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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

Marx: la diagnosi era giusta (ma non la terapia)

Pubblicato su 20 Novembre 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in IPHARRA

Il ruolo della finanziarizzazione dell’economia nell’attuale crisi è un dato di fatto indiscutibile. I guasti causati da una moneta senza Stato è un altro dato di fatto. L’assenza di una moneta sovrana determina pesanti condizionamenti che sono stati ampiamente analizzati e discussi.

Tuttavia l’impressione è che si insista fin troppo sugli aspetti finanziari e monetari per non ammettere che perlomeno nella diagnosi delle cause strutturali delle crisi, i fatti danno ragione a Marx. 

L’economista e filosofo tedesco individuava essenzialmente tre contraddizioni interne al sistema, che lo avrebbero fatto implodere.

La prima è quella fra il carattere sociale della produzione nelle grandi fabbriche e l’appropriazione privata da parte del capitale.

La seconda è la periodica sovrapproduzione di beni (merci) che il mercato non riesce ad assorbire data la limitata capacità di consumo di masse proletarie sottopagate.

La terza è la caduta tendenziale del Saggio del Profitto, apparentemente paradossale in un sistema tutto improntato al profitto: infatti la legge della concorrenza obbliga a introdurre macchinari che sostituiscano manodopera, nella logica dell’abbattimento dei costi e della costante ricerca di innovazioni, ma il profitto è garantito dallo sfruttamento del lavoro umano, non dall’automazione verso cui tende il sistema. 

La prima contraddizione è trascurabile in quanto fondata su presupposti più sociologici e filosofici che economici. Le altre due trovano clamorosa conferma negli anni che stiamo vivendo.

Le crisi disastrose di sovrapproduzione furono evitate nel periodo glorioso del capitalismo, i trenta o quaranta anni di politiche economiche sostanzialmente keynesiane.

Quelle politiche furono garantite da condizioni oggi non riproducibili e furono anche decise per sconfiggere la sfida del collettivismo sovietico concedendo a salariati e stipendiati di livello medio-basso redditi e provvidenze assistenziali tali da consentire alti livelli di consumo. Era una forzatura della logica del capitale, determinata dalla minaccia del cosiddetto comunismo. Non a caso subito dopo il crollo dell’URSS è iniziato lo smantellamento sistematico dei livelli di reddito e delle protezioni sociali, anche tramite l’ingabbiamento dei sindacati e la massiccia immigrazione che hanno abbattuto le potenzialità contrattuali di salariati e stipendiati.

La tendenza alla caduta del Saggio del Profitto è forse la vera minaccia al sistema. La progressiva automazione del lavoro, non solo nelle fabbriche e nell’agricoltura ma anche nei servizi, è un fenomeno evidente e inarrestabile, ma il capitale ha bisogno di manodopera per riprodursi. Il massiccio afflusso di immigrati non sarà eterno e sarà contrastato dalle dinamiche demografiche, nonché dalle reazioni di rigetto delle popolazioni autoctone.

Qui stanno le cause immediate, più profonde di quelle finanziarie e monetarie, della crisi che si sta incartando su sé stessa. Negarle per non fare concessioni ai marxisti è operazione insensata.

Il marxismo ha fallito nelle terapie, non nella diagnosi.

Ha fallito quando ha prospettato il collettivismo di uno Stato onnipotente, quando ha fantasticato su un’umanità riscattata e rinnovata attraverso la semplice socializzazione dei mezzi di produzione, quando ha immaginato una classe operaia compatta e dotata di coscienza di classe pronta a prendere il potere, quando ha elaborato una filosofia della storia che sarebbe pervenuta  a una fase in cui gli operai avrebbero utilizzato il formidabile apparato produttivo creato dalla borghesia capitalista per garantire abbondanza di beni a tutti, superando la divisione del lavoro e fondando l’utopia riassumibile nella formula “da ognuno secondo le proprie capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni”: la realtà che va chiarendosi ai nostri occhi non è quella della creazione dei presupposti per “i domani che cantano”, ma quella di un continuo degrado ambientale, culturale, morale, una perdita di umanità che era stata profetizzata più dai critici della modernità dal versante antiprogressista che dalle scuole del marxismo. Se ci fosse una classe operaia come quella immaginata da Marx, erediterebbe le macerie di un mondo devastato, non la poderosa macchina produttiva che cambiando manovratore possa assicurare benessere ed elevazione culturale a tutti.

Occorre andare oltre il marxismo e vedere nelle origini lontane della modernità le cause di fondo del disastro economico, sociale, morale che ci affligge. Tuttavia chi voglia operare qui e ora, in una direzione politica e di proposta concreta, deve partire dalla riflessione sulle cause immediate della decadenza economica: la crisi di sovrapproduzione e soprattutto l’ombra incombente della caduta del Saggio del Profitto. Di euro, di signoraggio, di speculazione sui derivati, è bene parlare ma non per far perdere di vista ciò che è più essenziale.

Luciano Fuschini

Tratto da:http://www.ilribelle.com
 
Marx: la diagnosi era giusta (ma non la terapia)
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