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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

Il declino dell’Impero americano

Pubblicato su 3 Gennaio 2015 da FRONTE DI LIBERAZIONE DAI BANCHIERI - CM in POLITICA

Il gigante a stelle e strisce dominerà la scena anche nel 2015, seguendo quell'indole colonialistica parte fondamentale della propria storia. Numerosi interventi americani non hanno dato i frutti sperati, diversi paesi emergono come attori antagonisti. Si può allora parlare di crisi irreversibile?
DI  - 2 GENNAIO 2015

Si chiude il 2014, ma il protagonista politico del nuovo anno resterà inevitabilmente uno: l’America. La superpotenza globale,nonostante numerosi acciacchi, rimane il fulcro attorno al quale qualsiasi attore emergente deve e dovrà confrontarsi. I legami e le influenze statunitensi toccano ogni parte del mondo. Sul tema, l’ex ambasciatore e professore italiano Sergio Romano è stato l’autore di uno dei libri più interessanti dell’anno appena trascorso: “Il declino dell’Impero americano”.

Il punto di partenza è semplice: non si possono capire le azioni degli Stati Uniti senza partire dalle origini. Da quei fermenti imperiali che pulsano dietro la Dottrina Monroe (1823) e le ripetute conquiste territoriali ai danni del Messico (California) e della Spagna (Cuba e Filippine). La sete di potere e nuovi mercati porta gli Usa a bombardare Shimonoseki (1864) per imporre al Giappone la politica della “porta aperta”. Personaggio simbolo di questo periodo è W. H. Seward, segretario di Stato di Lincoln, che tratteggia e ispira l’influenza degli Usa a livello planetario, fino a predire uno scontro con la Russia. Temi che la geopolitica classica conosce e studia a fondo. Dall’altra parte della barricata c’è l’isolazionismo, con il suo testo sacro: il “Farewell Adress” di George Washington. Ma l’idea, ivi espressa, di distacco dall’Europa resta solo una pallida aspirazione. L’idealismo wilsoniano sarà solo uno dei maggiori esempi di interferenza nel Vecchio Continente. Questo si colloca nel quadro di un’ascesa inarrestabile che, terminata la Seconda guerra mondiale, porta gli Usa a costruire il proprio impero sulle rovine degli alleati. Negli anni ’50, in Vietnam e a Suez, «gli americani negarono il loro aiuto al colonialismo europeo per prenderne il posto».

Negli anni ’90, quando crolla il grande rivale sovietico, la spinta imperiale non si placa: il caos jugoslavo firmato Clinton e lo stravolgimento del Medio Oriente sono azioni di cui ancora vediamo le conseguenze. Senza citare le successive avventure di marca neoconservatrice. Le “deroghe al galateo democratico” comprendono una delle strategie che più di tutte alza la tensione globale: la creazione di una “nuova Nato ai confini della Russia”. Venir meno alla promessa di non allargare a Oriente l’Alleanza Atlantica e i suoi arsenali ha provocato le veementi risposte di Putin e una serie di problematiche internazionali di difficile soluzione. L’Ucraina è l’ultima in ordine di tempo. Forse Bush Sr. avrebbe saputo agire in maniera più oculata, in direzione di un’ordine multipolare che rispettasse di più l’orso ferito, sembra suggerire Romano.

Nella sua lettura, questa serie di guerre e interventi ha fortemente minato la forza dell’impero, attualmente guidato da un personaggio debole e screditato come Obama. Molti paesi stanno disegnando strategie sempre più autonome, oltre Cina e Russia. Dal “possibile leader dell’America Latina”, il Brasile, fino alla Turchia di Erdogan. Passando per il Giappone, che sta riscoprendo la propria anima orgogliosa e guerriera, e l’Arabia Saudita. Il tradizionale alleato, dai tempi del patto del petrolio suggellato a bordo della nave da guerra “Quincy” da Roosevelt e Ibn Saud (1945), si è fatto ora molto critico. Il nipote del re Abdulaziz e ambasciatore a Londra Moahmed bin Nawaf bin Abdulaziz al-Saud ha pesantemente contestato l’ignavia americana verso Iran e Siria, preannunciando svolte importanti. Il tutto sulle colonne dell’International New York Times. Se a questo aggiungiamo la crisi («risultato della crescente deregolamentazione del mercato finanziario americano»), si può quindi parlare di declino? A differenza di Romano, il nostro parere rimane negativo. I molti fermenti contro il “Washington consensus” sono rilevanti, ma gli Usa mantengono una forza militare seconda a nessuno, e si stanno lentamente rialzando grazie anche allo shale gas. Anche se nei diversi scenari in cui proietta la sua influenza le battute d’arresto sono frequenti (ma storicamente non è certo la prima volta), bisognerà aspettare eventi quale l’esito dei negoziati TTP e TTIP per certificare la crisi dell’impero.

Tratto da:http://www.lintellettualedissidente.it

Il declino dell’Impero americano
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Luigi Maria Ventola 01/04/2015 00:59

Per il bene del mondo, speriamo che tolgano il disturbo al più presto!!!!!!