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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

I paradossi della ricerca della crescita infinita in un pianeta finito. Quando l’economia tradisce se stessa.

Pubblicato su 9 Maggio 2015 da FRONTE DI LIBERAZIONE DAI BANCHIERI - CM in IPHARRA, ECONOMIA

Lectio magistralis,  di Maurizio Pallante – Terra Madre, Torino 24 ottobre 2014

[puoi scaricare l’articolo in versione .pdf QUI ]

Le parole crescita e decrescita non hanno alcuna connotazione di valore. Indicano rispettivamente un aumento e una diminuzione quantitativa. Acquistano una valenza qualitativa, di miglioramento o di peggioramento, quando sono riferite a fenomeni cui si attribuisce una connotazione di valore. In questi casi, la crescita di un fenomeno che si considera positivo è un miglioramento, ma la crescita di un fenomeno che si considera negativo è un peggioramento; viceversa, la decrescita di un fenomeno che si considera positivo è un peggioramento, ma la decrescita di un fenomeno che si considera negativo è un miglioramento. Per fare qualche esempio, la crescita del numero delle persone che guariscono dal cancro è un miglioramento, ma la crescita del numero dei malati di cancro è un peggioramento. La decrescita del numero dei globuli rossi nel sangue indica un peggioramento della salute, ma la decrescita della febbre indica un miglioramento.

Sono considerazioni banali, su cui non varrebbe la pena soffermarsi, ma non si può evitare di ricordarle per cercar di capire come mai nell’immaginario collettivo alla parola crescita si annetta automaticamente una connotazione di valore positiva e alla parola decrescita una connotazione di valore negativa. Come mai la parola crescita sia utilizzata come sinonimo di miglioramento e la parola decrescita come sinonimo di peggioramento. Per sostenere la valenza positiva del concetto di crescita, e di conseguenza la valenza negativa del concetto di decrescita, un importante giornalista scientifico ha affermato: “crescono gli alberi, crescono i bambini”, omettendo di aggiungere che, come sa per esperienza diretta anche chi non ha una cultura scientifica, nessun organismo vivente continua a crescere per tutta la vita. Un altro importante giornalista, cui è stato anche affidato l’incarico di dirigere un importante istituto di cultura italiano all’estero, ha scritto in un articolo polemico: “la decrescita no, no”, come un bambino capriccioso davanti a una minestra che non vuol mangiare. La connotazione positiva della parola crescita raggiunge l’apoteosi quando viene esplicitamente riferita all’economia di un paese. Non c’è economista, sociologo, politico, industriale, sindacalista, rappresentante di associazione di consumatori, che non ripeta come un mantra in ogni discorso pubblico che l’obiettivo della politica economica è la crescita; che non veda, nei periodi di recessione, i segnali di una ripresa in atto, una lucina in fondo al tunnel; che non concateni la crescita del Pil alla crescita del benessere e dell’occupazione. Ma da dove deriva questa convinzione, che non può ricevere naturalmente alcuna autorevolezza dal solo fatto di essere ripetuta dalla maggioranza delle persone? Che cos’è la crescita economica? Cosa misura il parametro con cui si misura? Misura davvero la quantità dei beni che vengono prodotti e dei servizi che vengono forniti da un sistema economico nel corso di un periodo temporale di riferimento, come generalmente si crede? Aumenta il benessere? Fa crescere l’occupazione?

Il prodotto interno lordo

Il parametro con cui si misura la crescita economica è il prodotto interno lordo, il Pil, un indicatore che misura il valore monetario degli oggetti scambiati con denaro. Cioè delle merci comprate e vendute. Poiché nei paesi occidentali da alcune generazioni le persone sono abituate a comprare tutto ciò di cui hanno bisogno per vivere, tendono a confondere il concetto di merce col concetto di bene. Nella lingua inglese entrambi sono ormai normalmente espressi con la parola goods, che significa beni, per quanto nel vocabolario persista come un relitto fossile la parola commodities, che significa merci. In realtà i due concetti sono diversi, ma non alternativi. Le merci sono oggetti e servizi che si comprano. I beni sono oggetti e servizi che rispondono a un bisogno o soddisfano un desiderio. Ma non tutto ciò che si compra risponde a un bisogno o soddisfa un desiderio. Non tutte le merci sono beni. L’energia termica che si disperde dalle pareti, dal tetto e dagli infissi degli edifici mal coibentati è una merce che si paga sempre più cara, ma non è un bene perché non serve a riscaldarli. E non tutto ciò che risponde a un bisogno o soddisfa un desiderio si può solamente comprare. La frutta e la verdura coltivate in un orto familiare per autoconsumo sono un bene, ma non una merce. Non tutti i beni sono merci. Alcuni si possono autoprodurre, o scambiare reciprocamente sotto forma di dono nell’ambito di rapporti fondati sulla solidarietà. Il prodotto interno lordo contabilizza il valore monetario delle merci comprate e vendute, anche se non sono beni, ma non può prendere in considerazione i beni che non vengono scambiati con denaro. Tuttavia una merce che non ha nessuna utilità non migliora il benessere, anche se fa crescere il Pil, mentre lo migliora un bene autoprodotto o scambiato come forma di dono, che non lo fa crescere. Il Pil non può pertanto essere considerato un indicatore di benessere.

