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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

Svendite e tradimenti

Pubblicato su 25 Marzo 2015 da FRONTE DI LIBERAZIONE DAI BANCHIERI - CM in POLITICA

Dallo sgancio dello SME alle svendite di Stato per entrare nell’€uro (settembre 1992 – dicembre 1996)
L’inizio della fine

Dal 1987 la Lira era nello SME credibile (parità quasi fissa contro marco tedesco –DEM-, Franco Francese –FRF-, sterlina inglese GBP, scellino austriaco, fiorino olandese e franco belga le maggiori) e per tenere in equilibrio la moneta, ogni sera la Banca d’Italia doveva intervenire sul mercato dei cambi comprando o vendendo lire. Se la lira risultava disallineata verso il basso con le altre monete dello SME la BdI comprava Lire, diminuendo le riserve di valuta pregiata e/o di oro per l’importo necessario; se risultava disallineata verso l’alto vendeva Lire, aumentando di conseguenza le riserve di valuta pregiata (d’ora in poi VP) e/o di oro. La Lira tra il 1990 e l’estate del 1992 scambiò a £750 ca contro DEM (il marco tedesco era la moneta di riferimento dello SME), ed era a £765 la mattina di quel fatidico 13 luglio.

La speculazione internazionale (tra cui il gruppo guidato da Soros), a cominciare dalla primavera del ’92, prese di mira la Lira italiana e la Sterlina inglese: le valute più “deboli” in quel tribolato periodo.
Sarebbe bastato che le altre banche centrali “alleate” intervenissero per tempo a sostegno della BdI e dalla BoE (aumentando le loro riserve di Lire e sterline) ma non accadde e/o se lo fecero, fu fatto in maniera tanto blanda da non preoccupare assolutamente la speculazione: quest’evenienza già avrebbe dovuto far capire ai nostri politici che all’interno della UE non vi era alcuna coesione e che in quella “casa comune” tanto desiderata, non appena se ne fosse presentata l’occasione, i coinquilini ti avrebbero svaligiato la dispensa e l’argenteria e gli inglesi lo capirono eccome.

I ripetuti appelli ai governi alleati fatti da BdI e BoE restarono senza risposta: Italia e Gran Bretagna vennero abbandonate al proprio destino. Nell’arco di pochi mesi la BdI esaurì le riserve di VP per un importo complessivo pari a $73 miliardi (£91000 miliardi), finiti tutti nelle mani degli (increduli) speculatori. Per continuare a difendere ancora quell’assurda parità si sarebbero dovute intaccare le RISERVE AUREE e solo a quel punto Roma e Londra decisero di abbandonare il cambio fisso: Italia e Inghilterra uscirono dallo SME e Lira e Sterlina furono lasciate libere di fluttuare sul mercato valutario, rispettivamente il 13 e il 16 settembre 1992.
Se tale irrimandabile decisione fosse stata presa per tempo, cioè alle prime avvisaglie di “tradimento” da parte degli altri di SME, Lira e sterlina avrebbero certamente svalutato di meno e senza quella drammatica urgenza che contraddistinse quei convulsi giorni di settembre e soprattutto si sarebbe salvata la grandissima parte di quei $73 miliardi in VP che poi pesarono enormemente sul bilancio italiano.

In breve tempo entrambe le monete svalutarono pesantemente, scaricando tutta l’inflazione accumulata in più della zona-marco dal 1987 (entrata in vigore SME credibile) ad allora. L’Italia dal 1986 al 1992 compresi (7 anni), aveva accumulato un’inflazione pari al 40% ca (invece per la Gran Bretagna fu del 35,6%) contro la media di periodo cumulata da Germania, Francia, Austria, Belgio e Olanda pari al 16,3%: ben il 23,7% in più (il 19,3% per la GB) che grazie all’impossibilita di svalutare la moneta non si potette scaricare sul cambio man mano che si accumulava e che poi richiese quello shock annunciato. Chiaramente era proprio l’inflazione l’indicatore che teneva d’occhio la speculazione internazionale. Troppo facile! Un ricco pasto alle spese di italiani e britannici si poteva consumare tranquillamente, e così fu.

La Lira, il giorno 3 aprile 1995, toccò £1255,1 contro marco, il minimo di sempre: da quel 13 settembre del ‘92 aveva svalutato complessivamente del 64% (la sterlina toccò il suo minimo contro marco a 0,4681 il 19/11/1995, con una svalutazione pari al 31% ca); il 31 dicembre del 1995 la Lira chiudeva a £1104 per un marco tedesco: in meno di 4 mesi recuperò circa il 13,6%.

