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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

CONTRADDIZIONI DEL CAPITALISMO di ALESSANDRO MEZZANO

Pubblicato su 29 Gennaio 2012 da frontediliberazionedaibanchieri

Il consumismo, su cui si fonda il liberalcapitalismo, per riuscire a vendere vincendo la concorrenza deve aumentare la produttività e lo può fare solamente con il progresso tecnologico e con la compressione dei salari, ma in questo modo crea disoccupazione e fa diminuire la disponibilità di denaro da spendere e quindi diminuisce anche la platea dei potenziali consumatori ai quali ha diminuito il potere d’acquisto e così si ritrova con beni prodotti ed invenduti e quindi con l’ulteriore necessità di abbassare i prezzi innescando una spirale senza fine che lo porterà al collasso del sistema.

E’ questo il seme della rovina che è insito nel sistema liberalcapitalista che per la sua natura e la sua struttura innesca un processo che strangolerà se stesso e dal quale d'altronde non può uscire se non negando i principi su cui egli si fonda.

Oggi, secondo gli standard del consumismo, il 20% - 25% della popolazione mondiale vive in una situazione di relativa agiatezza mentre l’75% - 80% vive ancora in miseria, ma anche quella parte che vive in miseria, in un mondo che è diventato un “Villaggio globale”, è cosciente del proprio stato e tende a raggiungere il tenore di vita della minoranza più fortunata.

Questa minoranza per altro, allo stato attuale ed al netto del prevedibile futuro incremento della crescita, sta già esaurendo le scorte di materie prime e sta inquinando in modo massiccio il pianeta.

Immaginate cosa avverrà quando quell’80% di diseredati raggiungerà il nostro livello moltiplicando per 4 o 5 volte la necessità di materie prime ed il processo dell’inquinamento planetario ..

Il risultato sarà senza alcun dubbio il collasso del pianeta e la scomparsa di ogni forma di vita sulla terra.

Dunque il liberalcapitalismo, a parte le ingiustizie sociali che provoca impoverendo di fatto le masse per arricchire i pochi noti, è anche la condanna del genere umano per quanto riguarda le aspettative di vita futura ed il grande paradosso sta nel fatto che, a guai avvenuti, anche i pochi ricchi dovranno soggiacere al destino comune perché il pianeta Terra è uno solo e darà da vivere o farà morire tutti insieme i suoi abitanti!

Si dovrebbe ripensare ad un sistema di vita e di coordinamento sociale che corregga il percorso fatale verso il quale l’umanità sta correndo.

Dovremmo produrre in base alle necessità vere e non in base alla ricerca del profitto.

Dovremmo sviluppare la ricerca nella direzione del risparmio energetico, di materie prime e di inquinamento.

Otterremmo così un mondo più giusto in una società più equa e salveremmo il futuro della Terra.

Siamo ad un bivio fondamentale e se non sapremo prendere coscienza della situazione e correre ai ripari dalla pazzia del liberalcapitalismo e del consumismo, tra alcune generazioni avremo raggiunto il punto di non ritorno.

Se guardiamo alla storia dietro alle nostre spalle, siamo abbastanza pessimisti e temiamo che l’ingordigia prevarrà sull’intelligenza e sul buon senso!capitalista

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EMBARGO ALL'IRAN: CHI CI RIMETTE E' IL CONSUMATORE

Pubblicato su 29 Gennaio 2012 da frontediliberazionedaibanchieri

ASI) Le compagnie petrolifere cedono alle pressioni internazionali dopo il tentativo di ''autoregolazione''. Ieri, in Mediterraneo, le quotazioni di benzina e diesel hanno registrato un nuovo rimbalzo di 12 e 13 $/ton volando fino a 976 e 988 $/ton. A pesare sulle contrattazioni non solo la salita del Brent dopo la decisione presa dalla Ue di esercitare l'embargo alle importazioni di greggio dall'Iran. Intanto non si fermano i rincari sul prezzo della benzina al Centro italia, dove le addizionali regionali sono più alte, ha sfondato quota 1,8 euro, toccando anche i 1,802 euro al litro. E' quanto rileva il bollettino Quotidiano Energia. Nella media nazionale si sale sopra 1,74 euro al litro, 1,742 euro nei distributori Q8. L'ulteriore aumento dei prezzi è in parte spiegabile come effetto delle sanzioni Usa-Ue contro l'Iran. A questo si aggiungono i guai finanziari di Petroplus, con le conseguenti tensioni sulla disponibilità dei derivati in Europa. Intanto l'amministratore delegato del gigante petrolifero Shell Peter Viser ha detto ieri al Forum economico mondiale di Davos che a causa dell'embargo europeo ai danni del petrolio iraniano "i perdenti sono i consumatori", perche' le sanzioni provocano "volatilita'" e "pressione sul prezzo" del greggio. FONTE IRIB97868_1_390x300.jpg