Nel tentativo di ridargli un po’ di credibilità, alcuni economisti sostengono che sia un indicatore insufficiente perché prende in considerazione solo il benessere materiale, ma non i fattori di benessere che, pur avendo un’importanza decisiva nella qualità della vita, non possono avere un valore commerciale. Per esempio la qualità dell’aria, il livello medio dell’istruzione, la durata della vita. Pertanto, se oltre ai beni materiali calcolati dal Pil, si prendono in considerazione anche questi elementi, si possono elaborare, secondo questi economisti, indicatori di benessere più significativi. Gli indicatori che sono stati elaborati sulla base di queste considerazioni, non sono pertanto alternativi, come si cerca di far credere, ma integrativi del Pil. Pur essendo doverosa, questa precisazione è meno significativa del fatto che gli indicatori integrativi del Pil si basano su un errore di fondo, perché il Pil non è un indicatore insufficiente del benessere, ma un indicatore sbagliato. Non misura nemmeno i beni materiali, ma solo gli scambi commerciali. Aumenta se aumentano gli incidenti stradali e le malattie. Diminuisce se aumenta il consumo di ortaggi coltivati per autoconsumo, che in genere sono migliori qualitativamente di quelli comprati, diminuisce se diminuisce il consumo di medicine perché le persone si ammalano di meno, diminuisce se si rafforzano i rapporti di solidarietà tra vicini. Il Pil non misura il benessere, ma il tantoavere e un’economia finalizzata al tantoavere non può che generare malessere, perché deve indurre le persone a desiderare sempre di più, a non accontentarsi mai di ciò che hanno, a invidiare chi ha di più.

Una volta ristabilita la differenza tra i concetti di merce e di bene, si può vedere che tra le merci e i beni ci possono essere quattro tipi di relazioni:

1. alcune merci non sono beni;

2. alcuni beni possono non essere merci;

3. alcuni beni si possono avere solo sotto forma di merci;

4. alcuni beni non si possono avere sotto forma di merci.

 

Le merci che non sono beni

Per riscaldare gli edifici in Italia si consumano mediamente 20 litri di gasolio o 20 metri cubi di gas (200 kilowattora) al metro quadrato all’anno. In Germania (e in Italia in Alto Adige) non viene data la licenza di abitabilità a edifici che ne consumino più di 7, ma ai migliori ne bastano 1,5. Se per legge si può imporre che un edificio non consumi più di 7 litri/metri cubi al metro quadrato all’anno, quelli che ne consumano 20 vuol dire che ne disperdono all’esterno i 2/3. Un edificio mal costruito, che spreca 13 litri/metri cubi su 20 fa crescere l’economia più di un edificio ben costruito, che ne consuma 7. Se un edificio mal costruito viene ristrutturato e i suoi consumi scendono da 20 a 7 litri/metri cubi al metro quadrato all’anno, il prodotto interno lordo decresce, ma il comfort termico non si riduce, perché l’energia che si spreca non offre nessuna utilità, e la qualità della vita migliora, perché si riducono dei 2/3 le emissioni di anidride carbonica, quindi si riduce l’effetto serra. Per avere idea della grandezza di questi sprechi basta pensare che in Italia, nei cinque mesi invernali gli edifici consumano la stessa quantità di energia consumata da tutte le automobili e tutti i camion nel corso di un anno.

In Italia il valore monetario del cibo che si butta è il 3 per cento del Pil. Se si evitasse di buttare cibo, il Pil decrescerebbe del 3 per cento, ma non ci sarebbe nessuna diminuzione del benessere, perché il cibo che si butta non offre nessuna utilità, e la qualità della vita migliorerebbe perché si ridurrebbe la parte putrescibile dei rifiuti, quella più difficile da gestire.

