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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

EUROSIBERIA!

Pubblicato su 12 Febbraio 2015 da FRONTE DI LIBERAZIONE DAI BANCHIERI - CM in IPHARRA

Testo della conferenza pronunciata alla Sala S. Maddalena, in Monza, giovedì 15/01/2015, ore 21.15

Per comprendere le dinamiche politiche e culturali della Russia moderna, nel suo relazionarsi con l’Europa occidentale, occorre riferirsi soprattutto alla dottrina dell’Eurasiatismo o Eurasismo. Sappiamo, infatti, che a tale dottrina, il cui principale esponente attuale è il prof. Alexander Dugin, dichiara d’ispirarsi l’attuale presidente russo Vladimir Putin. L’Eurasiatismo nacque alla fine dell’Ottocento, in Russia, per iniziativa di due intellettuali,Costantino Leontev (1831 – 1891), un ufficiale medico, di origini aristocratiche russe, e del príncipe Nicola Trubetzkói (1890 – 1938), celebre linguista e docente di filologia slava, all’Università di Vienna, nonché discendente della Casa Reale lituana. Avvicinabile alle posizioni eurasiste, seppure non dichiaratamente eurasista, era anche un altro autorevole filosofo russo, coevo del precedente: il príncipe Iván Ilyin (1883 – 1954). In particolare, al pensiero di Ilyin si è richiamato espressamente e di recente Putin in alcuni discorsi ufficiali.

Per comprendere, a loro volta, le ragioni che produssero la nascita di questa corrente di pensiero, occorre riferirsi a quello che era il contesto dell’Europa della fine dell’Ottocento e inizio del Novecento. In quegli anni, infatti, si assistette in tutta Europa al sorgere di sistemi di pensiero o movimenti culturali, che, agli occhi dello storico, appaiono accomunati da una stessa ansia, dalla determinazione di rispondere ad un interrogativo radicale; presso tutti i popoli, presso tutte le nazioni, ci si chiede, infatti: qual è la nostra identità? Qual è l’identità dei Tedeschi, degli Spagnoli, degli Italiani o, appunto, dei Russi? Nessun intellettuale dell’epoca riesce ad eludere questo interrogativo. In Spagna, sono gli anni della cosiddetta “Generazione del’98”. In Germania, sono gli anni della cosiddetta “Letteratura della Crisi” e della Rivoluzione Conservatrice, il cui principale esponente era Oswald Spengler (1880 – 1936). In Italia, a questi interrogativi cercano di dare una risposta prima il conte Pasquale Stanislao Mancini (1817 – 1888), poi Gabriele D’Annunzio (1863 – 1938). In Francia, si osserva da un lato il nascere della teoria razzista del conte Joseph de Gobineau (1816 – 1882), dall’altro lato il costituirsi del movimento monarchico dell’Actión Française (1899) di Charles Maurras, che sarà anche poi il modello dei successivi movimenti nazionalisti e nazional-fascisti italiani e francesi. In sostanza, cosa era successo in Europa? Cosa giustificava la nascita di tanti gruppi analoghi? All’inizio dell’Ottocento, erano nate le Nazioni moderne (sulle ceneri di quelle medievali), partorite dalla rivoluzione francese e dalle successive rivoluzioni di segno liberale e giacobino.

