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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

La fine della grande industria nazionale?

Pubblicato su 29 Marzo 2015 da FRONTE DI LIBERAZIONE DAI BANCHIERI - CM in POLITICA

L’acquisizione della Pirelli da parte di capitali stranieri è solo l'ultimo tassello di un processo in corso da decenni. Esso rappresenta l’inarrestabile declino dell’industria “nazionale” a favore delle multinazionali globali slegate da qualsiasi legame con il territorio d’origine.

Pochi giorni fa è stato rivelato al mondo il processo di acquisizione dell’azienda Pirelli da parte della società cinese ChemChina, attraverso un’operazione dal valore di diversi miliardi di euro. L’amministratore delegato Tronchetti Provera ha salutato l’acquisto come una grande opportunità per l’ex azienda italiana e per il Sistema Italia in generale, il quale necessita di grossi capitali esteri stando all’opinione del suddetto . Ovviamente l’ennesima perdita di un ex gioiello italiano ha scatenato notevoli polemiche, subito bollate dai “globalizzatori” come un retaggio nazionalista fuori dai tempi. Eppure in queste critiche si cela un fondo di verità, mascherato sottilmente con ipocrite affermazioni da parte dei padroni della finanza e vari manager incompetenti.

Il processo che ha coinvolto la Pirelli (e probabilmente presto la Pininfarina e altre società) è in corso dalla fine degli anni 70′, dettato dalla mutazione dell’assetto industriale nazionale a favore di una spersonalizzazione delle industrie in nome della competizione globale.
In passato le fortune del capitalismo italiano sono state forgiate in gran parte da ingegnosi capitani d’industria, che attraverso delle piccole imprese hanno saputo costruire della realtà solide che si sono concretizzate in grandi complessi come la Fiat, la Rizzoli, la Ferruzzi, la Ferrero, fino a raggiungere l’apice nel capitalismo dal volto umano e visionario di Adriano Olivetti. Quella classe imprenditoriale, spesso partita dal nulla e sopravvivendo a due guerre mondiali, aveva saputo avviare una ripresa duratura nel dopo-guerra facendo dell’Italia una delle maggiori potenze industriali del pianeta.

Con l’ingresso prepotente della finanza e le influenze degli studi da oltreoceano, oltre che un lento e costante declino della classe dirigente nazionale, i grandi capitani vennero sostituiti da eredi incompetenti e dai famigerati manager, sulla scia del metodo “corporation” anglosassone, dove ciò che conta sono solo gli azionisti, mentre gli stakeholders vengono abbandonati a se stessi. Così nel giro di tre decenni si è potuto assistere alla dispersione di un capitale enorme, con il tracollo della Ferruzzi distrutta da Raul Gardini e da un intero sistema partitico corrotto, l’irrilevanza della Olivetti e la scomparsa di un’altra miriade di società che avevano fatto la fortuna di questo paese.
La globalizzazione degli anni 2000 e il declino del Bel Paese ha accentuato il processo anche in nome di un’ideologia elitaria, la quale spinge verso l’eliminazione di qualsiasi retaggio nazionale o territoriale in vista del villaggio unico. Il capitalismo manageriale (ben rappresentato da personaggi come Sergio Marchionne) non prevede forti legami con la nazione di origine, ma al contrario crea multinazionali operanti in ogni angolo del pianeta alla ricerca del migliore profitto. Il legame con i territori nazionali e il suo popolo viene visto spesso come un limite, specialmente nel caso della classe manifatturiera del primo mondo, nettamente più costosa a livello di salari rispetto alle popolazioni dei Paesi emergenti.

Questa nuova via intrapresa dal capitalismo industriale ha inoltre creato una classe di manager distaccati e amorali (nettamente differente rispetto alla borghesia ottocentesca), la quale è strettamente legata a soluzioni di breve-medio periodo, invece che allo sviluppo dell’industria su un lungo arco temporale. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti, fra scandali finanziari, truffe, progetti industriali fallimentari e speculazioni senza fine. A questa decadenza manifesta si aggiunge poi l’insipienza della classe dirigente politica occidentale, ormai sottomessa ai diktat della finanza e delle tecnocrazie.
Così nel secondo decennio del XXI sec. assistiamo alla svendita del patrimonio nazionale e alla perdita della nostra ricchezza a favore di poche ristrette èlites, mentre nuove potenze emergenti usano ingenti capitali per estendere il loro dominio sulle nostre spoglie.

Tratto da: http://www.lintellettualedissidente.it/

La fine della grande industria nazionale?
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