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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

L'ITALIA ALLA ROVESCIA: RENZI SCOPRE LA CENTRALITA' DELL'INDUSTRIA E AZZERA LA " SINISTRA FINANZIARIA " DEGLI ANNI '90 ? IL FINANCIAL TIME…..

Pubblicato su 28 Giugno 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in POLITICA

L’industria, la produzione di beni reali al centro della strategia del governo a guida PD? Nel caso del vecchio Prodi il camaleontismo e lo scippo sono evidenti – il premier dell’euro e della svendita della SME pretende di essere creduto mentre ruba al centrodestra una filosofia produttivistica di cui ha sempre rappresentato la negazione assoluta. Nel caso di Renzi potrebbe essere qualcosa di diverso, a metà tra la sfida verso il nuovo e il recupero di una tradizione industrialista che peraltro fu già, e non sempre dal versante esclusivo delle ‘masse popolari’, del PCI. Una “rivoluzione” eventuale insomma, quella di Renzi, su cui nessuno puo’ giurare pena il rischio di scottature terribili.

 

La “rivoluzione copernicana” di Occhetto e il suo esito: la sinistra finanziaria degli anni Novanta

 

Tutto comincia alla fine degli anni Ottanta, quando Occhetto ultimo segretario del PCI e primo segretario postcomunista lancia la sua rivoluzione copernicana. Prima ancora della Bolognina (12 novembre 1989), e subito dopo un viaggio dell’ultimo segretario del PCI negli Stati Uniti, il destino del Partito “di Longo Togliatti e Berlinguer” era segnato. A New York Occhetto aveva incontrato molta intelllighentzia progressista che avrebbe affiancato Clinton alla Presidenza, e anche personalità come David Rockfeller e Edgar Miles Bronfman: banche e lobby insomma, per dirla alla Walt-Mersheimer. Il segretario tornò felice in Italia, si fece intervistare da il manifesto, e lì annunciò (o forse ribadì) la sua rivoluzione, da lui stesso definita, per l’appunto, copernicana: basta con Andreotti e il CAF, basta con la triade San Francesco Garibaldi Gramsci, rinnoviamo il partito. Poi l’Unione sovietica fu disciolta, il muro crollò (sono fatti, non lutti) e il PCI non si rinnovò ma scomparve. Nacque il partito della Quercia, un simbolo della massoneria come ebbe a denunciare un anziano compagno della sezione San Lorenzo di Roma nella breve fase del fronte del no alla svolta. E fu oggettivamente (è un fatto, ed anche un lutto) un disastro: la ‘sinistra finanziaria’ rimpiazzò la vecchia sinistra popolare del PCI.

 

Negli anni Novanta la sinistra finanziaria si macchiò di delitti sociali e politici incredibili. Tutte le peggiori nefandezze italiche dell’epoca postbipolare furono pensate ed attuate infatti dal neonato Pds e dal suo campo allargato, l’Ulivo: dal sì alla riforma delle pensioni alle privatizzazioni, dal lavoro interinale del Pacchetto Treu all’invenzione della cosiddetta autonomia universitaria (tramite per la transizione degli Atenei dal costituzionale sostegno pubblico, ai lacci e lacciuoli dei finanziamenti privati) alla infame guerra contro la Jugoslavia, imposta dalla Madeleine Albright con la truffa dei Protocolli di Rambouillet, quel ‘trattato’ coloniale con cui si pretendeva da Milosevic l’impossibile sì allo scorrazzamento delle truppe e della bandiera NATO non solo nel Kosovo ma in tutto il territorio della piccola Jugoslavia. La Jugoslavia prima fatta a pezzi e gettata nell’odio interetnico con la primaria complicità della Germania e del Vaticano, e poi bombardata: forse era la punizione del FMI e della finanza internazionale, alle cui politiche vessatorie Milosevic si era opposto; di certo fu la morte prima ancora che del socialismo titoista – non è questo che qui interessa - del Diritto internazionale, di regole certe nelle relazioni internazionali. Da allora in poi progetti di balcanizzazione e guerre civili sarebbero dilagate in molte altre parti del mondo. Altro che ‘fine della storia’ ..

