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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

Il signoraggio: cos’è?

Pubblicato su 15 Gennaio 2015 da FRONTE DI LIBERAZIONE DAI BANCHIERI - CM in ECONOMIA

Il Signoraggio, cos’è?

Si tratta di un termine antico, che ci riporta all’epoca nella quale i sovrani coniavano monete d’oro e d’argento, cui assegnavano un valore facciale  superiore a quello intrinseco (ecco il signoraggio), e la loro effigie sulle monete aveva il significato di garantirne sia l’ufficialità come mezzo di pagamento, sia il valore su di esse indicato.
 
Per la banca centrale europea (BCE) signoraggio è “il reddito ottenuto dalle banche centrali nazionali nell’esercizio delle funzioni di politica monetaria del SEBC” (art. 32 dello statuto).
 
Tale descrizione è in realtà fuorviante in quanto ne sposta i termini concettuali, lasciando intendere che si tratterebbe  del ricavo di un servizio.

 

Non è così: in realtà non c’è nessun servizio, ma al contrario un potere usurpato.
 
Oggi, si definisce usualmente signoraggio la differenza tra il valore facciale del mezzo monetario ed il costo per produrlo (ovvero il suo valore intrinseco).
 
Questa differenza diventa un guadagno  se chi “batte moneta” è un privato. 
Non lo è, se a ciò provvede lo Stato.
 

Un tempo, la quantità massima delle banconote che potevano essere messe in circolazione, era determinata dalla riserva aurea posseduta.

 
 
Sui biglietti era scritto: “pagabile a vista al portatore” intendendosi che costui poteva chiederne il controvalore in oro all’autorità che aveva stampato la cartamoneta.
 
Questa limitazione alla stampa dei biglietti venne però superata già ai tempi della prima guerra mondiale.
 
Con il passaggio dalle monete di metallo pregiato alla moneta cartacea, si rese  molto più agevole creare valore monetario e ciò scatenò appetiti sfrenati.  I banchieri fecero a gara per ottenere il privilegio di battere moneta. E, come sappiamo, l’ottennero. A metà dell’800, in Italia, emetteva banconote anche un’associazione massonica, il “Comitato dell’Amor fraterno” (sic), con sede a Torino.
 
All’atto pratico, il signoraggio si traduce  nella potestà di battere moneta.
 
Si tratta – come sappiamo –  di un’attribuzione connaturata al potere statale, cioè alla sovranità (potere proprio del gruppo sociale), e risponde all’interesse essenziale di questo di disporre di uno strumento di pagamento, facilmente gestibile e garantito nella funzione e nel valore.
 
E’ bene avere chiaro che un pezzo di carta stampato assume la valenza di mezzo di pagamento, cioè di danaro, grazie al consenso della comunità nazionale. La sua accettazione da parte dei cittadini costituisce una convenzione, in base alla quale al pezzo di carta è assegnato il valore su di esso indicato.
 
Si pensi al caso dell’operaio che, in cambio del suo lavoro (bene reale), ottiene cartamoneta (valore convenzionale) e, con questa cartamoneta, acquista risorse per vivere (valore reale). (Sotto certi aspetti, l’insieme di tutte le banconote di un Paese potrebbe dirsi l’espressione monetaria del valore dei beni che vi si trovano).
 
In queste condizioni, il “trasferimento” della potestà di battere moneta  ad un ente privato, ovviamente ignoto all’esperienza vissuta dalla società umana nel corso della sua storia, assume contorni totalmente distorsivi.
 
Non si può perciò evitare di chiedersi perché le istituzioni, il cui compito e dovere specifico è la tutela degli interessi della popolazione, abbiano compiuto un atto che va contro questi interessi in misura tanto radicalmente distruttiva.
 
Questa incredibile deformazione fu realizzata in modo compiuto nel 1694 quando venne varata la Banca d’Inghilterra: la prima “banca centrale” nello scenario mondiale.
 
