, mostrando un rendimento politico decrescente, la forma autoritaria dello Stato, richiede il ripristino di una qualche versione della forma democratica dello Stato. In generale, lo Stato è un campo conflittuale, e precisamente, la forma che tale campo assume è, allo stesso tempo, sia risultante del conflitto che strutturante le modalità di quel conflitto stesso. Decisivo è sempre il conflitto strategico, al di là del suo manifestarsi in una delle due forme complementari dello Stato.

 

2. Nella dinamica conflittuale tra dominanti con il suo manifestarsi nel contrasto tra subdominanti, si inserisce l’azione del Pci, che interviene prima nel conflitto interno al Pc greco poi rispetto ai Pc greci, in relazione alla sua linea in atto di distanziamento dal campo geopolitico sovietico prodromo poi del cambiamento di campo. Prima di iniziare la disamina dell’azione svolta dal Pci, sul davanti e sul retro della scena degli eventi succedutisi al colpo di Stato de l967, sono necessarie una digressione laterale ed una considerazione preliminare. La digressione riguarda la politica internazionale del Pci nella seconda metà degli anni ’60, non in generale, ma rispetto al caso greco, per cui occorre richiamare i particolari rapporti che il Pci andò intrattenendo con Il Pc rumeno: “E proprio con il Partito comunista romeno, indirizzato dal segretario Gheorghiu-Dej verso un cauto ma progressivo allontanamento da un controllo sovietico ritenuto troppo oppressivo, il Pci avviò, dagli anni Sessanta, un percorso basato su alcuni elementi condivisi. Nel corso di numerosi incontri fra le delegazioni dei due partiti, sia il Pci che il Pcr concordarono infatti sulla rivendicazione del diritto allo sviluppo di “vie nazionali” al socialismo per ogni partito comunista in autonomia dalla linea dettata da Mosca e sulla necessità di superare i due blocchi politico/militari contrapposti. La Romania di Gheorghiu-Dej aveva saputo coniugare una maggiore autonomia nei confronti dell’Urss e una relativa apertura economica verso i paesi dell’Europa occidentale”.(17) Quindi di conseguenza “i rumeni si dimostrarono particolarmente disponibili nei confronti delle tesi dei comunisti italiani, avendo caratterizzato sempre più la loro politica in una direzione autonoma dall’Unione Sovietica.”.(18) Data questa collocazione, sia il ruolo del Pc rumeno che la sua linea di condotta risulteranno rilevanti ai fini della comprensione del tipo di azione e di relazioni intrattenuti dal Pci rispetto al caso greco dal 1967 in poi. La considerazione preliminare riguarda invece il Pc greco. Pur senza trattare, come si dovrebbe, gli antecedenti storici del KKE, negli anni ’60 esso era profondamente diviso sul punto fondamentale quale quello del rapporto con il campo geopolitico coordinato dall’Urss. Si tenga inoltre presente che dopo le vicende insurrezionali post-seconda guerra mondiale il KKE (19) era stato posto fuori legge e parte consistente sua direzione dei suoi quadri risiedevano nei diversi paesi dell’est, mentre la sua azione interna alla Grecia si svolgeva tramite il raggruppamento legale di sinistra denominato Eda. Già nel 1965 si aprì una “Crisi nei rapporti tra la direzione del Pc di Grecia all’estero e la direzione dell’Eda, accusata di seguire una ‘via italiana’ e di manifestare tendenze autonomiste nei confronti del partito comunista.”.(20) In particolare “Quanto al contenuto della crisi stessa, consisteva in divergenze serie, alcune latenti, altre più o meno manifeste, impostate sia su questioni della ideologia e della teoria che sull’insieme della linea politica e della tattica, come pure sui principi e le forme di organizzazione interna al partito”.( 21) A seguito di ciò, nel 1967 il Pc greco si divise, e vennero così a costituirsi nel corso del 1968, due partiti comunisti, uno denominato Pc greco dell’estero (KKE-ex) e uno denominato Pc greco dell’interno (KKE-es). Per quanto riguarda quest’ultimo, la sua genesi è così descritta: “Durante la dittatura dei colonnelli, il KKE si scisse in due. Alcuni militanti condannarono la violenta repressione della Primavera di Praga. Si avvicinarono dunque alla linea del cosiddetto eurocomunismo, i cui maggiori rappresentanti erano i comunisti italiani; molti militanti comunisti greci, peraltro, vivevano in esilio in Italia e avevano stretti rapporti con il PCI. Questo gruppo prese il nome di KKE dell’interno”.(22)

 

2.1 Prima di tutto è utile enucleare ulteriormente quali erano le caratteristiche distintive dei due partiti comunisti greci. Secondo una ricerca del 1980 sui partiti comunisti dell’Europa mediterranea: “Il KKE-ex rappresenta il tipo di partito comunista ortodosso, mentre il KKE-es e l’Eda sono invece da considerare già come partiti dell’area del socialismo democratico.”(23) A tal proposito il responsabile della sezione esteri del Pci a proposito del KKE-es segnalava che, “il suo programma prevede ‘una politica va collocata nelle prospettive della via ellenica democratica per un socialismo democratico e mira ad una collaborazione più ampia fra tutte le forze politiche democratiche’.”.(24) Ma “Le fondamentali differenze tra i due partiti sono ancora più evidenti nel settore internazionale”.(25) Infatti “Nei confronti del movimento comunista internazionale, il Pc di Grecia interno ‹‹si pronuncia per il rispetto dell’autonomia e dell’indipendenza di ciascun partito, per la non ingerenza negli affari interni dei partiti, per il riconoscimento da parte di tutti del principio che ciascun partito è responsabile di fronte alla classe operaia e al popolo del proprio Paese e del diritto di ciascun popolo di costruire da padrone delle proprie sorti il suo futuro, libero da ogni intervento straniero e di edificare in questo modo la forma della sua evoluzione sociale››. Queste posizioni consentono di criticare sia l’intervento sovietico in Cecoslovacchia, che il KKE-esterno.”. (26) In particolare ad esempio rispetto alla Cee ed alla Nato, “Il programma di politica estera del KKE-es contiene ovviamente elementi analoghi a quello del KKE-ex , ma le finalità e le richieste concrete sono fondamentalmente differenti. Anche il KKE-es chiede la totale uscita della Grecia dalla Nato, a condizione però della simultanea dissoluzione della Nato e del Patto di Varsavia.” (27) Qui si vede come a volte il diavolo si nasconde nei particolari…. Inoltre “il KKE-es ritiene che l’adesione della Grecia alla Cee sia oggi un fatto irreversibile. Infine il KKE-es spera nella nascita di un’Europa dei lavoratori ed è perciò disposto a collaborare con tutte le forze democratiche e socialiste esistenti in Europa.”(28) Le posizioni dei comunisti greci dell’interno sono quindi espressione di un dato comune di quella che sarà la linea eurocomunista: “Una linea di tendenza è chiara ed è l’adattamento all’attuale politica estera dei rispettivi paesi: gli eurocomunisti accettano il Mercato comune e la Nato”.(29)

 

2.2 Aquesto punto è possibile ricostruire il significato dell’azione svolta dal Pci nel contesto greco relativamente al periodo successivo al colpo di Stato dei colonnelli del 1967. Innanzitutto la posizione ufficiale del Pci, il davanti della scena, fu effettivamente quella di connotare come ‘fascista’ l’azione golpista e di denunciare le responsabilità degli Usa negli eventi. Alla camera il responsabile della sezione esteri del Pci Sandri nel suo intervento affermò che “la politica estera della Grecia, come è noto e come certamente non può essere contestato, era subordinata e dipendente dai calcoli di una grande potenza, dai calcoli degli Stati Uniti.”.(30) Mentre Pajetta, in rappresentanza del Pci durante il dibattito al Senato sul golpe disse: “Ma di chi era questo esercito greco, che cosa era questo esercito greco, che cosa è ancora oggi, chi lo mantiene. ‘Se i paesi occidentali rompessero le relazioni con il nuovo governo, i militari che se ne sono impadroniti con la violenza non avrebbero la possibilità di resistere al potere più di qualche settimana. L’esercito greco è infatti interamente dipendente dalle forniture americane…’ Chi lo dice? Lo dico io,lo diciamo noi? E’un giornale governativo vostro, di Torino. ‘In realtà l’esercito greco è nelle mani degli Stati Uniti. Esso vive con la benzina, i fucili, le divise, i carri armati, i denari arrivano d’oltre Atlantico….’ Chi lo dice? Un altro vostro giornale governativo.”.(31). La sottolineatura da parte del Pci delle responsabilità Usa si evinceva dai titoli ed articoli del suo organo di stampa: L’Unità del 22 aprile 1967 sotto il titolo della prima pagina ‘Colpo di Stato militare in Grecia’ apponeva la seguente frase: ‘La VI flotta Usa nel porto del Pireo’, precisando poi, ne L’Unità del 23 aprile 1967, che “I fatti già dicono in quale misura i consiglieri americani, fortificati dalla presenza della VI flotta nelle acque del Pireo, abbiano contribuito a questo colpo di mano.”, e rimarcando sarcasticamente, ne L’Unità del 26 aprile 1967, che era ‘Proibito parlare del ruolo della Cia nel colpo di Stato in Grecia’.

 

2.3 Se però cominciamo ad esplorare il retro(scena) ed il sotto(scena), rispetto al davanti della scena, i giochi degli attori in campo rivelano altre dimensioni, la cui rilevanza emergerà come preminente rispetto alle dimensioni più appariscenti. Il rapporto del Pci con il Pc rumeno improntato al distanziamento dal campo geopolitico sovietico produsse i suoi effetti trovando un terreno dissodato e comune nel caso del sostegno al Pc greco dell’interno (KKE-es). In primo luogo, partendo dal fatto che “Il Comitato centrale del partito Comunista Greco si è diviso nel gennaio del 1968. Ceausescu ha incoraggiato personalmente i capi ‘degli indipendenti’ (Mitsos Partsalidis, Zisis Zografos, Patios Dimitriu) ed ha evitato per lungo tempo i contatti con il partito filo-sovietico (KKE-ex) guidato prima da Kostas Kolyannis e poi da Harilaos Florakis. Vale la pena di segnalare che al tempo della scissione il Comitato Centrale greco, come la sua stazione radio (la ‘Voce della verità’) e il giornale (Neos Kosmos), erano ospitati a Bucarest.” (32) Questo era parte di una strategia più ampia, per cui “Le buone relazioni con la Cina e la Jugoslavia si intensificarono e Ceausescu ebbe frequenti incontri con personalità dei partiti comunisti Occidentali ostili all’espansionismo del Cremlino: gli italiani Luigi Longo, Enrico Berlinguer e Giancarlo Pajetta; i francesi the French Waldeck Rochet e Georges Marchais; e gli spagnoli Dolores Ibarruri and Santiago Carrillo. Nello stesso tempo, il Partito comunista rumeno, cooperava con i comunisti italiani e jugoslavi per sostenere il ‘revisionista’ Partito comunista greco (dell’interno).”.(33) Concretamente le modalità di tale sostegno erano queste: “ogni greco, che vive nei paesi socialisti, indipendentemente dalla sua appartenenza al Partito comunista, è tenuto a versare al KKE-ex ogni mese la paga di una giornata lavorativa. Simpatizzanti del KKE-es che si sono rifiutati di finanziare il KKE-ex e che avrebbero voluto invece versare la loro quota al KKE-es, hanno urtato contro ‘difficoltà amministrative’. Unica eccezione in questo sistema di finanziamento forzato del KKE-ex è la Romania, che lascia liberi i ‘contribuenti’ di decidere a quale dei due partiti versare la ‘quota’. Mentre il KKE-ex, grazie a queste sovvenzioni gode di una buona disponibilità finanziaria, il KKE-es (come del resto anche l’Eda) è costretto a vivere alla giornata. Se Ceausescu non offrisse la carta a poco prezzo, l’uscita dell’ ‘Avghi’, l’organo del KKE-es, sarebbe problematica.”.(34) I risultati di questo sostegno e lavorio si evidenziavano nel fatto che i “Quadri tornati dalla Romania sostengono una linea meno ortodossa rispetto a quelli tornati dall’Unione Sovietica. … Per contro, tutti i membri dell’ufficio esecutivo del KKE-es hanno trascorso in Grecia il periodo successivo alla guerra civile e hanno militato nell’Eda al cui interno facevano parte della corrente comunista che spesso era in disaccordo con le decisioni prese dalla direzione estera del partito.”.(35) Ovviamente il Pc rumeno a livello ufficiale manteneva rapporti anche con il KKE-ex e lo finanziava (36), per poter perseguire sottotraccia la sua politica, in sintonia con il Pci, di distanziamento dal campo geopolitico sovietico, che passava attraverso il sostegno al KKE-es. Sempre guardando al proscenio si deve anche da rimarcare che “Abbastanza paradossalmente, dato il feroce atteggiamento anticomunista del regime in politica interna, durante la giunta dei colonnelli i rapporti della Grecia con i suoi vicini comunisti migliorarono sensibilmente. Il presidente della Romania Ceausescu fu l’unico capo di Stato europeo a compiere una visita ufficiale in Grecia durante il settennato dei colonnelli”.(37)