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Fine dei blocchi in Sicilia. Movimento dei Forconi 21/01/2012 Catania.

Pubblicato su 29 Gennaio 2012 da frontediliberazionedaibanchieri

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MONTI AMMETTE IL GRANDE INGANNO

Pubblicato su 28 Gennaio 2012 da frontediliberazionedaibanchieri

I PIANI PER SCHIAVIZZARE I POPOLI TOGLIENDOGLI LA SOVRANITà!!!!
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ROMANIA: PROTESTE 2012

Pubblicato su 28 Gennaio 2012 da frontediliberazionedaibanchieri

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UNGHERESI IN PIAZZA A SOSTEGNO DI VICTOR ORBAN

Pubblicato su 28 Gennaio 2012 da frontediliberazionedaibanchieri

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CAPITO PERCHE' I MEDIA NON VOGLIONO PARLARE DELLE PROTESTE ?

Pubblicato su 27 Gennaio 2012 da frontediliberazionedaibanchieri

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Foto di Silvano Draghi

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IMMIGRAZIONE? IO DIFENDO BEPPE GRILLO

Pubblicato su 27 Gennaio 2012 da frontediliberazionedaibanchieri

Non arriveremo mai ad una valutazione seria del fenomeno immigrazione se non lo faremo nel suo insieme sommando tutti i fattori, e non estrapolandone uno, come quello della cittadinanza italiana automatica di chi nasce in Italia, che appare umanamente giusto anche se crea rifiuti di cui bisogna tener conto.
Anzitutto ricordiamo che il fenomeno immigrazione in Italia è cominciato da più di 30 anni con la benedizione della Chiesa e delle classi dominanti, che avevano bisogno di un esercito di riserva con cui ricattare la classe operaia sindacalizzata e protetta dalle conquiste del ’68, ma soprattutto di disporre di lavoro nero con salari e metodi da schiavisti per lavori saltuari o stagionali.
La recente vicenda di Rosarno ci ricorda quale sia effettivamente il ruolo della immigrazione, che dà profitti ai latifondisti e problemi alle popolazioni residenti.
Naturalmente, con la nota doppiezza italica, si è propagandato fino alla nausea che si è stati obbligati a ricorrere alla immigrazione perché gli italiani certi lavori non volevano più farli,menzogna schifosa per coprire cinismo e avidità degli imprenditori che hanno aperto le porte all’assunzione di questa gente così laboriosa e sottomessa.
Abbiamo anche dovuto sopportare le lezioncine di economisti della domenica che sostenevano che questa immigrazione era preziosa per la nostra economia, e a vedere i risultati di recessione e quasi bancarotta in cui siamo precipitati la dice lunga sulla capacità di politici e capitalisti di capire come stanno veramente le cose.
Naturalmente i vantaggi, temporanei, del fenomeno immigrazione sono andati agli imprenditori senza scrupoli e tutte le contraddizioni si sono scaricate sui quartieri popolari e sui salariati, con problemi di rigetto che, impropriamente e subdolamente, sono stati etichettati come RAZZISMO. Disagio diffuso che è stato immediatamente strumentalizzato dalle destre con grande fortuna politica.
Ma qui il “razzismo” c’entra come i cavoli a merenda, e neanche le varie religioni.
Milioni di persone sono arrivate in poco tempo creando uno “tsunami” sociale che si è scaricato completamente sui soggetti delle classi subalterne e più recentemente anche sui piccoli imprenditori, con una miriade di piccole e medie imprese in mano ad immigrati di tutte le razze.
E’ un fatto che a Napoli donne napoletane vanno a fare le badanti o le baby sitter di benestanti cinesi, e a Olbia, dove abito io, circa 200 piccoli negozi di olbiesi sono stati chiusi a fronte dell’apertura di due mega-store di imprenditori cinesi, che trattano generi provenienti dalla madrepatria.
Se tu parli con la gente comune e non con gli acchiappanuvole intellettuali, ti dicono che si sentono invasi, che così non si può andare avanti e qualcuno comincia a prendersela direttamente con gli immigrati, con furti, aggressioni, danneggiamenti.
