Overblog
Segui questo blog
Edit post Administration Create my blog
Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

L'uscita dell'euro redux: la Realpolitik colpisce ancora

Pubblicato su 31 Ottobre 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in IPHARRA

Questa volta invece sarò lungo, pesante e polemico. Mi riscuso.
 

A distanza di 3 mesi dalla pubblicazione sul Manifesto del mio articolo sull’uscita dall’euro, vorrei riproporlo nel mio forum col suo titolo originale (Il teorema della piscina) e commentarlo brevemente per vedere a che punto siamo. L’articolo era stato banalizzato da molti (a cominciare dalla redazione) come un manifesto a favore di “svalutazioni competitive”. Chiunque si documenti un minimo sa che il problema europeo è proprio dato dalle svalutazioni competitive... ma della Germania, non dell’Italia! L’intento dell’articolo non era nemmeno quello di “prevedere” la fine dell’euro, perché da prevedere c’era e c’è ben poco. Chiunque si documenti un minimo sa bene che sulla insostenibilità dell’euro si sono pronunciati i massimi economisti mondiali. E poi, è sotto gli occhi di tutti. Non c’è bisogno di prevedere, basta vedere.

 

Il mio intervento in realtà proponeva un'analisi politica, un'analisi che mi sembra si stia rivelando giusta ogni giorno di più, e che politici e giornalisti non mi sembravano e non mi sembrano in grado di fare, per motivi ogni giorno più evidenti. Questa analisi si può sintetizzare in pochi punti:

 

1)      rivendicando l’euro la sinistra italiana si è suicidata politicamente, perché l’euro è il coronamento di due progetti non esattamente di sinistra: il progetto imperialistico della Germania, e il progetto di “disciplina” dei sindacati mediante il vincolo esterno, caro alle classi dominanti dei paesi periferici;

 

2)      l’ideologia del “vincolo esterno”, tra l’altro, era intrinsecamente di destra perché disconosceva in modo paternalistico il diritto dei cittadini di orientare le scelte economiche del proprio paese, delegandolo a istanze tecnocratiche spacciate per indipendenti, e si basava su un ampio progetto di disinformazione, volto a nascondere i costi economici dell’euro ampiamente documentati dalla letteratura economica; la Realpolitik suggeriva però alla sinistra di aderire a questa ideologia di destra, che era l’unica che le desse qualche speranza di accedere ogni tanto alla stanza dei bottoni;

 

3)      continuando a difendere l’euro, per evitare una spiacevole autocritica, la sinistra si espone al rischio di essere sorpassata a sinistra. Lascerà cioè un argomento vero e inoppugnabile (l’euro ha strangolato l’economia italiana) in mano alle destre più becere e nazionaliste (dalla Lega in giù). E allora la situazione diventerà difficilmente reversibile.

 

Questa analisi politica è stata capita da molti, ma ha anche incontrato una serie di prevedibili critiche, forse anche perché i giornalisti vogliono parlare di economia (senza saperne molto), ma mal sopportano che chi conosce le dinamiche economiche della società si arrischi a trarne conclusioni politiche. Purtroppo (per loro, ma soprattutto per noi) tutto quello che avevo previsto nell’articolo si è verificato. Lo sottolineo, nel rileggerlo con voi, non per vanità (è vero che il nostro lavoro ci lascia poche altre soddisfazioni, oltre a quella di essere Cassandre, ma qui da prevedere c’era poco: è un film già visto). Insisto su questo punto perché insieme riflettiamo su cosa fare per evitare il suicidio totale delle forze progressiste nel nostro paese.. Vi ricordo che l’articolo è stato inviato alla redazione l’8 agosto, e pubblicato il 23 agosto. Vi ricordo anche che è stato l’articolo del forum “La rotta d’Europa” più referenziato su Google (47800 hits).

 

Voglio infine sottolineare che non disconosco a nessuno, tantomeno a un giornalista, il diritto di esprimere comunque le proprie opinioni, per quanto disinformate esse siano. Voglio però insistere sul fatto che esprimersi in modo disinformato durante una crisi economica equivale a farlo durante un’epidemia, durante una catastrofe nucleare, insomma, durante un evento nel quale chi non coopera al prevalere della razionalità si assume responsabilità molto gravi. In particolare, la disinformazione sui temi economici in questa fase di crisi economica e politica è un’operazione intrinsecamente antidemocratica, perché influisce sulle libere scelte degli elettori e perché rischia di propugnare scelte che possono condurci a esiti nazionalisti e autoritari. Per questa mia difesa della razionalità tecnica dell’economia sono stato fatto passare per una maestrina dalla matita blu che si arrocca nel suo sapere tecnico e emette sentenze dalla sua torre d’avorio. A voi il giudizio.