 

2.4 La reazione del gruppo dirigente prevalente allora in Urss all’iniziale azione di sganciamento dal proprio campo geopolitico non si fece attendere: “Questo processo di emancipazione dall’Unione Sovietica suscitò forte opposizione. L’Urss infatti non solo non riconosce il KKE-es e non l’ha mai sostenuto materialmente, ma ostacola anche lo sviluppo delle sue organizzazioni con misure amministrative. Così per esempio è vietata la distribuzione dell’ ‘Avghi’ in tutti i paesi del blocco orientale. Le misure repressive variano da paese a paese: in Ungheria e Romania (il Partito comunista rumeno è l’unico che riconosce il KKE-es) i membri del KKE-es si possono riunire liberamente.”.(38) Nello stesso tempo “I sovietici hanno favorito la scissione dei comunisti greci, e il sostegno da essi concesso al KKE-ex rende ancora più debole l’eresia del KKE-es.”.(39) A proposito della valutazione da parte del gruppo dirigente brezneviano della linea e degli obiettivi dei fondatori del Pc greco dell’interno (dietro cui, si è visto, celavano il Pci e il Pc rumeno) significativo è l’episodio raccontato da Rosario Bentivegna (che lo lasciò scandalizzato): “A seguito dell’occupazione militare della Cecoslovacchia, i vecchi comunisti greci rifugiati nei paesi del Patto di Varsavia, a loro volta si divisero: la gran parte si schierò con Mosca, ma molti furono compagni che ritennero inaccettabile la scelta operata dal governo sovietico. Costoro furono espulsi dai paesi del Patto di Varsavia, ma se fin qui si può criticare il settarismo fu assolutamente inaccettabile la decisione di convogliarli tutti ai confini della Grecia e consegnarli, di fatto ai ‘colonnelli’.”.(40) Rispetto invece ai rapporti tra la Grecia, dopo il colpo di Stato dei colonnelli, e l’Urss, in funzione di valutazioni geopolitiche (come il conflitto tra Turchia e Grecia per Cipro elemento in cui si inseriva la ricerca sovietica di una proiezione verso il Mediterraneo), già a quell’epoca un giornalista notò che “L’Unione Sovietica è tutt’altro che zelante nella lotta ai colonnelli. Mentre l’opposizione greca all’estero si indigna per un prestito di dieci milioni di dollari dell’Italia alla Grecia (e nelle importazioni della Grecia, che è ottima pagatrice, l’Italia è al secondo posto, dopo la Germania Federale), mentre i fuoriusciti insistono perché nessun turista vada in Grecia, navi russe da crociera con centinaia di passeggeri ciascuna includono regolarmente porti e isole ellenici nei loro itinerari.”.(41). Quale piena conferma di questo atteggiamento “l’Unione Sovietica, nell’agosto 1968, aveva inviato un nuovo ambasciatore” (42).

 

2.5 Ai fini del nostro discorso il punto decisivo consiste nel (di)mostrare e dipanare nel dettaglio i rapporti del Pci con il Pc greco dell’interno (KKE-es). Due studiosi greci, analizzando gli archivi del Pc greco dell’interno, hanno inferito che La scissione del partito greco diede al partito italiano l’opportunità di rimettere in discussione l’adesione all’Urss. Lo fece, offrendo, con i partiti rumeni ed iugoslavi, ai dissidenti greci un sostegno attivo contro la direzione di Kolyannis..(43) In particolare “I quadri del partito comunista della Grecia che aderirono ‘agli unionisti’ avevano precedentemente contatti con il partito italiano. Ciò si verificò, un mese prima della scissione del partito greco, che sia registrato, all’organo del partito italiano Unità (fu riprodotto all’organo del partito rumeno Scanteia) un comunicato comune dei partiti comunisti greco ed italiano contro la giunta militare, a favore del lotta contro la dittatura, a favore del ristabilimento della democrazia in Grecia. Dopo il febbraio 1968, i membri radiati, oppositori alla direzione di Koiyiannis, informarono, per lettere, il partito comunista italiano della situazione del partito comunista della Grecia. Nel marzo 1968, lo informarono che l’ufficio del partito in Grecia, per decisione unanime, considerò nullo e non avvenute le decisioni della XII sessione plenaria..” (44) Nella fattispecie “Il partito italiano era il secondo, dopo quello rumeno, che sostenne dall’inizio, politicamente e materialmente il gruppo di Partsalidis. L’aiuto, conforme alle scelte ideologiche e politiche proclamate allora, del Pci, era palese– benché non ufficiale in tutta la sua ampiezza [...] La piattaforma comune, sulla quale si incontravano i partiti che sostenevano il partito comunista della Grecia (interno), era l’antisoviétismo.”.(45) Secondo questi studiosi, la presa di posizione del Pc greco dell’interno, ebbe un suo ruolo definito nel complesso dell’azione che il Pci andava imbastendo: “La dichiarazione greca era un segnale d’avvertimento italiano. Precedette la decisione del partito comunista italiano, il 28 agosto 1968, dopo consultazioni di due giorni, di condanna dell’intervento. Gli italiani li utilizzarono. Li misero all’avanguardia, per fare passare le loro posizioni.”.(46) Conseguentemente quindi: “il comitato esecutivo della sinistra democratica unificata (EDA) dell’Europa occidentale, con una riunione a Francoforte, sostenne all’unanimità il movimento di Partsalidis contro la frazione di Koligiannis. Presero posizione a favore il partito comunista italiano, la Lega dei comunisti jugoslavi e il Partito comunista rumeno, contraria il Pc dell’ Unione Sovietica,partiti al nocciolo duro dell’Europa dell’Est e, in modo più reticente, il partito comunista francese. [...] Il partito comunista italiano, con articoli nel giornale Unità, esplicitò chiaramente che sosteneva gli avversari delle decisioni della XII sessione plenaria e Roma diventò la roccaforte degli anti-Kolyannis..(47) Nel dettaglio, la promozione attiva ed il fattivo sostegno del Pci al Pc greco dell’interno si articolò su tre piani. Il primo fu quello del finanziamento diretto o indiretto: ricorda ad esempio Bentivegna “I compagni della segreteria del Partito comunista dell’interno, che dopo la caduta del regime dei colonnelli …, vennero a chiedere al Pci, che li aveva già sostenuti economicamente”.(48); oppure fanno notare i due studiosi greci di cui sopra: “I quadri dell’apparato del partito – Staveris, Drakopoulos, Nikos Karras e Vangelis Panteleskos, con le loro consorti – si riunivano a Roma … Ogni coppia riceveva dagli italiani un salario mensile approssimativamente di 1.000 dracme, con il quale poteva pagare l’affitto in un appartamento sobrio e soddisfare le necessità elementari di una decorosa esistenza. Erano inquadrati da giornalisti Solaro, Tasos Trikkas, Mitsopoulos. Organizzazioni furono create a Napoli, Firenze, Milano, con numerosi membri (in particolare degli studenti)”.(49) Il secondo piano del sostegno, si sviluppò attraverso gli organi di stampa e le attività editoriali: L’Unità riportava le posizioni Pc greco dell’interno in chiave positiva e dava estremo rilievo alle vicende interne e pubbliche, omettendo quelle del Pc greco dell’esterno (si vedano ad esempio i seguenti articoli: L’Unità del 9 aprile 1969 disapprova la scissione nel KKE attribuendola al gruppo filosovietico; oppure L’Unità del 10 maggio 1969 riporta l’avvenuta costituzione in Italia del Comitato Centrale del Pc greco dell’interno in opposizione alle espulsioni dal KKE). La forma adottata era sempre quella di far coincidere l’attività e le posizioni del Pc greco dell’interno come fossero quelle dei comunisti greci in generale. Sempre sul piano ideologico-culturale, la casa editrice del Pci, gli Editori Riuniti, pubblicò volumi, o favorevoli o riguardanti i soli dirigenti del Pc greco dell’interno. Inoltre, indicativo il fatto che, l’editore Teti, notoriamente legato al Pci, pubblicò l’unica storia del Pc greco (tra l’altro con criteri editoriali e scientifici altamente deficitari, visto che non sono incluse né note al testo né bibliografia), scritta da un autore vicino al Pc greco dell’interno, che già scriveva articoli sulla situazione greca per L’Unità. La terza modalità degli aiuti, si realizzò attraverso inviti e tentativi di riconoscimento in consessi ufficiali interni ed internazionali, quando il riconoscimento o la negazione di essi rappresentava un preciso segno politico distintivo rispetto alle posizioni del campo sovietico. Diventa quindi significativo il fatto che “La riunione dei due partiti [Pci e Pc greco dell’interno; Nota mia] ebbe luogo il 7 marzo 1971. In occasione dei suoi lavori, si constatò che, poiché c’era una realtà, quella dell’esistenza di due partiti comunisti greci, una tattica flessibile era necessaria. Gli italiani si impegnarono ad invitare anche rappresentanti del partito comunista della Grecia (interno) a tutte le manifestazioni che avrebbero luogo sul territorio italiano. Promisero anche un aiuto politico, specialmente un sostegno nelle deliberazioni internazionali”.(50). Di conseguenza, ad esempio, oltre all’accesso ai propri congressi e convegni, alla conferenza dei partiti comunisti d’Europa tenutasi a Berlino nel 1976, il KKE-ex fu incluso, mentre “Il KKE-es venne da essa escluso benché alcuni partiti comunisti europei (soprattutto il Pce, ma anche il Pci) si fossero adoperati per ottenere la sua ammissione.”.(51). Ovviamente la linea ufficiale prevedeva i rapporti con entrambi i Pc greci, ma quella sotterranea non-ufficiale prevedeva il sostegno al Pc greco dell’interno. Sul piano formale, paradigmatica fu la risposta di Berlinguer a Rosario Bentivegna, a seguito della richiesta di finanziamenti per la campagna elettorale Pc greco dell’interno del 1974: “Berlinguer negò l’aiuto dicendo che se lo avesse concesso a loro avrebbe dovuto concederlo anche a Florakis, che se ne fregava dell’aiuto del Pci, visto che aveva alle spalle l’Urss con tutto il Patto di Varsavia… ‘Noi dobbiamo essere equidistanti’ disse con mia grande delusione. Così i compagni greci furono lasciati da soli a condurre la loro campagna elettorale, nonostante avessero accettato tutte le tesi di Berlinguer, compreso l’eurocomunismo, e fossero stati condannati da Florakis per questo.”.(52)

