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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

Land grabbing, la grande (e incontrollata) corsa alla terra

Pubblicato su 20 Marzo 2015 da FRONTE DI LIBERAZIONE DAI BANCHIERI - CM in ECOLOGIA, ECONOMIA

Un trend economico globale. Esploso con la crisi iniziata nel 2008. Ad oggi 38 milioni di ettari sono sotto contratto per sfruttamento agricolo ed energetico. Soprattutto in Africa. Così fabbisogno alimentare e speculazione hanno spinto i Paesi ricchi ad investire cifre miliardarie, per accaparrarsi i terreni dei più poveri. Che troppo spesso, invece di crescere, finiscono per rimetterci

 
Il caso delle tribù etiopi

Survival International, il movimento mondiale per i diritti dei popoli indigeni, ha denunciato nelle ultime settimane preoccupanti violazioni dei diritti umani in Etiopia a causa del land grabbing. La tribù dei Kwegu, stanziata nella bassa Valle del fiume Omo, sarebbe ormai «ridotta alla fame». Il corso d’acqua che per generazioni gli ha dato da vivere si sta lentamente prosciugando. La foresta limitrofa sta lentamente scoparendo a causa del disboscamento. Circa mille persone rischiano il proprio sostentamento e tirano avanti grazie alle risorse fornite da tribù vicine. Sono le conseguenze dei lavori di costruzione della diga Gibe III, affidati all’italiana Salini Costruttori da committenti cinesi, che bloccherà il corso dell’Omo perché possa essere deviato. Le sue acque serviranno per l’irrigazione su larga scala di piantagioni commerciali che presto occuperanno le terre indigene. Con «l’effetto di fermare le piene del fiume e distruggere le riserve di pesce da cui dipendono i Kwegu», ha dichiarato Survival International.

Il governo etiope sta procedendo allo spostamento delle tribù in nuovi villaggi, incontrandone la ferma opposizione. E rispondendo, secondo alcune testimonianze, con indimidazioni e violenza. «Il governo ci ha detto che dobbiamo vivere in case nuove, ma noi non vogliamo» ha detto a Survival un uomo della tribù Suri, che vive poco lontano dai Kwegu. «Non hanno cercato di spiegarci cosa stanno facendo, né ci hanno chiesto cosa vogliamo». Gli interessi in gioco, del resto, sono notevoli.La costruzione della diga e l’irrigazione che ne deriverà ha reso molto appetibili le terre della valle dell’Omo. I termini e le condizioni dei contratti stipulati sono tenuti segreti, ma non sempre. È noto che la terra è stata venduta a un prezzo tra 0,50 e 1,00 dollaro per ettaro, o affittata a circa 1,25 dollari per ettaro con contratti di locazione validi dai 50 ai 100 anniIl primo ministro etiope Meles Zenawi ha per il momento completato più di 800 transazioni.

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Fame nel mondo e agricoltura

Quando il prezzo della terra può scendere fino a 1 dollaro l’ettaro ogni anno e le concessioni arrivano fino a 99 anni, con possibilità di rinnovo, qualcosa non va. Soprattutto se, proprio per questa ragione, in tutto il mondo stanno nascendo conflitti legati al cibo, anzi alla terra. Più che l’ambiente, però, qui c’entra l’economia. Perché economico è il fenomeno del land grabbing, l’acquisizione di terre su larga scala da destinare ad uso agricolo da parte di governi e aziende estere nei paesi in via di sviluppo. Secondo uno studio curato da un team di ricercatori del Politecnico di Milano e della University of Virginia, pubblicato sulla rivista Environment Research Letters, «se tutti i terreni acquisiti venissero coltivati al massimo del loro potenziale, la produzione di riso, mail, canna da zucchero e olio di palma aumenterebbe rispettivamente del 308%, 280%, 148% e 130%».

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Di conseguenza, sostengono i ricercatori, «tenendo in considerazione la proporzione delle coltivazioni che potrebbero essere utilizzate, oltre al fabbisogno ecessario per una dieta bilanciata (3000 kcal al giorno), le colture prodotte sui terreni acquisiti potrebbero nutrire tra 300 e 550 milioni di persone, contro i 190-370 milioni che sarebbero nutriti da quelle terre con le attuali tecnologie». Insomma, utilizzando i terreni soltanto per produrre cibo e destinandolo alle popolazioni locali, il land grabbing potrebbe risolvere problemi di malnutrizione in diverse aree del mondo. Sarebbe bello, ma non è così. Siamo invece di fronte a un business di cui molti approfittano, spesso con il beneplacito o l’aiuto, diretto o indiretto, di istituzioni come la Banca Mondiale. E gli effetti non sempre sono buoni. In molti casi si rivelano perfino controproducenti, almeno per quei governi che vendono terreni sperando (o millantando la certezza) di trarne benefici per la popolazione.

