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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

FORTEZZA EUROPA

Pubblicato su 5 Maggio 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in POLITICA

Riccardo Seremedi ci invia un grande (in tutti i sensi) post che, in realtà, è una sorta di libro-inchiesta sull'industria della difesa e lo Stato minimo, sul pacifismo e l'internazionalismo, sulla globalizzazione e l'influenzamento mediatico. 
Mi pare doveroso evidenziare come, quando siano in gioco i veri interessi dell'internazionalismo liberista "pacifista", improvvisamente inizino a ragionare di politiche industriali con intervento della spesa pubblica e di coordinamento delle stesse tra europei!

 

Ho ritenuto che fosse più utile pubblicarlo in una serie di post, "a puntate", per meglio consentire a tutti di apprezzare, con la dovuta accuratezza di lettura, i passaggi, i fatti e le connessioni che, con impressionante e instancabile spirito di informazione e ricostruzione, ci fornisce Riccardo.
[...]” Il 2013 è stato un anno di progressi. Il duro lavoro sta iniziando a dare i suoi frutti.
So che non è politicamente corretto essere positivi. Ma la crescita è tornata, ora e per il prossimo anno. Sì, la disoccupazione è ancora troppo alta, ma la crescita (della disoccupazione - ndr) si è arrestata in molti Paesi e scenderà. L'Irlanda e la Spagna hanno appena salutato i loro “programmi di supporto” e la Lettonia sta entrando nell'Eurozona. Infatti, i loro primi euro sono proprio di fronte a voi. Appena coniati! Grazie Valdis, e congratulazioni al tuo Paese[...]. Natale è un momento di speranza. Dobbiamo questa prospettiva ai nostri cittadini”.
Queste “toccanti” parole sono parte del discorso di presentazione che il presidente della
Commissione Europea, Herman Van Rompuy, ha pronunciato in occasione dell'apertura del Consiglio Europeo, tenutosi il 19 e 20 dicembre scorsi nel palazzo Justus Lipsius a Bruxelles, semiparalizzata per l'occasione da migliaia di dimostranti anti-austerity.
 
Per la prima volta, dall'entrata in vigore del Trattato di Lisbona, il Consiglio europeo ha messo al centro dei lavori il tema della Difesa; anche Anders Fogh Rasmussen, segretario generale della NATO, ha partecipato (cosa assai inusuale) ai dibattiti, non perdendo l'occasione di criticare l'industria militare europea “troppo nazionale e  frammentata”, rimarcando che “una NATO forte ha bisogno di un'Europa forte” e che la crisi non deve impedire ai Paesi europei di collaborare e di migliorare le loro difese militari[...] . Le minacce per il nostro mondo spesso arrivano dall'altra parte del globo. Bisogna investire per la ricerca e lo sviluppo di nuove tecnologie militari[...]”.
 
Le affermazioni di Rasmussen diventano più comprensibili se paragonate a quelle del vicepresidente USA, Joe Biden, alla Conferenza sulla Sicurezza a Monaco nel febbraio dello scorso anno: sono praticamente le stesse, cosa scontata visto che la NATO è – di fatto – una “proprietà” USA; è evidente come nel secondo mandato, l'amministrazione Obama abbia sostituito la politica del “soft power” con una di matrice più interventista, instillando nell'immaginario collettivo – grazie a mirate strategie mediatiche – la paura di un revanscismo russo e di un progetto espansionistico cinese, foriero di chissà quali pericoli.
A livello comunitario, la prima dichiarazione d'intenti si ha con la Comunicazionen°764 del 05-12-2007 “ Una strategia per un' industria della Difesa europea più forte e competitiva” , in cui la Commissione Europea enuclea gli aspetti principali legati all'industria delle armi: vengono elencate tutte le "mancanze" delle politiche nazionali, ree di non favorire un libero accesso a capitali e partnership esterne, creando “distorsioni e ridondanze” che non consentono al “mercato” di essere “efficiente” e di allocare le risorse disponibili nella maniera più soddisfacente.
