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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

QUELLA SERENITA' DI 30 ANNI FA

Pubblicato su 22 Settembre 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in IPHARRA

DI VALERIO LO MONACO

ilribelle.com

Fa un certo effetto pensare a 30 anni addietro. Perché di 30 addietro ho memoria storica personale e ricordi vividi. Quando leggo di serie storiche, di anni Cinquanta e Sessanta, posso solo studiarne i dati e immaginare. Ma il comunicato di Confcommercio della settimana scorsa non lascia scampo: "i redditi delle famiglie sono tornati indietro di 30 anni". Io quei tempi me li ricordo. Io c’ero. I redditi di mio padre e di mia madre me li ricordo eccome. E mi ricordo come vivevamo proprio dal punto di vista economico.

Giornalista mio padre, impiegata mia madre, io decenne e mio fratello poco più piccolo in casa e altri due figli di una vita precedente di mio padre che però non vivevano con noi.


 

Il reddito di allora. Il reddito dei miei. Il nostro “tenore di vita” (economico) e quello etico e morale. E me: cosa facevo? Cosa consumavo? Cosa mi mancava?Impossibile non fare confronti con oggi. Oggi che siamo quarantenni noi come allora lo erano i nostri genitori.

Oggi, quasi all’indomani dell’apertura della scatola nera dei ricordi e degli oggetti svuotati dalla casa avita ormai disabitata per la morte dei miei e per la necessità ereditaria di doverla vendere. Giravano solo cari fantasmi ormai in quelle stanze e in quei corridoi, in quei disimpegni spariti dalle case moderne eppure così utili, così intimi, così indispensabili, così importanti. Fantasmi dei miei genitori e di me e mio fratello piccoli, di mia nonna, del nostro cane. E quei ricordi di come vivevamo allora di cui quasi sento ancora gli odori, i rumori, i ritmi e le consuetudini. Con il reddito dei miei di allora avevamo un appartamento a Roma, in un quartiere ancora vivibile, dove i negozianti ci conoscevano ad uno ad uno. 

Dove andavo da "Remo" ogni pomeriggio, tornando da scuola da solo, e prendevo un pezzo di pizza che poi mia madre passava a pagare. Dove ci portavano ancora il vino a casa con le damigiane e dove Taraddei, il pizzicarolo dietro l’angolo, un giorno mi accompagnò sin dietro la porta di casa, sul pianerottolo, per riconsegnarmi a mia madre dopo che mi ero acceso come un fiammifero strusciando sull’asfalto in seguito a una curva ardita sulla mia bicicletta rossa. 

Ora i palazzi di quel quartiere hanno appartamenti con dei confortevoli affacci vista traffico smog e rumore h24. Roba da cui scappare, dunque. Ma allora era diverso.Torniamo ai consumi e imponiamoci di non divagare oltre. Una famiglia dunque, un appartamento al quale poi si sarebbe aggiunto un piccolo villino fuori Roma, sul Lago di Bracciano per trascorrervi i mesi estivi - i mesi estivi, non i quindici giorni comandati di oggi - una Renault 4 bianca che ho detestato fino al compimento dei 18 anni e poi invece adorata per tanti motivi… Ma soprattutto una cosa: la certezza, nei miei genitori e dunque fatalmente trasferita inconsciamente anche a noi figli, di una vita serena. Limitata all’interno del possibile e dell’impossibile di quella condizione di allora ma senza alcuna paura di precipitare. I nostri genitori allora riuscivano anche a risparmiare. Io allora e negli anni seguenti, e almeno sino ai vent’anni, non ho mai sentito la pesantezza di qualche mancanza grave. Poi il consumo della società prese a salire vertiginosamente. Per quasi tutti. E chi non si adeguava, in qualche modo, si sentiva automaticamente lasciato indietro. E dunque qualche azzardo personale, a rate. E dunque qualche preoccupazione. Qualche capitombolo. Qualche notte non proprio serena.