Se si riduce la morbilità attraverso la prevenzione, si riducono le spese sanitarie e l’acquisto di medicine, per cui si può ridurre la fiscalità. Il Pil diminuisce, ma il benessere migliora e aumenta anche il reddito pro capite!

La decrescita si realizza in prima istanza riducendo la produzione e il consumo di merci che non sono beni. A differenza della recessione, che è una diminuzione generalizzata e incontrollata di tutta la produzione di merci, la decrescita implica l’introduzione di criteri qualitativi di valutazione del lavoro umano. Non ritiene che il lavoro possa essere un fare privo di connotazioni qualitative finalizzato a fare sempre di più (la crescita del Pil), anche quando ne derivi un peggioramento della qualità della vita (vedi le recenti alluvioni conseguenti alla cementificazione del territorio), ma ritiene che debba essere un fare bene finalizzato a migliorare la qualità della vita. Il fare non è un valore in se stesso, perché si può anche fare male. Solo il fare bene è un valore. Tra la recessione e la decrescita c’è una differenza analoga a quella che intercorre tra una persona che non mangia perché non ha da mangiare e una persona che non mangia perché ha deciso di fare una dieta. Se la conseguenza socialmente più drammatica della recessione è la disoccupazione, la decrescita comporta invece, al contrario di quanto generalmente si crede, l’aumento di un’occupazione con caratteristiche di grandissimo interesse. Innanzitutto si tratta di un’occupazione utile perché riduce sprechi che causano danni. Inoltre richiede l’adozione di tecnologie più evolute di quelle attualmente in uso, finalizzate però non ad aumentare la produttività, ma a ridurre, a parità di benessere:

1.1. il consumo di materie prime;

1.2. il consumo di energia;

1.3. la quantità di oggetti portati allo smaltimento (incenerimento e interramento).

Infine paga i costi d’investimento che richiede con la riduzione dei costi di gestione, senza aumentare i debiti pubblici. Se si ristruttura una casa e i suoi consumi di riscaldamento diminuiscono da 20 a 7 litri di gasolio / metri cubi di metano al metro quadrato all’anno, i costi della sua bolletta energetica si riducono dei due terzi e in un certo numero di anni i risparmi consentono di ammortizzare i costi d’investimento. In termini generali il fare bene e l’occupazione utile, finalizzati alla riduzione selettiva della produzione e del consumo di merci che non sono beni, liberano del denaro che oggi si spende per acquistare risorse che si sprecano e di pagare con quel denaro i salari e gli stipendi di chi lavora per ridurre gli sprechi di quelle risorse.

La decrescita selettiva della produzione e del consumo di merci che non sono beni è l’unico modo per superare la crisi che dal 2007 affligge i paesi industrializzati.

I beni che possono non essere merci

Alcuni beni e servizi si possono ottenere più vantaggiosamente non sotto forma di merci, ma con l’autoproduzione o mediante scambi non mercantili fondati sul dono e la reciprocità. I beni autoprodotti e i beni scambiati sotto forma di doni reciproci non solo non fanno crescere il Pil, ma lo fanno decrescere perché fanno diminuire la domanda delle merci corrispondenti. Pertanto le economie finalizzate alla crescita non possono non indurre a sostituire i beni autoprodotti con merci e gli scambi non mercantili con scambi mercantili. Pur rimanendo all’interno di libere scelte, queste sostituzioni sono state rese pressoché inevitabili attraverso due tipi di interventi.

In primo luogo sono stati sradicati dal patrimonio delle conoscenze condivise quei saperi che per millenni hanno consentito agli esseri umani di autoprodurre molti beni essenziali per la sopravvivenza quotidiana: l’orticoltura e l’allevamento per autoconsumo, l’utilizzo controllato delle fermentazioni per produrre cibo e bevande (pane, formaggio, vino, birra), le tecniche di conservazione dei cibi deperibili, le manutenzioni e le piccole riparazioni, le tecniche di base del cucito ecc. Nel giro di due generazioni gli esseri umani inseriti nei sistemi economici finalizzati alla crescita sono stati deprivati di queste abilità e sono diventati totalmente dipendenti dal mercato per la soddisfazione dei bisogni più elementari. In questo passaggio le perdite sono state superiori ai vantaggi, perché i beni autoprodotti costano meno e sono qualitativamente migliori delle merci che li hanno sostituiti, ma soprattutto perché è venuta meno la caratteristica distintiva della specie umana rispetto a tutte le altre viventi: la capacità di fare delle cose utili che non esistono in natura adoperando le mani sotto la guida dell’intelligenza progettuale, e la capacità di farle sempre meglio rielaborando le informazioni che le mani, quando fanno, offrono all’intelligenza attraverso le due funzioni del tatto e della prensione.