 

L’anima industrialista di Forza Italia

 

All’epoca Berlusconi, il cui primo governo del 1994 era stato bruciato dalla rottura improvvisa con la Lega, non aveva ancora maturato una politica estera di prudente mediazione alternativa alla deriva imposta ai governi europei dall’oltranzismo occidentale: l’attenzione a Putin – il cui astro sarebbe emerso solo alla svolta del secolo – e l’alleanza con Gheddafi erano di là da venire. Tuttavia in politica interna un nuovo segnale lo aveva dato, in un’epoca storica in cui la crisi irreversibile del modello sovietico aveva trascinato con se quella della stessa socialdemocrazia occidentale, rafforzatasi durante la guerra fredda proprio grazie alla sponda-minaccia sovietica.

Una battuta di Berlusconi aveva cominciato infatti a circolare sui media all’epoca dell’invenzione di Forza Italia, in evidente polemica con la sinistra a guida debenedettiana: si riferiva e puntava a un capitalismo diverso da quello che spostava capitali da “una cassaforte all’altra”, diverso perché proteso a produrre ricchezza reale invece che al mero accumulo di danaro lungo i binari della speculazione. Erano gli anni del licenziamento di migliaia di operai della Olivetti, la cui filosofia produttivistica e solidaristica scompariva dopo la morte del suo fondatore, evaporando nella prediletta dimensione finanziaria del suo erede. Antica storia, antica dialettica tra capitale industriale e finanziario quella dagli anni Novanta ad oggi, che attraversa (almeno) tutta l’età del mondo moderno e contemporaneo, con interi periodi che mutatis mutandis possono ricordare quello attuale: non solo la crisi del ’29, ma prima ancora il dominio dell’ “aristocrazia finanziaria” sulla borghesia degli atelier e sul proletariato nella Francia di Luigi Filippo (Marx), e il dominio della City sul capitalismo industriale inglese nella seconda metà dell’Ottocento (Berta).  Alla svolta del secolo il rapporto tra capitale finanziario era 10 a 1, una decina di anni dopo 20 a 1 – grazie al dilagare della moneta elettronica – e oggi chissà …

 

La controrivoluzione copernicana di Renzi e i suoi ostacoli

 

Ebbene, cosa sta accadendo in questi giorni? Che se Prodi bluffa (vedi tra l’altro la proposta delle Fondazioni in aiuto alle imprese minori in crisi), se il Prodi della Sme, nemico dell’industria di Stato, difensore della Banca d’Italia privata (riforma dello Statuto di palazzo Koch del dicembre 2006, a vanificazione della legge 262 del 2005 che puntava a ripristinare l’egemonia del capitale pubblico nell’azionariato della Banca centrale) finge di aver abbandonato il campo della finanza speculativa, Renzi – posto che il suo intento dichiarato sia sincero – si trova di fronte ad ostacoli a prima vista insormontabili.  La filosofia economica accennata come una vera e propria rivendicazione da lui e dai suoi ministri e leaders PD – “colpire le rendite finanziare” per favorire la ripresa - è assediata dalle fronde interne al governo e alla maggioranza e da potentissimi nemici esterni, quelli stessi che peraltro controllano le strategie dell’Unione Europea e della BCE.

Dopo quelli che oggettivamente sono stati solo accenni e misure parziali (gli 80 euro), il bivio di fronte a Palazzo Chigi e al Parlamento riguarda infatti, come sempre negli ultimi anni, il dove trovare le risorse per finanziare la ripresa. E le vie sono tre, o per meglio dire due: o nuovi tagli alla spesa pubblica, distruggendo altri pezzi di Stato sociale col sempre più debole alibi degli sprechi (che esistono, ma sono la minima parte del problema); o procedere sulla stessa linea di colpire il Bene pubblico, promuovendo altre privatizzazioni dopo quelle criminali dell’11 luglio 1992 che rapinarono l’intera industria di Stato al Popolo italiano. Oppure – e questa sarebbe l’alternativa vera alle prime due - ridurre veramente le rendite della grande finanza speculativa, andando però oltre una mera tassazione (una Tobin tax del tutto vacua e inefficiente) e affrontando i due problemi chiave che incombono sulla possibilità di una vera ripresa dell’economia italiana: il Debito, gravato di interessi sugli interessi al 90 per cento, e l’emissione monetaria. Soltanto muovendosi in questa direzione si potranno trovare le risorse necessarie a finanziarie per il rilancio dell’economia. Senza questi due passaggi anche l’uscita dall’euro non servirebbe alla ripresa se non come possibilità di giocare sulla svalutazione e sui tassi di cambio.