 

Segue il testo inviato alla redazione, in tondo, con alcuni commenti in corsivo.

 

Il teorema della piscina.

 

Un anno fa, discorrendo con Aristide, chiedevo come mai la sinistra italiana rivendicasse con tanto orgoglio la paternità dell’euro: non vedeva quanto esso fosse opposto agli interessi del suo elettorato? Una domanda simile a quella di Rossanda. Aristide, economista di sinistra, mi raggelò: “caro Alberto, i costi dell’euro, come dici, sono noti, tutti i manuali li illustrano. Li vedevano anche i nostri politici, ma non potevano spiegarli ai loro elettori: se questi avessero potuto confrontare costi e benefici non avrebbero mai accettato l’euro. Tenendo gli elettori all’oscuro abbiamo potuto agire, mettendoli in una impasse dalla quale non potranno uscire che decidendo di fare la cosa giusta, cioè di andare avanti verso la totale unione, fiscale e politica, dell’Europa.” Insomma: “il popolo non sa quale sia il suo interesse: per fortuna a sinistra lo sappiamo e lo faremo contro la sua volontà”. Ovvero: so che non sai nuotare e che se ti getto in piscina affogherai, a meno che tu non “decida liberamente” di fare la cosa giusta: imparare a nuotare. Decisione che prenderai dopo un leale dibattito, basato sul fatto che ti arrivo alle spalle e ti spingo in acqua. Bella democrazia in un intellettuale di sinistra! Questo agghiacciante paternalismo può sembrare più fisiologico in un democristiano, ma non dovrebbe esserlo. “Bello è di un regno come che sia l’acquisto”, dice re Desiderio. Il cattolico Prodi l’Adelchi l’ha letto solo fino a qui. Proseguendo, avrebbe visto che per il cattolico Manzoni la Realpolitik finisce in tragedia: il fine non giustifica i mezzi. La nemesi è  nella convinzione che “più Europa” risolva i problemi: un argomento la cui futilità non può essere apprezzata se prima non si analizza la reale natura delle tensioni attuali.

 

Primo commento: per aver denunciato la Realpolitik paternalistica sottostante alla scelta dell’euro sono stato accusato di complottismo da svariati passanti(guardate ad esempio il dibattito con p.p. in questo post), e di incapacità di analisi politica da diversi colleghi (anche loro abbastanza paternalisti: “sai, Alberto, tu sei bravo, ma un giornalista ha una visione politica più ampia della tua!” Sarà...). A nulla è servito far notare che questa Realpolitik era palese e ammessa dai suoi stessi protagonisti. L’argomento di Prodi infatti è quello che riporta la Rossanda: “dovevamo cominciare dalla moneta perché altrimenti non si sarebbe fatto nulla, data la litigiosità dei governi europei”. Ma questo modo di argomentare chiarisce bene che chi lo ha fatto sapeva benissimo che “cominciare dalla moneta” era la cosa sbagliata: bisognava cominciare dal disegno di istituzioni che uniformassero le economie reali europee e riducessero il conflitto fra i governi. E infatti ora le stesse persone ammettono l’irrazionalità della scelta compiuta, il fatto che essa conviene solo alla Germania, ecc. Quindi si sapeva che ci sarebbero stati dei costi e questi costi sono stati nascosti agli elettori.

 

Complottismo? Bene: allora cosa ne dite di questo video? Svegliatevi! Siete in mano a persone che ragionano così, non a statisti, ma a politicanti, a persone che preferiscono che una regione (il Lazio) sia gestita male anziché bene purché questo dia loro qualche speranza di accedere alle leve del potere non per i loro intrinseci meriti, ma per la loro capziosa abilità di portare scompiglio nelle fila dell’avversario. Siete in mano a persone che non si occupano degli studenti “perché non votano”. Siete in mano a persone che affidano alla crisi economica il compito di portarle al potere, con una Schadenfreude e un disprezzo del proprio paese che dovrebbe suscitare rivolta in qualsiasi italiano di buon senso. Sono persone prive di visione, incapaci di pensare in categorie che non siano quelle tattiche della Realpolitik. Sono le persone che hanno sterilizzato il dibattito politico italiano polarizzandolo sul tema dell’antiberlusconismo, non perché ritenessero Berlusconi dannoso al paese, ma perché lo ritenevano di intralcio alla loro bramosia di potere.

