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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

INTERVENTO AL CONVEGNO DI “RISCOSSA ITALIANA”, TENUTOSI A NAPOLI L’11 LUGLIO 2014.

Pubblicato su 4 Settembre 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in ECONOMIA

L’associazione cui apparteniamo si basa sulla condivisione fra i membri dell’assoluta necessità di tutelare e far rivivere la Costituzione italiana, oggi svilita, indebolita e spesso violata da modifiche inopportune e talvolta illegittime, al fine di svuotarla dei suoi fondamentali contenuti e principi, per affermare un sistema di non-valori in cui l’unico fine realmente perseguito è quello del consolidamento del potere delle oligarchie economico-finanziarie sovranazionali, con il contestuale aumento esponenziale delle diffuse sperequazioni economiche e sociali a vantaggio delle medesime ed a scapito dei comuni cittadini.

L’ingresso nella CEE e poi nella UE ha consentito l’affermazione del primato del mercato e non del cittadino, ostacolando in tutti i Paesi membri la crescita dello Stato sociale menzionato negli artt. 37-45 della nostra Costituzione.

Ciò che distingue maggiormente la Costituzione economica italiana dai principi ricavabili dai Trattati europei è l’obiettivo, contenuto nella prima, del lavoro, della solidarietà e della funzione sociale dell’iniziativa economica privata e della proprietà.

La Carta dei diritti fondamentali della UE infatti, riconosce semplicemente la libertà d’impresa, senza riferimenti ai limiti di utilità sociale; non contiene alcun accenno alla proprietà pubblica dei beni; menziona il diritto al lavoro inteso come mera libertà di scegliere l’attività o professione da svolgere, non come fondamentale diritto dell’uomo ad una fonte di sostentamento libera e dignitosa; non contempla minimamente il progetto di miglioramento del benessere sociale collettivo, contenuto nell’art. 3, comma 2 Cost., tramite la rimozione degli ostacoli che impediscono lo sviluppo della persona.

In definitiva, l’Unione europea ha sacrificato sull’altare dei “mercati” la spinta alla realizzazione dello Stato sociale che informa la Costituzione della Repubblica italiana, che impone allo Stato di controllare ed orientare lo sviluppo economico del Paese in modo da evitare o correggere ogni ricaduta negativa sui diritti dei lavoratori, sulla dignità dei cittadini e sull’occupazione.

Il continuo richiamo da parte delle autorità europee e del nostro stesso Governo all’esigenza di ristabilire la “competitività” attraverso una “maggiore flessibilità del lavoro” e a “rispettare gli impegni di bilancio” tramite tagli alla spesa pubblica e privatizzazioni, dimostra l’avvenuta inversione delle priorità nella tutela demandata alle istituzioni: prima le esigenze del “mercato”, poi quelle dei popoli e degli individui.

Soltanto poche voci critiche di rilievo si sono alzate per denunciare questo tradimento dei valori della vera democrazia e della libertà e dignità umana.

Noi intendiamo invece riaffermare, con forza e senza sconti, i diritti e i valori di cui siamo stati privati, per ristabilire quell’equilibrio essenziale fra esigenze dell’economia e funzione sociale del Governo democratico, che deve connotare, com’era nelle intenzioni dei nostri Padri costituenti, la nostra Repubblica.

Le modalità con cui concretamente ritengo debba essere condotta la nostra azione son le seguenti:

- 1. porre un freno alla “corsa alle riforme” che il Governo in carica ha intrapreso con il plauso ed il consenso pressoché unanime a livello politico e mediatico, quantomeno nella materia che ci occupa, ovvero quella delle riforme costituzionali;


- 2. instaurare un dibattito pubblico, fra soggetti qualificati e imparziali, sugli obiettivi cui realmente  il governo tende con le suddette riforme, sulla compatibilità degli stessi con i principi fondamentali del nostro ordinamento e sull’utilità/ efficacia delle modifiche normative proposte al raggiungimento dei fini prefissati;


- 3. negare la ricorrenza dei presupposti che giustificherebbero la necessità di una revisione della Carta Costituzionale, affermando invece la piena validità ed efficacia del dettato originario della stessa, contenuto nella versione del 1948, a tutelare i diritti fondamentali dei cittadini ed assicurare il progresso ed il benessere della Nazione;

- 4. promuovere il pieno recupero della Costituzione del ’48, attraverso l’eliminazione delle modifiche che ne hanno snaturato l’impianto (pareggio del bilancio e riforma del Titolo V).