Osserva, al riguardo, il filosofo Carl Marx: “la banca d’Inghilterra venne autorizzata dal Parlamento a battere moneta … con questa moneta la banca faceva prestiti allo Stato e pagava per suo conto gli interessi del debito pubblico. Non bastava però che la banca desse con una mano per aver restituito di più con l’altra ma, proprio mentre riceveva, rimaneva creditrice perpetua della nazione fino all’ultimo centesimo che aveva dato. In Inghilterra, proprio mentre si smetteva di bruciare le streghe, si cominciò ad impiccare i falsari. Gli scritti di quell’epoca, ad esempio di Bollingbroke mostrano che effetto facesse sui contemporanei l’improvviso emergere di questa genia di bancocrati…”.
 
Con la privatizzazione della moneta, la creazione delle società per azioni, l’apertura delle Borse dei titoli mobiliari, si formarono le basi per l’espansione degli  strumenti finanziari, documenti cartacei spesso caratterizzati da ampi aspetti chiaroscurali, che consentivano potenzialità di grandi e facili  guadagni speculativi ad una nuova schiatta di parassiti, intenti ad arricchirsi con il danaro altrui.
 
Banchieri, finanzieri, rentiers, mediatori, operatori di borsa, si moltiplicarono e considerarono subito opportuno e conveniente organizzarsi in camarille, più o meno segrete per mantenere riservati i loro trucchi agli occhi dei gabbati, evitando così situazioni conflittuali  e istituzionalizzando legami che garantissero la monoliticità della combriccola.
 
La creazione della “banca centrale” va inquadrata nel contesto storico evolutivo della società inglese dell’ epoca. Già nel 1215, Giovanni Senza Terra aveva dovuto firmare la Magna Charta: una dirompente limitazione del potere, già sconfinato ed assoluto, del sovrano.
 
Nel frattempo, importanti fermenti culturali, che trovavano le proprie basi nel pensiero di giuristi, come Henry de Bracton (+1268) o di studiosi, come John Fortescue (+1477), per citarne alcuni, premevano perché il potere del re sulla società fosse sottoposto al controllo dei cittadini.
 
Non sottilizziamo sul fatto che queste richieste fossero sostenute con forza dai baroni, cioè dalle classi privilegiate perché, comunque, tali istanze, dovendo necessariamente fare appello a valori e principi universali, andarono poi (forse anche contro gli stessi intendimenti e propositi dei sostenitori)   a vantaggio della società intera.
 
Comunque, in questo scenario di contestazione del totalitarismo (e nel quale possiamo riconoscere le prime tracce del movimento chiamato poi costituzionalismo) era agevolmente prevedibile che, presto o tardi, il monarca si sarebbe visto privare della discrezionalità in ordine alla creazione della moneta.
 
Un potere particolarmente interessante perché, con opportuni accorgimenti, poteva consentire un flusso di reddito importante, senza che la collettività ne avesse consapevolezza.
 
Per gestire dunque preventivamente l’atteso cambiamento, il sovrano inglese, associandosi personaggi idonei, mise in atto un piano per il quale la potestà di battere moneta veniva ceduta dalla corona ad un ente controllato dal sistema bancario. In pratica, la stampa della carta moneta era affidata alle banche, che venivano in tal modo a godere del vantaggio di direttamente disporre dello strumento della loro attività. La massoneria, della quale il re era a capo, fu il brodo di coltura di questo intrallazzo.
 
Realizzando  siffatto progetto, il re agì spinto dall’ interesse personale: non più gestore degli interessi della collettività,  ma  dei propri e personali, così abusando dei suoi poteri e truffando grossolanamente i suoi sudditi.
 
La massoneria è nata nel 1717 a Londra con la fondazione della Gran Loggia d’Inghilterra.  Già nel 1730 i suoi adepti vennero condannati da papa Clemente XII che ne escluse la compatibilità con la dottrina cattolica. Ha avuto peraltro una forte diffusione soprattutto nel mondo anglossassone. Molti presidenti Usa,  tra cui Franklin, Washington, Ford, Johnson e Reagan, ne fecero parte. Così come tredici dei trentanove firmatari della Costituzione. In molte multinazionali, oggi,  non si lavora se non si è massoni.
 
La massoneria è divenuta col tempo uno strumento con finalità più ampie, miranti ad influenzare la gestione della società, al di fuori degli schemi legali e istituzionali, attraverso una rete di legami tra “amici”, che ingloba i centri di potere più importanti della collettività stessa, Chiesa inclusa.
 
