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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

Stato-mafia, tutti gli intrecci tra 007 e pentiti a libro paga

Pubblicato su 28 Settembre 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in POLITICA

di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza- 21 settembre 2014
L’intercettazione è chiara e il suo contenuto viene definito da chi indaga “inequivocabile”: Sergio Flamia, killer della famiglia di Bagheria, racconta al figlio i suoi rapporti, pluriennali, con un esponente dei servizi segreti dai quali, davanti ai pm, ammette di essere stato stipendiato, circa 150 mila euro. Rapporti intensi, risalenti a meno di una decina di anni fa e proseguiti sino al 2013, anno dell’avvio della sua collaborazione con la giustizia, come riferisce lo stesso pentito, e oggi riletti dalla Procura di Palermo alla luce di una frase pronunciata da Flamia che rimette in discussione l’intero impianto accusatorio della mancata cattura di Provenzano a Mezzojuso nel ’95: “Ilardo lo tenevamo lontano perché era un confidente”. I magistrati lo considerano l’ultimo siluro alle indagini sulla trattativa Stato-mafia proveniente dai servizi e sul neo collaboratore hanno avviato una serrata attività di indagine che verrà depositata a giorni nel processo d’appello agli ufficiali del Ros Mori e Obinu.    

È SOLO UNA PARTE dell’indagine avviata da mesi che punta alle zone più oscure delle agenzie di sicurezza già sotto i riflettori della procura per l’attività nelle carceri, dopo che Alberto Lorusso aveva informato Riina dell’idea, solo ventilata e mai messa in atto dai magistrati di Palermo (e circolata solo nella mailing list interna), di presenziare tutti all’udienza sulla trattativa per manifestare solidarietà a Di Matteo, dopo le prime notizie delle minacce. I pm hanno interrogato Alberto Lorusso sui suoi eventuali rapporti con uomini dei servizi, ma il boss della Sacra Corona Unita è stato lapidario: “È meglio non parlare di queste cose”. Non sarebbe la prima volta che gli apparati tentano di condizionare le dichiarazioni di pentiti di mafia, finalizzandole a depistare indagini. Emblematico è il caso del ritorno dei pentiti “in armi”, a metà degli anni 90 in Sicilia. Era stato Giovanni Brusca, nel ‘96, ancora dichiarante, ad avvertire di stare attenti a Balduccio Di Maggio, l’uomo che fece arrestare Riina, che se ne andava in giro a ordinare omicidi a San Giuseppe Jato. E l’anno dopo si torna a sparare nel regno dei Brusca. 
 
Ai primi di ottobre la Procura di Palermo fa arrestare Giuseppe Maniscalco, che confessa di essere uno dei killer di Balduccio e inizia a collaborare: rivela di essere in stretto contatto con il boss Provenzano, e che il suo amico Di Maggio, con gli altri due pentiti di Altofonte, Gioacchino La Barbera e Mario Santo Di Matteo, ha approfittato dell’arresto di Brusca per riprendersi il controllo del mandamento. Vengono tutti arrestati nell’ottobre del ‘97. Anni dopo, l’ex pm di Palermo Alfonso Sabella, che coordinò le indagini sul cosiddetto “clan dei pentiti” nella procura di Gian Carlo Caselli, ricorda: “C’è un particolare che ho riletto in chiave diversa, alla luce delle ultime scoperte sulla trattativa”. Riguarda Maniscalco, uomo di Provenzano: “Era stato lui, nel 1992, ad avvertire Di Maggio che Riina lo voleva morto salvandogli la vita: infatti Balduccio era fuggito a Borgomanero. Per gratitudine, Di Maggio non aveva mai parlato di Maniscalco, ricordo perfettamente che il Ros venne a chiedere alla Procura di non fare appello contro la sentenza che assolveva Maniscalco. Cioè un uomo di Provenzano. E quando propongo di arrestarlo per gli omicidi di San Giuseppe Jato, mi viene detto in Procura che era un confidente del Ros.    

ALLA FINE, Caselli decide di farlo arrestare ugualmente e, dalla sua collaborazione, si scopre che i killer di San Giuseppe Jato sono, oltre a lui e ai tre pentiti, almeno altri due confidenti dell’Arma: Michelangelo Camarda (‘fonte’ del colonnello Giancarlo Meli, comandante del Gruppo carabinieri di Monreale e legatissimo al Ros) e Nicola Lazio (che mi hanno detto essere confidente del Ros)”.


Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza (Il Fatto Quotidiano)

Tratto da: www.19luglio1992.com

Tratto da:http://www.informarexresistere.fr

Stato-mafia, tutti gli intrecci tra 007 e pentiti a libro paga
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