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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

Il pericoloso caos del franco e della Banca Nazionale Svizzera

Pubblicato su 16 Gennaio 2015 da FRONTE DI LIBERAZIONE DAI BANCHIERI - CM in ECONOMIA

Di: Giovanni De Mizio

Dopo più di tre anni (era il settembre 2011) la Banca Nazionale Svizzera (SNB in inglese) ha deciso di abbandonare il peg contro l'euro: in pratica la banca centrale svizzera decise che quota 1,20 del cambio EURCHF era una soglia "invalicabile".

Oggi quella soglia è diventata improvvisamente valicabile, e il franco svizzero ha reagito in modo assai violento: dopo essere affondato fin sotto quota 0,80, il cambio si è assestato intorno alla parità prima che il capo della SNB, Thomas Jordan, iniziasse a spiegare le ragioni di questo passo indietro. Mai il cross EURCHF era sceso sotto la parità nel corso della storia, e già questo dovrebbe spiegare l'eccezionalità dell'evento.

Il predecessore di Jordan, Philippe Hildebrand, spinto dai timori per l'economia locale dovuta ad un tasso di cambio troppo forte (specie contro l'euro, che "circonda" la Svizzera) decise che 1,20 franchi per un euro erano il prezzo giusto, e ogni volta che il cambio accennava a scendere sotto tale quota, la SNB vendeva franchi e comprava euro, rimettendo tutto "a posto".

La manovra, almeno nel breve periodo, è stata un successo per la SNB, un po' meno per Hildebrand: alcuni mesi dopo si scoprì che la moglie del presidente guadagnò 75mila franchi svizzeri con operazioni sul mercato valutario pochi giorni prima dell'annuncio della decisione della SNB di istituire il peg. La mancata trasparenza costrinse Hildebrand alle dimissioni (oggi è vicepresidente presso BlackRock).

Il suo successore, Thomas Jordan, continuò nella politica del peg, continuando a comprare euro. Il problema è che con le varie crisi (la Grecia, Cipro, gli emergenti e infine l'Eurozona intera) che si sono susseguite, i capitali hanno continuato ad affluire ferocemente in Svizzera: gli investitori compravano franchi e di conseguenza la SNB era costretta a comprare sempre più euro, diventando una specie di hedge fund. Un grosso hedge fund.

Come accade spesso quando si cerca di "insegnare" cose al mercato, alla fine lo stesso mercato si ribella, o meglio punta a ritornare in una situazione di equilibrio. Ad aggiungere altre pressioni sulla SNB è arrivato pure il quantitative easing della BCE, che dovrebbe inondare di euro le piazze finanziarie. Di contro la SNB avrebbe dovuto inondare di franchi il mercato facendo sparire gli euro (con inevitabili ripercussioni inflazionistiche), il che equivale a voler rubare gli oceani nascondendoli in un secchiello.

La pressione sarebbe stata evidentemente troppo forte (in altre parole, difendere quota 1,20 sarebbe costato troppo), e Jordan e colleghi hanno deciso di staccare la spina prima che Draghi cominciasse a muoversi. Hanno anche deciso, comunque, di alleggerire ancor di più la politica monetaria, portando i tassi sui depositi in territorio ancor più negativo, da -0,25 a -0,75%, sperando di parare la reazione del mercato (che è stata comunque spaventosa).

Jordan avrebbe detto di essere sicuro che le banche non caricheranno questo costo sui clienti, ma lo scopo di questa manovra è proprio spingere le banche in quella direzione in modo che i loro clienti (russi, magari) smettano di comprare franchi svizzeri, di cui il mondo sembra avere moltafame.

Intanto questa mossa, decisa in modo alquanto disordinato, ha colpito i bilanci della banca centrale: il colpo dovrebbe essere anche abbastanza grosso, ma i profitti macinati negli ultimi anni (38 miliardi di franchi nel 2014) dovrebbero costituire un cuscino sufficiente per attutire il colpo ed evitare che la SNB debba richiedere l'aiuto delle squadre aerotrasportate del Fondo Monetario Internazionale. Almeno per ora.