 

2.6 Punto chiarificatore, vero e proprio experimentum crucis potremmo quasi dire—se non fosse epistemologicamente discutibile—, della linea tenuta dal Pci rispetto al Pc greco dell’interno, è un episodio, a suo modo paradigmatico dell’intera vicenda. Per introdursi al racconto, contestualizzare l’episodio, e poterne cogliere pienamente il suo valore, si deve aver presente, come ben tratteggia la biografia di Renato Sandri, membro del vertice della sezione esteri del Pci, che “Dalla fine degli anni Sessanta, sotto la guida di Berlinguer, la politica estera divenne più ricca e coraggiosa, il graduale distacco dall’Urss […] Il riconoscimento delle alleanze politico-militari […] furono scelte attorno alle quali si determinò una sostanziale unità del gruppo dirigente, anche se agì contro di esse, più o meno apertamente, una fronda filosovietica […] Berlinguer denunciò pubblicamente i tentativi sovietici di condizionare al vita del Pci e affidò proprio a lui [Sandri] il compito di contrastare quel ‘lavorio’…”.(53) Nel caso specifico greco, racconta Sandri “Dopo il colpo di Stato del 1967, i compagni della sinistra greca cominciavano a venire in Italia per chiedere sostegno. Noi comunisti avevamo il know how necessario, comunque facevamo riferimento al Comitato di solidarietà con la Grecia democratica presieduto da Ferruccio Parri. Di questo erano membri anche l’ex-socialista Gigi Anderlini, Tullia Carettoni per la Sinistra indipendente, i democristiani Virginio Rognoni e Luigi Granelli. Per il Pci, c’eravamo Giancarlo Pajetta e io.” (54) Prosegue quindi Sandri: “Nel 1968 giunge la notizia che si sta determinando nel Pc greco una frattura nei rapporti con il Pcus. In quei mesi Kostas Kolyannis, il segretario del partito che aveva il suo centro nei paesi dell’Est, convocava il comitato centrale e logicamente c’erano membri che dovevano venire dalla Grecia. La maggioranza dei componenti era per l’autonomia dall’Urss, però lui riusciva sempre a far svolgere sedute con i membri a suo favore in condizione numerica preponderante. In agosto i russi invadono Praga. Arriva da noi una staffetta greca e di dice: ‘Siamo sottoposti a un martellamento dalla polizia, dovete aiutarci a portar fuori il segretario del Pci interno, Babis Dracopulos. Sappiate che ha preso posizione contro l’invasione di Praga e si proclama favorevole a farne prendere al Pc greco una contro come avete fatto voi italiani.’ .”(55) Così continua Sandri nella sua esposizione dei fatti: “nel febbraio del 1968 si tenne all’estero una riunione del comitato centrale comunista; dopo un’accesa discussione vennero espulsi quei dirigenti che sostenevano la scelta di tornare in Grecia per organizzare il movimento di opposizione e che rivendicavano una maggiore autonomia dall’Unione Sovietica. Essi in seguito, diedero vita al partito comunista dell’ ‘interno’ che si schierò, dopo l’invasione della Cecoslovacchia, contro l’intervento militare sovietico. Dalla scissione nacquero così due partiti comunisti: quello dell’ ‘interno’ e quello dell’ ‘esterno’ (legato ai sovietici). Si rivolsero a noi quelli dell’ ‘interno’ che con la posizione assunta non potevano certo chiedere aiuto politico e organizzativo ai russi. M’incontrai a Roma con un compagno greco, uscito clandestinamente dal suo paese, che mi chiese di portare in Italia Charalambros Dracopulos, nome di battaglia Babys. Era un vecchio militante che aveva partecipato alla Resistenza e alla guerra civile e dopo la scissione era diventato segretario dei comunisti dell’ ‘interno’. Dall’Italia e con il nostro aiuto, per il segretario sarebbe stato più facile organizzare il nuovo partito e tenere i contatti con i militanti sparsi in tutti i paesi socialisti.”.(56) Si tenga presente che Dracopulos, con Partsalidis, era leader del gruppo dei fondatori del Pc greco dell’interno, di cui diverrà segretario generale. Il Pci organizzò “ai margini di quella struttura di facciata [si riferisce al sopracitato ‘Comitato di solidarietà con la Grecia democratica’; nota mia] alla quale il futuro titolare del Viminale partecipa [il riferimento è all’esponente Dc Virginio Rognoniin quanto menbro del ‘Comitato di solidarietà con la Grecia democratica’; nota mia], i comunisti coordinano un lavoro che si svolge sia oltre il confine dell’Italia sia oltre il confine della legalità. Il gruppo incaricato di curarlo, a cominciare da Galluzzi e Sandri, è formato in gran parte da persone critiche nei confronti della politica sovietica.”.(57) Un altro protagonista diretto di quell’azione di espatrio, Rosario Bentivegna, ne descrive così i dettagli: “Nell’agosto del 1968 fui convocato dal Pci per organizzare il trasporto clandestino via mare dei dirigenti del Partito comunista greco, perseguitati dal regime fascista dei colonnelli e condannati a morte. La missione mi venne assegnata da Luigi Longo”. (58) Continua poi Bentivegna: “La mia funzione era soprattutto quella di ‘guidare’ via mare la missione che rimaneva affidata a Renato Sandri e Paolo Diodati, membri della sezione esteri del Pci e responsabili della gestione politica di tutta la vicenda.”.(59) Precisa Sandri: “Il responsabile dell’operazione sono io. Riferisco ad Alessandro Natta, in quanto coordinatore dell’ufficio di segreteria.”.(60) Bentivegna da parte sua afferma: “Fu grazie a quella missione che raccolsi ad Atene il compagno Babis Dracopulos, segretario del Partito comunista greco [dell’interno, omissione incredibile , anche l’Unità lo riconosceva._Nota mia] e lo portai in Italia. L’iniziativa greca della sezione Esteri del Pci—condotta come ho detto con l’assenso degli organi dirigenti del partito—segnò il passaggio dalla ‘severa condanna’, dal ‘profondo dissenso’ rispetto alla politica sovietica, a una fase di ‘strappo’…”.(61) Bentivegna attribuisce a quell’azione il seguente significato politico: “La nostra missione era certamente piccolissima, microscopica goccia nel grande oceano del mondo in tempesta, a un mese di distanza dall’avvenuta sottomissione della Cecoslovacchia; sta di fatto però che la costituzione del nuovo Pc greco, su cui puntavamo, era un episodio qualitativamente inedito nella storia dei comunisti italiani: il primo tentativo di creare realmente e per sempre all’interno del movimento comunista internazionale delle forze di contrasto, di opposizione, di rottura con l’egemonia sovietica.”.(62) Lo stesso Bentivegna delinea così la situazione politica ed organizzativa del KKE: “Allora il movimento comunista greco era diviso in due tronconi: quello di Florakis, che si era rifugiato nei paesi del Patto di Varsavia, a cui avevano aderito i comunisti greci fuggiti dalla loro terra dopo la guerra civile; e il Partito comunista greco dell’interno, cui aderivano comunisti vecchi e nuovi che erano rimasti in Grecia, guidato da Dracopulos, e già dirigente della resistenza greca durante la seconda guerra mondiale; quest’ultima formazione aveva accolto la linea politica del Pci di condanna dell’occupazione della Cecoslovacchia”.(63) Degno di nota il fatto che Bentivegna sostenga che la corrente filosovietica interna al Pci non gradisse tale sostegno al Pc greco dell’interno in quanto in contrasto rispetto alle posizioni assunte dell’Urss rispetto all’intera vicenda. Comunque al termine dell’operazione il resoconto di Sandri si conclude così: “Lo presento a Natta: questo è il compagno, siamo riusciti a farcela. Poi Dracopulos parte con un documento contro l’invasione ed un appello ai suoi militanti per la condanna all’intervento in Cecoslovacchia, per la via democratica, per farla finita con la logica delle superpotenze. Costituì una calamita per la sinistra greca. Ne arrivarono molti di dirigenti greci.”.(64) I sovietici probabilmente compresero sia il segno di quell’operazione compiuta dal Pci, sia dentro quale più embrionale complessiva strategia si collocava, infatti non casualmente “Sandri viene avvertito da Giancarlo Pajetta che «sul tavolo dell’ambasciatore russo giace un dossier intitolato «L’attività antisovietica di Renato Sandri». Le sue posizioni a sostegno della «via italiana al socialismo» (Sandri nel ‘56 criticò l’invasione dell’Ungheria) e di quello che sarà l’eurocomunismo di Berlinguer lo mettono in frizione con l’ala filosovietica del partito. Viene escluso dal comitato centrale e dal ruolo di viceresponsabile della sezione esteri. Perché?—risponde Sandri— «I sovietici mal sopportavano la solerzia della sezione esteri nel mettere in atto la politica di Berlinguer, ma non potendo colpire il segretario cercavano di mettere in difficoltà i suoi collaboratori».”(65)

A questo punto ritengo di aver ragionevolmente (di)mostrato le modalità e la funzione per cui il Pci, dentro una linea più generale di un riconoscimento dell’opposizione al regime dei colonnelli greco, scelse di dar corso in particolare ad una linea che perseguiva la promozione, il sostegno e l’interlocuzione con il Pc greco dell’interno.

