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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

Ebrezza ed ebrezze

Pubblicato su 5 Ottobre 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in IPHARRA

Esistono ancora, lo giuro, uomini e donne rappresentanti di un piccolo mondo antico che fu; alcuni di loro vanno spediti per i quaranta: non sono più giovani, come oggi si tende a credere, anzi sono uomini fatti. Spesso abitano in borghi sperduti, minuscoli presepi, alla periferia delle vite degli altri e nel pieno centro dell’esistenza, la propria. Per questo non sono perduti.

Intorno a un tavolaccio, si parla con loro di cose semplici e concrete – la terra, il pane, il tempo – e, immancabilmente, ci si ritrova nel vero che non è né antico né futuro, bensì eterno. Si parte dal poco, l’essenziale, da quello che c’è prima di tutto in tavola: una birra da condividere dopo le fatiche della giornata trascorsa in una bottega a intagliare, scartavetrare, scolpire. Fa il falegname, il mio interlocutore, e, allo stappare della birra, l’odore del luppolo prevale su quello del legno. Che lui si porta addosso. Lo assalgono i ricordi come se fosse già vecchio, e un po’ lo è: ha trentott’anni, lui, ma insieme ai suoi ha vissuto pure gli anni del padre Cosimo, che ai tempi, anziché spedirlo a giocare a pallone per strada con gli altri ragazzini, lo trascinava per i campi a faticare. Bisognava aiutare, certamente, ma prima di tutto si doveva diventare uomini alla svelta: allora, questo era il dovere di un genitore e il diritto di un figlio.

Quando il pomeriggio volgeva alla fine, quando quello che andava fatto era stato fatto e quando le ossa erano rotte perché la volontà si stava indurendo, quel padre smetteva la vanga e lo portava sopra il loro muretto a secco per vedere colare il tramonto sulla campagna. Lì Cosimo stappava due birre, una per sé e una per il figlio, già grande a nove anni. 

Più della fatica, dei giochi proibiti e dell’infanzia perduta, è quell’odore di luppolo, scovato dopo tanta e tanta terra da consolare, a scolpire il mio falegname, che ricorda il padre nell’avventura di essere stato sì duro, ma giusto: con lui sempre e soltanto alla pari. Ecco la sua madeleine.

Queste sono le istantanee che accompagnano certe vite; istantanee che oggi farebbero inorridire i tanti, troppi stakanovisti dei diritti civili, già atterriti anche solo dall’idea dello sfruttamento del lavoro minorile con la conseguente aggravante etilica. 

Dove potremmo incontrare, oggi, quel ragazzino? Difficilmente su un muretto a secco in faccia al tramonto, in compagnia del proprio padre che fa da coprifuoco alla sua esistenza ancora imberbe; facilmente, invece, in qualche bar affollato di movida. Se ne sta lì, al seguito di sconosciuti da emulare, nel mentre tracanna un dopo l’altro un cocktail (binge drinking) o degli shot di rum scadente. Non ha coprifuoco per le ore piccole, lui, e mai avrà la fortuna di averne. Al termine della notte, se ne starà inginocchiato in un bagno o disteso su una panchina, senza memoria e senza odori da portarsi dietro fino alla vecchiaia. Nei casi peggiori, l’inesperienza porterà altri ragazzini come lui dritti dritti in ospedale – trasportati da un’ambulanza chiamata dagli amici o da un passante – accasciati su un letto a biascicare inutilmente il proprio nome in preda alle allucinazioni, o peggio precipitati in coma etilico.

A Milano, alla clinica pediatrica De Marchi – come denuncia il primario Emilio Fossati – i ricoveri di questo genere sono aumentati del 66%: cinquanta casi negli ultimi sette mesi, quasi quanto nell’intero 2012.  

I vari divieti emessi dallo Stato, facilmente raggirabili, servono solo a invertire per l’ennesima volta gli effetti con le cause: non è certamente l’alcol, il problema di fondo; sono piuttosto i radicali mutamenti sociali e comportamentali, a partire dalla stessa famiglia, ad avere alterato profondamente le nostre coscienze, a questo punto oramai alticce.

È Cosimo, il padre che è venuto a mancare, con le sue fatiche troppo grandi a istruirci sul come si fa e come si deve, incurante dei sollazzi infantili perché attento all’uomo già presente nel bambino; un uomo, che va coltivato esclusivamente quando è seme, vale a dire fin dalla più tenera età. 

È la casa, la grande assente, pure se è cielo aperto e ruvida terra, alberi da scalare come vette e ritorni al focolare prima che faccia del tutto buio, ché allora, sì, è l’ora del riposo che non lascia segni: troppo sfiniti per lamentarsi, per rimuginare, per annoiarsi. 

È l’esempio, cui non servono e comunque non bastono le buone parole o le buone intenzioni, che ci è venuto a mancare; l’esempio non di modelli sociali privi di autorevolezza, perché distanti, estranei e sempre fittizi, ma quello contagioso di chi vive al nostro canto, giorno dopo giorno, al quale dobbiamo rendere conto e ragione.

Per onestà di cronaca, bisogna ammetterlo, al mio falegname sono mancati, e molto, i giochi con gli altri suoi coetanei, le libere uscite, i pomeriggi di ozio e perfino il mare… lui che l’aveva a due passi dall’uscio. Solo che tanta franchigia se l’è pigliata ugualmente, e senza contraddizione alcuna, con la disubbidienza, pur sicuro del fatto che, una volta rincasato, le avrebbe buscate forte. 

Se l’è presa, la libertà – quella sana e vigorosa, agognata da qualsiasi ragazzo a cui tutto giustamente va stretto – ma facendosi carico dell’immane presupposto che essa comporta: la responsabilità.  

Quel Cosimo lì, dal canto suo, non avrebbe mai disatteso le aspettative del figlio; puntualmente lo rivoltava come un calzino, ma anche se non lo dava a vedere, alla sera, prima di addormentarsi, sorrideva di approvazione sotto i baffi, per la ribellione che le sue mani avevano inutilmente cercato di addomesticare, tremendamente fiero del cucciolo d’uomo già ebbro di volontà propria.

Fiorenza Licitra

Tratto da:http://www.ilribelle.com/

 
 
 
Ebrezza ed ebrezze
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annapaola 10/07/2014 18:17

non commento come vorrei, è un quadro troppo tenero e poetico, ma per me si limita ad essere "solo" questo Trovo ci sia una totale inadattabilità alla società attuale