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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

L'EURO-SISTEMA NON PUO' REGGERE SU 2 PILASTRI SBAGLIATI

Pubblicato su 29 Aprile 2015 da FRONTE DI LIBERAZIONE DAI BANCHIERI - CM in ECONOMIA

La nefasta Troika (Ue-Bce-Fmi) sta applicando per la Grecia, ma potremo estendere il discorso a tutti gli stati della periferia europea, una ricetta economica che si basa sostanzialmente su due pilastri: riforme strutturali (liberalizzazione del mercato del lavoro, riduzione del costo del lavoro, privatizzazioni, ecc.) per rilanciare l’economia e ampi avanzi primari per abbattere il debito.
 
C’è solo un problema: i dati dimostrano che i paesi che in Europa hanno seguito questa ricetta economica sono proprio quelli che presentano le condizioni peggiori sia in termini di performance economica (crescita, occupazione, ecc.) che di andamento del debito pubblico. Parlo dei paesi che erroneamente chiamano “spendaccioni” e “irriformabili” della periferia.
 
Analizziamo entrambi questi "pilastri" su cui si fonda l'Unione europea:
 
I) Prendiamo le RIFORME STRUTTURALI: secondo un recente rapporto dal nome Going for Growth (2015) dell’O.C.S.E. (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) il paese dell’eurozona che negli ultimi sette anni (dal 2007 al 2014), quindi da prima della crisi economica del 2008, ha fatto più riforme strutturali è, udite udite, la Grecia! 
Nelle successive posizioni troviamo Portogallo, Irlanda e Spagna. L’Italia è all’ottavo posto, la Germania che passa per il paese più virtuoso d'Europa è – indovinate un po’? – al diciassettesimo posto.
 

 
Le riforme strutturali, quindi, non solo non sembrano essere servite a nulla e non sono utili ad uscire dalla crisi, ma si sono rivelate addirittura dannose.
 
II) Ma prendiamo l’altro pilastro della cura della troika: gli AVANZI PRIMARI. 
È interessante notare (secondo dati della stessa Commissione Europea) che anche in base a questo parametro, i paesi della periferia, spesso considerati come degli irrecuperabili spendaccioni, risultano essere tra i primi della classe (non solo in Europa ma addirittura a livello mondiale).
 
Tutti i paesi della periferia (ad eccezione della Grecia e del Portogallo, che nel 2007 hanno registrato un lieve disavanzo primario) hanno mantenuto costanti avanzi primari tra il 1992 e lo scoppio della crisi finanziaria (2008). Addirittura Irlanda e Spagna presentavano prima della crisi un rapporto deficit-Pil e debito-Pil tra i più bassi dell’eurozona.
 
Sempre considerando il pilastro dell'avanzo primario, molti forse saranno sorpresi di scoprire che in base a tale parametro l’Italia è da quasi vent’anni la nazione più virtuosa d’Europa. L'unico problema, non da poco conto, è che il suo avanzo primario viene puntualmente eroso dai miliardi di euro che ogni anno paghiamo di interessi sul debito pubblico.
 
 
Negli ultimi 20 anni l’avanzo primario italiano ha rappresentato mediamente il 2,1% del Prodotto interno lordo (Pil) contro lo 0,2% della Germania. Il problema è che tanta abbondanza è finita nella voragine della spesa per interessi da pagare sul debito pubblico che, per l’Italia, ha significato 1.650 miliardi (pari al 6% del Pil), contro 1.058 miliardi d’interessi pagati dalla Germania (anche in questo caso dal 1995, pari al 2,4% del Pil), 870 miliardi dalla Francia (2,6% del Pil), 386 miliardi dalla Spagna (2,4% del Pil). 
Sono 386 miliardi di euro in 5 anni. E’ quanto l’Italia ha speso, dal 2010 al 2014, per pagare gli interessi sul proprio debito pubblico. 
 
Tornando alla ricetta della Troika sugli avanzi primari, possiamo dire che una strategia che punta a ridurre il rapporto debito/Pilintervenendo unicamente sul numeratore (il debito), aumentando l’avanzo primario dello Stato è intrinsecamente controproducente da un punto di vista economico poiché aumentando l’avanzo primario si riduce il Pil, a causa del cosiddetto moltiplicatore fiscale, e dunque il rapporto debito/Pil aumenta (in quanto un paese che registra un avanzo primario sta di fatto levando risorse all’economia reale per destinarle ai creditori, ossia le banche).
 
Eppure, il duplice obiettivo del Fiscal Compact, pareggio di bilancio strutturale e riduzione del debito, prevede che i paesi della periferia, che sono poi quelli maggiormente indebitati, da qui al 2030 mantengano avanzi primari da capogiro: 7% in Grecia, 6.5% in Italia, 5.5% in Portogallo, 3.5% in Spagna.
Si tratta di parametri folli da proporre ai Paesi già vessati in recessione economica e alti livelli di disoccupazione, dalle conseguenze nefaste sia dal punto di vista economico che dal punto di vista politico e sociale, per l’entità dei tagli alla spesa pubblica o dell’imposizione fiscale che essa comporterebbe.
 
Non è un caso che ricette economiche simili a questa non abbia precedenti nella storia, come emerge da un recente studio (dal titolo “Can large primary surpluses solve Europe’s debt problem?” (luglio 2014) di due economisti, Barry Eichengreen e Ugo Panizza, i quali hanno analizzato centinaia di casi di paesi, sia emergenti che avanzati, che tra il 1974 e il 2013 hanno cercato di perseguire ampi e consistenti avanzi primari. 
 
La conclusione degli autori è molto diretta e concisa: “Avanzi primari dell’entità e della durata previste dal Fiscal Compact sono pressoché inesistenti nella storia”.
 
Oltre a delle fondamenta economiche errate su cui si basa la politica monetaria europea, non dimentichiamo che avendo una moneta unica per tutta l'Europa, con essa abbiamo anche la regola secondo cui non si può avere un deficit maggiore del 3%, e un debito maggiore del 60%, rispetto al prodotto interno lordo [Pil].
Questo significa che nessuna nazione, non avendo una valuta propria, ha alcun controllo sulla politica monetaria e fiscale, sui tassi di cambio etc.
Quando c'è una crisi, i governi devono eliminare il potere sindacale e i regolamenti, devono privatizzare gli asset strategici (acqua, energia, etc.), perché hanno bisogno di soldi per pagare i debiti. Eliminando il potere del governo, dei sindacati e della classe lavoratrice, i salari non potranno che essere ridotti, riducendo i consumi e generando disoccupazione.
 
In altre parole questa crisi, come aveva previsto Mundell (premio Nobel per l'economia per la teoria delle Aree Valutarie Ottimali), sembra esser stata pianificata dagli stessi creatori dell'euro.
 
In conclusione, credo che qualora non si operi urgentemente cercando di annullare gli stringenti vincoli dei regolamenti europei e modificando la politica monetaria vigente in cui continua a perseverare la troika, ai Paesi dell'eurozona, in primis ai Paesi del sud Europa, non resti che valutare non se restare dentro o fuori l'Unione europea, bensì cominciare a considerare il miglior modo per abbandonare l'euro e tornare alle rispettive monete sovrane, tornando ad una politica monetaria che sia sovrana ed espansiva, in grado di sollevare occupazione, consumi e pil e, allo stesso tempo, rinnegando l' "odioso" debito pubblico.
 
Salvatore Tamburro
 
Tratto da: http://salvatoretamburro.blogspot.it
 
 
L'EURO-SISTEMA NON PUO' REGGERE SU 2 PILASTRI SBAGLIATI
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