 

2.7 Ultima considerazione, riguarda gli esiti del processo cui l’azione del Pci ha contribuito. Se osservati su tempi lunghi, costitutivamente i progetti posti in essere producono una variegata gamma di esiti che in molti casi sono agli antipodi degli obiettivi che gli attori si erano prefissi, il caso del Partito comunista greco dell’interno non ha invece tradito nè le premesse nè le promesse. Infatti dopo la fine del regime dei colonnelli, si fece portatore di una linea politica che voleva promuovere un ‘compromesso storico’ alla greca secondo la quale “la tattica del partito comunista dell’interno e del Eda, consiste nel rimanere il più vicino possibile del governo, proponendogli una collaborazione stretta. Come i loro colleghi italiani, si dicono pronti a partecipare, in un governo di coalizione, alle responsabilità del potere. In questo modo, sperano, da un lato, di evitare gli attacchi anticomunisti, passare lo spirito anticomunista sparso ancora nel popolo, ed abituare la borghesia a considerarli come partner possibili”.(66) In particolare, la ‘via italiana’ identifica quelle forze che costantemente e come soluzione politica unica “ricercano la collaborazione con i partiti borghesi”(67). Il suo gruppo dirigente fu quindi un fervente diffusore della posizione eurocomunista, un convinto sostenitore dell’ingresso nella Cee, ed espresse entusiasmo per la perestrojka gorbacioviana sino alla rinuncia a nome e simboli identitari. Il presidente del partito ed unico europarlamentare comunista, Leonidas Kyrkos proclamava: “Bisogna rompere gli indugi, e lanciarsi coraggiosamente sulla ‘terza via del socialismo democratico’, appoggiandosi a tutti i movimenti e i partiti che in Europa operano nella medesima direzione. Il Pci innanzitutto, che notoriamente per il Partito comunista dell’Interno all inizio della sua storia aveva costituito un riferimento”.(68). Il Pc greco dell’interno, al Pci rimase costantemente legato, e per provarlo basta riferirsi alle vicende del gruppo parlamentare al parlamento europeo perché “le vicende del gruppo sono, legate in un modo o nell’altro, al destino del Pci, vale a dire di un partito che poi non ha più avuto niente a che fare con il nuovo raggruppamento. Quest’ultimo nasce dalla rottura del gruppo comunista, ma non ne è in alcun modo il prodotto automatico. La rottura avviene nel 1989, per iniziativa del Pci, dando luogo alla formazione di due gruppi parlamentari distinti. Il primo, unito intorno agli italiani, comprende l’Izquierda Unida spagnola, il partito comunista greco dell’interno (di orientamento eurocomunista)… Il secondo si stringe intorno la Pcf e raccoglie i comunisti greci dell’esterno (KKE) e quelli portoghesi (Pcp). La linea di demarcazione non potrebbe essere più netta, almeno a prima vista: da una parte i riformisti, meno legati all’Urss e più favorevoli all’integrazione europea, dall’altra gli ortodossi. Senochè l’iniziativa del Pci dimostra presto il suo corto respiro, finendo per servire al trasbordo di questa forza nel gruppo socialdemocratico. Dopo il crollo del muro di Berlinoe la trasformazione del Pci in Pds, che fa cadere ogni ostacolo per l’adesione di quest’ultimo all’Internazionale socialista, il gruppo ha esaurito la sua funzione e si scioglie.”.(69) Infine, per tratteggiare una linea di continuità—espressione di quella che gli storici francesi delle ‘Annales’ definiscono come ‘lunga durata’—che giunge sino ai nostri tristi tempi ricordiamo che “Gli eredi del KKE-interno costituirono nel 1991 il movimento Synaspismos, oggi confluito nella Coalizione della Sinistra Radicale (SYRIZA).”.(70)

 

Possiamo a questo punto concludere tirando sinteticamente le fila del discorso che siamo andati svolgendo e formulare alcune congetture partendo sì dai riscontri fattuali, ma cercando di andare ragionevolmente e logicamente anche oltre esse. Vi erano ambienti democratici Usa favorevoli al ripristino di una qualche forma democratica dello Stato in quanto ritenuta maggiormente funzionale sia ad una ordinata riproduzione di quella data formazione sociale particolare greca in quel determinato periodo sia al mantenimento di un assetto della Nato. Vi era una tendenza nella direzione del Pci favorevole al ripristino di una forma democratica dello Stato in Grecia, che era favorevole all’adesione della Grecia alla Cee ed alla permanenza nella Nato incartata ideologicamente in una ‘via greca al socialismo’ gemella della ‘via italiana al socialismo’. Vi era un Pc greco dell’interno, in sintonia (e, come dimostrato, promosso ed attivamente sostenuto) con la linea del Pci, ed un Pc greco dell’esterno in sintonia con il campo geopolitico sovietico. Si determinarono le condizioni per un ‘dialogo’ a distanza, costituito da segnali indiretti. Il davanti della scena vedeva il Pci condannare il colpo di Stato dei colonnelli e denunciare le responsabilità Usa nell’avvento della forma autoritaria dello Stato in Grecia. Il Pci formalmente manteneva rapporti sia con il Pc greco dell’interno (rispetto al quale cercava di apparire estraneo alla sua formazione) che con il Pc greco dell’esterno, per non urtare direttamente con l’Urss. Il retroscena, dove si dispiegano le dinamiche decisive, vedeva invece il Pci lanciare un segnale, tramite il sostegno al Pc greco dell’interno sulla base delle posizioni di uscita dal campo geopolitico sovietico, ad ambienti democratici Usa, sulla base del terreno comune del ripristino di una forma democratica dello Stato. Di nuovo niente di particolarmente sorprendente perché “Se uno non capisce che essere su sponde opposte è a volte molto utile per iniziare trattative, in specie con ambienti del “nemico” in quel momento postisi in “seconda battuta”, pronti però a sostituire quelli della “prima fila” ove mutino certe congiunture storiche (e queste sono cambiate tra gli anni ’70 e poi ’80 e infine ’90), quest’uno non capisce nulla di politica.”.(71)

 

 

NOTE

 

(1) Clogg ‘Storia della Grecia moderna’ Rizzoli pag. 177

(2) De Jaco ‘Colonnelli e resistenza in Grecia.’ Editori Riuniti pag. 124

(3) De Jaco ‘Colonnelli e resistenza in Grecia.’ Editori Riuniti pag 124 -125

(4) Giovine ‘La piovra greca’ Fabbri pag. 85

(5) Giovine ‘La piovra greca’ Fabbri pag. 90

(6) Minuzzo ‘Quando arrivano i colonnelli. Rapporto dalla Grecia.’ Bompiani pag 27-28

(7) Minuzzo ‘Quando arrivano i colonnelli. Rapporto dalla Grecia.’ Bompiani pag 49

(8) De Jaco ‘Colonnelli e resistenza in Grecia.’ Editori Riuniti pag 129-130

(9) Minuzzo ‘Quando arrivano i colonnelli. Rapporto dalla Grecia.’ Bompiani pag 229

(10) Clogg ‘Storia della Grecia moderna’ Rizzoli pag 182

(11) Costantino Tsucalas ‘Lotta di classe e regime dei colonnelli’ nel 1969 pag198 in‘La Greciadei colonnelli.’ Laterza pag 198

(12) Costantino Tsucalas ‘Lotta di classe e regime dei colonnelli’ nel 1969 pag198 in‘La Greciadei colonnelli.’ Laterza pag 199-200

(13) ‘Tre correnti si affrontano nel gruppo di potere greco’ L’Unità 28 novembre 1973

(14) Cinzia Venturoli, Il colpo di stato in Grecia ela Giuntadei Colonnelli Nodi e interpretazioni storiografiche, «Storicamente», Laboratorio di storia n° 8 (2012),Rivista del Dipartimento di Discipline Storiche, Antropologiche e Geografiche dell’Università di Bologna

(15) Cinzia Venturoli, Il colpo di stato in Grecia ela Giuntadei Colonnelli Nodi e interpretazioni storiografiche, «Storicamente», Laboratorio di storia n° 8 (2012), art. 3, Rivista del Dipartimento di Discipline Storiche, Antropologiche e Geografiche dell’Università di Bologna

(16)La Grassa‘Considerazioni preliminari’ in Conflitti & strategie 03/09/2012 pag. 2

(17) Santoro ‘Comunisti italiani e Romania socialista: un rapporto controverso’ Fondazione Istituto Gramsci, Roma. 2011 pag. 1

(18) Santoro ‘Comunisti italiani e Romania socialista: un rapporto controverso’ Fondazione Istituto Gramsci, Roma. 2011 pag. 4

(19) Sulle vicende dell’insurrezione e della guerra civile: ‘Vaccarino ‘La Greciatra Resistenza e guerra civile, 1940-1949’Franco Angeli editore, Moscato ‘Rivoluzione e guerra civile in Grecia’ in ‘Il filo spezzato’ Adriatica editrice salentina

(20) Solaro ‘Storia del Partito comunista greco’ Teti editore pag. 175.

(21) Solaro, Vadis ‘I processi di Atene’ Editori Riuniti pag.52-53

(22) http://it.wikipedia.org/wiki/Partito_Comunista_Greco 

(23) ‘I partiti comunisti dell’Europa mediterranea.’ (a cura di Heinz Timmerman) Mulino editore Pag 193

(24) I partiti comunisti dell’Europa occidentale.’ (a cura di Antonio Rubbi), Teti editore Pag 135

(25) ‘I partiti comunisti dell’Europa mediterranea.’ (a cura di Heinz Timmerman) Mulino editore Pag 204

(26) I partiti comunisti dell’Europa occidentale.’ (a cura di Antonio Rubbi), Teti editore Pag 137

(27) ‘I partiti comunisti dell’Europa mediterranea.’ (a cura di Heinz Timmerman) Mulino editore Pag 209

(28) ‘I partiti comunisti dell’Europa mediterranea.’ (a cura di Heinz Timmerman) Mulino editore Pag 209

(29) ‘I partiti comunisti dell’Europa mediterranea.’ (a cura di Heinz Timmerman) Mulino editore pag 275

(30) Replica di Sandri alla risposta sottosegretario Zagari ad interrogazione di Sandri stesso. Camera dei deputati 28 aprile 1967 pag 5

(31) Intervento di Giancarlo Pajetta nella seduta del Senato del 27 aprile 1967 nel dibattito parlamentare sulla situazione in Grecia. Pag. 23delresoconto stenografico

(32) Tismaneanu ‘Personal power and elite change in Roumania’ Foreign Policy Research Institute Pag 57

(33) Tismaneanu ‘Personal power and elite change in Roumania’ Foreign Policy Research Institute Pag 21

(34) ‘I partiti comunisti dell’Europa mediterranea.’ (a cura di Heinz Timmerman) Mulino editore Pag 206

(35) ‘I partiti comunisti dell’Europa mediterranea.’ (a cura di Heinz Timmerman) Mulino editore Pag 201

(36) Tismaneanu ‘Mitul eurocomunist: Ceausescu si comunistii spanioli si greci’ 09/10/2010

(37) Clogg ‘Storia della Grecia moderna’ Rizzoli pag 183

(38) ‘I partiti comunisti dell’Europa mediterranea.’ (a cura di Heinz Timmerman) Mulino editore pag 206

(39) ‘I partiti comunisti dell’Europa mediterranea.’ (a cura di Heinz Timmerman) Mulino editore Pag 312

(40) Bentivegna Rosario ‘Senza fare di necessità virtù. Memorie di un antifascista’ Einaudi Editore Pag 296

(41) Cervi ‘Dove va al Grecia?’ Mursia 1968 Pag 212

(42) Cervi ‘Dove va al Grecia?’ Mursia 1968 pag. 212

(43) Dagkas-Leontiadis Gli archivi del partito comunista della Grecia pag 76

(44) Dagkas-Leontiadis Gli archivi del partito comunista della Grecia pag 81

(45) Dagkas-Leontiadis Gli archivi del partito comunista della Grecia pag 70

(46) Dagkas-Leontiadis Gli archivi del partito comunista della Grecia pag 82

(47) Dagkas-Leontiadis Gli archivi del partito comunista della Grecia pag 69

(48) Bentivegna Rosario ‘Senza fare di necessità virtù. Memorie di un antifascista’ Einaudi Editore Pag 297-298