Nel 1996 sarebbe partito il road-show dell’€uro che avrebbe fissato la parità assoluta tra le valute che avevano deciso di confluirvi e tale notizia era nota già da molto tempo prima di quel 3 aprile ‘95; dopo diversi infuocati forum di politica monetaria tra i Paesi interessati, la parità indicata doveva essere di £985/990 contro DEM. Per quella data di sicuro sarebbe mancata per sempre la Sterlina: la Thatcher, dopo la sonora batosta assorbita considerò NULLA la credibilità degli altri partner dello SME e mise un veto insormontabile che neanche il convintissimo “€uropeista” Tony Blair riuscì più a rimuovere: la Gran Bretagna non sarebbe mai più entrata nel progetto –fotti il tuo vicino- €uro.

Il 31/12/1995 il cambio contro dollaro (USD) era il seguente: £1546 per USD; DEM 1,40 per USD; intanto, come abbiamo appena visto, la Lira era già stata rivalutata del 13,6% e per raggiungere la parità indicata (£985/990 contro DEM) si doveva rivalutare ancora di un buon 11/11,5%.
Una rivalutazione monetaria può avvenire in tre modi;
la tua moneta si rivaluta se:
I) è molto richiesta sul mercato dei cambi perché considerata Riserva Valutaria Pregiata;
II) è molto richiesta come mezzo di pagamento per comperare merci/servizi provenienti dal tuo Paese;
III) se la Banca Centrale decide di comprare Lire vendendo altre valute pregiate e/o oro.
Dal 3 aprile 1995 (minimo storico contro DEM) al 31 dicembre 1996 la Lira (dopo che dal 13 settembre del 1992 al 3 aprile ‘95 svalutò del 64%) dovette rivalutare complessivamente del 26,5%, portandosi da £1255 a £990 per singolo marco tedesco e detta rivalutazione fu fatta nel III modo indicato: la Banca d’Italia (Bdi) usò tutte le risorse disponibili provenienti dalle cessioni di aziende statali (svendite di Stato) avvenute dal 1993 al 1996, sommate a quelle provenienti dal surplus della bilancia commerciale che (come vedremo più avanti) esplose dal settembre del 1992 in poi per una cifra complessiva pari a circa $200 miliardi (circa $30 mld provenienti dalle svendite + 170 di saldo di bilancia commerciale).
In pratica si usarono le Valute Pregiate (Dollari, Marchi, Yen, sterline, CHF, FRF ecc) provenienti dall’immane saldo positivo delle bilance commerciali e, ancora peggio, si trasformarono in valuta pregiata anche le Lire provenienti dalle svendite di stato transate sul suolo nazionale per comprare altri USD, DEM, JPY, GBP, FRF ecc che poi vennero riutilizzate per ricomprare Lire sul mercato delle valute (forex), allo scopo di riallineare il cambio secondo i dictat di Bruxelles.
Questa è la realtà che supera la fantasia: comprammo Valuta Pregiata dai nemici commerciali storici (facendo alzare marginalmente il valore delle loro monete) per ricomprare Lire!
Sia ben chiaro che in quell’aprile del 1995, dopo il TRADIMENTO di quelli che si credevano degli alleati, avremmo potuto tranquillamente scegliere la STESSA STRADA INGLESE e NON far parte dell’€uro, ma, evidentemente, ad un’intera classe politica, industriale e dirigenziale NON INTERESSAVA ASSOLUTAMENTE il BENE della NAZIONE e del POPOLO ITALIANO e lo sapeva benissimo il-non-stinco-di-Santo Bettino Craxi che dall’esilio in Tunisia continuava a ripeterlo inascoltato. 

Quando mister Draghi ebbe a dire “l’€uro è irreversibile poiché troppe risorse sono state investite” si riferiva alle NOSTRE RISORSE che andavano a foraggiare i LORO INTERESSI.
Per poterci sedere, da SICURI PERDENTI, a quel tavolo di poker composto essenzialmente da bari e traditori occorsero ben 200 miliardi di dollari: ovviamente NOI eravamo i polli da spennare, e così fu.