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 Un trend economico

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Accaparramento delle terre. È questo il significato di land grabbing, quella espressione ormai affermata, che indica l’acquisizione di terreni sconfinati da parte di aziende o Stati, allo scopo di utilizzarli per attività produttive. E tutto a prezzi che definire stracciati è riduttivo. I più lo chiamano neocolonialismo, altri lo ritengono un affare dagli effetti positivi a lungo termine. Qual è il verdetto? Complicato da formulare, dicono gli esperti. Da una parte il land grabbing è in evoluzione, dall’altra non esistono monitoraggi e dati complessivi, ma soltanto casi studio. Fatto sta che negli ultimi anni non è cambiato praticamente nulla. Anzi, le prospettive sembrano funeste, perché non abbiamo a che fare con una semplice compravendita arcaicamente colonialista. È un coacervo di investimenti in costante espansione. Un giro di miliardi di dollari. Un trend economico globale.

Il fenomeno del land grabbing esplode nel 2007, agli inizi della crisi economica mondiale. In quel periodo i prezzi dei generi alimentari crescono e ostacolano il commercio. In breve tempo, torna a porsi la questione del fabbisogno alimentare e la ricerca di soluzioni diventa una necessità. Servono grandi quantità di terra e braccianti, ovviamente a basso costo. Cose che i paesi industrializzati, i primi a scontare gli effetti della crisi, non hanno. La soluzione, dunque, è comprare altrove terreni in grandi quantità, da destinare ad attività agricole. E ad averne molti, per di più scarsamente utilizzati, sono i cosiddetti “paesi in via di sviluppo”. Così è iniziata la grande corsa alla terra.

La Fao e altre istituzioni hanno pubblicato documenti ed effettuato ricerche sul land grabbing, partendo dalle decine di contratti stipulati negli ultimi anni. Ma l’iniziativa più attenta alla questione ed aggiornata sembra Land Matrix, che ha dato vita in rete ad un Osservatorio globale interattivo e in costante aggiornamento, supportato anche dall’Oxfam e dalla Commissione Europea. Dal 2000 ad oggi, Land Matrix è stata in grado di mappare circa 1200 contratti nel mondo, il 79% dei quali sono già conclusi, contro un esiguo 6% di fallimenti. Più di 38 milioni di ettari di terra sono stati acquistati o, secondo una prassi ormai consolidata, concessi in affitto per un periodo che va dai 30 ai 99 anni – altri 16 milioni sono al momento oggetto di stipula –. L’equivalente di oltre 53 milioni di campi da calcio e di una superficie pari a circa 4,2 volte quella del Portogallo, un tempo appartenenti a diversi paesi, sono oggi nelle mani di aziende e paesi esteri.

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Le classifiche e il paradosso

Con circa 7,66 milioni di ettari (ha) controllati grazie alla stipula di 84 contratti, gli Stati Uniti sono il paese che ha ottenuto più terre, seguito dalla Malesia (3,59 milioni ha e 96 contratti) e da Singapore (2,93 milioni ha e 46contratti). La classifica dei primi 10 investitori mondiali stilata da Land Matrix ci dice molto sull’entità del trend economico che verte sulla terra. Potenze economiche come Usa, Regno Unito, Canada e Cina puntano ad avviare nuove attività produttive. Emirati Arabi e Arabia Saudita, detentori di grandi liquidità, possono azzardare enormi investimenti in un settore dimostratosi fruttuoso e accumularne i proventi. Le economie “emergenti” di Singapore, India e Malesia crescono e hanno bisogno di soddisfare il crescente fabbisogno interno a costi vantaggiosi. La terra, insomma, interessa a tutti, da chi ha bisogno di più cibo o ha subito duramente il rincaro dei prezzi all’inizio della crisi, a chi ha intravisto un’ottima opportunità economica (o speculativa, quando si comprano terreni a prezzi stracciati per poi rivenderli al miglior offerente).

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Poi vengono i destinatari degli investimenti, paesi in cui la povertà estrema dilaga. Il continente più colpito, come mostra la top 10 di Land Matrix, è quello africano, con 6 stati che complessivamente hanno già ceduto quasi 15 milioni di ettari. Oltre a due paesi asiatici, Papua Nuova Guinea e Indonesia, c’è poi la Federazione Russa e, caso unico in Europa, l’Ucraina. Considerata la crisi geopolitica che è nata da questo paese, è giusto osservare che ad aver investito più di tutti – anche della Russia – nello storico “granaio d’Europa” sono proprio paesi dell’Unione, come Danimarca, Svezia, Francia, Lussemburgo e Austria. Un motivo in più per non volere l’ex satellite sovietico succube di Mosca.