(49) Dagkas-Leontiadis Gli archivi del partito comunista della Grecia Pag 84

(50) Dagkas-Leontiadis Gli archivi del partito comunista della Grecia pag 84

(51) ‘I partiti comunisti dell’Europa mediterranea.’ (a cura di Heinz Timmerman) Mulino editore Pag 204

(52) Bentivegna Rosario ‘Senza fare di necessità virtù. Memorie di un antifascista’ Einaudi Editore Pag 297-298

(53) Borroni_’Renato Sandri un comunista italiano’ Tre lune editore Pag 15-16

(54) Caprara ‘Lavoro riservato. I cassetti segreti del Pci.’ Feltrinelli Pag 176

(55) Caprara ‘Lavoro riservato. I cassetti segreti del Pci.’ Feltrinelli pag 176-177

(56) Borroni_’Renato Sandri un comunista italiano’ Tre lune editore Pag 75

(57) Caprara ‘Lavoro riservato. I cassetti segreti del Pci.’ Feltrinelli Pag 176

(58) Bentivegna Rosario ‘Senza fare di necessità virtù. Memorie di un antifascista’ Einaudi Editore pag 289

(59) Bentivegna Rosario ‘Senza fare di necessità virtù. Memorie di un antifascista’ Einaudi Editore Pag. 290

(60) Caprara ‘Lavoro riservato. I cassetti segreti del Pci.’ Feltrinelli Pag 177

(61) Bentivegna Rosario ‘Senza fare di necessità virtù. Memorie di un antifascista’ Einaudi Editore pag 291

(62) Bentivegna Rosario ‘Senza fare di necessità virtù. Memorie di un antifascista’ Einaudi Editore Pag 291

(63) Bentivegna Rosario ‘Senza fare di necessità virtù. Memorie di un antifascista’ Einaudi Editore pag 297

(64) Caprara ‘Lavoro riservato. I cassetti segreti del Pci.’ Feltrinelli Pag 181

(65) ‘Tra Togliatti e Allende: la vita di Renato Sandri, comunista’ http://altoadige.gelocal.it/

(66) Kitsikis “Le mouvement _nternati en Grèce Études internationales, vol. 6, n° 3 pag 353

(67) Kitsikis “Le mouvement _nternati en Grèce Études internationales, vol. 6, n° 3pag 348

(68) Arvanitis ‘Gli eurocomunisti greci vogliono ribattezzarsi ‘ormai falce e martello’ , ‘Repubblica’ 22 gennaio 1986

(69) ‘Europa: politiche, diritti, costituzione’ (a cura di Antonio Cantaro) Franco Angeli pag 78-79 

(70) http://it.wikipedia.org/wiki/Partito_Comunista_Greco

(71) La Grassa‘Ancora una mezza verità per nasconderla’ in ‘Conflitti&strategie’ (30/08/2012)

Fonte: conflittiestrategie.it - Scritto da: Giuseppe Germinario   Afghanistan-5-Paula-Bronstein-Getty-Images

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ECCO LA PROVA DI COME AVVENNE IL GOLPE IN ITALIA

Pubblicato su 30 Settembre 2012 da frontediliberazionedaibanchieri in IPHARRA

Questo è un altro tasselo da aggiungere alla tesi che non siamo più un paese sovrano. Ci hanno tolto tutto, nessuno parla più di sovranità nazionale e monetaria, si distoglie l'attenzione con il ladrocinio perpetuato ai danni del popolo italiano da " politici " senza scrupoli, dalle perquisizioni della Guardia di Finanza alle Regioni, ma, anche se rapresentano quello che noi chiamiamo un " segno dei tempi", il problema vero è uno, ed uno solamente: lo Stato ha ceduto vergognosamente il potere il mano alle banche quando ha deciso di delegare a queste ultime il potere di emettere moneta. Claudio Marconi

 

Il senatore Massimo Garavaglia, intervenuto in un convegno a S.Ambrogio il 21 settembre 2012, espone la prova del ricatto finanziario cui fu sottoposto lo Stato italiano.

La troika (Bce e Ue; il Fmi faceva il palo) estorse le dimissioni del Governo in carica e il sostegno forzoso al Governo Monti, minacciando di non comprare per due mesi titoli di stato italiani.

Questo è un fatto gravissimo, che disvela il cedimento quando non la connivenza dell’intera classe politica italiana nei confronti di una operazione lucidamente progettata ed implementata dai poteri forti.

Il ruolo attivo della Presidenza della Repubblica in questa vicenda è, se vogliamo, ancora più grave poiché configura l’ipotesi di un reato particolarmente odioso come l’Alto Tradimento.

La nostra posizione in merito è già nota, come è rilevabile in questo post di molti mesi fa.

Ci auguriamo che quel nucleo di illegalità presente ai più alti livelli di potere del blocco Occidentale possa essere isolato ed estirpato, restituendo la politica al ruolo che gli compete nella vita civile delle nazioni.

Jervé -

Fonte: iconicon.it

 

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NO MONTI DAY

Pubblicato su 29 Settembre 2012 da frontediliberazionedaibanchieri in COMUNITA

"Il 27 ottobre a Roma ci sarà la prima manifestazione esplilicitamente rivolta contro il governo, il NO Monti Day. Per rivendicare una vera alternativa al montismo e per stare con gli europei che lottano"

 Dopo l'annuncio della ricandidatura di fatto di Mario Monti il palazzo della politica ha accusato il colpo. In fondo molti nel centro destra e nel centro sinistra speravano di passare le elezioni facendo finta di niente, presentando il governo dei tecnici come una breve parentesi all'interno delle solite alternanze della seconda repubblica.

Ma la realtà è come sempre più forte. Le controriforme sociali sono tutte passate con voto bipartizan e in più lo stesso schieramento ha già impegnato le prossime legislatura per almeno vent'anni. Il pareggio di bilancio vincolato come norma costituzionale, il Fiscal Compact, cioè l'impegno in Europa a continuare per decenni le politiche di austerità e tagli per dimezzare il debito, sono i punti qualificanti della cosiddetta agenda Monti.

I principali partiti questa agenda e questi impegni li hanno già votati e non è minimamente credibile che li rimettano in discussione, anche se Bersani e Berlusconi fanno confuse promesse su pensioni e Imu che sanno già di non poter mantenere.

Che poi Monti, Merkel, Wall Street non si fidino di un classe politica completamente screditata è ovvio. Il governo tecnico ha realizzato le misure più aspre del programma di Berlusconi, quelle che il padrone di Mediaset non sarebbe mai riuscito a far passare.

Se il partito di Fiorito avesse imposto agli operai dell'Ilva di andare in pensione a 68 anni, ci sarebbe stata una rivolta travolgente. Monti invece c'è riuscito prendendosi solo tre ore di sciopero da cgil cisl uil. Non a caso all'estero il presidente del consiglio vanta sempre la disponibilità ai sacrifici degli italiani, contrapposta alla mobilitazione permanente della Grecia e della Spagna.

La verità è che elezioni oneste sarebbero quelle ove i partiti che oggi sostengono Monti ai presentassero assieme, guidati o benedetti dal loro attuale capo di governo. Allora le elezioni sarebbero un scelta vera,si creerebbe uno schieramento alternativo alla continiuazione delle politiche di austerità e i cittadini potrebbero provare a decidere.

Così sono nei fatti andate le ultime elezioni in Grecia. Ma da noi questo è fantapolitica.Si fanno primarie e schieramenti di centro sinistra contro il finto ritorno in campo di Berlusconi, per fingere di litigare, prendere i voti e poi tornare a governare secondo quell'agenda già scritta e votata.

Il quotidiano La Repubblica giustamente sottolinea che in Italia ci sono tante lotte, ma non una opposizione di massa unificata contro il governo, come invece avviene in Europa negli altri paesi massacrati.

Questo è il vero problema e per cominciare ad affrontarlo il 27 ottobre a Roma ci sarà la prima manifestazione esplilicitamente rivolta contro il governo, il NO Monti Day. Per rivendicare una vera alternativa al montismo e per stare con gli europei che lottano, lasciando al suo destino lo stanco e impresentabile teatrino della politica italiana.

www.rete28aprile.it

Tratto da: contropiano.org   1338704f13b0265e0008aef686189a8c_M.jpg

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Discorso di Ahmadinejad alle Nazioni Unite

Pubblicato su 29 Settembre 2012 da frontediliberazionedaibanchieri in ITALIA

Quello di Mahmoud Ahmadinejad è semplicemente uno dei più straordinari discorsi che il leader di un popolo abbia mai fatto dinanzi ad una platea mondiale come quella rappresentata dalla sede delle Nazioni Unite.

Molti di noi, per evitare di prendere in considerazione serenamente e pienamente le parole del presidente dell’Iran potranno reagire puntando il dito alle ingiustizie che i media riferiscono avvenire nei paesi islamici.

Ma proviamo a pensare, un istante prima di reagire d’impulso ed ancora una volta trascurare un appello alla pace come questo, e un impegno comune in direzione della cooperazione tra i popoli: “Come possiamo essere certi della verità di quanto ci raccontano su ciò che succede in seno ad una cultura ed una civiltà diversa dalla nostra, come quella islamica o come qualunque altra, quando stiamo scoprendo ogni giorno di più quante menzogne i governanti e i loro media ci raccontano in seno alla nostra stessa cultura e civiltà occidentale?”

È arrivato il tempo di deporre le armi. A tutti i livelli. Da quello delle grandi potenze fino al singolo individuo, dal campo militare a quello economico e sociale. Se smettiamo di combatterci, scopriremo che le nostre migliori energie, quelle con le quali avremmo già potuto creare un mondo migliore in cui prosperare tutti, sono state deviate e strumentalizzate a nostra insaputa in direzione della nostra autodistruzione, che noi stessi siamo i primi a non volere ma per uno strano gioco del destino, a portare avanti con le nostre stesse mani.

Chi ci spinge a combatterci l’un l’altro senza mostrare il suo volto? Chi ci inganna in un modo tanto subdolo da usare le nostre stesse forze per nuocerci? Lo potremo scoprire solo se per un istante smetteremo di combatterci. In quell’istante agli autori dell’inganno, che ora riescono a celarsi nel gioco di specchi delle nostre emozioni che riescono a guidare abilmente, cadrà la maschera e risulteranno evidenti a tutti.

Al di là di ogni differenza di cultura, la lettura di questo discorso è imprescindibile per chiunque abbia l’intenzione di lavorare per un mondo migliore.

Jervé

 

NEW YORK – E’ l’ottavo discorso di Mahmoud Ahmadinejad all’Onu, il più bello, il più emozionante, il più completo. Il presidente dell’Iran non tralascia un solo problema del mondo senza averne parlato; parla di tutto quello che non va, in tutto il mondo ed in questo senso il suo discorso è realmente qualcosa di unico. Ecco la traduzione della versione integrale del suo discorso, un’esclusiva di Radio Italia IRIB.

