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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

HO VISTO UN ALTRO MONDO E ORA MI SEMBRA UN SOGNO

Pubblicato su 6 Ottobre 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in POLITICA

DI GIORGIO CREMASCHI

carmillaonline.com

Ho visto un altro mondo e ora mi sembra un sogno. Non siamo più negli anni ’70, mi rinfaccia con rabbia e arroganza o semplicemente con tristezza chi mi chiede di tacere. E non sa fino a che punto potrei dargli ragione.

Ho visto un mondo dove il posto di lavoro era la partenza, non l’arrivo incerto di un percorso a ostacoli. I primi volantini che da studente negli anni ’60 ho distribuito timidamente davanti a una fabbrica di Bologna chiedevano l’abolizione dell’apprendistato e dei contratti a termine, perché, si scriveva, servivano solo a pagare di meno e a sfruttare di più. 


 

Furono davvero aboliti. Ricordo quando il periodo di prova per entrare al lavoro durava due settimane per un operaio, poco più di un mese per un impiegato. Durante questo periodo il nuovo assunto era esentato dagli scioperi e da ogni partecipazione alla vita sindacale e politica nel luogo di lavoro. Erano gli stessi militanti sindacali a consigliare quel comportamento suggerendo: poi, quando sarai confermato, ti potrai sfogare. Oggi la prova non finisce mai, contratti precari su contratti precari per fare sempre lo stesso lavoro. E siccome non c’è mai fine al peggio, a tutto questo si vuol aggiungere il nuovo contratto di lavoro renziano. Che stabilisce che per tre o quattro anni si potrà essere assunti in prova con paga ridotta, senza alcun diritto e licenziabili in qualsiasi momento. E dopo la conferma sarà lo stesso. Una nuova regola finalmente, diranno gli estimatori, sì, la regola: o ti va bene così o quella è la porta. Quella stessa porta da cui puoi uscire improvvisamente se, una volta raggiunto con tanta fatica il fatidico posto fisso, ti comunicano che la tua azienda delocalizza, o che viene sostituita da una cooperativa del subappalto, o che la spending review ha imposto il taglio del servizio. Da lavoratore flessibile a risorsa, da risorsa a esubero. Il ciclo vitale del lavoratore subisce le stesse mutazioni della vita degli insetti, si passa in stadi diversi e sempre più spesso quello che si presenta come il più bello è quello che dura di meno. I lavoratori come farfalle.

Neanche allora c’era davvero la piena occupazione e tuttavia il sistema aspirava ad essa, la disoccupazione di massa del dopoguerra era stata riassorbita, anche attraverso dolorose migrazioni interne. Ripeto: il posto di lavoro era la partenza, da lì ci si muoveva per cominciare a pensare al salario, all’orario, ai diritti, al rispetto e alla dignità. E da tutto ciò derivavano forza e orgoglio.

Ricordo una delle prime assemblee operaie a cui mi capitò di assistere, ancora da studente abbastanza intimidito. Era in un cinema di Bologna ove le operaie di una fabbrica tessile si incontravano con il consiglio di fabbrica di una grande impresa metalmeccanica. Si scambiavano esperienze e solidarietà e i metalmeccanici naturalmente si vantavano un bel po’ davanti a centinaia di giovani donne. Uno di loro mostrò un fischietto e spiegò: questa è la nostra arma: qualcosa non va, una prepotenza ci sta per colpire? Noi fischiamo e tutti si fermano. Ricordo le risate e la commozione, gli applausi e una fischiata generale di prova.

