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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

Il 3%: una regola, mille eccezioni

Pubblicato su 19 Marzo 2015 da FRONTE DI LIBERAZIONE DAI BANCHIERI - CM in ECONOMIA

La regola del “3%”, spauracchio e al tempo stesso eterna scusa dei governi per legittimare scelte incomprensibili di politica economica, è una semplificazione giornalistica che indica in realtà un insieme complesso di limiti, sia nazionali sia comunitari, posti alle spese correnti dei governi dell’Unione europea.

Le regole di bilancio furono inizialmente concepite con lo scopo di evitare eccessivi deficit in vista dell’unificazione monetaria. Nel 2012, il patto di stabilità è stato potenziato con leggi nuove (per i paesi dell’Euro, il “two-pack” e il “six-pack”) e con un trattato internazionale che però è al di fuori delle regole comunitarie: le prime due leggi obbligano i paesi dell’euro a non sviluppare eccessivi squilibri di bilancio nel medio termine (e a correggerli, se rilevati). Il trattato è invece il cosiddetto “Fiscal Compact”, che – tra le altre cose – costituzionalizza l’obbligo di progressivo rientro dal deficit per i paesi che hanno debiti sopra il 60% del PIL.

Semplificando, ci sono due verifiche annuali. In autunno si analizza la deviazione dalle previsioni di bilancio dell’anno in corso fatte in primavera e si certificano i budget per l’anno successivo, in primavera si analizza la situazione dell’anno precedente (e, se ci sono, le deviazioni multiple nel corso di anni successivi) e si approvano eventuali sanzioni. Che sono proposte dalla commissione, con il consiglio (gli stati membri) che può votare contro di esse a maggioranza qualificata. Il vecchio patto prevedeva invece che le sanzioni fossero approvate dal consiglio e solo proposte dalla commissione. Quello nuovo ha “ribaltato” la questione apparentemente concedendo piu’ poteri alla commissione e costringendo il consiglio a una decisione di “annullamento” delle sanzioni che – nelle intenzioni del legislatore – dovrebbe essere difficile da congiurare politicamente.

La realtà è molto diversa, come sempre succede quando il diritto si mischia alla politica. In teoria la commissione dovrebbe funzionare come un ufficio studi, imparziale, tecnico e senza alcuna influenza “nazionalistica” sul lavoro dei commissari. I commissari sono però diventati – progressivamente a partire dall’inizio del secolo – rappresentanti dei governi, e spesso difendono gli interessi dei paesi dai quali provengono. Per questo motivo, anche se I tecnici fanno i calcoli e suggeriscono i provvedimenti, il collegio dei commissari agisce di testa propria. E i grandi paesi, Italia, Germania e Francia, grazie a questo meccanismo in cui l’influenza politica conta, si sono sempre fino a ora salvati dalle sanzioni.

Non basta. Il “3%”, l’obiettivo di deficit di bilancio, non corrisponde assolutamente al deficit reale. Il modo in cui si calcola è assolutamente “convenzionale”: molte spese, per esempio quelle militari o quelle per investimenti a lungo termine in determinati settori, non sono calcolate al passivo di bilancio. Le cosiddette “riforme strutturali” – che sono di due tipi, liberalizzazioni e flessibilita’ nel mercato del lavoro – consentono inoltre di “sforare” senza essere sanzionati. E a gennaio, una apparentemente “innocua” comunicazione della commissione stessa ha ulteriormente “ammorbidito” i criteri, legando la flessibilità alla mera “proposizione” delle riforme strutturali – ora non è cioe’ piu’ necessario approvarle, basta che un governo le metta sul tavolo.