La terra d’Iran

“Io vengo dall’Iran, dalla terra della bellezza e dell’imponenza, dalla terra della scienza e della cultura, la terra della saggezza e delle virtù, dalla culla della filosofia e dello gnosticismo, dalla patria del sole e della luce, la terra degli scienziati, dei saggi, dei filosofi, degli gnostici, dei letterati, la terra di Avicenna, Ferdowsi, Rumi, Hafez, Attar, Khayyam e Shahriar; sono quì in veste di rappresentante di un popolo grande e dignitoso, tra i fondatori della cultura umana e tra gli eredi di essa; sono il rappresentante di gente saggia, innamorata della libertà e della pace, affettuosa, che ha assaggiato il sapore amaro delle guerre e delle aggressioni e che ama la pace e la serenità.

Il messaggio dell’Iran

Oggi sono quì con voi fratelli e sorelle provenienti da tutto il mondo per parlare per l’ottava volta in otto anni di servizio al popolo del mio paese, e dimostrare al mondo intero che il dignitoso popolo dell’Iran, proprio come il suo passato splendente, ha ancora oggi un pensiero rivolto a tutto il mondo e non rinuncierà a qualsiasi sforzo per lo sviluppo ed il rafforzamento della pace, della sicurezza e della stabilità nel mondo; e l’Iran sa che questo non sarà possibile se non con la cooperazione e l’aiuto degli altri.

Sono quì per riferire a voi rispettabili presenti il messaggio divino degli uomini e delle donne del mio paese. Un messaggio che il maestro dell’orazione della terra d’Iran, Saadi di Shiraz, ha reso immortale in questi due versi:

I figli di Adamo sono uno parte dell’altro, dato che sono creati da un unico gioiello

quando la vita reca male ad una di queste parti, le altre parti perdono la propria quiete

Nei sette anni precedenti ho parlato delle sfide e delle soluzioni e dell’orizzonte dinanzi al mondo ed oggi voglio osservare questo argomento da un’altra angolatura. Passano migliaia di anni dalla diffusione sulla terra dei figli di Adamo, figli che con colori, gusti, lingue e tradizioni differenti hanno tutti sognato la costruzione di una società piena di amore, per raggiungere una vita più bella e stabilire il benessere, la pace e la sicurezza.

Come sarebbe il mondo se…

Nonostante lo zelo incessante dei buoni e dei grandi riformatori e degli amanti della giustizia e nonostante i tanti sacrifici delle masse popolari per raggiungere la felicità e la vittoria, tranne delle piccole eccezioni, la storia dell’umanità è stata piena di sconfitte e fatti amari.

Immaginatevi cosa sarebbe successo se gli egoismi, le mancanze di fiducia, le dittature, non ci fossero state e se nessuno avesse usurpato i diritti altrui? Se invece della ricchezza e del consumo, il rispetto ad una persona dipendesse dalle sue virtù? Se l’uomo non avesse attraversato il periodo nero del medioevo, se i potenti non avessero impedito il progresso in quel periodo? Se non ci fossero state le crociate, ed il periodo dello schiavismo, ed il colonialismo? Se non ci fossero stati i due conflitti mondiali e le guerre in Corea e Vietnam e non ci fossero state le guerre che ci sono state in Africa, America Latina e nei Balcani? Se invece dell’occupazione della Palestina e l’imposizione di un falso regime ad essa e la costrinzione di migliaia di persone a lasciare le proprie case si fosse fatto dell’altro? Se non ci fosse stata la guerra di Saddam contro l’Iran ed i potenti di quel tempo invece del sostegno a Saddam avessero sostenuto i diritti del popolo iraniano? Se non si fosse verificato l’amaro fatto dell’11 Settembre e se non ci fossero state le aggressioni contro Iraq ed Afghanistan e se invece di gettare a mare il corpo di un imputato ucciso senza processo si avesse deciso di processarlo in modo che la verità venisse a galla? Se non si fosse usato il terrorismo e l’estremismo per portare avanti politiche espansioniste? Se le armi si fossero trasformate in penne per scrivere e se i budget militari fossero stati usati per il benessere e l’amicizia tra i popoli? Se non si scatenasse in continuazione il tam tam delle divergenze etniche, religiose e razziali e se queste divergenze non venissero usate per raggiungere scopi politici ed economici? Se invece del finto sostegno alla libertà di espressione quando si tratta di offendere le sacralità umane ed i messaggeri divini – che sono gli uomini più puri ed affettuosi e sono i più grandi doni di Dio all’umanità – si permettesse la critica alle politiche di dominio ed alle azioni del sionismo internazionale? Se le agenzie di stampa mondiali potessero diffondere liberamente le verità? Se il Consiglio di Sicurezza non fosse sotto il dominio di pochi paesi e se l’Onu fosse in grado di agire in maniera veramente indipendente? Se gli istituti economici mondiali non fossero sotto pressione e riuscissero ad esprimersi veramente sulla base delle indicazioni dei propri esperti? Se i capitalisti mondiali non sacrificassero l’economia dei paesi deboli per i propri interessi? Se questa gente non sacrificasse la gente per rimediare ai propri errori? Se a dominare le relazioni internazionali fosse stata la sincerità e tutti i popoli e governi avessero potuto partecipare alla gestione del mondo in maniera giusta e con eguaglianza? E se non ci fossero decine di altre situazioni inconvenienti per l’umanità, immaginatevi che benna vita avremmo oggi e che bella storia avrebbe l’essere umano.

Ma ora bisogna dare pure uno sguardo alla situazione odierna del mondo.

La situazione del mondo di oggi

a) Situazione economica

La povertà ed il divario tra ricchi e poveri aumentano. Il debito estero dei 18 paesi maggiormente industrializzati del mondo ha oltrepassato i 60 mila miliardi di dollari e pensare che solo la retribuzione della metà di questo debito agli altri popoli risolverebbe per sempre il problema della povertà nel mondo. L’economia basata sul consumismo ha portato solo alla schiavitù dei popoli a favore di un gruppo limitato.

La creazione di asset di carta, facendo leva sulla potenza e sul dominio sui centri economici mondiali, è la più grande frode della storia ed uno degli elementi che ha originato la crisi economica mondiale.

Un rapporto dimostra che un solo governo ha creato 32 mila miliardi di dollari di averi ‘di carta’. La programmazione dello sviluppo sulla base del capitalismo, conduce in un vicolo cieco, e crea competizione distruttiva che in pratica ha dimostrato di essere fallimentare.

b) Situazione culturale

Le virtù morali come la lealtà, la purezza, la sincerità, l’affetto, l’altruismo dal punto di vista dei politici che dominano i centri di potere del mondo, sono tutti concetti superati ed un ostacolo al raggiungimento dei loro obbiettivi. Si dice ufficialmente che la politica e la società non c’entra con la moralità e l’etica.

Le culture originali e preziose che sono l’esito di secoli di sforzi e sono il punto d’incontro dell’amicizia degli uomini e dei popoli e sono motivo di varietà e di ricchezza culturale e sociale sono minacciate ed in via di estinzione.

Con l’umiliazione e la distruzione sistematica delle identità culturali si propina alla gente un tipo di vita senza identità personale e sociale.

La famiglia, che è il più prezioso centro per l’educazione degli uomini ed è il nucleo della creazione e della diffusione dell’amore e dell’umanità è stata indebolita a dismisura ed il suo ruolo costruttivo sta per essere distrutto.

La personalità ed il ruolo centrale della donna, che è un essere celestiale ed il simbolo della bellezza e dell’affetto di Dio e la colonna della stabilità della società, è stata strumentalizzata e danneggiata da ricchi e potenti.

Lo spirito umano è triste e la vera essenza dell’uomo è stata annichilita ed umiliata.

c) Situazione di politica e sicurezza

L’unilateralismo ed i doppi standard, l’imposizione delle guerre e della mancanza di sicurezza e dell’occupazione per soddisfare interessi economici o esigenze di dominio, è divenuta pratica abituale.

La corsa alle armi e la minaccia con le armi atomiche e le armi di distruzione di massa attraverso le grandi potenze è diventato una pratica abituale. La sperimentazione di armi sempre più devastanti, super moderne e il minacciare gli altri dicendo che si possiedono queste armi e la promessa dell’uso di queste al momento opportuno, ha dato vita ad una nuova forma di espressione al livello politico che serve a terrorizzare i popoli e sottometterli. Minacciare di una aggressione militare ai danni del grande popolo dell’Iran, ad opera dei sionisti senza cultura, è un esempio palese di quest’amara verità.

La mancanza di fiducia domina le relazioni internazionali e non vi è un punto di riferimento realmente giusto ed equo a cui poter fare riferimento per risolvere le contese.

Persino coloro che hanno migliaia di bombe atomiche e tutta una gamma di armi spaventose, non si sentono al sicuro.

d) Situazione ambientale

L’ambiente è la ricchezza comune di tutti noi ed appartiene a tutta l’umanità ed è la garanzia per il proseguimento della vita umana; ma per via delle ambizioni e delle scorrerie di un gruppo di sprovveduti e irresponsabili, per lo più capitalisti, sta subendo i peggiori danni e come esito, la siccità, le inondazioni, i sismi ed i diversi tipi di inquinamento, stanno mettendo in pericolo la stessa sopravvivenza umana.

Lo scontento è generale

Amici!

Come osservate nonostante il progresso raggiunto, i figli di Adamo non hanno ancora realizzato i loro sogni.

C’è qualcuno tra di voi che pensi che l’attuale ordine mondiale possa regalare la felicità alla società umana?

Tutti sono insoddisfatti delle condizioni attuali e del sistema dominante a livello internazionale e per di più non hanno nemmeno tante speranze nel futuro.

Di chi è la colpa?

Cari colleghi!

Gli uomini non si meritano una situazione del genere e Dio, il Buono, il Saggio, ama tutti gli uomini e non hanno certo voluto per noi una condizione simile. Egli ha chiesto all’uomo, che è il migliore delle sue creature, di vivere sulla terra nel migliore dei modi e con bellezza, giustizia, amore e dignità. Ed allora pensiamoci.

Sinceramente, chi è responsabile della situazione attuale?

Alcuni cercano di definire ‘naturale’ questa situazione ed addirittura definirla volere di Dio e per giunta puntano il dito contro la gente, contro i popoli e presentano loro come i responsabili.

Dicono:

“Sono i popoli che accettano l’ineguaglianza e l’ingiustizia.

Sono i popoli che sono disposti a farsi sottomettere dalle dittature e dall’avidità di alcuni.

Sono i popoli che si arrendono al volere ‘imperiale’ e di dominio di alcuni.

Sono i popoli che si fanno ingannare dalla propaganda di gruppi di potere e quindi alla fine, ciò che capita di male alla comunità internazionale è l’esito dell’operato dei popoli”.

Questo è il ragionamento di coloro che addossano la colpa ai popoli per giustificare le azioni odiose e distruttive di una cricca che domina il mondo.

Anche se queste pretese fossero state verità, non avrebbero giustificato lo stesso la permanenza di un sistema ingiusto al livello internazionale.

Ecco come sono fatti veramente i popoli

Tutti si ricordino che la verità è che la povertà e la debolezza viene imposta ai popoli e che le ambizioni e la brama di ricchezza dei dominatori del mondo vengono esauditi a scapito dei popoli, con l’inganno ed alle volte con la forza delle armi.

Loro per giustificare le loro azioni anti-umane usano la teoria della sopravvivenza del più forte e parlano della ‘razza superiore’.

Ciò mentre la maggiorparte delle persone in tutto il mondo aspira alla giustizia ed è sempre pronta ad accettare la giusitizia ed insegue assolutamente la dignità, il benessere, l’amore.