A questa comunicazione sono seguite due Direttive, il cosiddetto DEFENCE PACKAGEla Direttiva 2009/43 del 06-05-2009 (con i successivi emendamenti 2010/80; 2012/10 e 2012/47, relativi ad aggiornamenti all'elenco comune dei prodotti per la Difesa) per i trasferimenti intra-UE di prodotti per la Difesa la Direttiva  2009/81 del 13-07-2009per migliorare la gestione degli appalti, favorendo l'apertura e la competitività, riducendo il sostrato regolatorio (as usual); la prima Direttiva risulta assai interessante, come vedremo in seguito.
Successivamente il lavoro preparatorio si è ulteriormente perfezionato con laComunicazione n°542 del 24 luglio scorso “Verso un settore della Difesa e della Sicurezza più competitivo ed efficiente”, in cui la Commissione Europea introduce il concetto di EDIP (European Defence Industrial Policy); è oltremodo opportuno fornire un riassunto di questo documento per capire lo sviluppo futuro degli avvenimenti che – rebus sic stantibus – sarà assai preoccupante per l'Europa, soprattutto per l'Italia: la Comunicazione si avvale anche di una relazione accompagnatoria redatta dal Working Staff  della Commissione Europea, che illustra lo scenario continentale.
Tale documento esordisce magnificando l'industria della Difesa (è strano come questi studi CE non rechino quasi mai il termine “militare”) quale creatrice di sviluppo e lavoro, con un giro d'affari di 96 miliardi di euro nel 2012, fornendo migliaia di posti di lavoro altamente specializzati (circa 400.000 persone), con un effetto moltiplicatore tra 2.2 e 2.4 che genera altri 960.000 lavori indiretti.
Dopo averci rassicurati che il moltiplicatore non è quell'oscuro oggetto del desiderio keynesiano e che anche a Bruxelles, quando fa comodo, se ne riconosce l'effettività, la disamina si sposta sull'analisi dei tre settori principali.
a) Il SETTORE AERONAUTICO rappresenta circa il 50% della difesa europea, con un fatturato di 46,7 miliardi di euro nel 2010 (il 43% dell'export) e impiega circa 200.000 addetti; il settore ha una considerevole esperienza in progetti di collaborazione internazionale che hanno portato alla nascita di compagnie europee come MBDA (missili) ed EUROCOPTER (elicotteri).
Il comparto aeronautico ha altresì la capacità di produrre manufatti d'eccellenza in molte categorie di aerei ed elicotteri; attualmente l'Europa costruisce 3 modelli tecnologicamente avanzati di jet da combattimento: RAFALE (Francia), GRIPEN(Svezia) ed EUROFIGHTER (Germania, Italia, Spagna e Regno Unito).
b) Abbiamo poi il SETTORE TERRESTRE che nel 2010 ha generato un fatturato di circa 30 miliardi di euro, dando lavoro a 128.700 individui; rispetto all'aeronautica è molto meno evoluto tecnologicamente, con l'eccezione degli  Unmanned Ground Vehicles (robot a controllo remoto), munizioni a guida di precisione e carri armati (http://www.globusmagazine.it/top-ten-2013-i-migliori-carri-armati-del-pianeta/#.Uv-j-87X8f1) di ultima generazione.
Questa branca dell'industria militare – rispetto agli altri due settori - è assai dipendente dalle commesse dell'esercito, con circa l'80% delle vendite concentrato nell'ambito della difesa, e nonostante vi siano esempi di export di successo (carro armato tedescoLeopard), ci sono riserve sulla sua competitività generale, considerando che le“factories” statunitensi tendono ad essere – in media – 1,5 volte più grandi rispetto alle analoghe concorrenti europee.
c) Il SETTORE NAVALE ha invece ottenuto un fatturato di circa 17 miliardi di euro nel 2010, impiegando 83.200 addetti; abbiamo 5 principali cantieri navali europei [BAE Systems (Regno Unito), DCNS (Francia), TKMS (Germania), Fincantieri (Italia) e Navantia (Spagna)], con molti altri piccoli produttori che – comparati alla realtà statunitense – danno al panorama continentale una dimensione sovraproduttiva, relativamente alla piccola scala in cui essi operano; l'Unione Europea ha 12 principali compagnie di costruzione di navi da guerra rispetto alle due americane, con le imprese USA più grandi in media 3,4 volte.