Una piaga diffusa  in tutto il mondo e fonte di una realtà politica fortemente reazionaria e sovversiva poiché improntata alla dominante tensione all’ utilizzo speculativo della collettività. A detta di chi ha vissuto l’esperienza associativa, costituisce caratteristica motivazione dell’adepto una forte esigenza personale di dilatazione dell’Ego, una autoesaltazione ed ansia di emergere che possono trovare origine solo in frustrazioni infantili o in un vissuto affettivo insoddisfacente. Personalità deboli e fragili, che cercano compensazioni e occasioni di successo nella “fratellanza” massonica.
 
Una “fratellanza” non priva di ontologiche contraddizioni. Pretenderebbe di ammantarsi di razionalità e di ricerca spirituale. Peraltro, la feroce supremazia dell’Ego che vi alberga e l’esoterismo di cui si riveste, sono all’opposto della ricerca spirituale, così come agli antipodi della razionalità è la rigida gerarchia propria della congrega e la assoluta obbedienza su cui si fonda.
 
Con il biglietto di presentazione di voler formare una idillica “comunione universale” per dare all’uomo benessere e felicità che egli, senza di loro, non sarebbe in grado di raggiungere, hanno realizzato sistemi di influenza istituzionale basati sulla concentrazione del potere finalizzata all’arricchimento, che non solo ignorano l’uomo, ma ne calpestano i diritti fondamentali.
 
Il re massone aveva “scoperto” che  stampare moneta per conto proprio (e della sua combriccola) era molto più redditizio che farlo per conto della nazione.
 
Il passaparola tra famiglie regnanti e tra i banchieri consentì, senza troppi scrupoli per l’interesse del popolo, il rapido diffondersi della privatizzazione monetaria anche in altri Stati.
 
Un capitolo a parte meriterebbe la vicenda che, agli inizi del 1700, vide protagonista un certo Johnn Law, un avventuriero che – non a caso – suggerì al duca d’Orlèans, succeduto a Luigi XIV, la creazione  della banca centrale di Francia, che divenne lo strumento di un colossale imbroglio ai danni dei cittadini.
 
In un Paese soffocato dal debito pubblico, con un sistema fiscale inefficiente e corrotto, questo stregone finanziario trasformò l’intero debito in carta straccia: titoli della Compagnia delle Indie, “garantiti” dai mitici territori d’oltremare. Peraltro, l’eccesso di carta moneta stampata, creata per tamponare le falle che si aprivano sempre più vertiginosamente, e l’inesigibilità dei crediti obbligazionari, basati su “garanzie” fasulle,              condusse ben presto ad un’inflazione catastrofica che, unitamente alla perdita dei risparmi investiti, innescò la peggiore crisi finanziaria dell’Occidente.
 
Nel corso dell’ultima guerra, i Savoia, vedendo profilarsi la sconfitta,  (e violando rigide leggi specifiche) esportarono i capitali accumulati addirittura in Inghilterra, presso i loro confratelli. Confortarono in tal modo l’economia e l’apparato bellico di quel “nemico”, da loro stessi indicato come tale ai soldati italiani, mandati però a combatterlo, per assenza di fondi, senza scarpe, privi di adeguati supporti logistici e con armi della prima guerra mondiale. Firmato l’armistizio, poi, il re e i suoi accoliti fuggirono, abbandonando senza comando centinaia di migliaia di soldati nei vari teatri di guerra.
 
Perché abbiamo parlato della potestà di battere moneta come di un’ attribuzione della sovranità e perché ne è illegittima la privatizzazione?
E’ necessario ribadire che battere moneta è attribuzione propria della sovranità pubblica (che, come sappiamo, appartiene al popolo). E’ assiomatico, poi, che la sovranità, proprio perché tale, non è cedibile (tanto meno poi, come nel caso, con una legge ordinaria…).
Inoltre, non rientra assiomaticamente fra i poteri dei delegati del popolo disporre della sovranità (cioè dei poteri del mandante).
 
La cessione del signoraggio ad un ente privato costituisce perciò una vera ed inconcepibile enormità, un abuso di potere e determina, in contropartita, la catastrofica conseguenza del servaggio dei cittadini.
Sul piano concreto, infatti, il trasferimento comporta innanzitutto per questi ultimi un gigantesco onere, che si traduce in un prelievo colossale di risorse dalle loro tasche (risorse che, si noti, appartengono a loro tutti,  a partire dal momento in cui, accettando la cartamoneta, ne hanno creato il valore).
 