Ad una prima occhiata sembra che, nel periodo post 03/04/1995, la Germania e l’Italia si siano venuti incontro, la prima svalutando il DEM e la seconda rivalutando la Lira, ma dopo un’attenta analisi sulle altre monete dello SME mi son reso conto che fu un’azione (deleteria) unilaterale dell’Italia: il franco francese, lo scellino austriaco, il franco belga e il fiorino olandese mantennero tutti la stessa parità rispetto al marco (e di conseguenza all’allineamento con il cambio contro Dollaro USA), per cui è impensabile che tutti questi attori, notoriamente altruisti come ampiamente dimostrato nella crisi monetaria del 1992, abbiano operato un’azione congiunta per aiutare gli scansafatiche e profittatori, “bravi-solo-a-svalutare-la-Liretta” italiani. Piuttosto toccò anche alla Peseta spagnola (ESP) una bella rivalutazione, visto che passò da ESP 92,2 (3/4/1995) a circa 85 (31/12/1996) contro marco per far parte anche loro dell’esclusivo club, con una rivalutazione del +9%. Essì che anche gli spagnoli, da buoni mediterranei, ne avevano già accumulata d’inflazione in più (che stanno ancora pagando a carissimo prezzo tutt’oggi, a botte di tagli salariali e di diritti acquisiti).
La sterlina inglese da quel giorno prese la via “americana” e d’allora in poi seguì più da vicino i movimenti del dollaro dei “cugini” statunitensi.

Ma torniamo a noi; furono “solo” $200 miliardi gli impieghi che occorsero per entrare nel club-fotti-il-tuo-vicino-€uro?
Certo che no!
(considerando anche le pesantissime manovre finanziare fatte in nome dell’ingresso nel club si stima che il totale sia da aumentare di almeno altri 50 miliardi di dollari).

A questo punto è doveroso tornare a quel luglio del 1992.
Non appena la Lira si svalutò l’industria italiana cominciò ad esportare come MAI era accaduto in precedenza: i saldi di bilancia commerciale furono di -1 miliardo di USD nel 1992, di +32 miliardi nel 1993, +36 nel ’94, di +43 nel ’95 e +60 nel ‘96. In questi 5 anni si realizzò un saldo netto mai visto prima, pari a ben +170 miliardi di dollari dell’epoca, RIDICOLIZZANDO la Germania (che nello stesso periodo si fermò a +40) e arrivando secondi al mondo dietro al solo Giappone (+370 mld di USD nel periodo).
Il PIL del 1992 fu di $1272 mld, quasi l’11% in più del 1991 ($1147 mld) che però nel 1993 si ridusse del -19,3% ($1026 mld), ma che nel 1994 crebbe del +3,3% ($1059 mld), nel 1995 del +6,9% ($1132 mld) e ancora del +11,9% nel 1996 ($1266 mld), recuperando quasi del tutto la forte caduta del 1993. (dal 1992 al 1996 la Germania crebbe il proprio PIL del +31,4%, mentre l’Italia del +13,8%).
Cosa accadde in quei 60 mesi?
Avendo approvato il piano di svendita delle aziende statali, partito nel 1993, da quell’anno si cominciano a tagliare progressivamente gli investimenti statali lordi che compariamo con quelli tedeschi in percentuale ai rispettivi PIL:
anno……………Italia ……………Germania
1992……………21,3%…………23,5%
1993……………18,8%…………22,2%
1994……………18,7%…………22,4%
1995……………20,1%…………22,4%
1996……………19,3%…………21,3%
Totale 5 anni…..98,2%……….111,8%
Media annua…….19,64%……….22,36%
Differenza di periodo rispetto alla Germania -13,6%; differenza annua -2,72%.