A questo punto il tono si fa lamentoso, assumendo connotati più consoni a una geremiade piuttosto che a un documento ufficiale; si legge che tra il 2005 e il 2010 la spesa europea per la Difesa è diminuita di quasi il 10% in termini reali, con la previsione – tra il 2010 e il 2013 – di un ulteriore calo di circa il 10%; tutto ciò è in stridente contrasto con il trend mondiale, dove la spesa è prevista in crescita del 6,8% tra il 2011 e il 2015.
Nel 2012 l'Asia ha superato l'Europa per la prima volta e c'è il rischio che nel 2017 l'Europa si ritrovi ad aver perso il 12% della spesa dall'inizio della crisi economica.
I tagli al budget non sono omogenei a livello nazionale; quelli più consistenti (“most dramatic” nell'originale!) si sono avuti tra i membri UE più piccoli, con punte del 30%.
La maggioranza degli stati di media grandezza ha attuato tagli nell'ordine del 10%; la situazione sembra essere differente per 6 paesi (Francia, Germania, Italia, Spagna, Svezia e Regno Unito) che continuano a rappresentare l'80% totale della spesa europea nel 2010.
Mentre Germania e Regno Unito hanno diminuito sensibilmente la spesa militare, tra il 2008 e il 2011 la Spagna ha tagliato le spese per l'equipaggiamento per più del 50%; in Svezia, il budget destinato alla difesa è rimasto piatto tra il 2010 e il 2011, con un supplemento di 4,8 miliardi di euro annui destinato a spese d'ammodernamento; dall'altro lato abbiamo Francia e Italia che, nonostante siano afflitte duramente dalla crisi economica, l'hanno lasciata inalterata.
Nel paragrafo 2.3 (pag. 8) si cominciano a intravedere i prodromi di future criticità occupazionali, alla faccia di tutti i paroloni su crescita e lavoro; il succo del discorso è che in Europa si spende troppo per il personale e troppo poco in equipaggiamenti sofisticati.
E' vero – si legge – che tra il 2006 e il 2010 la spesa europea per il personale nelle Forze Armate è diminuita del 17,5% e che gli effettivi, civili e militari, sono scesi da 2,4 milioni del 2006 a poco più di 2 milioni nel 2010, ma questo non cambia il quadro generale: un'alta percentuale del budget europeo della difesa è destinato al personale.
Quasi metà degli Stati membri dell'UE stanno spendendo più del 60% dei loro budget per il personale, con un investimento ottimistico dello 0,5% del PIL nella Difesa, dopo avere defalcato gli oneri sopracitati.
Mentre l'Unione Europea ha ancora 500.000 soldati più degli USA, c'è una sostanziale differenza in termini di investimenti in equipaggiamento e in Ricerca e Sviluppo (R&S) per soldato: nel 2010 questo era quantificato in € 110,998 negli Stati Uniti contro solo € 26,458 nell'UE e ovviamente questo è un dato che non può far felici le multinazionali e le lobbies delle armi.
Un altro punctum dolens viene evidenziato nella frammentazione del mercato europeo, che conduce a duplicazione dei costi e pratiche protezionistiche sugli appalti; secondo l'EDA (European Defence Agency), circa l'80% delle spese in appalti militari viene usufruito nazionalmente, senza progetti cooperativi.