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Su 1.042 contratti nel mondo si hanno informazioni relative alla finalità degli investimenti, che riguardano più di 35 milioni di ettari di terra. Meno di 100 riguardano la silvicoltura e una porzione ancora inferiore l’industria e le energie rinnovabili. Ma secondo Land Matrix, sono 1.176 i contratti che riguardano l’agricoltura per un totale di 29,8 milioni di ettari: quasi 16,2 milioni sono coperti da coltivazioni alimentari e altri 8 milioni utilizzati per biocombustibili. Il caso dell’Africa subsahariana è particolarmente interessante per osservare in maniera più approfondita le conseguenze del land grabbing. Nel continente dove la fame dilaga e dove più di 16 milioni di ettari di terra sono sfruttati a fini agricoli, infatti, solo il 13% è destinato a produrre esclusivamente cibo commestibile, contro un 45% impiegato per coltivazioni di altro tipo. Un paradosso, che suscita la fatidica domanda. Se le popolazioni locali – che hanno diritti ancestrali di utilizzo di quei terreni e che, quasi sempre, versano in condizioni di estremo disagio e povertà – non ottengono vantaggi e subiscono i danni arrecati all’ambiente e alla biodiversità, che giudizio si può dare sui contratti stipulati? Non a caso, sono molte le ribellioni e i conflitti ambientali legati alle conseguenze del land grabbing.

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Se questo è neocolonialismo

diritto alla terra

In Mozambico la terra è praticamente gratis. Ma, soprattutto, è fertile e praticamente inutilizzata: secondo il ministero dell’agricoltura, su 36 milioni di ettari di superficie arabile solo il 10% è coltivato. Come si sta utilizzando il resto è la storia che racconta una recente inchiesta condotta nell’ambito dell’Innovation in Development Reporting dell’European Journalism Centre e pubblicata sul corriere.it. Nella provincia di XaiXai, a Nord dalla capitale Maputo, l’azienda cinese Wanbao produce riso e mais dal 2011. Ha ottenuto in concessione 20 mila ettari e può contare su un investimento iniziale di 250 milioni di dollari cui si aggiungono i 10 milioni appena ricevuti attraverso il Fondo di Cooperazione per lo Sviluppo tra Cina e Paesi di lingua portoghese. Oggi dà lavoro a 1.340 persone, di cui 500 cinesi. Ma a quei 1000 nuovi posti si contrappongono oltre 80mila persone sfollate, ha riportato l’emittente televisiva Canal de Moçambique. Una contraddizione che è l’esito di molte altre storie,in Africa, in Asia, in America Latina e perfino in Europa.

«Esistono situazioni molto diverse tra loro di cui si dovrebbe tenere conto per dare una valutazione complessiva» dice Nadia Cuffaro, professoressa di Politica Economica all’Università degli Studi di Cassino. «Gli investimenti da Stati o aziende estere rappresentano ingenti afflussi di capitale per i paesi in via di sviluppo. E a maggiori risorse dovrebbero corrispondere maggiori opportunità: più lavoro, nuove tecnologie e infrastrutture migliori». Molti episodi dimostrano che raramente è così e che a farne le spese sono proprio le popolazioni locali, senza alcun ritorno dagli investimenti fatti nel loro paese. Multinazionali e Stati ne approfittano? «Certamente è accaduto e accadrà, ma le responsabilità sono molteplici». In Africa, per esempio, «ad avere un ruolo primario sono i governi, legittimati dall’insicurezza dei diritti di proprietà riguardanti la terra» continua la professoressa Cuffaro. In molti paesi la terra è appartiene allo Stato, che può farne ciò che vuole senza tenere conto dei diritti dei cittadini e, in particolare, senza avere poi la forza di monitorare che i programmi di investimenti portino i vantaggi annunciati.

Inoltre, sui contatti stipulati c’è scarsissima trasparenza e i dati disponibili sull’incidenza del fenomeno sono parziali. «Le banche dati non registrano tutti i casi di land grabbing o presunto tale, ma solo un parte. Ecco perché non abbiamo evidenze empiriche ma soltanto casi studio, che ci dicono qualcosa ma non sono esaustivi». Secondo Stefano Pareglio, professore di Economia dell’ambiente e dell’energia all’Università Cattolica, dai casi studio si osserva la creazione di nuovi posti di lavorolegati all’avvio di nuove attività agricole, mentre è più raro l’integrazione di queste ultime con l’economia locale, attraverso il passaggio di knowhow tecnico e la creazione di infrastrutture. Ma l’altra faccia della medaglia sono molto spesso «l’alienazione dei beni a svantaggio degli autoctoni e poi la mancanza di compensazioni adeguate».