Se in certe realtà ti metti a sostenere che i figli degli immigrati hanno diritto naturale di diventare italiani devi temere seriamente per la tua salute.
La “complessità” nella quale dobbiamo immergere il nostro pensiero sulla immigrazione e sul “razzismo” deve essere quella della globalizzazione e della crisi finanziaria e capitalistica globale, dove è evidente che il fenomeno migratorio in Italia è un poderoso ostacolo ad una necessaria “decrescita”, e ad una altrettanto urgente uscita dalla globalizzazione e dal debito.
I capitalisti ed i “tecnici”, che hanno sostituito i politici, non fanno altro che parlare di una inesistente e impossibile “crescita”, in quanto è l’unica dinamica socio-economica che capiscono, in cui hanno una fede che assomiglia più al dogmatismo religioso che alla razionalità, che invece indica solo fallimenti, disuguaglianze, inquinamento insostenibile, strapotere bancario, sovrappopolazione, diminuzione drammatica di risorse alimentari e delle falde acquifere, picco del petrolio.
Io chiedo a Grillo di collocare il suo rifiuto alla “liberalizzazione delle nascite” in una strategia politica complessiva che oggi nessun partito contempla, che è quella di sostituire una chimerica “crescita” all’interno delle regole della globalizzazione, FMI, BCE, NATO, con una prospettiva di decrescita che poggi su due assi portanti fondamentali: la autosufficienza energetica (con le rinnovabili) e quella alimentare, che dia risposte occupazionali alle centinaia di migliaia di lavoratori espulsi dal ciclo produttivo capitalista, che ha delocalizzato all’estero migliaia di fabbriche senza nessuna responsabilità verso coloro che hanno perduto il lavoro.
E’ la più lungimirante strategia che si possa avere. Deve essere basata sul piccolo modo di produrre, diffuso sul territorio, che siano al contempo fattorie elettriche ed agricole, con sistemi di collocamento del fotovoltaico su piccoli pali (il che non toglie un solo metro quadro all’agricoltura), in mano a singoli, famiglie, o piccole cooperative, con l’esclusione di grandi gruppi speculativi e mafiosi.
Naturalmente in questa scelta strategica non vi è spazio per la immigrazione e continuare a far entrare stranieri sarebbe da cretini irresponsabili.
In alcuni decenni si potrebbe arrivare ad una autosufficienza alimentare ed energetica completa, il che ci metterebbe al riparo da crisi internazionali e da speculazioni sulle derrate alimentari, finanziata dalla abolizione delle spese militari, dal taglio del mantenimento dei partiti politici, dell’editoria, dell’8 per mille alle Chiese, da un rigore fiscale, dal taglio di tutti gli sprechi della cosa pubblica, in testa l’abolizione delle province.
Grillo deve chiedere il consenso su questa visione d’insieme, poiché anche lui è in difficoltà in quanto le proteste non servono se non ci sono proposte alternative possibili e credibili.
Decenni di immigrazione non hanno risolto alcun problema nemmeno per i paesi degli emigranti, paesi che sono aumentati di numero, irresponsabilmente, senza porsi mai il problema della sostenibilità e di un corretto rapporto tra numero di abitanti e risorse del territorio.
L’Italia potrebbe vivere benissimo con trenta milioni di abitanti (come all’inizio del 900), autosufficiente nei settori fondamentali della energia e della agricoltura, decrescendo gradualmente fino ad avere spazio e risorse per tutti, tendenza che si era manifestata spontaneamente nella popolazione italiana, prima dello “tsunami” immigratorio.
Nemici giurati di questa prospettiva preti e capitalisti.
Fonte: Arianna Editrice  - di Paolo De Gregorio - 25/01/2012
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MOVIMENTI DI PROTESTA: 4 COSE SU CUI CONVERGERE di ROBERTO GORINI

Pubblicato su 27 Gennaio 2012 da frontediliberazionedaibanchieri

I movimenti di protesta sono sempre più frequenti, hanno giuste motivazioni ma sono disordinati e disgregati sulle finalità della propria lotta. Se si vuole incidere veramente sulla vita del paese bisogna aggregarsi e concentrarsi sulla soluzione del problema più grave: lo scenario economico. Come ? Ecco quattro proposte.