Inoltre, come abbiamo più volte già ribadito, la concessione ad un privato della potestà monetaria, comporta automaticamente consegnargli un potere pubblico enorme: la  conduzione e direzione dell’attività economica del Paese e la gestione delle sue risorse finanziarie. (E’ come se una famiglia consegnasse ad un estraneo il proprio patrimonio perché decida come impiegarlo ed utilizzarlo).
 
Purtuttavia, a questo illecito passo si è provveduto anche in Italia, (con il R.D. 812 del 1926). Legittimo chiedersi chi all’epoca abbia incassato, nel Bel Paese, il danaro di Giuda.
Con la privatizzazione della sovranità monetaria, l’ente che stampa le banconote, (il fantoccio banca centrale), non opera infatti come semplice tipografia al servizio dello Stato, ma come titolare, o proprietario, della cartamoneta stampata (il cui quantitativo, tra l’altro, essa stessa decide e determina).
 
Affidare ad un ente privato la potestà di stampare carta moneta, comporta alterazioni gravissime alle strutture politico-amministrative, alla conduzione economica del Paese, al livello di benessere dei suoi membri, al rapporto stesso tra istituzioni e cittadini.
Tutte definizioni che esulano dal potere del legislatore, ma attengono, del caso, alla legge fondamentale che si è data la collettività, cioè alla carta costituzionale.
 
Con la creazione di una banca centrale dotata di tali poteri, lo Stato si è autopunito perché,  quando ha bisogno di soldi,  deve chiederli alla banca, e questa (se vuole), glieli presta (!). Ma, trattandosi di un bene diventato di sua proprietà, gli chiede, come contropartita, un interesse.
 
Lo Stato, in tal modo, non solo deve restituire il capitale ricevuto, ma pagare anche gli interessi,  ed al tasso deciso dalla stessa banca centrale (cioè dal “creditore”!).
Naturalmente, qui parliamo di Stato, ma chi è materialmente debitore, insomma colui che deve pagare, è il popolo italiano che, a questo scopo, è onerato di gravose imposte.
 
Nel Medioevo, il signorotto imponeva l’obolo ai sudditi per fare qualche guerra o  gratificarsi con qualche sontuoso palazzetto. Se non bastava l’obolo, stipulava presso i banchieri idonei prestiti (che poi venivano pagati dai sudditi).
 
Poiché i prestiti di guerra a favore dei sovrani erano sempre assai consistenti e lucrosi, costoro ne focalizzarono le connesse possibilità di arricchimento, qualora fossero riusciti a trasformarli da occasionali in istituzionali.
 
Soprattutto poi quando alle monete d’oro e d’argento, che avevano comunque un valore intrinseco, si  sostituì la cartamoneta a costo zero.
Fu dunque la tipologia di tali prestiti che spinse questi ultimi a suggerire al titolare del potere pubblico il colpo di mano di cedere la potestà di battere moneta, in cambio di una partecipazione agli utili. In pratica, era sufficiente che il re avesse la proprietà di una banca.
 
E’ evidente che  il vantaggio per il privato di “battere moneta” è massimo, equivalente a quello del falsario.
Mentre quest’ultimo però rischia la prigione, i banchieri centrali sono colmati di onori.
Maurice ALLAIS, premio Nobel per l’economia nel 1988, è in proposito estremamente chiaro: “Par essence, la création monetaire ex nihilo que pratiquent les banques est semblable, je n’hésite pas à le dire pour que les gens comprennent bien ce qui est en jeu ici, à la fabrication de monnaie par des faux-monnayeurs, si justement reprimée par la loi”.
 
Se l’Imperatore Augusto voleva una flotta di triremi, con i metalli pregiati  estratti dalle miniere dell’impero, coniava i sesterzi sufficienti alla bisogna. E i cives romani potevano tranquillamente continuare a godersi gli spettacoli al Colosseo, senza temere rivalse fiscali.
Oggi, invece, se lo Stato ha bisogno di 10.000 miliardi per fare un ponte, deve chiederli in prestito alle banche, ed i contribuenti devono accollarsi nuove imposte per 10.000 miliardi, più gli interessi.
 