EDA
A questo punto la parola d'ordine diventa “consolidamento” che  - a dispetto di alcune ristrutturazioni nazionali nel Regno Unito, Francia, Italia e Germania - deve portare a maggiori aggregazioni; nel paragrafo 4.2 (pag.20) abbiamo alcune osservazioni assai “gustose” che richiamano alla nostra mente la famosa metafora della “parete grande, pennello grande”, spesso usata dal prof. Bagnai per dileggiare coloro che pensano in termini di gigantismo economico.
Le aziende militari – ci viene detto – hanno bisogno di raggiungere una “massa critica” per essere in grado di autofinanziarsi parzialmente l'innovazione e operare globalmente; si pensa di far evolvere il tutto verso un mercato più accentrato con – da un lato – le “Global players”, multinazionali da oltre 40 miliardi di dollari di fatturato e – dall'altro – le “ National domestic players”, aziende a dimensione ridotta e fatturato medio-basso (1-10 miliardi di dollari).
E' difficile credere che una siffatta ristrutturazione industriale possa creare occupazione: il risultato più probabile vedrà una serie di fusioni che porteranno alla nascita di maxi-conglomerati industriali che cristallizzeranno gli attuali rapporti di forza, con i potentati economico-finanziari del Nord Europa (Germania in primis) e degli USA che verranno nella “periferia” a far shopping, fagocitando tante PMI che sulla carta si vuole valorizzare.
In quest'ottica, gli ostacoli da superare vengono individuati nelle residue sacche di sovranità nazionale che ancora esistono in ambito militare, considerando pregiudizievole la preferenza degli Stati per i produttori nazionali anziché verso gli altri fornitori europei e, soprattutto la proprietà statale che è strettamente legata alle restrizioni in materia di fusioni e acquisizioni, partecipazioni da parte di investitori stranieri e altre forme di  investimento estero (pag 22).
Il paragrafo 6.1 (pag.26) è assolutamente sconvolgente nella sua plastica evidenza, considerando il pedigree dello scrivente; si apprende che la maggior parte degli investimenti in nuovo equipaggiamento e inprogrammi militari di Ricerca e Sviluppo sono legati a importanti progetti promossi dagli Stati nei decenni precedenti.
Il motivo per cui i governi devono sostenere la parte dei costi di Ricerca e Sviluppo è che il lasso di tempo tra l'investimento iniziale e lo sviluppo vero e proprio può arrivare a 20 anni; di conseguenza, ci sono pochi incentivi per gli investimenti privati, dati i tempi e l'imprevedibilità di ritorni finanziari, e così la R&S nelle nuove tecnologie si basa – in larga misura – su investimenti pubblici.
Ma non ci viene raccontato che la spesa pubblica è improduttiva, che il mercato deve essere lasciato flessibile affinché “l'intelligenza del denaro” possa esplicarsi nel miglior modo possibile?
Pare di no, visto che la conclusione porta inevitabilmente ad un appello agli Stati membri, ai quali si chiede di fronteggiare il declino degli investimenti nella R&S e la mancanza di nuovi programmi di approvvigionamento che, unitamente alla crescente internazionalizzazione, hanno il potenziale di ridurre in modo significativo la competitività europea nel lungo periodo (ma guarda un pò, tralasciano di accorgersi che ciò vale per ogni settore industriale possibile e immaginabile, nota di 48).

Sulla scorta del working paper testé esaminato, vediamo – come preannunciato – quali sono le conclusioni a cui giunge la Commissione Europea nellaComunicazione n°542
L'analisi iniziale parte dalla constatazione che il mutamento strategico e geopolitico è rapidamente in evoluzione; gli equilibri si stanno spostando verso i nuovi centri di gravità e gli USA stanno ricalibrando il loro focus strategico verso l'Asia.
In questa situazione, l'Europa deve assumersi grandi responsabilità per la propria sicurezza interna ed esterna; l'obiettivo finale è pertanto quello di rafforzare la difesa europea per far fronte alle sfide del XXI secolo e, in ultima analisi, gli Stati membri dovranno fare le “necessarie riforme”.