Sembra che questa comunicazione sia stata fortemente voluta del primo ministro italiano Matteo Renzi e negoziata dalla leadership socialista italiana al parlamento europeo: è la ragione per la quale l’Italia ha sfangato la reprimenda della commissione anche questa primavera. Altro luogo “grigio” è il rapporto tra la direzione generale ECOFIN (la burocrazia che si occupa dei “numeri”) e i governi stessi, con negoziazioni febbrili nei giorni finali di ottobre quando i progetti di legge di bilancio per l’anno successivo sono spediti a Bruxelles per essere “approvati”.

La cosa piu’ divertente però è che non c’è nessun vero meccanismo di enforcement immediato nemmeno per le cosiddette “grossolane” violazioni, quelle per intenderci che la commissione, evidenziando, dovrebbe utilizzare come motivazione per rispedire il bilancio nella capitale di riferimento e richiederne una nuova versione, compatibile con i criteri comunitari. Se anche lo stato in questione decidesse di non adempiere, ogni decisione sarebbe comunque rinviata alla primavera successiva e passerebbe in ogni caso attraverso lo scrutinio “politico.”

Insomma, una vera e propria barzelletta: è l’ammissione di quasi tutti gli addetti ai lavori e in particolare dei poveri funzionari frustrati ai quali si ordina un lavoro rigoroso di “screening”, poi completamente spazzato via all’occorrenza dalle convenienze politiche. L’enforcement del fiscal compact, dal canto suo, è un affare meramente nazionale: la legislazione interna agli stati membri dovrebbe garantirne l’applicazione; ma la possibilità di adire la corte costituzionale in molti stati d’Europa è negata al semplice cittadino, che peraltro non si vede perché debba ricorrere – specialmente nei paesi più avvezzi ai bilanci allegri – “contro” i propri interessi e a favore dei tagli di spesa.

Le nuove legislazioni sono state sostanzialmente richieste come garanzia dai tedeschi per entrare a far parte del fondo salva-stati ESM nel 2011-2012, gli anni piu’ acuti della crisi dei debiti sovrani. Tuttavia, la Cancelliere Angela Merkel, e con lei gran parte del governo tedesco, ha fatto molta attenzione a non calcare la mano con Italia e Francia. Per questo a Bruxelles ha fatto sorridere in ottobre la campagna orchestrata dal governo d’oltralpe, in protesta anticipata contro una possibile bocciatura del bilancio 2015 da parte della commissione, nella piena consapevolezza che la questione sarebbe stata archiviata senza patemi. Quanto a noi, abbiamo giocato con ancora maggiore anticipo. Nessuna teoria della cospirazione: semplicemente l’attenzione spasmodica del governo, che ha inviato spesso il ministro delle finanze Pier Carlo Padoan a discutere le questioni tecniche con i servizi della commissione, ci ha evitato sorprese dell’ultim’ora.

Ah, e i silenzi tedeschi in materia sono anche dovuti al fatto che la Germania viola anch’essa le regole mantenendo un altissimo surplus di bilancio (piu’ o meno il 6%), il che è parimenti vietato. E la circostanza, spesso sollevata dalla leadership francese con finta indignazione, è in realtà ampiamente tenuta in considerazione nelle negoziazioni come “contrappeso” verso le violazioni – di tipo opposto – di Italia e Francia. Insomma, per concludere: quella che a molti sembra – e che molti governi millantano essere – la “bacchetta” della commissione europea sui bilanci, è in realtà un mero mercato delle vacche politico in cui si negozia per molti versi tra stati sovrani. E per quanto, talvolta, la “regola del 3%” somigli ad un freddo, burocratico parametro, nei fatti gli stati difficilmente se ne discosterebbero più di quanto se ne discostino adesso.

Senza menzionare il fatto che alcuni governi “dimenticano” di raccontare che i parametri europei sono molto permissivi con le spese di investimento e molto duri con le spese assistenziali (pensioni, social security, stipendi statali) che, guarda caso, sono proprio quelle politicamente più difficili da ridurre.

Tratto da:http://blog.ilgiornale.it/ilsenzapatria

Il 3%: una regola, mille eccezioni
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