 

I limiti della critica solo giuridica all’assenza di sovranità monetaria

 

Domanda: quale sarà l’opzione del governo Renzi? Implementare veramente la sua filosofia produttivistica sul terreno del Debito e del potere-controllo da parte dello Stato sull’emissione monetaria, sia pure restando all’interno dell’euro? E se sì, sarà percorribile questa strada?  I dubbi e le incognite sono tante, dal Quirinale ai media ai partiti presenti in Parlamento alle invidie contro il giovane Renzi. Esistono però quattro certezze positive.

 

La prima è che il problema della sovranità monetaria è stato sollevato dalla metà degli anni Novanta ad oggi da diversi partiti di diverso orientamento politico: AN, PRC, FI, IDV, Destra sociale, Mnr. Questo fatto è importante, per rendere vincente la battaglia obbligatoriamente trasversale sull’obbiettivo del Debito e del recupero pieno della sovranità monetaria italiana.

 

La seconda serve peraltro a spiegare quanto appena detto, e riguarda la storia del nostro paese. Alcuni sovranisti tendono a presentare il giusto obbiettivo della sovranità monetaria come una rivoluzione vera e propria, una novità assoluta, una sorta di palingenesi dell’italica umanità.

Non è vero: anche se in modo probabilmente parziale (probabilmente, perché la storia dell’emissione monetaria è, come la storia delle banche, una caverna oscura in cui è difficile addentrarsi), l’Italia ha avuto una sovranità monetaria dal 1936 – il regio decreto che stabiliva che la Banca d’Italia fosse a capitale prevalentemente pubblico – al 1992, l’anno della privatizzazione delle BIN- banche di interesse nazionale interne all’IRI e dunque indirettamente della stessa Banca d’Italia. Oggi tutti i guadagni (sic: Krugman, Allais e altri) dell’emissione di euro vanno a due banche private, la BCE e la Banca d’Italia. Basta recuperare la nostra storia, quella dell’Italia fascista e repubblicana fino al 1991, per compiere una ‘rivoluzione’ che in realtà è solo una restaurazione, la stessa tentata invano nel 2005 con la legge 262 del governo Berlusconi.

La storia insomma – una storia spesso dimenticata dalle critiche di ordine meramente giuridico all’assenza di sovranità monetaria dell’Italia – sarebbe dalla parte di Renzi e del Popolo italiano se si decidesse di statizzare, dentro o fuori l’euro, come quota di euro o come produzione di nuove lire, l’emissione monetaria. Una statizzazione, ben inteso, che non ha nulla dello statalismo tradizionale: essa anzi sarebbe la premessa non solo per difendere i redditi dei lavoratori dipendenti, ma anche per garantire la ‘libera impresa’, visto che l’ultraliberismo finanziario – lo si è visto negli ultimi anni, con i 419 miliardi del dicembre 2011 regalati dalla BCE alle Banche private e da queste non riversate alle PMI che chiudevano a migliaia i battenti gettando sul lastrico milioni di italiani – rappresenta la morte della “libera impresa” industriale, ipertassata da uno Stato oberato da un Debito inestinguibile se non lo si rinegozia, e privo dei redditi da emissione monetaria.

 

Il quotidiano della City apre alla sovranità monetaria agli Stati?