La media degli stessi investimenti nei 10 anni precedenti (1982-1991) era molto simile tra i due Paesi: del 22,61% per l’Italia e del 22,38% per la Germania. Mentre la Germania ha tenuto costanti gli investimenti (nonostante i numeri del PIL tedesco fossero pressappoco doppi rispetto a quelli italiani per una popolazione superiore “solo” del +33% come dimostra l’esempio sul 1996 qui sotto) l’Italia li ha addirittura ridotti del -3% rispetto al decennio precedente. La Francia, nonostante abbia sempre investito una percentuale di PIL inferiore (17,7% nello stesso periodo), grazie alla differenza di numeratore del PIL mette a disposizione una somma pro-capite maggiore di circa il +5%.
Investimenti lordi statali pro-capite in dollari USA
Anno…….Italia……Germania …….Francia
1996…….4285………6224…………….4480
Intanto il peso degli interessi sul debito comincia a divenire opprimente.
Nel 1981 il rapporto debito/PIL italiano era pari al 58%. Lo Stato, dal 14/10/1971 (primo intervento sui tassi d’interesse dopo la sgancio del dollaro dalla parità aurea) al 29/08/1980 (ultimo intervento sui tassi d’interesse della BdI prima del divorzio Tesoro-Banca d’Italia del marzo 1981) si finanziò ad un tasso medio NEGATIVO pari al -5,265% (differenza tra tassi d’interesse della BdI – inflazione reale). Per esportare capitali oltre frontiera vi era necessità di chiedere autorizzazioni ai ministeri preposti. Questa era la “repressione finanziaria” che obbligava i detentori di grossi capitali ad investirli o in attività reali (industria, immobiliare, commercio, agricoltura ecc) o in titoli azionari con un rischio d’impresa e assoluto chiaramente maggiore: se volevi tenere il denaro al sicuro in seno a mamma Stato (BOT, CCT ecc) dovevi pagare il servizio di conservatoria e tesoreria. In ogni modo la quantità di infrastrutture ed opere pubbliche realizzate in quell’epoca non ha eguali in nessun altro periodo storico italiano dall’unità ad oggi. Gli investimenti statali lordi in percentuale di PIL in questo decennio ebbero una media annua del 25,33%: la più alta di sempre.
Dal 23/03/1981 (primo intervento sui tassi d’interesse della BdI post-divorzio) al 24/10/1996 (ultimo intervento sui tassi dell’anno di adesione al club) le cose si invertirono diametralmente: una volta passati nelle mani del “libero mercato dei capitali” (fu lasciato il “pallino” alle banche private di decidere il tasso d’interesse) la differenza media in 16 anni tra tassi d’interesse – inflazione reale schizzò al +5,55% e il rapporto debito/PIL cominciò a salire anno per anno ad un ritmo sostenuto grazie agli interessi che si cumulavano ad altri interessi anno dopo anno. In pratica, da quel primo intervento sui tassi d’interesse post-divorzio del 23/03/1981, i capitali vennero prestati prevalentemente a mamma Stato che garantiva, oltre che la custodia assicurata dal Popolo italiano, un LAUTO interesse netto di diversi punti percentuali al di sopra dell’inflazione reale: furono moltissime le industrie che “finanziarizzarono” i loro investimenti una volta indirizzati nell’economia reale (o in borsa che a quei tempi era grosso modo lo stesso poiché ti assumevi dei rischi d’impresa), il tutto agevolato da una legge che non pretendeva neanche un centesimo di tassa sui sicuri guadagni.
Nel 1987 la FIAT (e la Olivetti ancor di più, solo per citarne qualcuno) trasse la maggior parte degli utili “aziendali” dagli interessi sui BOT, deducendo anche gli oneri finanziari dei prestiti ottenuti dalle banche, non per fare impresa, innovando, potenziando ecc, ma che venivano investiti semplicemente in BOT i cui interessi di periodo vengono ancora tutt’oggi percepiti in anticipo.
(es: prendevi in prestito £1 miliardo ad un tasso del 20% e compravi BOT annuali che rendevano il 12%; 1000-120=880; pagavi 880 oggi per riavere 1000 tra un anno e nel frattempo scaricavi 200 di oneri finanziari passivi; surplus netto dell’operazione 120. 

Come credete che il debito pubblico sia cresciuto a quel ritmo?
Credete davvero che sia stata colpa delle pur irresponsabili tangenti e malversazioni?
Piuttosto hanno indirizzato la nostra rabbia in quel senso, dandoci il capro espiatorio e la luna a cui abbaiare contro.