Del resto, costruire un nemico era l’unico modo per coagulare un po’ di consenso attorno a una classe politica che non aveva nulla da dire e molto da nascondere. Perché queste persone sono le stesse che per “disciplinare” (leggi: sconfiggere) i sindacati hanno sconfitto il proprio paese, nella speranza di poter così entrare (loro) nei salotti buoni della finanza (“abbiamo una banca”!). Cara Concita, benvenuta nel club dei complottisti. Non mi sei mai sembrata così bella! Se poi sapessi che anche tu capisci che questa sinistra ha gestito l'euro come la presidenza della regione Lazio, mi sentirei meno solo su questa terra...


 

Il debito pubblico non c’entra.

 

Sgomenta l’unanimità con la quale destra e sinistra continuano a concentrarsi sul debito pubblico. Che lo faccia la destra non è strano: il contrattacco ideologico all’intervento dello Stato nell’economia è il fulcro della “controriforma”  seguita al crollo del muro. Questo a Rossanda è chiaro. Le ricordo che  nessun economista ha mai asserito, prima del trattato di Maastricht, che la sostenibilità di un’unione monetaria richieda il rispetto di soglie sul debito pubblico (il 60% di cui parla lei). Il dibattito sulla “convergenza fiscale” è nato dopoMaastricht, ribadendo il fatto che queste soglie sono insensate. Maastricht è un manifesto ideologico: meno Stato (ergo più mercato). Ma perché qui (cioè a sinistra?) nessuno mette Maastricht in discussione? Questo Rossanda non lo nota e non se lo chiede. Se il problema fosse il debito pubblico, dal 2008 la crisi avrebbe colpito prima la Grecia (debito al 110% del Pil), e poi Italia (106%), Belgio (89%), Francia (67%) e Germania (66%). Gli altri paesi dell’eurozona avevano debiti pubblici inferiori. Ma la crisi è esplosa prima in Irlanda (debito pubblico al 44% del Pil), Spagna (40%), Portogallo (65%), e solo dopo Grecia e Italia. Cosa accomuna questi paesi? Non il debito pubblico (minimo nei primipaesi colpiti, altissimo negli ultimi), ma l’inflazione. Già nel 2006 la Bce indicava che in Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna l’inflazione non stava convergendo verso quella dei paesi “virtuosi”. I Pigs erano un club a parte, distinto dal club del marco (Germania, Francia, Belgio, ecc.), e questo sì che era un problema: gli economisti sanno da tempo che tassi di inflazione non uniformi in un’unione monetaria conducono a crisi di debito estero (prevalentemente privato).

 

Secondo commento: inutile dire che questo punto (la rilevanza del debito privato) è passato inosservato. Anche qui il motivo è politico. A tutti, ma soprattutto alla “sinistra”, fa comodo liquidare il problema come un problema di debito pubblico, perché così ne può dare la colpa al governo precedente. Il problema è invece di debito privato, la colpa è dell’euro, e il governo precedente ha tenuto i conti in ordine, mantenendo il fisiologico incremento del debito durante la recessione nell’ambito dei 10 punti di Pil. Certo, questo ci ha riportato indietro di dieci anni come rapporto debito/Pil, ma in Europa, con una crisi simile, solo la Germania ha fatto marginalmente meglio di noi, potendo però contare su una crescita drogata dalla nostra domanda. Quindi Berlusconi non era un problema macroeconomico, l’euro sì, e i fatti lo dimostrano. 

 

Inflazione e debito estero.

 