Diventa quindi essenziale assicurare la piena esecutività delle due Direttive, sfruttare la sinergia civile-militare  - concentrando gli sforzi sulla “cross-fertilisation” - epromuovere lo
sviluppo di “hybrid standards” per prodotti che abbiano applicazioni civili e militari; qui di seguito vengono elencati schematicamente – per comodità di lettura – alcuni paragrafi interessanti:
2.1 (pag. 5) Rafforzare il mercato interno
La Commissione monitorerà l'apertura dei mercati degli Stati membri e l'accesso regolare attraverso l'EU Tenders Electronic Daily (TED) – il sistema informativo per gli appalti pubblici europei – per verificare l'attuazione delle nuove regole sugli appalti.
Gli Stati membri hanno l'obbligo, previsto dal Trattato, di notificare alla Commissione tutte le misure concernenti gli aiuti di Stato, compresi quelli del settore militare.
Possono essere derogate soltanto se può provarsi che la non-notifica è necessaria per ragioni essenziali di sicurezza previsti dall'Articolo 346 del TFEU.
Perciò, se uno Stato membro intende avvalersi dell'articolo 346, deve essere in grado di dimostrare che le misure concrete nel settore militare sono necessarie e proporzionate per la sicurezza.
3.3 (pag.9) Materie prime
Varie materie prime, come le “terre rare”, sono indispensabili in molte applicazioni militari, dai droni (RPAS Remotely Piloted Aircraft Systems), a munizioni di precisione guidate, dai laser a satelliti per le telecomunicazioni. Un numero di questi materiali sono soggetti a crescenti rischi di approvvigionamento che ostacolano la competitività del settore. L'azione della Commissione consisterà nel monitorare le materie prime essenziali e preparerà azioni politiche mirate.
3.4 (pag.9) Piccole e medie imprese
Le direttive sugli appalti e trasferimenti offrono nuove opportunità alle PMI di partecipare al mercato europeo: è il caso, in particolare, delle disposizioni di subappalto che migliorano l'accesso alla filiera di prime-contractors non nazionali. Ulteriori passi sono necessari nell'area dei distretti (clusters); la Commissione esplorerà come formare un European Strategic Cluster Partnership, pensato per supportare l'emergere di nuove realtà di valore ed eliminare gli ostacoli che si frappongono alle PMI nella competizione globale.           
3.5 (pag. 10) Gestione del cambiamento e garantire il futuro
L'industria della Difesa sta sperimentando profondi cambiamenti a cui gli Stati membri e le industrie devono adattarsi. La Commissione e gli Stati membri hanno una gamma di strumenti per promuovere nuove competenze e affrontare l'impatto della ristrutturazione. La Commissione incorraggerà gli Stati membri a far uso della flessibillità del lavoro per supportare le imprese che soffrono di temporanee crisi nella domanda e promuovere un anticipato approccio alla ristrutturazione. In questo contesto, gli Stati possono usare il supporto fornito dall'European Social Fund (ESF).
6.3 (pag.13) Costruzione di un satellite europeo ad alta risoluzione
           I satelliti con immagini ad alta risoluzione sono importanti per supportare politiche di                                    
           sicurezza. L'accesso dell'Unione Europea a queste capacità è cruciale per
           fronteggiare pericoli iniziali, prendendo decisioni tempestive, pianificando e
           migliorando la condotta dell'UE nella risposta alle crisi, sia in ambito civile che
           militare; l'obiettivo è preparare una nuova generazione di satelliti ad alta
           risoluzione da impiegarsi attorno al 2025.  
Dopo questo inevitabile excursus attraverso i dati forniti dalla Commissione Europea, cerchiamo di capire se le cose che ci raccontano stanno proprio così: ci forniranno un prezioso aiuto – in tal senso – due studi specifici finanziati proprio dalla CE ed inseriti nell'ampio corpus documentale a corredo.
Secondo il SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute), l'autorevole centro studi per la pace, () nel 2012 sono stati spesi a livello mondiale 1.756 miliardi di dollari, il 2,5% del PIL ; nonostante ci sia una lieve flessione dello 0,4% -  in termini reali -  rispetto al 2011, il totale è il più alto disempre tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e il 2010.