Tuttavia, vi è una differenza profonda tra il nazionalismo d’impronta liberale dei Giacobini della prima metà dell’Ottocento ed il nuovo nazionalismo della seconda metà del Secolo. In realtà, difficilmente due dottrine potrebbero essere più distanti. Ciò è presto spiegato: il primo tipo di nazionalismo, infatti, è meramente negativo; è un nazionalismo borghese, anti-monarchico, anti-aristocratico e anti-gerarchico. Per i Giacobini, la “Nazione” ha un’accezione negativa: “nazione” è tutto ciò che non è Nobiltà, che si oppone alla Corte, alla Monarchia e all’Aristocrazia, viste spesso come nemiche del popolo e come corpi estranei alla Nazione. Allo stesso modo, meramente negativa è l’accezione individualista e giacobina dell’idea di libertà: i Giacobini volevano liberare l’individuo dai vincoli sociali, familiari e corporativi, ma non spiegavano in vista di quali obiettivi e fini l’individuo avrebbe dovuto, poi, esercitare tale pretesa “libertà”. Ancor più, essi non si rendevano conto che, “liberando” l’individuo da tali vincoli, questi diventava di fatto più vulnerabile: infatti, tali istituti non servivano solamente a limitare l’individuo, ma anche a proteggerlo dall’invadenza dello Stato. Non a caso, Elías de Tejada definì la libertà rivoluzionaria una “libertà astratta”, di contro alle libertà concrete ed effettive della Tradizione, riprendendo in ciò le argomentazioni sia di Maurras che di Primo de Rivera, Maeztu e Donoso Cortés. Veniamo, dunque, ad analizzare il secondo tipo di nazionalismo, quello della seconda metà dell’Ottocento. Questo cerca di dare un contenuto positivo al termine Nazione; è un etnonazionalismo, un nazionalismo “etnico” e fortemente identitario. Si vuole dare alla Nazione un’identità etnica e culturale precisa, che da un lato la unisca all’interno e dall’altro la distingua all’esterno da tutte le altre Nazioni. Ci si domanda, appunto: chi siamo? Ma anche: quali sono i nostri fini? In vista di quali scopi universali, dobbiamo sentirci affratellati ed uniti? In altre parole, nasce quella concezione della Nazione, che viene più tardi definita e fissata da José Antonio Primo de Rivera (1903 – 1936) nella cristallina formula di “Unità di Destino nell’Universale”.

A questo dibattito intellettuale, ispirato dalla ricerca della più genuina identità nazionale – si è già detto – non poteva rimanere estranea la Russia degli Zar. Gli intellettuali russi di fronte alla problematica sollevata dal nuovo nazionalismo, si divisero in due correnti di opinione: quella panslavista e quella eurasista. I panslavisti consideravano la Russia l’appendice orientale dei popoli slavi e rifiutavano alla Nazione russa un’autonoma funzione, avulsa da quella del complesso dei popoli slavi. Essi erano, in un certo senso, gli eredi dello zar Pietro I il Grande, che aveva voluto a tutti i costi “occidentalizzare” la Russia nei costumi e nelle leggi, cercando di ricondurla nel seno dei popoli europei. Al contrario, gli Eurasisti, senza negare le radici slave della Russia, ritenevano che Essa avesse una sua specifica identità e funzione, non assimilabile a quella degli altri Slavi, ma avesse invece una vocazione universale, imperiale e continentale, eurasiatica appunto. In questa concezione, si possono rilevare molte singolari analogie con la concezione dei tradizionalisti spagnoli, con il già citato José Primo de Rivera, Ramiro de Maeztu (1875 – 1936) e Francisco Elías de Tejada (1917 – 1978), che rivendicavano per la Spagna, o le Spagne al plurale – come anche si dice le Russie, al plurale –, un’analoga vocazione imperiale. E, infatti, il russo e lo spagnolo sono gli unici due nazionalismi europei, che assurgono ad un significato universale, che hanno un respiro imperiale, in quanto si proiettano anche al di fuori dell’Europa; con la differenza che, mentre i Russi guardano soprattutto all’Asia, gli Spagnoli sono rivolti principalmente verso l’Occidente, verso l’oceano e le Americhe. Questo accostamento tra Russi e Spagnoli potrebbe sembrare un po’ peregrino, ma in realtà i due popoli presentano molte analogie e tale affinità era stata colta anche da un intellettuale di estrazione liberale, per educazione estraneo ed ostile ai nazionalismi identitarî: Salvador de Madariaga, che ne accenna nel suo pregevole saggio “Bosquejo de Europa”.