Se in X i prezzi crescono più in fretta che nei suoi partner, X esporta sempre meno, e importa sempre più, andando in deficit di bilancia dei pagamenti. La valuta di X, necessaria per acquistare i beni di X, è meno richiesta e il suo prezzo scende, cioè X svaluta: in questo modo i suoi beni ridiventano convenienti, e lo squilibrio si allevia. Effetti uguali e contrari si producono nei paesi in surplus, la cui valuta diventa scarsa e si apprezza. Ma se X è legato ai suoi partner da un’unione monetaria, il prezzo della valuta non può ristabilire l’equilibrio esterno, e quindi le soluzioni sono due: o X deflaziona, o i suoi partner in surplus inflazionano. Nella visione keynesiana i due meccanismi sono complementari: ci si deve venire incontro, perché surplus e deficit sono due facce della stessa medaglia (non puoi essere in surplus se nessuno è in deficit). Ai tagli nel paese in deficit deve accompagnarsi un’espansione della domanda nei paesi in surplus. Ma la visione prevalente è asimmetrica: l’unica inflazione buona è quella nulla, i paesi in surplus sono “buoni”, e sono i “cattivi” in deficit a dover deflazionare, convergendo verso i buoni. E se, come i Pigs, non ci riescono? Le entrate da esportazioni diminuiscono e ci si indebita con l’estero per finanziare le proprie importazioni. I paesi a inflazione più alta sono anche quelli che hanno accumulato più debito estero dal 1999 al 2007: Grecia (+78 punti di Pil), Portogallo (+67), Irlanda (+65) e Spagna (+62). Con il debito crescono gli interessi, e si entra nella spirale: ci si indebita con l’estero per pagare gli interessi all’estero, aumenta lo spread e scatta la crisi.

 

Lo spettro del 1992.

 

E l’Italia? Dice Rossanda: “il nostro indebitamento è soprattutto all’interno”. Non è più vero. Pensate veramente che ai mercati interessi con chi va a letto Berlusconi? Pensate che si preoccupino perché il debito pubblico è “alto”? Ma il nostro debito pubblico è sopra il 100% da 20 anni, e i nostri governi, anche se meno folcloristici, sono stati spesso più instabili. Non è questo che preoccupa i mercati: quello che li preoccupa è che oggi, come nel 1992, il nostro indebitamento con l’estero sta aumentando, e che questo aumento, come nel 1992, è guidato dall’aumento dei pagamenti di interessi sul debito estero, che è in massima parte debito privato, contratto da famiglie e imprese (il 65% delle passività sull’estero dell’Italia sono di origine privata).

 

Terzo commento: previsione azzeccata. Vorrei ricordare che all’epoca la sinistra “per bene” era tutta intenta a combattere il Belzebù Berlusconi, ritenuto responsabile della sfiducia dei mercati. Berlusconi se ne è andato, e lo spread è granitico intorno a 500 punti. Mi sembra chiaro quindi che i mercati non erano innervositi da lui, come avevo detto (anche su lavoce.info, che all'epoca era l'organo più antiberlusconiano in circolazione, per comprensibili motivi). 

 

Cui Prodest? 

 

Calata nell’asimmetria ideologica mercantilista (i “buoni” non devono cooperare) e monetarista (inflazione zero) la scelta politica di privarsi dello strumento del cambio diventa strumento di lotta di classe. Se il cambio è fisso, il peso dell’aggiustamento si scarica sui prezzi dei beni, che possono diminuire o riducendo i costi (quello del lavoro, visto che quello delle materie prime non dipende da noi) o aumentando la produttività. Precarietà e riduzioni dei salari sono dietro l’angolo. La sinistra che vuole l’euro ma non vuole Marchionne mi fa un po’ pena. Chi non deflaziona accumula debito estero, fino alla crisi, in seguito alla quale lo Stato, per evitare il collasso delle banche, si accolla i debiti dovuti agli squilibri esterni, trasformandoli in debiti pubblici. Alla privatizzazione dei profitti segue la socializzazione delle perdite, con il vantaggio di poter incolpare a posteriori i bilanci pubblici. La scelta non è se deflazionare o meno, ma se farlo subito o meno. Una scelta ristretta, ma solo perché l’ottusità ideologica impone di concentrarsi sul sintomo (lo squilibrio pubblico, che può essere corretto solo tagliando), anziché sulla causa (lo squilibrio esterno, che potrebbe essere corretto cooperando). Alla domanda di Rossanda “non c’è stato qualche errore?” la risposta è quella che dà lei stessa: no, non c’è stato nessun errore. Lo scopo che si voleva raggiungere, cioè la “disciplina” dei lavoratori, è stato raggiunto: non sarà “di sinistra”, ma se volete continuare a chiamare “sinistra” dei governi “tecnici” a guida democristiana accomodatevi. Lo dice il manuale di Acocella: il “cambio forte” serve a disciplinare i sindacati.