E’ stata posta in atto una paradossale inversione dei ruoli. Lo Stato, come un qualsiasi privato, deve chiedere ad un ente privato, trasformato però, impropriamente, in sovrano monetario, la “sua” cartamoneta.
Ciò è abbastanza grottesco ed estremamente punitivo, (ma, attenzione, ripetiamolo, non per lo Stato, ente astratto, bensì per i cittadini che lo compongono).
 
Da sottolinerare che i due soggetti non sono affatto sullo stesso piano: lo Stato rappresenta la comunità nazionale, di cui riveste la sovranità, l’altro è invece un privato, semplice membro della collettività.
 
Per disporre del danaro occorrentegli per funzionare, lo Stato lo deve richiedere alla banca centrale (ma ciò – tra l’altro – gli è consentito solo entro certi limiti) oppure deve vendere direttamente ai cittadini dei titoli di credito (i Buoni del Tesoro), sui quali si impegna a pagare un certo interesse (il cui ammontare è stabilito dai privati banchieri, come all’epoca delle Crociate).
 
La prima porzione riceve, come contropartita, della cartamoneta prodotta dalla banca centrale a costo quasi nullo, inferiore a quello che dovrebbe sostenere un falsario (la produzione artigianale è sempre più onerosa di quella industriale).
 
La seconda, invece, ha come contraccambio delle banconote che sono il frutto del lavoro dei cittadini. (Su questa interessante diversità sarà opportuno spendere una riflessione).
Questi ultimi dovranno anche provvedere, sempre con il loro lavoro e pagando le imposte, a fornire allo Stato i mezzi monetari per restituire al sistema bancario la porzione di cartamoneta che questo ha “prestato” allo Stato.
 
Consegue comunque, in entrambi i casi,  che le banche, emettendo moneta, “acquistano” a costo zero dai cittadini un valore corrispondente in beni e risorse reali, da costoro prodotti. Cioè scambiano carta con beni reali, frutto del lavoro e dell’utilizzo delle risorse.
 
Quando il cliente va in una banca e chiede un mutuo, in quel momento medesimo ne diventa il finanziatore.
Le rate di rimborso del capitale più gli interessi, (spesso spalmate su decine di anni) saranno utilizzati dalla banca per altri lucrosi mutui,  moltiplicando così il danaro, praticamente senza fine.
 
Quando una banca consegna a Tizio per un mutuo del danaro ricevuto da altri mutuatari, è come se Tizio prendesse a prestito il danaro dal suo vicino.
 
Le banconote che le banche ordinarie ricevono dalla loro longa manus, (la banca centrale)  sono fonte di altra moneta (ancor più gratuita), per effetto del moltiplicatore (come nell’esempio del mutuo, o di ogni altro affidamento).
 
Le banche ordinarie, perciò, creano nuova moneta, totalmente senza costi, così doppiamente lucrando sul lavoro dei cittadini.
 
Nell’esempio di cui sopra, se lo Stato facesse come l’Imperatore Augusto, e cioè stampasse direttamente biglietti per 10.000 miliardi, il ponte verrebbe costruito e nessun onere  ricadrebbe sui cittadini.
 
Inoltre, se lo Stato, come sarebbe ovvio, (ed anzi suo naturale dovere), esercitasse la sua sovranità monetaria ed emettesse biglietti di Stato, anziché chiedere in prestito le banconote della banca centrale, non vi sarebbe evidentemente il debito pubblico (cioè il “debito” contratto con la banca centrale e con i risparmiatori, acquirenti dei Buoni del Tesoro).
 
Ed ai cittadini verrebbe risparmiato il conseguente pesante onere.
 
Non solo: l’imposizione fiscale potrebbe essere enormemente ridotta (se non cancellata). Le opere pubbliche potrebbero essere moltiplicate, la crescita
 
Inoltre, il danaro creato dallo Stato porrebbe sullo stesso piano il privato cittadino e le banche.
 
A causa del trasferimento ai poteri finanziari della sovranità monetaria, oggi, pagando le imposte, i cittadini “restituiscono” alla banca centrale il mutuo che questa ha “concesso” allo Stato creando valore dal nulla, (proprio come i maghi delle fiabe !).
 