Il secondo modo in cui si è accresciuta la dipendenza degli individui dall’acquisto di merci è stata la distruzione delle reti di protezione offerte dalle relazioni di carattere comunitario basate sul dono del tempo e la reciprocità. Anche questo processo, che ha isolato gli individui costringendoli ad acquistare sotto forma di merci molti servizi che prima venivano scambiati reciprocamente senza l’intermediazione del denaro, è stato spacciato e vissuto a livello di massa come un processo di emancipazione, mentre in realtà poneva un ulteriore limite, ancora più forte, all’autonomia delle persone, accrescendone la dipendenza dal mercato e trasformando tutte le relazioni in rapporti commerciali, cioè competitivi, e non più collaborativi.

In seconda istanza la decrescita si realizza pertanto aumentando la produzione e l’uso di beni che non sono merci.

I beni che si possono avere solo sotto forma di merci

I beni a tecnologia evoluta, o che richiedono competenze tecniche specialistiche, si possono avere solo sotto forma di merci. Se si ha bisogno di un computer, di un orologio, di una risonanza magnetica, non si può fare a meno di acquistarli. La decrescita non implica la riduzione dei beni che si possono avere solo sotto forma di merci, perché ciò comporterebbe un peggioramento della qualità della vita. La decrescita comporta un miglioramento della qualità della vita solo nei casi in cui il meno coincide col meglio. La decrescita indiscriminata non è concettualmente alternativa alla crescita indiscriminata. Non costituisce un cambiamento di paradigma culturale.

Tuttavia, anche nell’ambito dei beni che si possono ottenere solo in forma di merci si può realizzare una decrescita che costituisce un miglioramento:

1. contrastando l’obsolescenza programmata, ovvero progettando oggetti che durano più a lungo, possono essere riparati, possono essere resi più performanti sostituendo soltanto i componenti che accrescono l’efficienza;

2. producendo oggetti riparabili;

3. progettando oggetti che al termine della loro vita utile possano essere smontati in modo da suddividere per tipologie omogenee i materiali di cui sono composti, al fine di poterli riutilizzare per costruire altri oggetti, riducendo così i rifiuti e il consumo di materie prime.

I beni che non si possono avere sotto forma di merci

Nel famoso discorso tenuto il 18 marzo 1968 all’Università del Kansas, Robert Kennedy disse che il Pil «misura tutto eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta». Si riferiva alla creatività e alle relazioni umane, ai legami familiari in particolare, che rappresentano il nocciolo duro dei rapporti comunitari, scalfiti ma non del tutto smantellati dalla mercificazione. In realtà i sistemi economici finalizzati alla crescita del Pil non si limitano a ignorare il contributo insostituibile fornito al benessere delle persone dai rapporti d’amore, di solidarietà, di empatia nei confronti degli altri. S’impegnano attivamente a ridimensionarli, perché ritengono che possano costituire fattori di distrazione rispetto alla dedizione totale che gli individui nella fascia d’età produttiva devono dedicare alla produzione di merci. Non per cinismo, ma perché valutano e inducono a credere che quello sia il parametro del benessere. Per far sì che le energie migliori siano dedicate al lavoro, affidano a una serie di istituzioni il compito di gestire, sotto forma di servizi mercificati, le relazioni più intime che gli esseri umani hanno da sempre vissuto nell’ambito della famiglia. I primi a essere privati delle connotazioni relazionali familiari sono stati gli uomini, che da padri, figli, fratelli, mariti sono stati ridotti esclusivamente a produttori di merci. I loro elementi connotativi sono diventati il lavoro e il reddito. La conseguenza più evidente di questo impoverimento è stata la perdita della figura paterna, che ha creato gravi problemi, non solo all’educazione dei figli, diventando un potente fattore di disgregazione a livello sociale. La riduzione al ruolo di produttori e consumatori di merci si è poi gradualmente estesa anche alle donne e la famiglia si è trasformata da struttura comunitaria in un soggetto di spesa sempre più dipendente dal mercato per la soddisfazione dei bisogni vitali dei suoi componenti.