 

Quarto commento: so che non fa piacere scoprire di essere stati presi in giro. Per questo il mio lavoro ha avuto molte critiche. Ma se non partiamo da qui, cioè dall’ammissione che il “popolo della sinistra” si è fatto prendere in giro da politici che gli hanno proposto come soluzione delle politiche di destra (perché dannose agli interessi dei salariati) non andremo da nessuna parte. Bisogna rottamare i “padri nobili” dotati di “visione” che ci hanno messo in queste condizioni con l’euro, a partire da quello che si rimbocca le maniche, e rottamarli da sinistra, cosa che si può fare solo denunciando quello che è in tutti i manuali di economia, cioè la distorsione deflazionistica che l’euro induce, per cui alla fine rimane solo da tagliare. Se non lo si denuncia apertamente, allora la rottamazione rimarrà (come è) in mano ai giovanotti tutti chiesa e Bce, e non usciremo dal meccanismo dei sacrifici inutili. 

 

Più Europa?

 

Secondo la teoria economica un’unione monetaria può reggere senza tensioni sui salari se i paesi sono fiscalmente integrati, poiché ciò facilita il trasferimento di risorse da quelli in espansione a quelli in recessione. Una “soluzione” che interviene a valle, cioè allevia i sintomi, senza curare la causa (gli squilibri esterni). È il famoso “più Europa”. Un esempio: festeggiamo quest’anno il 150° anniversario dell’unione monetaria, fiscale e politica del nostro paese. “Più Italia” l’abbiamo avuta, non vi pare? Ma 150 anni dopo la convergenza dei prezzi fra le varie regioni non è completa, e il Sud ha un indebitamento estero strutturale superiore al 15% del proprio Pil, cioè sopravvive importando capitali dal resto del mondo (ma in effetti dal resto d’Italia). Dopo cinquanta anni di integrazione fiscale nell’Italia (monetariamente) unita abbiamo le camicie verdi in Padania: basterebbero dieci anni di integrazione fiscale nell’area euro, magari a colpi di Eurobond, per riavere le camicie brune in Germania. L’integrazione fiscale non è politicamente sostenibile perché nessuno vuole pagare per gli altri, soprattutto quando i media, schiavi dell’asimmetria ideologica, bombardano con il messaggio che gli altri sono pigri, poco produttivi, che “è colpa loro”. Siano greci, turchi, o ebrei, sappiamo come va a finire quando la colpa è degli altri.

 

Quinto commento: a quell’epoca non andava ancora di moda chiedere alla Bce di agire come “lender of last resort”. Una versione riveduta e corretta, ma ugualmente insulsa, del più Europa. I motivi sono due: (1) nel lungo periodo interventi di quantitative easing da parte della Bce alzerebbero l’inflazione nei paesi del nucleo europeo, i cui elettori sono stati bombardati da anni col messaggio che l’inflazione è il male assoluto. La non sostenibilità politica di questo intervento è quindi chiara: al limite, sarebbero gli elettori dei paesi del nucleo a chiedere di uscire dall’euro (danneggiando se stessi). (2) qualsiasi politica monetaria centralizzata non corregge gli squilibri fondamentali, che sono squilibri fra paesi. A cosa serve alzare l’inflazione media europea, se la Germania ne ha comunque (per quanto alta) un po’ meno degli altri? A nulla. L’unico risultato è quello di dare un po’ di fiato alle finanze pubbliche dei paesi periferici, in modo che abbiano munizioni da sparare quando le loro finanze private rientreranno in crisi, avendo accumulato passività verso i paesi del nucleo. Forse è questo che si vuole.

 

Quelli che vogliono una Bce come la Fed americana forse non sanno che negli Stati Uniti il bilancio federale compensa con trasferimenti una proporzione attorno al 30% degli shock negativi subiti da Stati dell’Unione. Questo è il risultato degli studi compiuti non dai soliti ex-sindacalisti, ex-sociologi, ex-portieri di serie B che in questi giorni pontificano sull’euro, ma da studiosi di riconosciuto spicco internazionale come Bayoumi e Masson o Sala-i-Martin e Sachs, articoli che un economista che vuole pronunciarsi su questo dibattito dovrebbe conoscere (parlo mai di Walras io?). In questo caso, e solo in questo caso, la politica monetaria centralizzata funziona. Si chiama integrazione fiscale. E voi ce la vedete la Germania ad agire in tal senso, compensando gli shock dei Pigs con i soldi che ha accumulato grazie alla loro domanda? No, ovviamente. Quindi anche la Bce modello Fed non può funzionare. Chiavatevelo in testa: non può. L’unica Bce buona è quella morta.

 

Deutschland über alles.