Altre persone ed entità varie si saranno sicuramente fatte male: secondo JPMorgan potrebbero esserci in giro almeno 100 miliardi di debiti fuori dalla Svizzera ma denominati in franchi. Per capirci, in euro questa cifra è passata da 83 a 114 miliardi nel giro di minuti, per poi assestarsi in chiusura di contrattazioni poco sotto i 100 miliardi. Mica male, per una giornata di lavoro.

Gli investiti dallo tsunami sono (scusate il gioco di parole) gli investitori che hanno applicato un carry trade che coinvolge il franco svizzero: essi hanno preso in prestito in franchi a basso costo e reinvestito il tutto in titoli denominati in altre valute con un rendimento più elevato, lucrando sulla differenza. Questa differenza, con l'aumento del debito causato dallo scoppio del peg, è stata almeno in parte disintegrata.

La domanda adesso sarà: chi è che ha in pancia questi 100 (ma forse siamo più vicini a 200) miliardi di debiti in franchi che ora potrebbero valere un 20% in più? Non si sa, e questo ha spiegato i tracolli borsistici della mattinata (che sono stati poi recuperati almeno in gran parte: il Dax di Francoforte, ad esempio, dopo aver perso 400 punti al mattino ne ha riguadagnati oltre 450 nel pomeriggio). Detto altrimenti, si aggiunge incertezza all'incertezza.

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L'unica borsa rimasta in profondo rosso è stata ovviamente quella svizzera di Zurigo: dopo aver perso il 12% ha chiuso in zona -9%, una delle perdite più gravi degli ultimi 25 anni. Motivi abbastanza ovvi: già l'industria bancaria era stata colpita dalla stretta contro i "paradisi fiscali" (o quanto meno contro i Paesi opachi), il mondo procede verso la fine dell'era del segreto bancario, adesso anche le industrie esportatrici dovranno fare i conti anche con un franco molto più forte di prima.

Fu la stessa banca centrale svizzera a ricordare che la massiccia sovravvalutazione del franco avrebbe posto rischi severi all'economia elvetica, compreso quello di scadere in deflazione. La Svizzera, insomma, rischia di agganciarsi ai destini di quell'area economica che la circonda, l'Eurozona.

Il caos generatosi dopo il crollo del pavimento di 1,20 ha inoltre dimostrato che i tassi negativi non sono sufficienti a far circolare il denaro in investimenti produttivi. In una situazione di elevata incertezza come quella attuale il denaro viaggia comunque verso porti sicuri come la Svizzera o la Germania.

Questo denaro, però, non è stato veicolato nell'economia, per cui la crescita non riesce a materializzarsi sul Vecchio Continente. La Germania, l'unico Paese ad avere le tasche abbastanza capienti, invece di investire nell'Eurozona ha deciso di andare in surplus di bilancio.

C'è molto denaro in giro, ma non viene usato per investire; la crescita non si fa vedere, nuove opportunità di investimento nemmeno, i Paesi della periferia europea sono costretti a cercare di far quadrare i bilanci (austerità), generando decrescita e disoccupazione e in sostanza desertificandosi. Dove dovrebbe andare tutta questa liquidità se non nei safe haven, visto che tutta questa storia non finirà bene se non cambiando completamente direzione (cosa che comunque l'Europa non sembra voler fare)? Ecco spiegati i (grossi) problemi della Svizzera (e in generale dell'Europa intera): il CEO di Swatch ha definito questa mossa uno "tsunami", appunto.

I problemi per Berna potrebbero non essere finiti se questa resa scatenerà la corsa degli speculatori: non è molto chiaro quale sarà la politica monetaria svizzera da oggi in poi, ma sarà meglio trovarne una in fretta e che sia credibile. Se la crisi russa dovesse aggravarsi e se gli europei non riusciranno a cavare un ragno dal buco, il franco potrebbe causare qualche terremoto in Svizzera, la quale, anche se non è in una situazione grave come altri Paesi dell'Europa (uno a caso: l'Italia), potrebbe decidere di far sentire gli effetti della sua crisi anche all'estero.



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