Grazie al nuovo “ordinamento” economico partito dal “divorzio” del 1981, nel 1996 il rapporto debito/PIL era oltre il 120%. Gli investimenti statali lordi in percentuale di PIL in questo periodo cominciarono a decrescere, rendendo una media annua del 21,75%, pari a quasi il -3,6% annuo rispetto al periodo 1971-80.
Il 31 dicembre 2001 (ad €uro fatto) l’Italia era riuscita a far parte del prestigioso club –fotti il tuo vicino- €uro e per parteciparvi (sapendo sin dall’inizio che ci avrebbe inabissato) furono impiegate TUTTE le risorse disponibili, parliamo di una somma stratosferica pari al 37% del PIL italiano del 2000: $393 miliardi dell’epoca, costituiti da $102 miliardi provenienti dalle svendite statali + $290 mld dell’attivo dei saldi delle bilance commerciali (che continuò a crescere anche dopo il 1996) dal 1992 al 2000.
I ”santoni” provenienti da “illustrissime” università private al soldo della grande industria e della finanza furono insediati nei posti nevralgici, infettando e confondendo il sistema. Di loro non ci saremmo mai più liberati. Il Cile fu usato nel 1973 come esperimento: il piano riuscì perfettamente e anno dopo anno caddero tutti i capisaldi democratici mondiali.
Il socialismo che L’Italia aveva adottato per breve tempo fu messo alla berlina in nome di un progresso che mai avremmo visto.
Chiaramente, dall’inizio del riaggancio allo SME partito il 4 aprile del 1995 e sino al dicembre 2000, l’inflazione italiana continuava ad essere ben maggiore della media tra Germania, Francia, Austria, Belgio e Olanda, per un totale pari al +8% in soli 6 anni. Questa dinamica prosegue ancora oggi, dove solo la potente deflazione occorsa nell’ultimo anno, soprattutto nella €uro-periferia, la sta di poco mitigando.
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Pausa filosofica
Antropologia economica
Purtroppo agli “economisti” sfugge troppo spesso un concetto antropologico basilare: pur sapendo che il differenziale d’inflazione è alla base di qualsiasi squilibrio macroeconomico tendono ad ignorare crassamente, o per mero interesse personale, che essa è da sempre maggiore (endemica) nei Paesi più caldi che richiedono meno lavoro per la sopravvivenza. Le popolazioni di queste zone, nei secoli, non hanno mai avuto bisogno di “conservare” per i periodi freddi (cosiddetti di “magra”) e tendono a consumare tutto e subito proprio perché la stagione temperata (cosiddetta di “grassa”) non ha soluzione di continuità.
Questi sono i comportamenti di massa che generano in questi luoghi un’inflazione fortemente superiore ai cosiddetti “paesi freddi”.
Non potrà mai esserci omogeneità tra le due “specie” umane che potranno anche essere tenute insieme con la forza, ma solo per brevi periodi, sino a quando non si raggiungerà il naturale punto di rottura.
Anche l’individualismo è maggiore nelle aree temperate proprio perché si ha meno bisogno dell’estraneo per la sopravvivenza stessa e nondimeno è anche alla base dell’indolenza e del non consociativismo che hanno portato sempre loro alla sottomissione da parte straniera.
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Adesso chiudete gli occhi e pensate se quel 3 aprile 1995 si fosse deciso di non rientrare MAI più nel progetto-€uro e quei primi $200 miliardi si fossero impiegati per gli “investimenti lordi statali”, bloccando magari anche il grosso delle “svendite di Stato” che doveva ancora partire.
Dove potrebbe essere oggi l’Italia?

Io dico che avremmo avuto delle crescite stratosferiche, paragonabili agli anni del BOOM economico che avrebbe rinsaldato il concetto di “miracolo italiano” e che oggi, a distanza di 20 anni, saremmo restati sempre stabilmente nel G6, tra il 3° e il 5° posto assoluto, magari proprio davanti alla Germania.

Spesso penso alle ultime parole di Diego Abatantuono nel film “Mediterraneo”:
è evidente che Gabriele Salvadores aveva capito tutto da molto tempo prima.
E noi, oggi, l’abbiamo capito?

L’Italia avrebbe dovuto licenziare in tronco gli incapaci traditori, arrestando e processando tutti i politici, gli industriali e i dirigenti dal grado di colonnello in su che si resero responsabili di quelle scelte scellerate e autolesionistiche. E invece costoro, ancora oggi, rispettati e riveriti, occupano le massime cariche dello Stato, dell’amministrazione pubblica, della politica, della finanza e dell’industria.

Qualcuno mi ha chiesto di fare i nomi dei responsabili: semplicissimo!
Basta accendere la TV su qualsiasi canale, in qualsiasi ora del giorno o della notte e sarete pienamente soddisfatti: l’intera classe dirigenziale odierna è figlia legittima di quel tradimento.

Riprendendo le parole del prof. Nino Galloni: “all’epoca (1995 ndr) si buttò via il bambino e si tenne l’acqua sporca”.

Roberto Nardella, ARS Puglia

Tratto da:http://www.appelloalpopolo.it

Svendite e tradimenti
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