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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

Il Jobs Act e i (pessimi) cambiamenti epocali che comporta

Pubblicato su 15 Marzo 2015 da FRONTE DI LIBERAZIONE DAI BANCHIERI - CM in POLITICA

In questi giorni è entrato in vigore il Jobs Act. O meglio, i primi due decreti attuativi sono entrati in vigore, e quindi si possono già firmare contratti a tutele crescenti. A scommettere per il prossimo anno su un saldo positivo delle assunzioni il suo fautore, Matteo Renzi, il quale recita: «Ci saranno molte più assunzioni che licenziamenti: sono pronto a scommetterlo e molto dipenderà dal Jobs act che rende molto più semplice assumere».

Ammesso e non concesso che possano davvero aumentare gli occupati, diamo uno sguardo al come, perché e chi può essere assunto.

Intanto partiamo da un dato di fatto: in Italia la maggioranza delle imprese sono piccole e medie. Non siamo gli Stati Uniti: le grandi spa ci sono eccome, ma il tessuto sociale da sempre si regge in piedi grazie ad aziende di famiglia – le stesse che la globalizzazione sta mettendo in seria difficoltà. Dunque, il 97% delle imprese ha meno di 15 addetti e di queste il 47% ha un solo addetto che si aggiunge all’imprenditore. Eppure, il 65% degli occupati lavora per aziende con più di 15 dipendenti: il 3% del totale delle imprese presenti sul suolo nazionale ha in mano il reddito della maggioranza assoluta delle famiglie italiane. 

Detto questo, le prime aziende che dovrebbero essere spinte ad assumere sono quelle che hanno meno di 15 dipendenti, ma che magari già adesso raggiungono e superano quel numero grazie a co.co.pro. e similari. Per queste si apre la possibilità di passare al contratto a tutele crescenti per quelli che ancora non abbiano un tempo indeterminato nella consapevolezza che, superando in questo modo il limite dei 15 addetti, si possa disapplicare l’art.18 anche per i vecchi lavoratori. Da quel momento in poi, liberi tutti: tre anni di sgravi sui nuovi assunti senza nessun obbligo verso nessuno dei propri lavoratori, con la possibilità di licenziare chiunque risarcendolo – dopo essere andati in giudizio e non in maniera automatica - con una cifra certa (da 2 a 24 mensilità) a seconda dell’anzianità di servizio. Rimane in piedi solo l’obbligo di reintegro in caso di discriminazione o inesistenza della violazione disciplinare che viene contestata al lavoratore. Una cuccagna che, nonostante Poletti dica che si non si possa licenziare e poi riassumere perché “non è compatibile con la legge”, è facilmente replicabile all’infinito: l’azienda avrà sempre più spesso bisogno di giovani pronti a lavorare sottopagati, felici di aver firmato un contratto, qualunque esso sia, per poi passarli ad aziende simili in un cambio infinito che porta il nome di “flessibilità”. La cosa conviene anche perché gli sgravi fiscali previsti sono superiori agli indennizzi previsti in caso di licenziamento. Le uniche collaborazioni che potranno restare ancora in piedi sono quelle fornite dalla false partite Iva: non hanno sgravi ma nemmeno rappresentano un gran costo per le aziende e per lo Stato sono comunque una entrata, soprattutto alla luce dell’aumento delle tasse per questa categoria.

Per tutte le imprese il cambiamento è comunque di portata storica: se già adesso, soprattutto per “motivi economici” si può licenziare senza tanti problemi, domani si potrà farlo senza nemmeno creare “bad co” cui far confluire il personale “in esubero”. Oppure, basterà farlo un’ultima volta e poi passare al nuovo osannato contratto. Che poi il motivo sia una reale difficoltà, un calo delle commesse, la delocalizzazione o la semplice antipatia per qualche lavoratore irrequieto, non cambierà nulla. Anzi, proprio quest’ultimo potrà essere demansionato motivando la cosa con una “riorganizzazione aziendale” oppure licenziato in tronco senza spiegazioni. 

Sarà tutto molto più semplice, dunque, nella logica del maggior profitto in cui anche il lavoro umano diventa un semplice costo da abbattere. Quello che sicuramente calerà è invece la cassa integrazione. E qui viene il bello: nessuna azienda che chiuda i battenti potrà chiederla per i propri ex lavoratori e in ogni caso verrà corrisposta per un periodo inferiore rispetto a prima.  

Non sarà però il Jobs act a convincere le imprese ad assumere o meno. Potranno farlo guadagnandoci, anche troppo, ma non ci saranno ampliamenti non giustificati dalle logiche di mercato. In un mondo dove il denaro la fa da padrone, dove non esistono rapporti considerati validi che non siano quelli economici, la figura dell’imprenditore si trasforma in quella del “padrone”. Lui, dall’alto del profitto che ha pure accumulato in tempo di vacche grasse, non si accolla nessun rischio di impresa: per quello c’è il lavoratore flessibile.

Sara Santolini

Tratto da:http://www.ilribelle.com

Il Jobs Act e i (pessimi) cambiamenti epocali che comporta
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