Quindi, in sostanza, è necessario stabilire innanzitutto che la materia delle riforme costituzionali non è materia che si può affrontare in maniera sbrigativa, con scadenze temporali strette e senza il pieno consenso popolare ed un preventivo dibattito aperto e pubblico, idoneo a produrre una riforma organica, condivisa ed integralmente legittima e rispettosa dei principi fondamentali della Repubblica, senza i quali non può ritenersi integra la “forma repubblicana” che la Carta stessa ha stabilito essere immodificabile.


Va chiarito, pertanto, che il modus procedendi adottato sino ad oggi e tuttora intrapreso dal governo in carica, in quanto non rispetta i suddetti parametri, viola l’impianto stesso della nostra Costituzione assumendo carattere manifestamente eversivo.

In particolare, dunque, si deve opporsi alla modifica del Senato, che comporterebbe il venir meno del meccanismo fondamentale per garantire la piena rappresentatività e la necessaria ponderazione del lavoro legislativo, considerato che i problemi economici e sociali dell’Italia non sono in realtà affatto riconducibili alla lentezza nell’approvazione delle (troppe) leggi, semmai il contrario (vedi il ricorso ormai sistematico da parte del governo ai decreti legge ed alla “fiducia”), bensì alla mancanza di organicità e opportuna valutazione delle conseguenze in termini socioeconomici delle leggi introdotte, spesso in via estemporanea e subdola.

Fondamentale è altresì chiarire che il continuo richiamo alle esigenze di “stabilità” e “governabilità”, in realtà è meramente strumentale alla veicolazione di modifiche normative che vanno nel segno di consolidare posizioni di potere con caratteristiche autoritarie e autoreferenziali, in antitesi con l’esigenza democratica di un sano confronto fra maggioranza ed opposizione nell’agire dell’organo legislativo e dell’esecutivo.

Espongo ora i contenuti delle eventuali modifiche che riterrei utile, anzi urgentemente necessario, apportare alla nostra Carta fondamentale, per rafforzarne le basi ed agevolare il raggiungimento dei suoi fini originari.

(Alcuni indirizzi sono già stati espressi nel doc.4 di Progetto Eurexit.)


- In primis, unica modifica che andrebbe immediatamente ed urgentemente effettuata, sarebbe quella di rimuovere le modifiche apportate alla Costituzione in esecuzione del
 Patto di Stabilità europeo (fiscal compact), cioè il vincolo di pareggio del
 bilancio sia a livello nazionale che locale;


- Inoltre, fondamentali modifiche, a mio avviso – nei limiti individuati da Barra Caracciolo nel suo studio sul tema, ovvero quelli di consentire una maggiore e migliore tutela dei principi fondamentali dell’ordinamento costituzionale – andrebbero inserite nella Costituzione, al fine di individuare meglio i limiti all’applicazione dell’art. 11 (il cui contenuto è stato erroneamente interpretato dalla Giurisprudenza nel senso di legittimare le cessioni di sovranità effettuate a favore di organismi internazionali ed organi sovranazionali), nonché di stabilire in maniera inequivocabile ed assoluta il divieto di consentire cessioni di sovranità a soggetti extranazionali di ogni genere, mantenendo quindi la fondamentale prerogativa dello Stato come superiorem non recognoscens, sotto il profilo sia di governo che normativo e giudiziario. Qualsiasi convenzione internazionale che preveda la creazione di organismi comuni non potrà quindi legittimare la cessione a questi ultimi delle fondamentali prerogative e/o poteri dello Stato.


- Di conseguenza, anche i progetti di “integrazione” o “collaborazione” fra Stati (europei o non) in essere o in fieri, non potranno prescindere dalla necessità di previa ratifica di tutte le leggi internazionali o europee (anche direttive e regolamenti) con legge nazionale per l’applicabilità nel nostro ordinamento, purché compatibili (quindi non in contrasto) con le norme nazionali (costituzionali e ordinarie) vigenti. Anche tale previsione andrebbe esplicitata in apposita norma costituzionale, a salvaguardia ed in attuazione del fondamentale principio – da stabilirsi con priorità logica e sistematica – di prevalenza delle nostre norme costituzionali e leggi ordinarie su qualsiasi altra norma internazionale o europea.