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Un giudizio difficile

A mancare sono le norme. Ma soprattutto dati complessivi e relazioni scientifiche complete, che tengano conto dei diversi casi. «Considerando le diverse responsabilità – dice il Pareglio – dare una valutazione in maniera scientifica non è semplice, perché disponiamo solo di casi studio che, per quanto chiari, restano tali e non ci permettono di generalizzare». Quella del land grabbing, infatti, è una categoria ampia, che può comprendere iniziative con fini diffenti. Ci sono quelle che nascono fin dall’inizio come mero accaparramento di terre e quelle che sarebbero finalizzate alla cooperazione, unendo il profitto delle grandi aziende al rilancio delle economie locali di regioni in difficoltà. E, per complicare il quadro, perfino queste ultime possono rivelarsi un boomerang.

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Emblematico è un caso raccontato su Limes e denunciato dall’organizzazione Pane per tutti, il servizio delle chiese protestanti svizzere che sostiene circa 400 programmi in oltre 60 paesi. Si tratta del progetto di Addax Bioenergy (società elvetica specializzata nella produzione di energia da fonti rinnovabili), che nel 2010 ha avviato un programma per la coltivazione di canna da zucchero per la produzione di agro carburanti nella regione di Makeni, in Sierra Leone. Qui, il governo ha concesso circa 30mila ettari di terra per 50 anni, con il cofinanziamento della Banca Europea degli Investimenti e della Banca Africana per lo sviluppo. L’obiettivo era produrre agro carburanti e fornire alle popolazioni coinvolte servizi, lavoro, salari migliori. Ma solo 200 persone sono state effettivamente assunte e di scuole, pozzi o presidi sanitari non vi è traccia. Ora i cittadini temono che la coltivazione intensiva di canna da zucchero possa perfino mettere a rischio il loro approvvigionamento idrico.

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Ma nulla è cambiato

«Quel che vediamo è che il prezzo stracciato della terra e i grandi investimenti provenienti dall’estero danno origine ad una proprietà molto accentrata e a coltivazioni intensive», afferma Cuffaro. Ecco perché i casi migliori, aggiunge Stefano Pareglio, «sono quelli in cui gli agricoltori locali mantengono il controllo delle terre e organizzazioni di altro tipo collaborano». La Banca Mondiale, intanto, ha realizzato un protocollo sul Responsible AgroInvestment (Rai) che contiene 8 principi idicativi per la responsabilità d’impresa. Non vincolanti. Diritti violati, regole assenti, dati limitati e tanti, tanti soldi. Da quando il fenomeno del land grabbing è iniziato, la situazione non sembra migliorata.

Al palese accaparramento di terre si aggiungono progetti fallimentari e collaborazioni ontraddittorie. Il tutto condito con inettitudine dei governi, corruzione e i nstabilità politica, regnanti in molti dei paesi che cedono i terreni. Se c’è stato un cambiamento, è quello di cui ha parlato Stefano Liberti (giornalista, autore del libro Land Grabbing edito da Minimum Fax) in un’intervista al magazine Terra Madre. «Fao e Banca Mondiale si sono espresse a favore dei primi “acquisti” in terra straniera. Vedevano in questi primi episodi delle opportunità di investimento in un settore come quello agricolo che, ricordiamolo, ne ha estremo bisogno. Adesso cercano di mettere un freno e di riposizionarsi applicando codici di condotta che però non sono incisivi». Ben venga la responsabilità d’impresa, ma dovrebbero esserci nuove regole, elaborate anche sulla base di dati e studi che ancora non ci sono e sul coinvolgimento delle comunità.

Tratto da:http://dailystorm.it/2015/03/17/land-grabbing-grande-e-incontrollata-corsa-alla-terra/

Land grabbing, la grande (e incontrollata) corsa alla terra
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v4l3 03/20/2015 17:32

Praticamente i paesi con il piu' alto numero di obesi fanno rifornimento di generi alimentari nei paesi
dove la gente muore di fame.
Che cosa si puo' fare per cambiare questo?
sicuramente non aggregarsi in sistemi economico speculativi creati apposta per servire le multinazionali,
leggi UE,
questo e' penso uno dei piu' gravi atti della storia che abbiano fatto i nostri politici,
aderire all'euro di proprieta' mondialista e rendersi quindi complici in modo esplicito
a questa mostruosita'.