Le masse popolari non hanno mai desiderato fare conquiste ed ottenere con la guerra ricchezze mitiche. I popoli non hanno divergenze, non hanno avuto nessuna colpa nei fatti amari della storia, sono stati solo ‘le vittime’.

Io non credo che le masse musulmane, cristiane, ebraiche, induiste, buddiste ed ecc… abbiano dei problemi fra di loro. Loro si amano facilmente, vivono in una atmosfera di amicizia, e vogliono tutti purezza giustizia ed affetto.

In generale le richieste dei popoli sono sempre state positive e l’aspetto comune tra di loro, è la loro propensione per istinto verso la bellezza e le virtù divine ed i valori umani.

È giusto dire quindi che la responsabilità dei fatti amari della storia e delle condizioni inconvenienti di oggi, è della gestione del mondo e dei potenti del mondo che hanno venduto l’anima a Satana.

L’ordine mondiale di oggi è un ordine che ha le sue radici nel pensiero anti-umano dello schiavismo, nel colonialismo vecchio e nuovo, ed è responsabile della povertà, della corruzione, dell’ignoranza, dell’ingiustizia e della discriminazione diffusa in tutte le parti del mondo.

L’ordine mondiale attuale

La gestione attuale del mondo ha delle caratteristiche ed io ne voglio citare qualcuna.

Primo: è basata sul pensiero materiale e per questo non sente il dovere di rispettare i principi morali.

Secondo: è basato sull’egoismo, l’inganno e l’odio.

Terzo: effettua una classificazione degli uomini, umilia certi popoli, usurpa i diritti di altri ed è basata sul dominio.

Quarto: è alla ricerca della diffusione del dominio attraverso l’intensificazione delle divisioni e delle divergenze tra i popoli e le nazioni.

Quinto: cerca di concentrare nelle mani di pochi paesi il potere, la ricchezza, la scienza e la tecnologia umana.

Sesto: l’organizzazione politica dei centri principali del potere mondiale, è basata sul dominio e sulla forza che un paese ha e che è superiore a quella di altri paesi. Gli enti internazionali pertanto sono centri per acquisire potere, ma non per creare pace e servire tutti i popoli.

Settimo: il sistema che domina il mondo è discriminatorio e basato sull’ingiustizia.

 

Cenno alle elezioni negli Stati Uniti ed al movimento del 99%

 

- E voi, credete che solo per servire l’umanità, un gruppo sia disposto a spendere centinaia di milioni di dollari per la campagna elettorale?

 

- Anche se ci sono grandi partiti nei paesi maggiormente industrializzati, in questi paesi spendere nella campagna di un candidato è diventata un investimento.

 

- In questi paesi la gente è costretta a scegliere i partiti; ma ciò mentre una parte minimale della gente ha il tesserino dei partiti ed è membro di essi.

 

- La volontà della gente, negli Stati Uniti ed in Europa, ha una minima influenza sulle politiche interne ed estere e la gente non sa dove sbattere la testa; anche se la gente forma il 99% della sua società, non può partecipare alla gestione del paese.

 

- I valori umani e morali vengono sacrificati sull’altare delle elezioni e si fanno solo promesse alla gente per strappare il voto.

 

Come deve essere il nuovo ordine mondiale?

Amici e colleghi cari!

Cosa bisogna fare? Qual’è la soluzione? Non c’è dubbio che il mondo ha bisogno di nuovo pensiero e nuovo ordine. Un ordine in cui:

1- L’uomo venga riconsiderato la più eccelsa creatura divina e ad esso venga riconosciuto il diritto di avere una vita caratterizzata da aspetti sia materiali che morali e venga riconosciuto il valore elevato della sua anima e venga riconosciuta legittima la sua propensione istintiva alla giustizia ed alla verità.

2- Invece dell’umiliazione e della classificazione degli uomini e delle nazioni, si pensi alla rinascita della dignità e del carattere sacro dell’uomo.

3- Si cerchi di creare, in tutto il mondo, pace, sicurezza stabile e benessere.

4- La nuova struttura venga costruita sulla base della fiducia e dell’amopre tra gli uomini, si cerchi di avvicinare i cuori, le menti, le mani ed i governanti imparino ad amare la gente.

5- Venga applicato un unico standard nelle leggi e tutti i popoli vengano presi in considerazione alla pari.

6- Coloro che gestiscono il mondo si sentano al servizio della gente e non superiori alla gente.

7- La gestione venga considerato un incarico sacro affidato dalla gente alle persone e non una opportunità per arricchirsi.

Come si realizza il nuovo ordine?

Signor Segretario, Signore e Signori!

- Un ordine del genere può realizzarsi senza la cooperazione di tutti alla gestione del mondo?

- È chiaro che queste speranze avranno una probabilità per avverarsi solo quando tutte le nazioni inizieranno a pensare in dimensione internazionale e saranno seriamente decise a partecipare all’amministrazione del mondo.

- Con l’aumento del livello di consapevolezza, ci sarà sempre una maggiore richiesta per una nuova gestione del mondo.

- Questa è l’era dei popoli e la loro volontà sarà determinante per il domain del mondo.

Pertanto è degno un impegno collettivo in queste direzioni:

1) Fare affidamento al Signore ed opporsi con tutta la forza alle ambizioni ed a coloro che vogliono più di quanto spetta loro per isolarli ed indurli a rinunciare al vizio di voler decidere al posto dei popoli.

2) Credere nell’aiuto divino e cercare di compattare ed avvicinare le comunità umane. I popoli ed i governi eletti dai popoli devono credere fermamente nelle proprie capacità e devono avere la forza per lottare contro il sistema ingiusto vigente e difendere i diritti umani.

3) Insistere nell’applicazione della giustizia in tutte le relazioni e rafforzare l’unità e l’amicizia, ampliare le relazioni culturali, sociali, economiche e politiche nell’ambito delle ong e delle organizzazione specializzate, in modo da preparare il terreno fertile per l’amministrazione collettiva del mondo.

4) Riformare la struttura dell’Onu sulla base degli interessi di tutti ed il bene del mondo intero. Bisogna ricordare che l’Onu appartiene a tutti i popoli e per questo discriminare i membri è una grande offesa alle nazioni. L’esistenza di differenze, vantaggi, diritti e privilegi non può essere accettabile, in nessuna forma ed in nessuna misura.

5) Cercare di produrre leggi e strutture basate sempre più sulla letteratura dell’amore, della giustizia e della libertà. L’amministrazione collettiva del mondo è una garanzia per la pace stabile. Il Movimento dei Non Allineati, il più grande ente internazionale dopo l’Assemblea Generale dell’Onu, comprendendo l’importanza di questo argomento e con una profonda compresione del ruolo svolto dalla cattiva gestione del mondo nei problem di oggi, ha dedicato il suo 16esimo summit, a Teheran, alla “amministrazione collettiva mondiale”. In questo summit alla quale hanno partecipato attivamente i rispettabili rappresentanti di oltre 120 paesi, è stata ribadita l’importanza della partecipazione seria dei popoli nell’amministrazione mondiale.

Siamo giunti al punto di svolta della storia

- Fortunatamente siamo ormai giunti al punto di svolta della storia. Da una parte il sistema marxista non ha più posto nel mondo e di fatto è stato cancellato dalla scenza amministrativa e dall’altra parte anche il sistema capitalista è impantanato in una palude che ha creato con le sue stesse mani e non ha nemmeno una via d’uscita; non ha soluzioni per i problemi economici, politici, di sicurezza e culturali del mondo e pertanto è in un vicolo cieco sotto il profilo amministrativo. Il Nam ha l’onore di dichiarare ancora una volta che la sua storica decisione, e cioè quella di negare i poli del potere e le loro dottrine, è stata esatta.

- Oggi, il qui presente, come rappresentante del Movimento dei Non Allineati, invite tutte le nazioni del mondo a svolgere un ruolo più attivo nella gestione del mondo e ad impegnarsi affinchè ciò si possa avverare. La necessità di superare gli ostacoli che si presentano dinanzi a questa prospettiva si sente più che mai.

- L’Onu, oggi, ha perso la sua efficienza e di questo andamento, presto nessuno crederà più negli enti internazionali per difendere i diritti dei popoli. Questo sarebbe un danno gravissimo per il nostro mondo.

- Le Nazioni Unite sono state fondate con l’obbiettivo di creare giustizia e tutelare i diritti di tutti. Ma questa stessa organizzazione oggi è affetta da discriminazione ed è diventata uno strumento, per pochi paesi, per imporre la loro ingiustizia a tutto il mondo. Il diritto di veto e la concentrazione del potere nel Consiglio di Sicurezza, impedisce di fatto che i diritti dei popoli vengano difesi realmente.

- La necessità di riformare la struttura è un argomento importante di cui hanno parlato moltissimo i rappresentanti di diversi paesi, ma finora nessuna modifica è stata apportata.\

- Quì pertanto, chiedo ai membri dell’Assemblea Generale ed al Segretario ed ai suoi colleghi di seguire con serietà l’argomento delle riforme e ideare una prassi adeguata per l’attuazione di queste. In quest’ambito, il movimento dei Non Allineati sarà disposto a dare il proprio aiuto e supporto.

…Lui verrà

Signor Segretario, amici e colleghi cari!

- Far dominare la pace e la stabilità sulla terra e creare una vita felice per gli esseri umani, è una missione grande e storica, ma possibile. Dio, il Benevole, non ci ha lasciati soli in questa missione ed ha affermato che quel giorno, in cui l’uomo raggiungerà la perfezione, arriverà di sicuro, perchè se non arrivasse ciò sarebbe in contrasto con la Saggezza divina.

- Dio ha promesso l’arrivo in terra di un uomo fatto di amore, che ama la gente, che porterà la giustizia, e che si chiamerà Mahdi (che Dio affretti la sua venuta/ndr) e che verrà accompagnato da Gesù (la pace sia con lui) e da altri grandi riformatori che usando le capacità degli uomini e delle donne di questa terra e di tutti i popoli: ripeto usando le capacità degli uomini e delle donne di tutti i popoli, guiderà la società umana nel raggiungimento della felicità.

- L’arrivo del Salvatore sarà una nuova nascita, una niova vita. Sarà l’inizio della vera vita e della pace e della sicurezza duratura.

- Il suo arrive sarà la fine dell’ingiustizia, del male, della povertà, della discriminazione e l’inizio del bene, della giustizia, dell’amore, della fratellanza.

- Lui verrà per dare inizio al periodo di vero progresso e di gioia dell’uomo.

- Lui verrà per cancellare gli ostacoli dell’ignoranza e delle superstizioni e per aprire le porte della scienza e della conoscienza, creando un mondo pieno di sapere, nella quale tutti partecipano alla gestione del mondo.

- Lui verrà per regalare a tutti gli uomini l’affetto, la speranza, la dignità.

- Lui verrà affinchè tutti gli uomini assaggino il sapore dolce dell’essere umani e del vivere insieme agli altri.

- Lui verrà perchè le mani si stringano col calore ed i cuori siano pieni di amore e le menti piene di pensieri puri, tutto al servizio della sicurezza, del benessere e della felicità umana.

- Lui verrà affinchè tutti i figli neri, bianchi, rossi e gialli di Adamo tornino a vivere insieme in una casa dopo un lungo e buio period di lontananza.