Stanno nascendo movimenti di protesta in ogni luogo d’Italia e di diversa estrazione sociale. Dopo il precursore Movimento Cinque Stelle, oggi in Italia ci sono gli Indignados e i Tea Party, movimenti dalle origine lontate, ma ci sono anche i più aggressivi Movimento dei Forconi e Forza d’Urto, oltre ad altri meno noti e organizzati. Tutti partono da un disagio di fondo: la situazione economica attuale. C’è qualche diversità sulle soluzioni, e molti di essi si limitano a protestare per le tasse o il lavoro che non c’è. Spesso si finisce per concentrarsi sugli effetti, piuttosto che combattere le vere cause, e quindi si finisce per concentrarsi giustamente su tasse e lavoro, ma ci si dimentica di combattere il monopolio privato della gestione del denaro.

Chi governa oggi, e non solo in Italia, tenta semplicemente di perpetuare questo sistema. Lo stesso che ci ha portato in crisi. Che ci sia buona fede o no, neigli attuali governatori, le loro idee economiche sono fallimentari e i risultati lo dimostrano.

Non c’è quindi tempo da perdere, è necessario un ricambio politico, ma poi che fare ? Ecco quattro cose prioritarie su cui i movimenti di protesta dovrebbero convergere:

1) ripristino della SOVRANITA’ MONETARIA, l’unico modo per tornare a fare politica davvero, per non essere più amministrati dalla grande finanza, per riacquisire la sovranità nazionale, la Banca d’Italia deve tornare ad essere del popolo italiano e deve garantire una moneta onesta;

2) predisporre una RISTRUTTURAZIONE DEL DEBITO ordinata, prima che la si debba comunque affrontare con un default, il debito pubblico italiano non è rimborsabile, l’Italia non ha un problema di liquidità (per cui andrebbe rifinanziata), ha un problema di solvibilità (non sarà in grado di ripagare), se si insiste nello spremere il popolo il paese andrà in crisi e un paese in crisi non è in grado di rimborsare nulla, un taglio del debito del 50% libererebbe circa 40 mld di interessi all’anno, tale ristrutturazione andrebbe fatta tutelando i piccoli risparmiatori così come avviene per i c/c fino a 100.000€;

3) TAGLIARE gli SPRECHI e i COSTI della POLITICA, la corruzione, il clientelismo e l’inefficianza della gestione pubblica hanno raggiunto livelli insostenibili, il sistema della casta e dei privilegi va azzerato, dal numero dei parlamentari, alle province, e non sarebbe solo uno sgravio di costi, ma una necessaria riduzione della burocrazia, un grande male per l’Italia;

4) TAGLIARE LE TASSE SUL LAVORO, una tassazione del 44% sui dipendenti e del 66% sulle imprese non è sostenibile, se deve avere un senso lavorare in Italia non possiamo essere il paese in Europa che paga più tasse, secondo solo a Svezia e Danimarca, ma con servizi pubblici neanche lontanamente paragonabili. L’Italia paga il 43,5% del Pil in tasse, la Germania il 37%, la Spagna il 30,7% e gli Stati Uniti solo il 24% (anno 2009, fonte OCSE), così si uccide l’economia di un paese.

Inutile oggi dividersi su decine di altre questioni, seppur importanti, ed è inutile dividersi tra destra e sinistra, posizioni anacronistiche sempre più impotenti nell’affrontare i problemi economici attuali. Queste “quattro cose” sono prioritarie per rimette il paese in una strada (questa si) di rigore, equità e crescita.

Se continueremo a dividerci in tutti contro tutti e poveri contro poveri, queste “quattro cose” dovremo affrontarle comunque, ma allora sarà troppo tardi e qualcun altro deciderà per noi.