Per il benessere delle persone, i beni relazionali, la creatività e la spiritualità sono molto più importanti dell’aumento del reddito, e la felicità, come è stato dimostrato da numerose ricerche empiriche, non è influenzata significativamente dalle variazioni di quest’ultimo. In particolare, nel 1974 l’economista Richard Easterlin, ha documentato che all’aumento del reddito la felicità umana aumenta fino a un certo punto, poi comincia a diminuire, seguendo una curva a U rovesciata. Il risultato di questa ricerca contraddiceva l’assunto fondante del sistema di valori che identifica il benessere con la crescita del Pil, tanto che fu definito il paradosso della felicità.

La quarta modalità di realizzare la decrescita consiste nella riduzione del tempo dedicato alla produzione di merci e nell’aumento del tempo dedicato alle relazioni umane.

Decrescita felice non è austerità, rinuncia, pauperismo

Solo la consapevolezza della differenza tra il concetto di merce e il concetto di bene consente di introdurre elementi di valutazione qualitativi del fare umano evitando di confondere la decrescita con l’austerità, la rinuncia, l’impoverimento, perché se la crescita può essere considerata fattore di benessere solo da chi identifica il più col meglio - e non è vero – la decrescita non è l’identificazione del meno col meglio – che non è vero ugualmente – né la scelta del meno anche se è peggio, per ragioni etiche, perché si configurerebbe come rinuncia e la rinuncia implica la valutazione positiva di ciò a cui si rinuncia, ma è il rifiuto del più quando si valuta che sia peggio e la scelta del meno quando si valuta che sia meglio. La decrescita non si identifica nemmeno con la sobrietà, anche se la sobrietà è un valore che contribuisce a realizzare la decrescita mediante la riduzione degli sprechi negli stili di vita, né col pauperismo, come sostengono alcuni critici prevenuti. Se si fonda sulla distinzione tra i concetti di merce e bene, presuppone scelte edonistiche. È maggiormente felice chi lavora tutto il giorno per avere un reddito che gli consenta di comprare più merci da buttare sempre più in fretta, o chi lavora di meno e trascorre più tempo con le persone a cui vuole bene, perché compra solo le merci che gli servono e può vivere con un reddito inferiore? Quale dei due rinuncia a qualcosa?

 

Decrescita, ricchezza e povertà

Nelle società in cui l’economia è finalizzata alla crescita del Pil, il denaro è, inevitabilmente, la misura della ricchezza. Se la maggior parte dei beni si ottengono sotto forma di merci, chi ha più soldi può comprarne di più. Ma i beni possono essere identificati con le merci solo da chi non può contare su una rete di solidarietà ed è incapace di autoprodurre alcunché. Per chi sa autoprodurre una parte dei beni di cui ha bisogno e può contare su una rete di solidarietà il denaro non è la misura della ricchezza, ma il mezzo per poter acquistare quei beni che si possono avere solo sotto forma di merci. Chi non sa autoprodurre nulla e non può contare su una rete di solidarietà dipende totalmente dal mercato per la soddisfazione dei suoi bisogni. Chi sa autoprodurre ed è inserito in una rete di solidarietà è più autonomo. L’Italia importa il gas di cui ha bisogno dalla Russia e dalla Libia. Tra una famiglia con più soldi che riscalda la propria abitazione con un impianto alimentato a gas, e una famiglia con meno soldi che coltiva un pezzo di bosco da cui ricava la legna per alimentare delle stufe, quale è più ricca se Putin e i successori di Gheddafi decidono di chiudere i rubinetti dei gasdotti? Si può farcire un panino con un biglietto di dieci euro? I sistemi economici fondati sulla crescita della produzione di merci misurano la ricchezza con il valore monetario del Pil pro-capite. In realtà il valore del Pil pro-capite misura il livello di mercificazione di un sistema economico e produttivo. Un popolo in cui l’autoproduzione soddisfa la massima parte del fabbisogno alimentare e i rapporti di solidarietà riducono al minimo i litigi e le spese legali ha un Pil pro-capite inferiore a quello di un popolo in cui tutta la popolazione deve comprare cibo coltivato chissà come e le spese legali sono alte perché è alto il tasso di competizione e di litigiosità. Ma quale dei due ha una migliore qualità della vita?

La finalizzazione dell’economia alla crescita è la causa della crisi ambientale. 

