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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

Per chi lavora l’ISIS in Libia?

Pubblicato su 15 Febbraio 2015 da FRONTE DI LIBERAZIONE DAI BANCHIERI - CM in POLITICA

La Libia affonda in un nuovo Medio Evo di caos e di fondamentalismo. Alle tante barbarie che questo povero e martoriato paese ha conosciuto a partire dal 2011, si sommano adesso anche quelle dell’ISIS, che è rapidamente diventato il gruppo predominante e prevalente fra le tante fazioni fondamentaliste in lotta fra loro per la conquista del potere e dell’egemonia. In tempi rapidissimi gli uomini dell’ISIS hanno conquistato Derna e Sirte, quest’ultima la città del Qai’d Muammar al Gheddafi, e marciano ora con sorprendente celerità su Tripoli, città nella quale sono già abbondantemente e saldamente infiltrati, come dimostrato anche dall’attentato all’Hotel Corintia di pochi giorni fa.

Tutti i tentativi sin qui operati per debellare o quantomeno ridurre il pericolo del fondamentalismo e riportare l’ordine nel paese sono falliti, a cominciare da quello del generale Khalifa Haftar, ambigua personalità debuttata sotto Gheddafi, poi passata al soldo degli americani ed infine avvicinatasi anche ad ambienti politici e clanici considerati “alternativi”. Esaurite tutte le carte, il paese s’è così ritrovato da solo di fronte al fondamentalismo, che ormai può addirittura presentarsi, agli occhi di molti libici, come l’unica ed ultima soluzione ancora praticabile per garantire un minimo di solidità alla Libia. Proprio come avvenne in Afghanistan ed in Somalia, ed in misura minore anche in Iraq, dove l’Islam radicale si presentò come la via obbligata per ritrovare un po’ d’ordine e di sicurezza dopo il fallimento di tutti i tentativi politici precedenti.

Di questo disastroso bilancio possono complimentarsi i paesi ed i governi occidentali, insieme ai loro alleati arabi delle petromonarchie del Golfo, e la NATO, che nel febbraio del 2011 hanno deciso di distruggere la Jamahiriya per soccorrere dei fantomatici “ribelli democratici” che in realtà erano solo una masnada di tagliagole e d’integralisti islamici. Ovviamente, per la coalizione che aggredì la Libia, di cui anche l’Italia fece parte, attaccare Gheddafi era una necessità irrinunciabile, poichè in caso contrario il Qa’id avrebbe disperso e gettato nel Golfo di Sirte quella “masnada” che insanguinava Bengasi e dintorni, e quindi denunciato a livello internazionale il piano golpista ed insurrezionale che era stato confezionato proprio da quella coalizione “arabo-occidentale”. Un danno da evitare a qualsiasi costo: e infatti il prezzo è stato abbondantemente pagato dai libici, con decine di migliaia di morti e milioni di profughi, in fuga dagli orrori della guerra e dei democratici squadroni dei “ribelli”, particolarmente desiderosi d’applicare la loro idea di “democrazia” soprattutto sui neri di Libia, come anche la cruenta fine di Tawergha dimostrò al mondo intero (o, perlomeno, a quella parte di mondo che volle e potè vederlo).

Adesso, di fronte alla formidabile avanzata dell’ISIS, l’Occidente torna a preoccuparsi e ad interessarsi della Libia, in particolare il premier Renzi che, per inciso, nel 2011 era tra quanti invocavano a gran voce le bombe umanitarie su Tripoli e dintorni, contro Gheddafi e a favore dei “ribelli democratici”. Proprio come in Siria ed in Iraq, anche in Libia l’ISIS fornisce all’Occidente il pretesto per farvi ritorno con la scusa di combattere il fondamentalismo ed il terrorismo. Peccato, però, che si tratti di una guerra fittizia, come anche il caso siriano ci dimostra fin troppo chiaramente: i bombardamenti americani, anzichè colpire le postazioni dell’ISIS, sono indirizzati contro l’esercito siriano ed Hezbollah, e i lanci di munizioni, anzichè andare a beneficio di chi combatte contro il Califfato, cadono spesso e volentieri proprio nelle mani di quest’ultimo. Sarà così anche in Libia, con esiti facilmente immaginabili.

Ma perchè tornare in Libia? Perchè, proprio a causa del crescente successo del fondamentalismo e dell’ISIS in particolare, si teme che possa intervenirvi l’Egitto (e magari pure l’Algeria), magari sostenendo la resistenza gheddafista saldamente attestata nel sud del paese, cosa che in parte già avviene, o addirittura in modo diretto, coi propri militari, il che costituirebbe per l’Occidente un disastro ancora maggiore. L’ISIS verrebbe facilmente e prevedibilmente spazzato via e la Libia ritornerebbe all’antico, o quasi, certamente approdando ad uno status quo politico ed economico contrario agli interessi occidentali e piuttosto similare a quello della mai dimenticata Jamahiriya.

Uno scenario decisamente raccapricciante per l’Occidente e per gli Stati Uniti in particolare, che lo vivrebbero come l’ennesimo completo fallimento delle loro strategie geopolitiche ed internazionali, e da prevenire pertanto a tutti i costi, possibilmente andando in Libia prima che lo faccia qualcun altro.

Filippo Bovo

Tratto da:http://www.statopotenza.eu

Per chi lavora l’ISIS in Libia?
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