Molto correttamente, la Costituzione americana cita  espressamente la sovranità monetaria e la riserva formalmente al Congresso.
 
Ma in  aperta violazione di questo precetto (!), nel 1913, venne creata la solita banca centrale, sul modello inglese, cioè  con le già note attribuzioni, e si aprì così l’era della Federal Riserve Bank, dell’IRS, (la tassa sul reddito) e del TUS (il tasso ufficiale di sconto, con il quale i banchieri stabiliscono quanto costerà ai cittadini il danaro da loro creato a costo zero).
 
Negli USA è stato calcolato (da Bob Dole, membro del Congresso) che circa il 50% del prelievo fiscale è destinato alle banche in “contropartita” della cartamoneta data in prestito allo Stato.
 
Pertanto, se si eliminasse questo compenso monetario impropriamente regalato alle banche, il cittadino potrebbe disporre dello stesso reddito lavorando la metà (ovvero: molte mogli non sarebbero costrette a lavorare per far quadrare il bilancio familiare).
 
Abramo Lincoln, come già prima di lui Andrew Jackson,  utilizzando il potere attribuitogli dalla Costituzione, stampò oltre 400 milioni di dollari di Stato per finanziare la Guerra Civile, senza imporre debito né interessi a carico dei  nord americani.
 
Sganciandosi dal letale legame con i finanzieri, anche J.F.Kennedy stampò dollari di Stato per rilanciare l’economia. Purtroppo scomparve prematuramente, e non mancano voci che ne addebitano l’assassinio (al pari di quello di Lincoln, che si era avviato sulla stessa strada) alla cricca dei banchieri.
 
Con la cessione illegittima della sovranità monetaria, si è creata una situazione analoga a quella del ladro che ruba un’auto, la vende per 1000 euro, e questi soldi poi presta allo stesso proprietario, dietro interesse.
 
Il cittadino che chiede un mutuo ad una banca per comprare una casa, ottiene un bene (il danaro), che alla banca non è costato nulla, ma che costringerà lui e la sua famiglia a lavorare una vita per restituirlo.
Ogni biglietto stampato dalla banca centrale, significa un debito di eguale valore per la collettività.
 
Ma è necessaria qualche puntualizzazione, onde aver ben chiara la situazione reale.
Il vero destinatario del privilegio di “battere moneta” non è la banca centrale cui viene attribuito (e del resto ciò non avrebbe gran senso), bensì  il sistema bancario-finanziario nel suo complesso che, dietro il paravento della banca centrale, è messo in grado di gestire e lucrare la ricchezza del Paese, attraverso i pezzi di carta che questa stampa praticamente a costo zero.
 
Non a caso un certo Amschel Rothschild, che già ci è ben noto (il co-fondatore della famigerata setta degli “illuminati”), già nel 1773 affermava disinvoltamente: “mi si consenta di emettere e controllare la moneta di una nazione e non mi preoccuperò affatto di chi emana le leggi”: chi ha in mano l’economia di un Paese, ne detiene il potere dominante.
 
Anche lo scopo dell’autonomia concessa alla banca centrale (e principale pilastro della sovranità monetaria trasferitale), è quello di garantire l’indipendenza (ed ampia discrezionalità) al ben più importante sistema bancario.
 
Se non vi fosse la banca centrale a “dirigere” (in realtà accade esattamente il contrario) l’insieme delle banche, queste dovrebbero dipendere dallo Stato e dalle sue direttive e l’arbitrio totale di cui dispongono (soprattutto nella manovra e nella concessione del credito, per non parlare, poi, del collocamento degli strumenti finanziari), scomparirebbe del tutto. Questo è il punto focale.
 
Gli spropositati guadagni, diretti ed indiretti, e le speculazioni colossali (spesso illecite, come da ultimo il caso Lodi-Antonveneta ha ampiamente dimostrato) che il sistema realizza con il danaro della collettività di cui liberamente dispone (ed impossibili se il danaro fosse stampato dallo Stato), verrebbero cancellati.
 
Oggi, in sovrappiù, il sistema bancario-finanziario gode di una deregolamentazione sorprendente.
 