La crescita economica non è di per sé un fatto negativo e, anzi, offre dei vantaggi, se:

- la quantità di risorse rinnovabili che vengono trasformate in merci non eccede la loro capacità di rigenerazione annua,

- le emissioni dei cicli produttivi che sono metabolizzabili dai cicli biochimici non eccedono le loro capacità di metabolizzarli,

- non vengono prodotte ed emesse sostanze non metabolizzabili dai cicli biochimici,

- i materiali contenuti negli oggetti dismessi e negli scarti non si accumulano in qualche matrice della biosfera, ma vengono riutilizzati per produrre altre merci.

Se si rispettano questi vincoli entropici, la qualità della vita migliora se aumentano i beni e i servizi che consentono alla specie umana di non patire la fame, il freddo e il caldo, di alleviare il dolore e la fatica, di curare le malattie, di ampliare i saperi e il saper fare, di togliersi dei capricci, di oziare.

È la finalizzazione dell’economia alla crescita a creare problemi sempre più gravi sia al pianeta terra, sia alla specie umana, perché, se l’obiettivo delle attività economiche e produttive è accrescere di anno in anno la produzione di merci, il consumo delle risorse rinnovabili cresce di anno in anno fino ad eccedere la loro capacità di rigenerazione, le emissioni metabolizzabili aumentano fino ad eccedere la capacità di assorbimento da parte della biosfera, si utilizzano quantità crescenti di risorse non rinnovabili fino al loro esaurimento, si sintetizzano sostanze non metabolizzabili dai cicli biochimici, per tenere alta la domanda di merci se ne accelera la trasformazione in rifiuti, si intasa l’atmosfera di gas nocivi, si ricoprono superfici sempre più vaste del pianeta di incrostazioni di materiali inorganici, di sostanze putrescenti, di sostanze non biodegradabili, di sostanze inquinanti. Un sistema economico e produttivo finalizzato alla crescita ha le caratteristiche di un tumore: si nutre sottraendo quantità crescenti di sostanze vitali all’organismo in cui si sviluppa, ne altera progressivamente le funzioni e i cicli biochimici, lo fiacca riducendone giorno dopo giorno la capacità di nutrirlo e muore nel momento in cui lo fa morire. Che la crescita economica abbia già ridotto la capacità della biosfera di nutrirla e di assorbire i suoi scarti è testimoniato da alcuni indicatori fisici ampiamente documentati:

- dal 1987 la specie umana consuma prima del 31 dicembre una quantità di risorse rinnovabili pari a quelle rigenerate annualmente dal pianeta e, da allora, si avvicina di anno in anno la data del loro esaurimento: è stata il 21 ottobre nel 1993, il 22 settembre nel 2003, il 20 agosto nel 2013;

- nel settore petrolifero il rapporto tra l’energia consumata per ricavare energia e l’energia ricavata (eroei: energy returned on energy invested) tra il 1940 e il 1984 (data dell’ultima rilevazione pubblicata da una rivista scientifica internazionale), è sceso da 1 a 100 a 1 a 8; dal 1990 ogni anno si consuma una quantità di barili di petrolio molto superiore a quanta se ne trovi in nuovi giacimenti: 29,9 miliardi a fronte mediamente di meno di 10 miliardi (dato 2011);

- le emissioni di anidride carbonica eccedono in misura sempre maggiore la capacità dell’ecosistema terrestre di metabolizzarle con la fotosintesi clorofilliana, per cui se ne accumulano quantità sempre maggiori in atmosfera: sono state 270 parti per milione negli ultimi 650 mila anni, sono diventate 380 nel corso del XX secolo, nel mese di maggio del 2013 hanno raggiunto il valore di 400, lo stesso del Pliocene, circa 3 milioni di anni fa, quando la specie umana non era ancora comparsa, la temperatura media del pianeta era più calda dell’attuale di 2 – 3 °C, il livello dei mari era più alto di 25 metri;

- in conseguenza dell’aumento delle concentrazioni di anidride carbonica in atmosfera, nel secolo scorso la temperatura media della terra è aumentata di 0,74 °C e, secondo l’Unione Europea, se si riuscirà a ridurre le emissioni del 20 per cento entro il 2020, obbiettivo pressoché impossibile da raggiungere perché non rientra tra le priorità politiche di nessun partito, l’aumento della temperatura terrestre in questo secolo potrà essere contenuto entro i 2 °C, quasi il triplo del secolo scorso;

- negli oceani Atlantico e Pacifico galleggiano ammassi di frammenti di plastica estesi come gli Stati Uniti, con una densità di 3,34 x 10frammenti al km²;

- la fertilità dei suoli agricoli si è drasticamente ridotta e la biodiversità diminuisce di anno in anno (si estinguono 50 specie al giorno, a un ritmo da 100 a 1000 volte superiore rispetto a quello naturale).