 

Le soluzioni “a valle” dello squilibrio esterno sono politicamente insostenibili, ma lo sono anche quelle “a monte”. La convivenza con l’euro richiederebbe l’uscita dall’asimmetria ideologica mercantilista. Bisognerebbe prevedere simmetrici incentivi al rientro per chi si scostasse in alto o in basso da un obiettivo di inflazione. Il coordinamento del quale Rossanda parla andrebbe costruito attorno a questo obiettivo. Ma il peso dei paesi “virtuosi” lo impedirà. Perché l’euro è l’esito di due processi storici. Rossanda vede il primo (il contrattacco del capitale per recuperare l’arretramento determinato dal new deal post-bellico), ma non il secondo: la lotta secolare della Germania per dotarsi di un mercato di sbocco. Ci si estasia (a destra e a sinistra) per il successo della Germania, la “locomotiva” d’Europa, che cresce intercettando la domanda  dei paesi emergenti. Ma i dati che dicono? Dal 1999 al 2007 il surplus tedesco è aumentato di 239 miliardi di dollari, di cui 156 realizzati in Europa, mentre il saldo commerciale verso la Cina è peggiorato di 20 miliardi (da un deficit di -4 a uno di -24). I giornali dicono che la Germania esporta in Oriente e così facendo ci sostiene con la sua crescita. I dati dicono il contrario. La domanda dei paesi europei, drogata dal cambio fisso,  sostiene la crescita tedesca. E la Germania non rinuncerà a un’asimmetria sulla quale si sta ingrassando. Ma perché i governi “periferici” si sono fatti abbindolare dalla Germania? Lo dice il manuale di Gandolfo: la moneta unica favorisce una “illusione della politica economica” che permette ai governi di perseguire obiettivi politicamente improponibili, cavandosela col dire che sono imposti da istanze sopraordinate (quante volte ci siamo sentiti dire “l’Europa ci chiede...”?). Il fine (della lotta di classe al contrario) giustificava il mezzo (l’ancoraggio alla Germania).

 

Sesto commento: sono sconfortato dall’insipienza tecnica non solo del pubblico, ma anche e soprattutto di molti colleghi. L’ideologia della stabilità dei prezzi li porta a non capire una cosa semplicissima: in un sistema di cambi fissi chi forza una deflazione sta praticando una svalutazione reale competitiva. Che questo sia da 60 anni il disegno esplicito della Germania è lucidissimamente esposto da Cesaratto. Un sistema di cambi fissi (o moneta unica, il che è lo stesso) non può sopravvivere se c’è qualcuno che fa il furbo, e non esistono strumenti tecnici per opporsi. Non esistono perché non li si vuole porre in essere. In una logica keynesiana, sarebbe bastato inserire nella costruzione dell’euro una clausola della valuta scarsa (come quella che Keynes propose a Bretton Woods), che attribuisse ai paesi in deficit il diritto di adottare pratiche commerciali protezionistiche nei confronti dei paesi in surplus che non accettassero (come la Germania non accetta) di cooperare alla soluzione degli squilibri. Non lo si è fatto non tanto perché le regole le detta il più forte, ma anche perché dotando i paesi di armi per difendersi si sarebbe palesato il fatto che con l’euro si apriva una guerra commerciale. E l’euro doveva essere venduto agli elettori come l’età dell’oro... 

 

La svalutazione rende ciechi.

 

È un film già visto. Ricordate lo Sme “credibile”? Dal 1987 al 1991 i cambi europei rimasero fissi. In Italia l’inflazione salì dal 4.7% al 6.2%, con il prezzo del petrolio in calo (ma i cambi fissi non domavano l’inflazione?). La Germania viaggiava su una media del 2%.  La competitività italiana diminuiva, l’indebitamento estero aumentava, e dopo la recessione Usa del 1991 l’Italia dovette svalutare. Svalutazione! Provate a dire questa parola a un intellettuale di sinistra. Arrossirà di sdegnato pudore virginale. Non è colpa sua. Da decenni lo bombardano con il messaggio che la svalutazione è una di quelle cosacce che provocano uno sterile sollievo temporaneo e orrendi danni di lungo periodo. Non è strano che un sistema a guida tedesca sia retto dal principio di Goebbels: basta ripetere abbastanza una bugia perché diventi una verità. Ma cosa accadde dopo il 1992? L’inflazione scese di mezzo punto nel ’93 e di un altro mezzo nel ’94. Il rapporto debito estero/Pil si dimezzò in cinque anni (da -12 a -6 punti di Pil). La bolletta energetica migliorò (da -1.1 a -1.0 punti). Dopo uno shock iniziale, l’Italia crebbe a una media del 2% dal 1994 al 2001. La lezioncina sui danni della svalutazione (genera inflazione, procura un sollievo solo temporaneo, non ce la possiamo permettere perché importiamo il petrolio) è falsa. 