La così detta “legge bancaria”,  le leggi sulla finanza e quelle sulle assicurazioni, sono nulla più che una sorta di codice di comportamento, del tutto autoreferenziale, che non provvede a tutelare in nessun modo il cittadino.
I danni per la collettività sono enormi: gli scandali Sindona, Ambrosiano, Ferruzzi, Enron, Cirio, World Com, Morgan Chase, Merril Lynch, Credit Suisse First Boston, Citigroup, Goldman Sachs, Parmalat, Lodi-Antonveneta,  per limitarci ai casi più recenti e più noti, ne sono la conseguenza. Di chi sono, se non dei risparmiatori, le centinaia di miliardi scomparsi in queste occasioni?
 
Annullando una potestà propria della collettività, anzi, addirittura cedendola a speculatori privati, notoriamente pericolosi per la società (ricordiamo il monito di Jefferson sui pericoli di una finanza non controllata…), le istituzioni hanno tradito e tradiscono il mandato loro conferito dai cittadini di tutelare e proteggere i loro interessi.
 
Si può senz’altro ritenere che non possa configurarsi fattispecie che maggiormente si attagli all’ipotesi del reato di abuso di potere e di alto tradimento commessi dagli esponenti coinvolti.
 
La vicenda è di una gravità sconcertante e può protrarsi oggi soltanto grazie alla complicità dei media ed alla totale inconsapevolezza della collettività, ignara dei meccanismi monetari, sempre attentamente coperti da rigoroso riserbo e segretezza.
 
C’è da chiedersi come facciano i banchieri, nelle loro riunioni periodiche, a guardarsi in faccia senza scoppiare dalle risate.
 
Come diceva J. Henry Ford, “è un bene che il popolo non comprenda il funzionamento del nostro sistema bancario e monetario perché, se accadesse, credo che scoppierebbe una rivoluzione prima di domani mattina”.
Più deciso, l’anonimo banchiere citato da Tom Schauf , il quale confessa che “se gli americani scoprissero la verità su questi segreti, impiccherebbero i banchieri per quello che hanno fatto”.
 
In questo contesto kafkiano, con le istituzioni che tradiscono i loro cittadini, affiorano anche aspetti tragicomici.
 
La bassa manovalanza monetaria, impegnativa, costosa e non redditizia, è lasciata allo Stato.
 
A quest’ ultimo, infatti,  è assegnato il compitino di coniare le monete divisionarie (in Italia, prima dell’euro, lo Stato stampava anche i “biglietti di Stato”da 500 e 1000 lire).
 
Ecco dunque ricomparire  la sovranità monetaria  dello Stato, ma dall’ingresso servizio, poiché si tratta di una frazione minima della complessiva circolazione monetaria (non più del 5%, ammonisce e statuisce (!!) la BCE) e del tutto onerosa (anche per semplici questioni di trasporto): le monete più piccole hanno spesso un costo di produzione superiore al valore facciale.
 
Il costo del conio di una moneta varia da 20 a 35 centesimi, mentre quello della stampa di una banconota è di circa 3 centesimi. Il conio delle monetine da 1 lira ne costava 50.
 
Lo Stato, dunque, può direttamente acquistare beni e servizi nella piccola percentuale di sovranità monetaria che gli è consentita (!!) dalla banca centrale: una sorta di mancia o lo scarico di un compito fastidioso e utile solo agli “schiavi” della collettività?
 
Incidentalmente, è bene ribadire che non stiamo parlando soltanto di chi abbia il potere di battere moneta e di come esso appartenga connaturalmente allo Stato.
 
Qui facciamo riferimento alla funzione fondamentale  propria dello Stato di gestire la collettività (lo Stato esiste per questo scopo).
 
Ora, la cosiddetta “leva monetaria” (cioè la gestione della moneta), costituisce (l’abbiamo già detto e lo ripetiamo) il più importante strumento per realizzare una politica economica. Un’attività dalla quale dipende lo sviluppo della nazione ed il benessere dei cittadini. Questa semplice ed ovvia considerazione fornisce la dimensione del problema di cui si tratta.
 
Naturalmente, non sono mancati degli assai stentati sforzi per cercare di giustificare teoreticamente il disdicevolissimo trasferimento della sovranità monetaria ai banchieri. Ne abbiamo già sopra fatto cenno. Si è detto che lo Stato (cioè il governo) se disponesse della sovranità monetaria potrebbe abusarne per scopi elettorali.
 