Innanzitutto, si tratta di due paesi “fronterizos”, come direbbero in Spagna, cioè popoli di frontiera, posti ai due confini opposti dell’Europa. Spagna e Russia, poi, sono state storicamente al centro di due estesi Imperi e per entrambe la Religione cristiana – nelle due rispettive modulazioni, cattolica e ortodossa – ha giocato un ruolo determinante e centrale per la formazione delle rispettive coscienze e anime nazionali. Sfiorando quest’aspetto spirituale, vengo a concludere il presente intervento, con alcune considerazioni storico-teologiche sulla ritrovata religiosità della Russia e la sua rispondenza alle tradizionali vedute escatologiche cristiane e pre-cristiane, confermate anche da alcune recenti profezie. Secondo, infatti, la tradizionale escatologia sia cristiana che tradizionale indo-aria, l’Asia, ovvero i territorî situati ad Oriente sia dell’Europa che della Giudea e della Mesopotamia, sarebbero il luogo che, alla fine dei tempi, al termine del Kali-Yuga, vedranno l’apparizione dell’Avatar che porrà fine all’attuale età oscura. Egli assume molti nomi, a seconda delle lingue e tradizioni religiose: Cristo della Seconda Venuta per i molti Cristiani e Musulmani, Kalki per gli Indú, Shaoshant per i Persiani e Buddha Maitreya per i Buddisti. Tale profezia trova conferma anche nei Segreti rivelati a Fátima dalla Vergine Maria, che disse ai Veggenti, che, dopo anni di ateismo ed un secondo conflitto mondiale, la Russia sarebbe tornata alla fede cristiana e all’Ortodossia: “alla fine, il mio Cuore Immacolato trionferà”, disse infatti la Madonna a Fátima.

Ora, sembra che tutte queste profezie stiano trovando compimento. Non a caso da molti cristiani, russi e non, la vittoria della Russia sulla Germania nazista è stata attribuita all’intercessione della S.ma Vergine Maria. Storicamente, è un fatto che Stalin nel dicembre del 1941, di fronte all’avanzata inarrestabile delle armate del Reich, raccomandò sé e la Nazione alle preghiere delle autorità religiose della Chiesa Ortodossa. In quell’occasione, fu interpellato anche il metropolìta Ilía del Libano, conosciuto per le sue qualità mistiche e divinatorie, il quale ebbe una visione soprannaturale. Questi fece, allora, conoscere il contenuto della medesima al dittatore sovietico. La Madre di Dio prometteva alla Russia che avrebbe vinto il conflitto, purché Stalin adempisse tre condizioni: i religiosi prigionieri dovevano essere liberati, ai religiosi doveva esser consentito di celebrare le messe e gli altri sacramenti, infine, l’icona della Madonna di Kazán doveva essere portata in processione nelle tre città russe di San Pietroburgo, Mosca e Stalingrado. Stalin acconsentì a tutte le condizioni, spingendosi anche oltre. Dopo la sua conversione, che per straordinarietà ci ricorda quella dell’apostolo Paolo, l’Armata Rossa ottenne di nuovo i suoi cappellani militari ed il grido di battaglia dei soldati sovietici tornò ad essere quello zarista: “Avanti! Con Dio!”. Da allora, il Paese dei Soviet tornò ad essere la Santa Russia, consacrata alla Vergine Maria, come previsto dai Veggenti di Fatima.

Ora questa stessa Russia, che ha vinto il comunismo marxista, si oppone alla globalizzazione ed al liberalismo occidentale. Mi piace, infine, concludere questo intervento, con una citazione di Manuel Fernández Espinosa, direttore della rivista “Eslavia”. Essa è riferita dallo scrittore alla Spagna, ma potrebbe applicarsi anche all’Italia.

Di fronte agli ingannevoli trucchi che confondono ed asserviscono quelle nazioni, che cadono sotto la loro nefasta fascinazione, il fenomeno russo offre come pochi altri il modello di un ricollegamento alla Tradizione. La Tradizione, lungi dall’essere un’anticaglia, è la Forza dei popoli. Quando ci si ricolleghi ad essa in forme attuali, la Tradizione è la loro autentica libertà e la via verso la prosperità e la grandezza. Per questo guardiamo verso la Russia, non per copiarla pedissequamente, ma per cercare in Essa un modello per una società futura (per la Spagna), che, essendo di oggi, non sia per questo un tradimento di ciò che fummo. La Russia lo ha fatto, dopo decadi di marxismo. Perché non potremmo provarci anche noi, dopo decadi di smarrimento?”

Cesare Carlo Torella

Tratto da: http://iltalebano.com/

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