Oggi la condizione psicologica normale di chi lavora è un intreccio di rancore rassegnato e di paura. La paura di fronte al ricatto. Su questa paura si è lavorato per decine di anni. Anche buona parte dei sindacati ha finito per adeguarsi ad essa, persino per servirsene. Senza il sistema della paura, anche nella mutata organizzazione del lavoro, le persone troverebbero di nuovo il coraggio di alzare la testa. Si è investito sulla paura, si educa alla paura. Nel linguaggio politicamente corretto essa si chiama senso di responsabilità, accettazione delle compatibilità, persino giusto spirito della modernità e della competitività nelle versioni più sfacciate. Ma sempre di paura si tratta. Si afferma: o così o il lavoro sparisce. Ma una ricerca in Germania ha mostrato che su cento aziende che hanno annunciato la delocalizzazione, solo una o due l’hanno poi fatta davvero. Però quella minaccia è bastata per ottenere condizioni salariali e di lavoro peggiori. Colpiscine uno per educarne cento. E d’altra parte se non fosse così, come spiegare che anche là dove l’attività non può essere delocalizzata, ma anzi deve essere rigidamente localizzata, domina il rapporto di lavoro fondato sulla paura?

Le grandi cattedrali del consumo, quei mastodontici centri commerciali che spesso prendono il posto degli antichi insediamenti industriali ora dismessi, sono luoghi ove lavorano migliaia di persone. Anche qui dominano paura e rassegnazione, ognuna e ognuno hanno ormai il proprio contratto di lavoro, che si rinnova al ribasso periodicamente. E il centro commerciale non può certo essere spostato in Romania. Ma i contratti precari, le flessibilità articolate con astuzia sopraffina, in modo da fare sì che non ci siano due persone con gli stessi immediati interessi, la continua violenta sopraffazione ideologica verso tutto ciò che minimamente potrebbe alludere al conflitto, producono alla fine ciò che più interessa a chi comanda: la passività.

Giorgio Cremaschi

Fonte: www.carmillaonline.com

Link: http://www.carmillaonline.com/2014/10/03/divieni-farfalla-poi-muori/

3.10.2014

[Il 16 ottobre, pubblicato da Jaca Book, sarà in libreria un saggio di Giorgio Cremaschi, nome storico del sindacalismo italiano: Lavoratori come farfalle. La resa del più forte sindacato d’Europa. E’ un libro importante, a tratti struggente. Torneremo a parlarne di sicuro. Intanto pubblichiamo l’incipit del capitolo 1, “Come siamo finiti qui”, seguito da un video - vedi sopra,ndr - di Libera Tv in cui lo stesso Cremaschi illustra motivazioni e senso del suo scritto.] (V.E.)

Tratto da:www.comedonchisciotte.org

HO VISTO UN ALTRO MONDO E ORA MI SEMBRA UN SOGNO
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stefano l. 10/06/2014 09:36

... sono il figlio di un imprenditore che nei mitici anni '80 ha inventato un'azienda nel Sud Italia: eravamo orgogliosi di fare "made in Italy" e abbiamo esportato i nostri modelli persino in estremo e medio Oriente. Abbiamo lavorato fianco a fianco con i ns dipendenti e abbiamo condiviso quell'orgoglio con loro. Non c'era sfruttamento,ma collaborazione.Non ci siamo arricchiti,infatti. La ns "prosperità" è stata minima ed è coincisa con l'attività, e finita con essa, dato che credevamo nell'onestà e non abbiamo approfittato delle "facilitazioni per il Mezzogiorno" per trarne vantaggi personali. Abbiamo assolto ad un compito da imprenditori in uno Stato che credevamo fosse fondato sul lavoro. Tristi vicende familiari di malattia ci hanno obbligati a finire in coincidenza con la fine della LIRA. Oggi guardo con dispiacere a quegli imprenditori che si giocano i residui beni personali per cercare di tenere ancora in piedi le loro attività, per una impossibilità o non-volontà di fuggire all'estero. Ma lo Stato è gestito da troppi anni da politicanti corrotti, amici di mafiosi, amici delle lobby e nemici del popolo. Gli italiani sono annichiliti da questa gestione che ci ha portati nelle sabbie mobili e sono privi di energia anche per lottare: non sanno più chi è il loro nemico. Questa confusione mentale è il nemico! Il lavoro c'era quando si sapeva gestire le proprie risorse, e quelle degli italiani sono sempre state le capacità di lavorare e creare. Oggi ne siamo derubati, ma non sappiamo quanti nemici abbiamo e riusciamo a vedere soltanto gli ultimi di una lunga lista ...