 

Il terzo fatto da considerare positivamente è che proporre una rinegoziazione del Debito dell’Italia non ha nulla di eversivo sul piano internazionale, e al contrario sarebbe una iniziativa razionale, eticamente fondata (quali i limiti tra l’ interesse e l’ usura?) e di nuovo, confortata dalla Storia. E’ inutile negarlo, se l’Italia ha rischiato o rischia di diventare la Grecia, questo vuol dire che la sfida di fronte al nostro paese è strutturalmente simile – sia pure da un punto di partenza migliore e in situazioni storiche e sociali diverse – a quella vissuta dai paesi in via di sviluppo negli anni Ottanta, quando il FMI pretendeva di imporre cambiamenti radicali alle loro economie già minate dal tradizionale sottosviluppo delle regioni extraeuropee. Non solo personalità radicali come Thomas Sankarà e Fidel Castro, ma anche Papa Giovanni Paolo II si schierò dalla parte dei paesi africani e asiatici in crisi da Debito da caro-petrolio, aggravato dal meccanismo diabolico dell’anatocismo. Sarebbe utile dunque recuperare certa tradizione cristiana: non è necessario al proposito alcun tradizionalismo cattolico, basta ragionare cristianamente sulla immonda ingiustizia compiuta da un esigua minoranza ai danni dell’intera umanità, e nello specifico, dei Popoli europei. Certo, questo percorso è rischioso e irto di ostacoli, ma ecco l’ultimo dato su cui ragionare in positivo.

 

E’ il quarto e ultimo fatto, per me sconvolgente perché apre scenari imprevedibili, un ‘campo’ in cui giocare la partita storica del recupero della sovranità monetaria. Si tratta di un articolo sul Financial Times del 27 aprile scorso (lo si trova sul sito acobraf di Giovanni Zibordi), a firma Martin Wolf  - uno dei più preparati e noti giornalisti-economisti, e dunque una voce autorevole su una testata autorevole – e nel quale si legge questo interessante passaggio:

 “In primo luogo lo Stato, non le banche, dovrebbe creare tutta la moneta per le transazioni, così come oggi crea il denaro contante. I clienti terrebbero i propri soldi nei conti correnti, e pagherebbero alle banche una tariffa per la loro gestione.

In secondo luogo, le banche potrebbero offrire dei conti di investimento, che fornirebbero i prestiti. Ma potrebbero prestare solo i soldi effettivamente investiti dai clienti. Sarebbero impediti dal poter creare questi conti dal nulla e così diventerebbero gli intermediari che ora molti credono erroneamente che siano …

In terzo luogo, la banca centrale creerebbe nuova moneta quando questa si mostrasse necessaria per promuovere la crescita non inflazionistica. Le decisioni sulla creazione di moneta dovrebbero, come ora, essere prese da un comitato indipendente dal governo…”

 

E’ il Financial Times, ripeto, che ha ospitato questo articolo favorevole alla statizzazione dell’emissione monetaria e a una prassi di emissione di sapore addirittura keynesiano: evidentemente c’è una parte dei poteri bancari che è pronta a cedere almeno i diritti di emissione, sia pure a una Banca diretta – aggiunge Martin Wolf – da un “istituto autonomo” o peggio "indipendente". I motivi di questa apertura possono essere vari: uno sta probabilmente nella precisazione appena accennata, che potrebbe far rientrare dalla finestra i difetti della situazione attuale. Ma ci possono essere ragioni anche diverse, che potrebbero richiamare scenari geopolitici e interbancari come possibile contropartita del ‘cedimento’. Non è il caso di approfondire qui. E’ solo da sottolineare che, con i suoi limiti di voce nel deserto, la sortita del Financial Times può essere interpretata come un via libera alla restaurazione della sovranità monetaria dello Stato italiano. Un ritorno al passato, pieno di ostacoli e di insidie, per vincere le difficili sfide del futuro riportando la Politica al comando dell'economia monetaria, e il capitalismo produttivo  al comando della finanza speculativa..

 

 

Claudio Moffa

Tratto da: http://www.claudiomoffa.info

L'ITALIA ALLA ROVESCIA: RENZI SCOPRE LA CENTRALITA' DELL'INDUSTRIA E AZZERA LA " SINISTRA FINANZIARIA " DEGLI ANNI '90 ? IL FINANCIAL TIME…..
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