Per tornare a quello stato di serenità provato anni prima, di consapevolezza di non aver bisogno d’altro, di non sentirne proprio l'esigenza, e dopo essere passati per le forche caudine degli orribili anni Ottanta e Novanta, quelli del consumo folle, c’è voluto almeno un altro decennio e qualche migliaio di libri letti. Una crisi economica colta e aspettata sin da prima che iniziasse sul serio e la volontà di abbracciare la decrescita fatale che ne è scaturita con la consapevolezza della maturità raggiunta, delle convinzioni acquisite. Un processo lungo dunque. E in continuo aggiornamento. A ogni rinuncia, a ogni step di decrescita, un ulteriore passo verso la serenità. Ma che fatica, soprattutto all'inizio. Fatica del cambiamento. Malgrado aver interiorizzato il tutto, la trasformazione ha richiesto - e richiede - impegno. Una lotta senza quartiere contro le abitudini incrostateci addosso.Voglio dire: in realtà oggi abbiamo infinitamente meno di allora, di 30 anni fa. Non di oggetti, naturalmente, di cui siamo pieni. Ma di speranze per il futuro. 

La privazione di allora era per qualche capriccio che non potevamo permetterci - e che a casa mia ci negavamo sino al momento in cui non vi fossero effettivamente stati i denari necessari per eventualmente acquistarlo. La privazione di oggi è in quella serenità che ci è stata sottratta. Allora dovevamo combattere per convincerci a rinunciare a qualche cosa, e magari risparmiare per continuare ad avere quella certezza di riuscire a vivere senza affanni all’interno di quei limiti ben precisi. Oggi si deve lavorare su se stessi per attraversare il guado che la nostra generazione ha davanti, dal mondo come era indirizzato negli ultimi vent’anni a quello che sarà. Per sopportare queste incertezze che abbiamo davanti.

Insomma: con il reddito di allora ho la netta sensazione si vivesse meglio, nel senso più ampio della parola, rispetto a come si viveva con il reddito di una decina d’anni fa, nel periodo pre-crisi, per intenderci. C

erto oggi, con un reddito come quello di trenta anni addietro, si vive molto peggio, perché ciò che allora era assicurato, con quel reddito, è ora invece avvicinabile solo con affanno, visto che i servizi dello Stato sono meno e i beni primari costano molto di più. Ma è negli anni prima del 2008 che si è compiuto il dramma. Perché in quella moltiplicazione di beni e servizi in vendita in comode rate è cambiata la nostra capacità di resilienza alla vita. È cambiata la nostra capacità di capire cosa serve e cosa no, cosa è più importante e cosa lo è meno.La sfida personale di oggi - oltre alle battaglie che è necessario combattere contro i titani della finanza e della speculazione - risiede dunque nel ritrovare gli equilibri interni che ci consentano di riprendere contatto con la realtà di cosa ci serve sul serio. Di ciò di cui possiamo fare tranquillamente - tranquillamente! - a meno, e che dunque non vale un solo minuto della nostra serenità perduta onde poterlo raggiungere. E di ciò che invece, certo, ci è sul serio indispensabile. Ma per trovare quella serenità interiore di trenta anni addietro serve un lavoro mostruoso su se stessi, che è possibile iniziare, peraltro, solo dopo il momento in cui ci si convince intimamente che quel mondo non tornerà. Che è meglio sia così. E che ci si deve iniziare a inventare “come vivere” in un mondo completamente differente.

Chi aspetta unicamente che le cose tornino a girare come prima non solo è un ingenuo, perché va incontro immancabilmente a una delusione feroce, ma è spacciato, perché non riuscirà mai più a trovare un vero equilibrio.

La nostra generazione deve abbracciare questo cambiamento e deve imparare ad apprezzarlo, sin quasi ad amarlo, per plasmare un nuovo modo di vivere che sia degno di essere vissuto. Fare altrimenti è condannarsi alle delusioni, alle paranoie, alle ansie. È condannarsi a non voler più vivere.