L’argomentazione, naturalmente, è inconsistente.
 
Innanzitutto, gli esponenti delle istituzioni hanno una responsabilità politica nei confronti degli elettori e le loro decisioni costituiscono il metro in base al quale i cittadini li giudicheranno.
 
Ed è opportuno sottolineare che questa responsabilità manca del tutto, invece, per i responsabili delle banche centrali, che rimangono al loro posto anche se commettono gli errori più gravi.
 
Secondariamente, parlare di possibili abusi monetari dei governi è sommamente ridicolo a fronte dei ben più gravi soprusi che giornalmente costoro commettono ingannando e mistificando, scatenando guerre, assassinando liberi cittadini con l’etichetta di “terroristi”, violando i diritti umani, ecc.. Comunque, non vi è infine dubbio che, per un governo, è sicuramente meglio il “condizionamento” di finalità elettorali che non quello degli interessi degli speculatori privati.
 
Nel quadro di una urgente e radicale  riforma del sistema, i cittadini dovranno dettare ai candidati da eleggere un programma politico che preveda  l’abolizione della attribuzione a privati della sovranità monetaria e la cancellazione della banca centrale dal quadro istituzionale.
 
Tale è il momento basilare per rifondare la società su basi democratiche. Il potere assunto dalla finanza nell’ambito dello Stato è la causa prima della corruzione del tessuto sociale.
 
Abbiamo sopra fatto cenno anche alle banche centrali “autonome” quali strumenti di gestione degli interessi del grande capitale.
 
Questa “autonomia” delle banche centrali è stata insistentemente ribadita dal FMI, che la pone ancor oggi, come conditio sine qua non, per la concessione dei suoi prestiti (così, da ultimo, anche alla Corea del Sud ed alla Thailandia).
 
Le banche centrali “autonome” costituiscono il veicolo per garantire la preminenza dei dogmi del “libero” mercato, per proteggere il sistema bancario, battere moneta, controllare i tassi di interesse.
 
Incidentalmente rileviamo che tale indipendenza non ha alcuna utile ripercussione economica. Di questo parere è anche il premio Nobel, Stiglitz: “Nulla dimostra che un paese con una banca centrale indipendente abbia una crescita più rapida o fluttuazioni meno cospicue”.
 
Incidentalmente osserviamo dalle stesse statistiche della Bce che, dal 1991 al 1998, mentre in tutto il mondo si registravano importanti tassi di sviluppo, il Pil pro capite italiano (Paese ove opera una banca centrale particolarmente “autonoma”), è cresciuto di un misero 1,2 per cento, e che, dal 1999 al 2006, questo dato è sceso ulteriormente, attestandosi allo 0.9.
 
Ma è necessario aver ben chiaro cosa significa “autonomia”. Stabilire che una banca centrale è “autonoma”, comporta decretare che lo Stato non può dettare regole che la riguardino.
 
Si tratta di una bestemmia costituzionale: una condizione di “extraterritorialità” giuridica del tutto inconcepibile poiché riguarda un ente che gestisce fondamentali interessi collettivi, emblematicamente attinenti alla competenza specifica dello Stato.
 
Grazie a questa autonomia, è stato anche creato un vero sistema sovranazionale delle banche centrali.
 
Una sorta di organismo extraparlamentare (nel senso che opera al di fuori di qualunque mandato e controllo popolare), una istituzione a latere, avulsa ed indipendente da ogni potere pubblico, che tiene riunioni periodiche, si scambia contatti, informazioni e comuni direttive, che dialoga strettamente con il capo famiglia e “protettore” FMI (sala di comando dei potentati economici mondiali) e che è pertanto funzionale alla diffusione dei dogmi del “libero” mercato da questo propugnati, (e che di libero, poi, hanno soltanto il comodaccio della comunità finanziaria, a scapito dei diritti delle popolazioni).
 
Queste banche centrali sono enti poco noti al pubblico perché circondati, comprensibilmente, da grande riserbo, ma meritano particolare attenzione in quanto costituiscono uno degli elementi cardine del disegno capitalistico della società e rappresentano un caso sorprendente e clamoroso di illegittimità istituzionale.

Avv. Angelo Casella

Il signoraggio: cos’è?
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