La finalizzazione dell’economia alla crescita è la causa della crisi economica dei paesi industrializzati 

Il 6 ottobre il capo del personale della Volkswagen, Horst Neumann, ha dichiarato in un’intervista che nei prossimi anni andranno in pensione 32.000 dipendenti, ma non potranno essere rimpiazzati da nuovi assunti perché la concorrenza internazionale non lo consente. Nell’industria automobilistica tedesca il costo del lavoro è superiore a 40 euro all’ora, mentre nell’Europa dell’est è di 11 euro e in Cina di 10. In queste condizioni l’unica possibilità per rimanere competitivi è la sostituzione degli operai con robot, che attualmente per lo svolgimento dei lavori ripetitivi hanno un costo orario di 5 euro, destinato ad abbassarsi in conseguenza dell’evoluzione tecnologica del settore.

Ma i robot comprano anche le automobili che contribuiscono a produrre? Hanno bisogno di cibo e vestiti? Di una casa, di un letto e delle coperte? Vanno al cinema o in vacanza al mare? Mandano i figli a scuola? Non ci vuole molto a dedurre che la sostituzione delle operaie e degli operai con macchine che producono di più e costano di meno, comporta un aumento dell’offerta e una diminuzione della domanda di merci. Questa è la causa della crisi iniziata nel 2008, che in Italia ha già comportato una riduzione del Pil superiore a quella causata dalla grande depressione del 29. Una crisi da cui non si riesce a venir fuori, né ci si riuscirà se si continuerà a pensare che il fine dell’economia sia la crescita della produzione di merci e la globalizzazione sia una cosa buona. Il fatto è che i due fenomeni sono inscindibili: le economie dei paesi industrializzati non possono continuare a crescere se non cresce il numero dei produttori e dei consumatori di merci al di fuori dei loro confini, se non possono continuare a rifornirsi al di fuori dei loro confini delle quantità crescenti di materie prime e di fonti fossili di cui hanno bisogno, se non possono vendere quantità crescenti dei loro prodotti al di fuori dei loro confini. Ovvero, se il modo di produzione industriale non si estende a percentuali sempre maggiori della popolazione mondiale. Ciò implica il coinvolgimento nelle dinamiche del mercato globale di paesi in cui costi e tutele dei lavoratori sono inferiori. Senza globalizzazione le economie dei paesi di più antica industrializzazione non crescerebbero più, ma la globalizzazione le mette in crisi. Per sostenere la concorrenza internazionale, questi paesi hanno tre possibilità: sostituire i lavoratori con macchine aumentando la disoccupazione, trasferire le proprie aziende nei paesi in cui il costo del lavoro è più basso, ridurre il costo e le tutele dei lavoratori nei propri paesi. In tutti e tre i casi, le condizioni di vita dei loro popoli sono destinate a peggiorare e la domanda interna a diminuire. Per questo le loro economie sono entrate in crisi e non riescono a venirne fuori.

La finalizzazione dell’economia alla crescita causa uno squilibrio permanente tra aumento dell’offerta e diminuzione della domanda di merci, che è stato compensato facendo ricorso per decenni ai debiti pubblici e privati per sostenere la domanda, fino a quando il loro ammontare ha raggiunto un valore così alto da mettere in difficoltà il sistema bancario, facendo fallire nel 2008 alcuni tra i più importanti istituti di credito del mondo. Dal quel momento la crescita, che, pur mantenendosi positiva, aveva registrato tassi d’incremento decrescenti dopo i livelli raggiunti nei trent’anni seguenti alla fine della seconda guerra mondiale, si è bloccata e le misure tradizionali di politica economica non sono state in grado di farla ripartire, perché se sono finalizzate a ridurre il debito pubblico deprimono la domanda e l’aggravano, se sono finalizzate a sostenere la domanda per rilanciare la produzione richiedono un aumento dei debiti. Nei paesi industrializzati la crescita è arrivata al livello in cui si blocca da sé.