Oltre alle modifiche costituzionali sopra descritte, vi sarebbero alcuni interventi auspicabili in materia economica-finanziaria (con legge ordinaria), quali:

a) In attuazione del dettato costituzionale degli artt. 41 e 47, dovrebbe configurarsi un’espressa previsione di illegittimità delle attività bancarie o finanziarie che arrechino danni all’economia reale o all’interesse pubblico. In particolare, ritengo dovrebbe inserirsi il divieto di acquistare o vendere titoli derivati (CDS o similari), a causa dell’innegabile dannosità degli stessi per l’intero sistema economico-finanziario e, in particolare, per l’eccessivo rischio ed onere economico che producono a carico dei sottoscrittori, nonché per l’iniquità intrinseca del principio su cui gli stessi si fondano, ossia quello di “scommettere” sul default di un soggetto pubblico o privato, lucrando profitti in caso di ingenti perdite del soggetto medesimo.

Vista la concentrazione di tali titoli in mano a grandi gruppi finanziari o istituti di credito, si è creata per tramite dei “derivati” un’aberrante contrapposizione fra gli interessi dell’economia reale (alla prosperità ed alla crescita) e quelli della finanza speculativa, che trae vantaggio dal fallimento delle imprese e pertanto ha interesse al perpetuarsi della crisi economica per incrementare il proprio immorale profitto.


Non escluderei nemmeno che ciò possa condurre a ingerenze nel mondo della politica che mirino proprio a far perdurare le crisi esistenti anziché operare per risolverle. 


A tale previsione conseguirebbe tra l’altro la caducità per invalidità dei contratti in essere che prevedano tali titoli, con la “liberazione” dal relativo giogo di numerosi soggetti, in particolare enti pubblici territoriali, i cui bilanci sono finiti in grave crisi proprio a seguito di tali tipi di investimenti.


b) Nello stesso spirito, potrebbe incardinarsi altresì la previsione di illiceità penale della capitalizzazione degli interessi sui prestiti, tramite la configurazione dell’anatocismo quale reato, sempre in ragione dell’iniquità dei suoi presupposti e del danno sociale che ne deriva.



A suddette misure dovrebbero affiancarsi interventi normativi e di governo fortemente innovativi sempre in materia bancaria, tesi a ristabilire il ruolo-guida dello Stato sull’economia, attraverso un maggiore controllo sull’attività degli istituti di credito e la fissazione di limiti precisi all’attività speculativa.


In particolare, si propone di: 


1) Riportare Bankitalia sotto il controllo del Ministero del Tesoro e farla
 tornare pubblica (ovvero, visti gli ingenti costi ormai necessari in seguito agli effetti del “decreto Bankitalia”, creare ex novo una banca centrale pubblica);

2) tramite la stessa, o nelle more, tramite Cassa Depositi e Prestiti, chiedere alla BCE, in applicazione dell’art. 123 del TFUE, l’erogazione di finanziamenti diretti al tasso di interesse dello 0,15%, con i quali finanziare il pagamento del debito pubblico in scadenza, con enormi vantaggi in termini di risparmio degli interessi sul debito;


3) Nazionalizzare le banche in grave crisi;


4) Non consentire aiuti governativi alle banche senza ingresso pubblico nel
capitale sociale, vincoli di destinazione dei fondi erogati, determinazione
dell’obbligo di restituzione in contanti o nazionalizzazione.


5) Introdurre divieto per le banche di cumulare attività di deposito/credito 
con quella di investimento e assicurazione: ripristinare la divisione fra le 
tre attività (reintroduzione del “Glass Steagal Act”)


6) Introdurre vincoli di portafoglio per obbligare le banche italiane ad
 acquistare titoli di Stato.


7) Stabilire i costi massimi per le fidejussioni bancarie o assicurative
 obbligatorie, in quanto imposte per legge o per dispositivo giudiziale, per
 cittadini e imprese;

 


8) Introdurre misure tese a limitare e controllare il trasferimento di
 capitali da e verso l’estero.

Tutto ciò, pare superfluo sottolinearlo, in attesa di poter restituire al nostro Paese la sovranità monetaria tramite l’uscita dalle UEM e l’adozione di una nuova moneta nazionale, emessa e gestita interamente dalla banca centrale nazionale pubblica.

Francesca Donato

INTERVENTO AL CONVEGNO DI “RISCOSSA ITALIANA”, TENUTOSI A NAPOLI L’11 LUGLIO 2014.
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