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NUZZI e " GLI INTOCCABILI " del VATICANO

Pubblicato su 27 Gennaio 2012 da frontediliberazionedaibanchieri

«Beatissimo Padre, un mio trasferimento in questo momento provocherebbe smarrimento e scoramento in quanti hanno creduto fosse possibile risanare tante situazioni di corruzione e prevaricazione da tempo radicate nella gestione delle diverse Direzioni (del governatorato, l’amministrazione vaticana, nda)». È il 27 marzo del 2011. A rivolgersi in termini così drammatici direttamente a Benedetto XVI,  denunciando privilegi, corrutele e zone opache Oltretevere, è un sacerdote di primo piano. Carlo Maria Viganò, un monsignore che viene incaricato nell’estate del 2009 su fiducia del Santo Padre a controllare tutti gli appalti e le forniture del Vaticano. La sua opera di tagli e pulizia dà fastidio. Tanto che finisce vittima  di una congiura per bloccare l’opera di pulizia che aveva avviato. Da novembre Viganò è stato rimosso. È diventando nunzio apostolico a Washington negli Stati Uniti, andando a ricoprire la più prestigiosa rappresentanza diplomatica della Santa Sede nel mondo.

È una vicenda inquietante quella denunciata da Viganò al Papa, che riporta indietro le lancette in Vaticano agli anni dei silenzi, delle omissioni, delle denunce silenziate, della rimozione di chi cercava di colpire privilegi, di chi voleva allontanare i mercanti dal Tempio finendo invece lui allontanato, vittima delle sue denunce. Stavolta però Viganò non tace, reagisce a certe logiche della Curia Romana e scrive al Papa e al segretario di Stato, il cardinale Tarcisio Bertone. Di più, chiede ai sensi del diritto canonico che sia aperta una commissione di inchiesta su questa vicenda. Si lavora così nelle segrete stanze dei Sacri Palazzi. Chi viene sentito non deve farne parola con nessuno. Tanto che diverse delle persone contattate, come Ettore Gotti Tedeschi, il presidente dello Ior, la banca del Papa, fa esplicito riferimento all’imposizione del segreto pontificio che vincola le persone che vengono ascoltate. Un segreto che violato prevede sino alla scomunica, un  segreto - giusto per avere un paragone - che venne posto sullo scandalo dei preti pedofili. Nella puntata di stasera degli Intoccabili, la trasmissione che conduco su La7 ogni mercoledì alle 21.10, sveleremo ogni risvolto di questa incredibile vicenda, rendendo pubblico il carteggio di cardinali, monsignori, vescovi che si rivolgono al Papa e al suo primo collaboratore Bertone facendo di questa storia, la vicenda più spinosa affrontata lo scorso anno dal Pontefice oltre porta Sant’Anna.

«Quando accettai l’incarico al Governatorato il 16 luglio 2009 - scrive Viganò il 4 aprile 2011 al Papa - ero ben conscio dei rischi a cui andavo incontro, ma non avrei mai pensato di trovarmi di fronte ad una situazione così disastrosa. Ne feci parola in più occasioni al Cardinale Segretario di Stato, facendogli presente che non ce l’avrei fatta con le sole mie forze: avevo bisogno del suo costante appoggio». Appoggio che Viganò fa capire non esserci stato. Le finanze sono in uno stato disastroso:  «La situazione finanziaria del Governatorato -prosegue -, già gravemente debilitata per la crisi mondiale, aveva subito perdite di oltre il 50/60%, anche per imperizia di chi l’aveva amministrata. Per porvi rimedio, il cardinale presidente aveva affidato di fatto la gestione dei due fondi dello Stato ad un Comitato finanza e gestione, composto da alcuni grandi banchieri, i quali sono risultati fare più il loro interesse che i nostri. Ad esempio, nel dicembre 2009, in una sola operazione ci fecero perdere 2 milioni e mezzo di dollari. Segnalai la cosa al Segretario di Stato e alla Prefettura degli Affari Economici, la quale, del resto, considera illegale l’esistenza di detto Comitato. Con la mia costante partecipazione alle sue riunioni ho cercato di arginare l’operato di detti banchieri, dai quali necessariamente ho dovuto spesso dissentire». In effetti questo gruppo di banchieri opera senza riconoscimento legale e amministra quasi 300 milioni di investimenti ogni anno. Un portafoglio che si è ridotto - per le perdite - negli ultimi anni.