 

Settimo commento: i tronfi tromboni (o parola che faccia rima) che premettono un “neo” a ogni parola che usano (il neoliberismo neocapitalista, il neouovo e la neogallina), lo fanno un po’ perché sono pagati a cartella (forse), e molto per indurre la sensazione (falsa, ma plausibile agli occhi degli incolti) che questa volta siamo in una situazione totalmente nuova, per cui la storia non ha nulla da insegnarci. La Storia ha sempre da insegnare, a chi non è in cattiva fede. 

 

Irreversibile?

 

Ma tutto questo Rossanda non lo sa. Sa che la svalutazione non sarebbe risolutiva, e che le procedure di uscita non sono previste, quindi... Quindi cosa? Veramente Rossanda è così ingenua da non vedere che la mancanza di procedure di uscita è solo un espediente retorico, il cui scopo è quello di radicare nel pubblico l’idea di una “naturale” o “tecnica” irreversibilità di quella che in fondo è una scelta umana e politica (e come tale reversibile)? Certo, la svalutazione renderebbe più oneroso il debito definito in valuta estera. Ma porterebbe da una situazione di indebitamento estero a una di accreditamento estero, producendo risorse sufficienti a ripagare i debiti, come nel 1992. Se non lo fossero, rimarrebbe la possibilità del default. Prodi vuol far sostenere una parte del conto ai “grossi investitori istituzionali”? Bene: il modo più diretto per farlo non è emettere Eurobond “socializzando” le perdite a beneficio della Germania (col rischio camicie brune), ma dichiarare, se sarà necessario, il default, come hanno già fatto tanti paesi che non sono stati cancellati dalla geografia economica per questo. È già successo e succederà. “I mercati ci puniranno, finiremo stritolati!”. Altra idiozia. Per decenni l’Italia è cresciuta senza ricorrere al risparmio estero. È l’euro che, stritolando i redditi e quindi i risparmi delle famiglie, ha costretto il paese a indebitarsi con l’estero. Il risparmio nazionale lordo, stabile attorno al 21% dal 1980 al 1999, è sceso costantemente da allora fino a toccare il 16% del reddito. Nello stesso periodo le passività finanziarie delle famiglie sono raddoppiate, dal 40% all’80%. Rimuoviamo l’euro, e l’Italia avrà meno bisogno dei mercati, mentre i mercati continueranno ad avere bisogno dei 60 milioni di consumatori italiani.

 

Ottavo commento: la ricerca scientifica dice che i costi del default sono grandemente esagerati dall’opinione pubblica. Del resto, l’Argentina dal suo default in poi è decollata, i redditi pro capite sono cresciuti dell’8% all’anno, portando l’Argentina dalla 60° alla 54° posizione nella graduatoria mondiale. Certo, le interpretazioni su cosa è successo non sono univoche (possono mai esserlo, quando ci sono i soldi di mezzo?), ma una cosa è certa: chi evoca l’Argentina come spauracchio è un dilettante che fa autogol, per diversi motivi: (1) perché rende evidente che l’euro non ci ha difeso dalla crisi, ma ci ha messo in crisi, esattamente come l’Argentina fu messa in crisi dall’aggancio al dollaro: perdita di competitività, accumulo di debito estero, crisi; (2) perché rende altresì evidente che la crisi da noi non sarebbe ugualmente devastante: la svalutazione necessaria all’Italia si colloca attorno al 20%, perché questo è il differenziale di inflazione che abbiamo cumulato verso la Germania dall’ultimo riallineamento del cambio; in Argentina fu del 230% non perché “i mercati” la punirono, ma perché quello era il differenziale di inflazione maturato nei confronti del dollaro negli anni della dollarizzazione; abbiamo già svalutato del 20% nel 1992, è stata dura, ma siamo sopravvissuti; chi parla di svalutazioni del 100% sragiona o è un dilettante dell’economia che non dovrebbe parlare in un momento di crisi, momento in cui la disinformazione diventa  un atto intrinsecamente antidemocratico; gli esperti, che in quanto tali stanno già pensando a un piano B, sanno che la svalutazione nostra (o la rivalutazione tedesca) sarà di quell’ordine di grandezza; ringrazio Sergio Polini per la segnalazione dell'ultimo link, ma, senza sminuire il suo contributo, segnalo che queste cifre sono ovvie, perché sono quelle ampiamente previste dalla teoria economica , secondo la quale quando ci si sgancia da una valuta troppo forte si recupera il differenziale di inflazione cumulato, e questo è anche il modello che i mercati usano!  (3) perché oggi gli argentini stanno bene.