- L’arrivo del Salvatore, di Gesù e dei suoi compagni non sarà accompagnato dalla guerra, ma si realizzerà attraverso la presa di coscienza dei popoli, con la diffusione dell’amore, e loro determineranno il futuro eternamente felice dell’umanità con il sole della scienza e della libertà e ciò risveglierà dall’inverno il corpo gelato del nostro mondo. Lui regalerà la Primavera all’umanità. Lui è la Primavera stessa e con il suo arrivo l’inverno dell’esistenza umana, incatenato dall’ignoranza, la povertà e la guerra, rinascerà facendo fiorire l’imponenza dell’uomo.

- Sin da ora si può sentire nell’aria il buon profumo della Primavera. Un Primavera che è iniziata e non appartiene a nessuna razza, popolo o zona particolare e che presto investirà tutte le terre, l’Asia, l’Europa, l’Africa e le Americhe.

- Lui è la Primavera di tutti coloro che vogliono la giustizia, la libertà e che credono nei profeti del Signore. Lui è la Primavera dell’uomo e lo sfarzo di tutti i tempi.

Venite tutti ad aiutare e ad agevolare la sua venuta.

Che sia lodata la Primavera, che sia lodata la Primavera ed ancora, che sia lodata la Primavera!

fonte: http://italian.irib.ir/notizie/mondo/item/113960-onu-ahmadinejad-propone-nuovo-rinascimento,-%E2%80%98ricollocate-al-centro-dell%E2%80%99universo-l%E2%80%99uomo-e-la-sua-dignit%C3%A0%E2%80%99-discorso-completo 

Tratto da:iconicon.it


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IL PREDICATORE DEL NULLA HA COLPITO ANCORA.....

Pubblicato su 29 Settembre 2012 da frontediliberazionedaibanchieri in ITALIA

In questi ultimi anni, mentre la bocca eruttava parole come giustizia ed equità, il portafoglio continuava ad ingrossarsi. Adesso siamo in campagna elettorale... dopo lo scandalo del Lazio!


Vendola "ha annunciato" di volersi ridurre lo stipendio: bene, anzi male! Ma perché proprio adesso e non prima? Si doveva ridurre lo stipendio quando si è insediato (un po' di anni fa), ma si è limitato a dire che quello era lo stipendio che prendeva Fitto. Della serie: non c'entro nulla, è stato lui, ma intasco uguale! Che pacchia...

Ora, tra il dire e il fare, però, c'è l'iter burocratico da seguire per la riduzione dello stipendio, seguendo il quale si arriverà quantomeno a ridosso delle elezioni politiche con Vendola proiettato in Parlamento. Secondo voi per quanti mesi Vendola prenderà lo stipendio ridotto? E quanti boccaloni lo voteranno perché ha detto di essersi ridotto lo stipendio?

Detto questo, però, entriamo più nello specifico. La riduzione annunciata di 50 mila euro l'anno dello stipendio - sempre che lo faccia davvero, il condizionale è "super super" d'obbligo - significa passare dai 19 mila euro mensili attuali a 16 mila (14 mensilità), senza toccare alcun privilegio (benefit a non finire...) come la liquidazione di fine mandato (lo chiamano assegno per il ritorno nel mondo del lavoro!) e senza toccare il vitalizio di svariate migliaia di euro. Vogliamo poi parlare dei consiglieri regionali pugliesi? Vi "chiarisco" meglio le idee anche su questo fronte, con qualche dubbio - in dubbio pro reo - sulla cumulabilità dei benefit consiliari, assessorili e Presidenziali. Bisognerebbe rivolgere la domanda ai diretti interessati, "molto interessati", per avere "i termini della cumulabilità", argomento che riempirebbe sicuramente una piazza, non sappiamo quanto inferocita, però...


Dopo 4 mandati un consigliere regionale pugliese incassa una somma che supera i 300mila euro (lordi). Più che una liquidazione, un 5+ al superenalotto! Una cosa scandalosa, usiamo i termini più appropriati. Il confronto con realtà analoghe, per numero di abitanti, come il Piemonte o la Toscana, è impietoso. Un consigliere che lavora a Torino o a Firenze ha uno stipendio che è la metà di chi sta in Regione Puglia, rispettivamente 5.409 euro e 5.549 netti contro i 10.433 netti mensili del pugliese!.
Lo spread del vitalizio, tra i consiglieri pugliesi e quelli di altre regioni è ancora più alto a favore degli "scroccones d'Apulia": quello minimo in Puglia è pari a 2.844 euro netti mensili contro gli appena 928 della Toscana; il livello massimo in Puglia, però raggiunge i 7mila euro contro i 2.320 toscani. 7mila euro di pensione garantita dopo pochi anni in regione. E il "governatore poeta" che dice di queste cose? Nulla, come nulla dicono i consiglieri regionali, se ne guardano bene, dall'affrontare l'argomento, dal prendere una posizione... Chissà com'è... Attacca il PRESIDENTE - GLI ALTRI NO, "tutto va bene madama la marchesa, stanno zitti e a cuccia, meglio non fare figure di m. - il governo centrale per le sue manovre contro la povera gente, parla di “macelleria sociale”, usa l’aggettivo “lurida” per indicare la politica degli altri. Ma non si dovrebbero fare bene i conti in casa propria, prima di attaccare gli altri?

"Il Poeta", "l'aulico paroliere", che è al potere da più di 6 anni - ma che sinora non ha fatto e detto nulla per ridurre le vergognose retribuzioni dei suoi consiglieri... e le proprie fino ad ieri - guarda caso, si accorge oggi che qualcosa non va... Ha deciso, anzi "ha detto di voler decidere" (capisc a mè...), la riduzione della propria... "provvigione". Ma se non fosse venuto a galla tutto lo schifo che sta venendo a galla in altre regioni italiane (Lazio in primis), lo avrebbe fatto? Bella domanda... come dicono dalle mie parti, "qui cade il ciuccio"!
Fonte: falkorossodapulia.com 
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BASTA CON LA DENUNCIA. E' TEMPO DI IMPICCAGIONI

Pubblicato su 29 Settembre 2012 da frontediliberazionedaibanchieri in IDEE e CONTRIBUTI

Ne ho piene le palle delle manifestazioni di piazza, di comitati, associazioni e contraddittori politici – di banche, di spread, di pil, di crescita e di sviluppo. Nauseato dal calcio, dalla formula uno, da giornali e telegiornali, e da tutta quella pubblicità cialtrona e menzognera, condita e resa piccante da uno stuolo di baldracche in carriera che ci invitano ad acquistare consumare merce di nessun conto, senza un reale motivo, bisogno e necessità. Niente di tutto questo luna park dell’orrore potrà mai cambiare, se non traduciamo la nostra indignazione in rivolta e condanna.

Siamo in un mare di merda così grande da non scorgerne i confini. Una merda con la quale ci alimentiamo ogni santo giorno senza batter
ciglio, ma che partecipiamo a produrre come vermi aggrovigliati l’un l’altro dentro questa fogna in cui è trasfigurata la nostra vita moderna. Ci hanno scaraventato al centro di un inferno fatto di paure, angosce e solitudine, mentre la nostra anima galleggia defunta sulla superficie stagnante di un oceano di menzogne e di infamia. Quali diritti, quali doveri, quale informazione e progresso, quale scienza e conoscenza, se tutto questo non si è tradotto in fatti concreti, bene comune, qualità della vita e felicità?
Non abbiamo una vita, non abbiamo una privacy – ci hanno sottratto ogni motivo di gioia e di speranza, e quel giorno, quando i nostri figli avranno bisogno di aiuto, noi non ci saremo!
La nostra condizione è talmente miserabile, precaria e folle, che ogni barlume di dignità si è spento per sempre, lasciando così al Sistema Bestia ogni potere di vita e di morte. Quel sistema che attraverso la voce dei suoi servi e colonnelli, predica la non violenza e ci ammazza come mosche! Ci ammazza nelle fabbriche, ci ammazza togliendoci il lavoro, ci ammazza avvelenando l’aria, l’acqua e il territorio – ci ammazza contaminando il cibo, con le scie chimiche, con campi elettromagnetici, le radiazioni, i vaccini e alla fine, derubandoci della dignità.
Sono stanco di scrivere, di leggere di informarmi e di capire, quando tutto, da tempo, era già chiaro, evidente e inconfutabile.
Era sufficiente, solo qualche decennio fa, dare un’occhiata sommaria alla qualità delle nostre acque e annusare l’aria delle nostre civili metropoli. Era evidente, anche ai più recalcitranti detrattori, il degrado ambientale innescato dalla deriva etica e di valori del capitalismo liberticida, sulla quale, lo stesso, aveva investito ogni sforzo e risorsa pur di attuare il suo piano mefistofelico di omologazione e di schiavitù psicologica. Bastava guardare la sempre più becera televisione commerciale di allora, alla quale, in seguito, si sono poi allineate (per concorrere al peggio), le tre reti nazionali; pubblicità ingannevole, mistificazione della realtà, contraffazione, e la menzogna assurta a regola relazionale. Non bastava forse tutto questo scempio, per innescare un moto di indignazione generale e una autorevole alzata di scudi della cosiddetta “intellighentia”? Tutto è scivolato via, sopra tutto e tutti, e ogni opera di denuncia, miseramente cestinata fra i rifiuti pericolosi del complottismo catastrofista.

Chiesa, istituzioni, finanza, criminalità, potere politico e mediatico, sono le 6 mostruose teste assetate di sangue di quella bestia lurida e subdola che nello Stato Potere trova la sua ideale collocazione. Questi soggetti dalla natura mefistofelica, interagiscono fra loro elevando così al massimo il livello della loro potenza di fuoco, capace di condizionare, manipolare ogni nostra scelta e pensiero.
La devastazione ambientale, deriva sociale, etica e morale, hanno tutte come denominatore comune quel progetto di distruzione architettato e pianificato dal Sistema Bestia. Le scie chimiche, i vaccini, la deforestazione, l’inquinamento, il signoraggio, l’usura bancaria, e quel “nuovo ordine mondiale” di cui tanto si tratta, sono tutti quanti gli effetti aberranti, le metastasi, di quel Grande Cancro che nel Sistema Potere incarna la sua natura del maligna.
Io sono stanco, triste, avvilito di fronte all’orrore e alla crudeltà che quotidianamente si consuma sulla pelle degli innocenti! Sono disarmato di fronte all’ottusità generale della gente, incapace di darsi delle regole e di rinunciare alle più insulse dipendenze e debolezze. Non ci sono più scusanti per nessuno, e ogni attenuante addotta non fa che compattare e rendere più agguerrita la Bestia, rendendoci a tutti gli effetti, complici del suo piano dissoluto. Sono stanco di vivere con dei morti, stanco della loro fasulla indignazione, delle loro parole prese in prestito, trafugate e spacciate come verità assoluta, sull’onda dell’ultima notizia e scoup di giornata.

Nell’aria soffia il vento della vendetta e nelle piazze, migliaia di ghigliottine si apprestano a tagliare le teste dei nostri carnefici.
Lo dobbiamo ai nostri figli, perché non ci maledicano quel giorno di averli messi al mondo. Fonte: dadietroilsipario.blogspot.it - Scritto da: Gianni Tirelli  iran-banchieri-impiccati.jpg
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