Chi sono questi banchieri? Volti noti della finanza cattolica. A presiedere il comitato c’è Pellegrino Capaldo, banchiere schivo, già presidente della banca di Roma. Era nella commissione segreta vaticana che concordò il «contributo volontario» per sollevare lo Ior da qualsiasi responsabilità nel crac dell’Ambrosiano con Paul Casimir Marcinkus che portò a Ginevra il 25 maggio 1984 insieme a monsignor Donato de Bonis (quello che dieci anni dopo riciclerà la tangente Enimont ricevuta da Luigi Bisignani sempre allo Ior) l’assegno del silenzio da 242 milioni di dollari. Troviamo poi Gotti Tedeschi, nel comitato fino a quando non è andato al vertice della banca del Papa,  Massimo Ponzellini, già numero uno della Popolare di Milano, indagato per associazione a delinquere dalla procura di Milano nell’inchiesta sui finanziamenti Bpm al gruppo dei videogiochi Atlantis, e Carlo Fratta Pasini, scupoloso presidente della popolare di Verona. Un banchiere consulente del Vaticano, intervistato durante la puntata degli Intoccabili di stasera, va giù duro: «Viganò andava contro i fornitori che dicevano ai cardinali: questo rompe i coglioni».

Viganò taglia i costi e dà sempre più fastidio: «La Direzione dei Servizi Tecnici era quella più compromessa - prosegue -, da evidenti situazioni di corruzione: i lavori affidati sempre alle stesse ditte, a costi almeno doppi di quelli praticati fuori del Vaticano».  La lista dei tagli è infinita, sempre documentata al Papa: «I costi dei lavori sono stati quasi dimezzati». Insomma Viganò taglia del 50% medio ogni lavoro nel piccolo Stato. Un caso su tutti? «Il presepe di piazza S. Pietro del 2009 era costato 550.000 euro, quello del 2010 300 mila euro». E anche il bilancio  ne guadagna passando dal passivo  -7,8 milioni a un attivo di oltre 34 in dodici mesi. Ma l’opera viene «spesso apertamente contrastata, a volte chiaramente boicottata». Tanto che passano pochi mesi e parte «una campagna stampa contro di me e azioni per screditarmi presso i superiori, per impedire la mia successione al cardinale presidente Lajolo, tanto che ormai è stata data per scontata la mia fine». Nel mirino di Viganò degli articoli ritenuti diffamatori usciti su Il Giornale che sarebbero stati confezionati ad hoc  per delegittimarlo. Articoli non riconosciuti dal vaticanista del quotidiano dell’epoca, Andrea Tornielli. Articoli non firmati ma Alessandro Sallusti, il direttore, respinge che si tratti di una manovra denigratoria: “Avevamo all’interno del Vaticano  un insider che scriveva per noi».

Quegli articoli sarebbero uno degli strumenti della congiura denunciata dal monsignore. Nel carteggio che stasera verrà reso pubblico dagli Intoccabili, Viganò indica anche i nomi e cognomi dei congiurati. Monsignori e laici che avrebbero tramato per interrompere la pulizia su appalti e forniture. Tra questi Viganò indica anche un nome ormai noto alle cronache, il giovanissimo Marco Simeon, amico del cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone, direttore dei rapporti istituzionali della Rai, consigliere in una fondazione in Vaticano. Simeon batte ogni record in una carriera folgorante: da Genova viene proiettato da giovanissimo all’ombra di Cesare Geronzi prima in Capitalia poi in Mediobanca, tanto da diventare uno dei pontieri da Santa Sede e istituzioni italiane. Non da ultimo persino al professor Mario Monti - ricorda il nostro vicedirettore Franco Bechis durante la puntata - viene raccomandato per incarichi nell’attuale governo.  Simeon raggiunto dagli Intoccabili smentisce, Viganò rimane vittima dell’antico detto «promoveatur ut amoveatur» ed è diplomatico a Washington ma la storia - è questa l’impressione - è solo all’inizio.

di Gianluigi Nuzzi

conduttore  de «Gli Intoccabili»

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