La finalizzazione dell’economia alla crescita è la causa della povertà dei popoli poveri e delle guerre per il controllo delle risorse

Per sostenere la loro crescita economica, i paesi industrializzati hanno depredato per secoli le risorse di cui avevano bisogno da tutti i luoghi del mondo in cui si trovavano. I metodi che hanno utilizzato sono quanto di peggio gli esseri umani hanno fatto nel corso della storia. Dagli ultimi decenni del secolo scorso, e con un’accelerazione crescente dall’inizio di questo secolo, questa dinamica, che ha causato sofferenze inenarrabili, si è accentuata, perché il fabbisogno di materie prime da trasformare in merci ha avuto un impulso straordinario dalla crescita economica di quattro paesi in cui vive quasi la metà della popolazione mondiale: Brasile, India, Cina e Russia. Oltre ad aver aggravato tutti i fattori della crisi ecologica, l’aumento dei pretendenti ha moltiplicato le guerre per il controllo delle risorse. A ragione papa Francesco ha parlato di una terza guerra mondiale in corso, benché frammentata in una serie crescente di conflitti locali. Oltre ad accrescere la povertà dei popoli poveri e le guerre, il fabbisogno crescente di risorse per sostenere la crescita economica dei paesi di antica e di recente industrializzazione sta compromettendo drammaticamente la vita delle generazioni future: gli abitanti dei paesi che hanno finalizzato le loro economie alla crescita stanno mangiando non solo nei piatti dei popoli poveri, ma anche nei piatti dei loro nipoti e pronipoti.

La fine dell’epoca storica iniziata tre secoli anni fa con il modo di produzione industriale

Le considerazioni svolte sino ad ora inducono a ritenere che si stia concludendo l’epoca storica iniziata circa tre secoli fa con la rivoluzione industriale. Tutte le crisi in atto – la crisi ecologica e climatica, la crisi economica e occupazionale, la crisi dei rapporti internazionali e la moltiplicazione delle guerre, la diffusione delle povertà, delle iniquità e della violenza, le crisi umanitarie, le migrazioni di massa – sono intrecciate tra loro, si rafforzano a vicenda ed hanno un’unica causa nella finalizzazione dell’economia alla crescita della produzione e del consumo di merci. Se si continuerà a ritenere che questo sia il fine dell’economia e la ristretta élite che governa il mondo continuerà a impiegare tutto il suo potere nel tentativo di farla ripartire, tutti i fattori di crisi sono destinati ad aggravarsi, come sta succedendo da qualche decennio, e questa epoca storica si chiuderà con un crollo, come è accaduto all’impero romano, ma le conseguenze saranno molto più drammatiche. L’alternativa è un grande slancio creativo e progettuale finalizzato all’elaborazione di un nuovo paradigma culturale in cui il patrimonio delle conoscenze scientifiche e tecnologiche accumulato dall’umanità sia indirizzato a connotare qualitativamente il lavoro umano, trasformandolo dal fare finalizzato a fare sempre di più cui è stato ridotto, a un fare bene peraggiungere bellezza alla bellezza originaria del mondo. In questa prospettiva la ricerca scientifica e le innovazioni tecnologiche dovranno essere indirizzate ad accrescere l’efficienza nell’uso delle risorse, a ridurre gli sprechi, a sostituire le sostanze inquinanti con sostanze metabolizzabili dai cicli biochimici, a ridurre le emissioni di sostanze metabolizzabili in misura compatibile con le capacità della biosfera. A una decrescita selettiva della produzione di merci che non sono beni. Ma per dare questo nuovo slancio alla scienza e alla tecnica occorre elaborare un sistema di valori che promuova e renda desiderabili la collaborazione, la solidarietà, la misura, la convivialità, la creatività, la contemplazione. Occorre riscoprire che gli esseri umani non sono soltanto produttori e consumatori di merci, ma hanno una dimensione spirituale che non può essere subordinata e sacrificata al lavoro. Non possono essere ridotti a mezzi di un sistema finalizzato alla crescita della produzione di merci, ma la produzione di merci deve tornare ad essere il mezzo di cui essi si servono per ridurre la loro dipendenza dalla necessità, migliorare la qualità della loro vita, realizzare le proprie esigenze conoscitive, creative, relazionali. La decrescita, così come abbiamo cercato di descriverla, è la strada che consente di raggiungere questa meta.

Tratto da:http://www.mdfmilano.org/2014/12/14/i-paradossi-della-ricerca-della-crescita-infinita-in-un-pianeta-finito-quando-leconomia-tradisce-se-stessa/

I paradossi della ricerca della crescita infinita in un pianeta finito. Quando l’economia tradisce se stessa.
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fiammaverde 05/09/2015 14:02

Argomentazione eccezionale! C'è parecchio su cui riflettere e non solo!