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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

Né Stato, né Nazione. Farsi briganti

Pubblicato su 16 Marzo 2015 da FRONTE DI LIBERAZIONE DAI BANCHIERI - CM in POLITICA, IPHARRA

Il 14 marzo 1861, il tricolore diviene la bandiera del Regno d'Italia. Alcune riflessioni tra passato e futuro sul meridione, l'Unità d'Italia e l'Europa odierna.

 
Di: Simone Sauza
 

Né stato, né nazione. Ancora oggi risulta difficile descrivere o chiarire a se stessi cosa sia l’Italia. Il vizio più deleterio per la memoria di un popolo è quello di trasformare la storiografia in ideologia; e, forse, il caso dell’Unità è l’esempio più evidente. Dalla mitizzazione del processo risorgimentale e degli annessi protagonisti, ad una nuova agiografia tutta polemica e pamphlettistica dal sapore neoborbonico, la quale si tiene sul limite di tramutarsi in un mero rovesciamento del razzismo piemontese-liberale. Il problema dell’unità italiana non consiste tanto nell’ideale in sé, quanto nella nefasta metodologia e nella miopia di una classe dirigente incapace di cogliere la complessità culturale delle diverse identità della penisola e le problematiche sociali del meridione. Così l’unità diventò un’annessione. Il Regno delle due Sicilie, prima dell’unificazione, possedeva una riserva aurea pari a 445,2 milioni di lire; quella del Regno di Piemonte corrispondeva a 27 milioni. In sostanza, il Regno delle due Sicilie possedeva due terzi dell’oro della penisola. Nel giro di poco tempo, il meridione venne letteralmente depredato: in un solo anno, il Piemonte prese dalle due banche principali del Regno di Napoli (la Cassa di Sconto e il Banco Partenopeo) circa 80 milioni di lire, reinvestendo per il Meridione meno della metà. La mancanza di investimento nello sviluppo del sud era, d’altronde, funzionale all’industria settentrionale per allargare il mercato evitando la concorrenza europea. Senza contare la violenza dell’esercito piemontese, emblematica nelle stragi di Pontelandolfo e Casalduni, letteralmente rase al suolo e fatte oggetto di massacri e orrori gratuiti su bambini, donne e anziani, episodi neri relegati all’oblio della memoria storica. Il 2 dicembre del 1861, Giuseppe Ferrari, sostenitore di un’Unità d’Italia su base federalista e autonomista, dopo un lungo discorso parlamentare inascoltato, persino deriso, sul massacro di Pontelandolfo, conclude emblematicamente l’intervento accusando il parlamento: “Se la vostra coscienza non vi dice che state sguazzando nel sangue, non so più come esprimermi”.

La gran parte degli italiani era indifferente all’ideale unitario. L’Italia è sempre stato il progetto di una borghesia intellettuale fondamentalmente estranea alle esigenze della moltitudine. L’unica Italia, l’unica parvenza di identità nazionale che si era riusciti a creare fu quella letteraria, come viene mostrato in un bel saggio di Stefano Jossa (L’Italia letteraria, 2006). La retorica liberale della modernizzazione, invece, fu principalmente lo strumento atto a coprire il profondo distacco tra classe dirigente e popolo. Alle esigenze della pancia si rispondeva con i vizi della mente; alla richiesta di cibo si rispondeva con Costituzioni e con la prosopopea della Libertà. Nelle sue memorie pubblicate nel 1903, Carmine Crocco, uno dei più celebri capi-briganti, già caporale dell’esercito borbonico, scriveva:

“Molti si illusero di poterci usare per le rivoluzioni. Le loro rivoluzioni. Ma la libertà non è cambiare padrone. Non è parola vana e astratta. E’ dire senza timore, E’ MIO, e sentire forte il possesso di qualcosa, a cominciare dall’anima. E’ vivere di ciò che si ama. Vento forte e impetuoso, in ogni generazione rinasce.” 