Valerio Lo Monaco

Fonte: www.ilribelle.com

Tratto da:http://www.comedonchisciotte.org

QUELLA SERENITA' DI 30 ANNI FA
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stefano l. 09/22/2014 21:27

... questi confronti portano una domanda: dove sono finite tutte le ricchezze prodotte in questi ultimi 30 anni? No,perché è indubbio che la gente abbia lavorato e anche duramente, in Italia, facendo crescere la ricchezza totale prodotta. Ma è ovvio che i politicanti, gestori dell'indebitamento dello Stato, hanno anch'essi lavorato alacremente per far sì che quella ricchezza non producesse nuova ricchezza, ma diventassero capitali da esportare o "sottobanco" o alla luce del sole, con la delocalizzazione di tante ditte andate verso l'Est lontano e vicino. Ultimamente questa fuga è diventata una valanga inarrestabile, al punto che anche le ditte che ancora funzionano vengono chiuse qui e riaperte altrove, così, per sport. L'alta tassazione ormai è un sistema chiuso: farsi dare soldi a prestito da banche private che prendono interessi attraverso la tassazione statale su quel prestito che paga gli stipendi statali, le pensioni più o meno d'oro, gli sperperii e i regali alle mafie con gli appalti per opere inutili. Lo stato sociale sta saltando per aprire scenari da crisi del '29.
Il confronto non regge proprio. Il motivo è che un tempo credevamo che gli USA fossero ricchi e l'Urss pure. Oggi si è visto che non ci sono più mercati ricchi, nemmeno gli arabi, visto che sono pieni di dollari, e il dollaro vale in realtà un centesimo del suo valore propagandato. Per questo sono finite anche le speranze. Oggi siamo in bilico tra un NWO e un ipotetico futuro di rinnovamento che chiede coraggio e scelte nuove,ma sicuramente abbandonare il dollaro alla sua fine ...

annapaola 09/22/2014 10:22

Beh, a l'inizio della lettura di questo articolo, ho creduto fosse "semplicemente" un "remember" Tenero, poetico...poi alcuni, piccoli, accenni hanno cominciato a farmi riflettere. Qui Valerio alla fine, sembra voglia invitare tutti, semplicemente a" vivere con l' indispensabile" ad amare l'indispensabile....Io credo che Valerio stia semplicemente filosofeggiando su qualche cosa che non conosce.....non mi sembra abbia chiaro il concetto di indispensabile, magari perchè lui al momento si prepara o già vive senza il superfluo. Sono convnta che non sappia cos'è indispensabile, provo a fare un elenco, un tetto sulla testa (com'è può essere marginale) mettere un pasto in tavola (almeno 2 volte al giorno, una volta il 1' piatto una volta il 2' piatto) poter pagare bollette (sono tante luce acqua , gas, nettezza, fino ad una certa età anche no telefono, non è indispensabile) poter pagare i farmaci e i tiket che la sanità non passa più, o impone di pagare. E' ancora indispensabile avere la possibilità di viaggiare in tram, autobus, metro, treno...(no auto, costa troppo non producendo, il posto di lavoro può essere raggiunto con i mezzi pubblici) soprassiedo il capitolo figli, chi è costretto a sopravvivere avendo dei figli oggi, è semplicemente fottuto, a certi livelli è un dramma un solo paio di scarpe da comperare...Dicevamo.... "dobbiamo adattarci alla nuova situazione" Dobbiamo "amare la decrescita, Insegna principi sani e da serenità" Valerio.. questo può essere valido per te, per quelli come te che "possiedono ancora qualcosa alla quale possono rinunciare" senza dover rinunciare alla qualifica di essere umani. Secondo te, a cosa possono rinunciare, le famiglie che dormono in macchina, in vecchie roulotte magari abbandonate, famiglie smembrate perchè non possono vivere tutti insieme in case-famiglia? Come puoi parlare di decrescita felice in una società dove non è possibile essere felici, ammenochè dementi? Datti uno sguardo intorno, esci dal tuo sicuro "orto giardino" (sai che è indispensabile per la decrescita felice..) Fammi la cortesia.. non fare filosofia sulla fame degli altri, fame dello stomaco.. chiedi a quelli che vanno a rovistare nei cassonetti a fine mercato, sembrano dei povere gatti randagi e affamati... incredibile ma ti giuro, sono esseri umani.. vai a parlare con loro di decrescita felice.......