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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

Psicologia di un elettore italiano

Pubblicato su 1 Ottobre 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in IPHARRA

Lo stato delle cose, la crisi, la disoccupazione, la questione morale si sono a tal punto infiammate, a tal punto gonfiate, che neanche gli stessi giornali che legge, sempre ottimisti, difficilmente critici, spesso bendisposti e chini, se non del tutto proni nei confronti del potere costituito, a cui offrono sempre giustificazioni ideologiche e teoriche, sono in grado di contenere, di reprimere, di avvolgere nella rassicurante cortina di fumo che costantemente ricopre i loro lettori e li culla dolcemente, sussurrandogli favole di sicure e prossime riprese nell'anno che deve venire e che, quando viene, sono procrastinate per quello seguente, additando la luce in fondo al tunnel che è sempre, per loro, la luce dell'aria aperta, per altri, la luce del treno in arrivo, pronto per investirci.

 

Pare di vederlo: il modello, tipicamente italiano, di elettore da sempre moderato, placidamente conservatore, prudentemente progressista, ispirato a una del tutto personale, in Italia ormai universale, concezione della morale (esigente sempre con gli altri, mai con se stessi), suscettibile alla retorica puritana, bigotta e benpensante, incline a scandalizzarsi per tutto ciò che a questa non appartiene, che si reca in edicola e compra o la Repubblica, se particolarmente polemico, o il Corriere, se di buonumore e sereno.

Ecco par di riconoscerlo, mentre legge titoli come: “Renzi e l’effetto Big Bang”, o “Rivoluzione renziana” riferita alla scuola, alla giustizia, alla pubblica amministrazione ecc… Li legge con giusto distacco, con atarassica indifferenza, da sapiens stoico, ma dentro di sé una serie di sensazioni, sempre moderate, contrastanti e nel contempo simili, rievocano speranze di vecchia data mai veramente tramontate, nostalgie ventennali, ricordano promesse non mantenute, delusioni ineluttabili provocate da colui a cui l’elettore aveva concesso la propria fiducia, disillusioni che, però, non riescono a piegarlo, indurlo all’ammissione di essersi sbagliato, di aver clamorosamente toppato, di essere quindi correo al fallimento del proprio rappresentante, avendogli offerto il proprio voto, perché non ritiene di avere reali responsabilità, non sente un peso di coscienza, non si percepisce complice, tutt’al più povera vittima, non truffatore, ma truffato, come tanti altri ingannato da allettanti e seducenti discorsi che millantavano cambiamenti. E comunque sia, la colpa è davvero da attribuire a chi aveva votato?

O forse non sono altrettanto vere le argomentazioni che discolpano il votato, l’eletto, il pover’uomo: il partito trasversale delle toghe rosse (mosse certo dal presentimento allarmante di un pericolo imminente, una catastrofe annunciata da un uomo valorosamente e eroicamente assurto a difesa dei valori dell’occidente liberale e moderato, e mosse d’altronde anche da una punta, diciamolo, di invidia, di fronte a cotanto carisma e successo) che, congiurando con le opposizioni guerrafondaie, voleva scalzarlo dal potere e, attraverso un colpo di stato, instaurare un regime in cui l’esecutivo e il legislativo si prostrassero ai piedi del giudiziario, il partito delle toghe che, quindi, aveva perseguitato il pover’uomo e che, congiuntamente agli alleati traditori di governo, aveva impedito al pover’uomo di governare, di fare ciò che aveva promesso? Anche questo considera il borghese moderato che lo aveva votato, al pover’uomo, e che in questo modo si sente pervadere dalla superomistica sensazione di essere stato (e di essere tutt’ora) sempre nel giusto. Adesso, quindi, s’imbatte nuovamente in una situazione molto simile a quella di vent’anni fa.

Lo stato delle cose, la crisi, la disoccupazione, la questione morale si sono a tal punto infiammate, a tal punto gonfiate, che neanche gli stessi giornali che legge, sempre ottimisti, difficilmente critici, spesso bendisposti e chini, se non del tutto proni nei confronti del potere costituito, a cui offrono sempre giustificazioni ideologiche e teoriche, sono in grado di contenere, di reprimere, di avvolgere nella rassicurante cortina di fumo che costantemente ricopre i loro lettori e li culla dolcemente, sussurrandogli favole di sicure e prossime riprese nell’anno che deve venire e che, quando viene, sono procrastinate per quello seguente, additando la luce in fondo al tunnel che è sempre, per loro, la luce dell’aria aperta, per altri, la luce del treno in arrivo, pronto per investirci. La coscienza del borghese, quindi, irritata e urticata dal flebile richiamo all’impegno sociale, può trovare finalmente requie nell’homo novus: Matteo Renzi. Per lui, democristiano nell’anima, non è certo una scelta facile: gli viene chiesto di votare la sinistra, (perché lui ancora ragiona così, credendo di poter distinguere la destra dalla sinistra e viceversa) la figlia del PCI, una richiesta drammatica, quasi tragica e che, dopo un’intensa riflessione condotta seduto sulla tazza del bagno, con il mento appoggiato sul pugno chiuso di un braccio puntellato al ginocchio, porta finalmente alla fatale decisione: votare Renzi.

Lo fa, con un enorme coraggio, con la consapevolezza di dover rispondere non a un semplice richiamo, ma a un vero e proprio imperativo morale, tenendo presente il futuro dei propri figli, sapendo di essere, come sempre, nel giusto, cosa che però gli richiede un grande spirito di abnegazione, di sacrificio. E’ emozionato e spaventato all’idea di dover prendere una decisione, una posizione che, ai suoi occhi, equivale all’adesione a una rivoluzione, lui italiano e democristiano, la rivoluzione, no, non è abituato, è roba per francesi, non italiani, che hanno sempre preferito delegare a altri le decisioni da prendere, sollevandosi così ipocritamente dal carico scomodo delle responsabilità, delle conseguenze delle proprie azioni, meglio obbedir tacendo, meglio essere gregge, la colpa, se dev’esserci una colpa, sarà del pastore, o del comandante, o del dittatore, noi chiediamo solo il quieto vivere, questo ci basta, e nient’altro. Questo non lo pensa, il borghese benpensante. Anche lui segue, a volte e inconsapevolmente, il principio di non contraddizione. Comunque, resta convinto che votando Renzi, vota la rivoluzione, vota il cambia-verso: e ciò lo riempe sia di stupore, di paura, di inquietudine, ma sia di una commossa esaltazione, un fervente sfarfallio allo stomaco. Crede di essere ritornato all’incoscienza spregiudicata degli anni giovanili. E guarda, ormai permeato da una benefica sensazione, il mondo sentendo di potersi permettere, come non mai, una sana dose di arroganza, di alterigia, di spocchia, lui e la sua levatura morale. Non sa, purtroppo, di aver votato sempre il solito animale politico: il gattopardo. Ma appunto non sa, e così come nasce, morirà: felice, perché ignorante.

Tratto dahttp://www.lintellettualedissidente.it

Psicologia di un elettore italiano
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annapaola 10/01/2014 20:10

quadretto familiare troppo "figo"...Tragicamente comico e reale....