Sin dai tempi della Rivoluzione Francese, il potere si è adoperato a bollare le rivolte e le reazioni ai grandi eventi come criminalità e banditismo. Eppure, le armi imbracciate da quei contadini erano lo strumento necessario della disobbedienza politica a quel processo di sradicamento in nome della modernità teso a rimuovere tradizioni e culture, certamente arcaiche ed elementari, ma costituenti l’identità di quelle popolazioni. “Non sono briganti come sono stati spacciati, non credete che vadano rubando, questo non è vero. Sono soldati fedeli al suo re Francesco”, così scriveva Carlo Antonio Gastaldi, militare dell’esercito sabaudo dal 1855, e passato poi alla banda del brigante Pasquale Domenico Romano. Pur nell’ignoranza e nella rozzezza, la difesa della terra dallo “straniero” bastava a fare da collante e ad attivare una spontanea organizzazione armata, come i Lazzari che nel 1799 combatterono contro lo straniero giacobino in difesa della tradizione cattolica e di Ferdinando IV.

La lotta tra modernità piemontese e brigantaggio è la guerra civile tra stato centralizzatore e comunità; l’opposizione tra legge positiva e la rivendicazione comunitaria di terra e costume. Non è vero che bisognava “fare gli Italiani” (non a caso alla celebre frase di D’Azeglio non viene mai associata un’altra dichiarazione, tratta dal suo epistolario, meno conosciuta e ben meno nobile: “La fusione coi napoletani mi fa paura; è come mettersi a letto con un vaiuoloso”), bensì bisognava pensare l’Unità secondo modelli adatti alla realtà storica della Penisola. La questione dell’Unità d’Italia come problema tra centralizzazione e comunità si riverbera perfino nelle esperienze più radicali del Novecento. Non a caso, Maria Sofia, irrequieta  moglie di Francesco II (legittimo Re spodestato dai piemontesi), alla morte del marito, non dandosi per vinta, arriva perfino ad entrare in contatto con gli ambienti anarchici e socialisti. Conosce Errico Malatesta a Parigi, sperando di trovare alleanze contro i Savoia, ma finendo solo con il  guadagnarsi l’appellativo di “Regina degli Anarchici”.

Se la Storia è magistra vitae, allora bisogna saperne vedere i tratti invarianti. Dal Risorgimento fino all’Unione Europea, le unificazioni-annessioni sono sempre state secondo due linee: depredazione monetaria (si pensi anche all’Anschluss della DDR da parte della Germania Ovest) da una parte, e omologazione delle differenze secondo modelli universalistici e astratti (l’UE oggi) dall’altra. Operazione impossibile per la patria dei campanilismi e anti-statale per eccellenza. Allora bisogna ribadirlo: né stato, né nazione. Nello spirito della nostra Penisola pulsa una vena anarchica, forse anti-moderna e provincialistica, certamente refrattaria a progetti centralistici e tecnocratici. Le proposte federative e macro-regionali forse colgono nel segno nel pensare un’Unità non centralistica, compatibile con l’idea di Europa federale e comunitaria, capace di affrontare le sfide della modernità dopo il crollo degli stati nazionali ottocenteschi e di andare oltre un certo nazionalismo-identitarismo infantile.

Le vicende del brigantaggio, in realtà contadini consapevolmente lanciati verso la morte per difendere terra e tradizione, ritornano attualissime nel momento in cui l’Europa tecnoliberale cerca di pensare l’identità come universalità indistinta, come identità senza differenza, minando il radicamento che forma gli individui. Quest’ultimo è ciò che Simone Weil indicava come l’esigenza piú importante e piú misconosciuta dell’anima umana. Il radicamento è “partecipazione naturale, cioè imposta automaticamente dal luogo, dalla nascita, dalla professione, dall’ambiente. Ad ogni essere umano occorrono radici multiple. Ha bisogno di ricevere quasi tutta la sua vita morale, intellettuale, spirituale tramite gli ambienti cui appartiene naturalmente. [...]  Lo sradicamento è minimo quando i conquistatori sono un popolo migratore che si insedia nella terra conquistata, si mescola alla popolazione e vi mette radice. [...] Ma quando il conquistatore rimane straniero sul territorio che ha occupato, lo sradicamento è una malattia quasi mortale per le popolazioni sottomesse”. Allora il brigantaggio diventa metafora di resistenza, di reazione nei confronti di una libertà e di un benessere solamente formali e astratti, come i contadini ingannati dalle promesse di rivincita sociali di Garibaldi, e condannati poi a rimanere ancora una volta gli ultimi della terra. E a chi oggi vuole opporsi ai processi storici in atto non rimane altro che passare al bosco, farsi briganti.

Tratto da:http://www.lintellettualedissidente.it

Né Stato, né Nazione. Farsi briganti
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