 

 Non faccia la sinistra ciò che fa la destra.

 

Dall’euro usciremo, perché alla fine la Germania segherà il ramo su cui è seduta. Sta alla sinistra rendersene conto e gestire questo processo, anziché finire sbriciolata. Non sto parlando delle prossime elezioni. Berlusconi se ne andrà: dieci anni di euro hanno creato tensioni tali per cui la macelleria sociale deve ora lavorare a pieno regime. E gli schizzi di sangue stonano meno sul grembiule rosso. Sarà ancora una volta concesso alla sinistra della Realpolitik di gestire la situazione, perché esiste un’altra illusione della politica economica, quella che rende più accettabili politiche di destra se chi le attua dice di essere di sinistra. Ma gli elettori cominciano a intuire che la macelleria sociale si può chiudere uscendo dall’euro. Cara Rossanda, gli operai non sono “scombussolati”, come dice lei: stanno solo capendo. “Peccato e vergogna non restano nascosti”, dice lo spirito maligno a Gretchen. Così, dopo vent’anni di Realpolitik, ad annaspare dove non si tocca si ritrovano i politici di sinistra, stretti fra la necessità di ossequiare la finanza, e quella di giustificare al loro elettorato una scelta fascista non tanto per le sue conseguenze di classe, quanto per il paternalismo con il quale è stata imposta. Si espongono così alle incursioni delle varie Marine Le Pen che si stanno affacciando in paesi di democrazia più compiuta, e presto anche da noi. Perché le politiche di destra, nel lungo periodo, avvantaggiano solo la destra. Ma mi rendo conto che in un paese nel quale basta una legislatura per meritarsi una pensione d’oro, il lungo periodo possa non essere un problema dei politici di destra e di sinistra. Questo spiega tanta unanimità di vedute.

 

Nono e ultimo commento: ogni singola parola di questo paragrafo mi è stata contestata. Mi è stato detto: “il capitalismo tedesco è razionale, non segherà il ramo sul quale è seduto”... e si è visto! Le cose si sono spinte a un punto tale che ormai l’unica soluzione razionale per la Germania è propugnare un’uscita selettiva o generalizzata. Non lo si dice per evitare fenomeni, appunto, argentini (corse agli sportelli, ecc.), ma che ci sia aria di piano B è evidente e confermato da tutti i quotidiani finanziari internazionali. Il governo tecnico (il macellaio col grembiule rosso) è arrivato, come da me previsto in un periodo in cui tutti pensavano che Berlusconi sarebbe stato eterno. Ma il lavoro sporco in democrazia viene sempre fatto fare alla sinistra. Vi ricordate gli anni ’90? Da dove venite? Da Marte? La destra si è appropriata di una verità tecnica (l’euro è stato un errore) e la sinistra continua a difendere una bugia tecnica, quando, se avesse ascoltato il mio modesto contributo e quello di tanti grandi economisti, avrebbe potuto attivare un vero dibattito sulla rotta d’Europa, su basi equilibrate e propositive, anziché la sfilata della corte dei miracoli alla quale abbiamo assistito per tutta l’estate, condotta su basi distorte e difensive, tutte volte a salvare il non salvabile, e quindi a non riflettere sul “dopo”. Perché un “dopo” ci sarà. E naturalmente chi avrà mentito e continuato a mentire ai suoi elettori non potrà che pagarne le conseguenze. Ci avviamo a altri due decenni di governi di destra, nazionalisti e populisti, se non ammettiamo che l’euro è stato un errore, non liquidiamo politicamente chi lo ha commesso, e non riflettiamo su come uscirne con il minor danno possibile.

 

Sed de hoc satis. Per un economista, in fondo, non è così divertente occuparsi di cose che la lettura affrettata di un libro di testo del secondo anno fa immediatamente intuire come ovvie. Volevo solo attirare la vostra attenzione sul fatto che queste verità ovvie sono state deliberatamente ignorate da qualcuno. E il motivo c'era. Complottismo?
Tratto da:http://goofynomics.blogspot.it
L'uscita dell'euro redux: la Realpolitik colpisce ancora
Commenta il post