La classifica – ça va sans dire – è dominata dagli Stati Uniti con una spesa di 685,3 miliardi di dollari che – ad onta di un calo del 5,6% nel 2012 – rimane sempre molto elevata (69% in termini reali) rispetto al 2001 e 2003, ovvero le campagne militari in Afghanistan e Iraq; in realtà lo sbandierato taglio al budget militare è un'ipotesi assai aleatoria, vista l'enfasi con cui si rimarcano le spese militari sino-russe, peraltro diretta conseguenza del riposizionamento strategico operato dagli americani in Eurasia e nel Pacifico.
Se alla spesa degli USA si sommano quelle degli alleati, il budget totale della NATO supera i 1000 miliardi ( http://www.globalresearch.ca/litalia-sale-tra-i-10-grandi-della-spesa-militare/5331644) annui, corrispondenti al 57% del totale mondiale; il calo dell'1,6% dell'Europa Occidentale e Centrale potrebbe far credere ad un'inversione di tendenza che in realtà è ben lungi dall'inverarsi: basta scorrere l'elenco dei primi 10 paesi esportatori di armi e ivi troviamo Germania, Francia, Regno Unito, Spagna e Italia; a ben guardare tale diminuzione sembra ascrivibile al progressivo disimpegno militare in Iraq e Afghanistan, congiuntamente all'embargo verso la Libia, nonché alla crescita di alcuni paesi emergenti.
E l'Italia?
Le stime del SIPRI evidenziano un esborso di circa 26,46 miliardi di euro, con un calo del 6% rispetto allo zenit raggiunto nel 2008, in cui la spesa totale per la difesa si fermò a 28,16 miliardi di euro.
Il fattore chiave per valutarne il peso specifico sta nel misurare l'incidenza di quest'ultima rispetto al PIL e il rapporto che essa instaura con le altre funzioni dello Stato, come l'istruzione e la protezione sociale; fermo restando un impiego di risorse più o meno in linea con quello degli altri paesi europei, ciò che costituisce un'intollerabile anomalia è constatarne l'equipollenza conla spesa per le politiche del lavoro e la marginale inferiorità rispetto aquella per le politiche sociali
Sta poi assumendo aspetti grotteschi la ben nota vicenda legata all'acquisto dei costosi (17 miliardi di euro) e poco affidabili cacciabombardieri  F-35 che, connotata dal solito pressapochismo tutto italiano, vede un esecutivo impotente e imbelle lanciarsi – per bocca di esponenti dello stesso Governo, entrambi in quota PD - in una ridda di dichiarazioni e smentite: da un lato c'è Roberta Pinotti – neo Ministro della Difesa – che garantisce il pieno rispetto degli accordi presi, dall'altro abbiamo Gian Piero Scanu – capogruppo PD alla commissione Difesa della Camera – che prospetta unariduzione, per esigenze di bilancio,  del numero di caccia da acquistare
Poco più di due settimane fa -  durante il Board dei Paesi interessati - il portavoce del Pentagono, Joe Della Vedovanon halasciato spazio a fraintendimenti: "La fornitura complessiva di F-35 all'Italia è rimasta invariata, durante l'ultima riunione dell'Executive Steering Board che gestisce il programma. Può darsi che in futuro ci saranno aggiustamenti, magari sui tempi degli acquisti, ma per ora non sono arrivate comunicazioni formali in proposito" .
Lasciando da parte le miserie di casa nostra, si può affermare - senza tema di smentita - che quelle di Bruxelles sono argomentazioni speciose scritte sotto la dettatura dell'apparato industriale/militare USA-NATO, che i governi europei – sempre sensibili alle lusinghe delle lobbies delle armi -  non possono e non vogliono ignorare. (http://www.ilchiostro.org/wp-content/uploads/2011/02/Ricerca_UE_a.a.09.101.pdf)
La transizione finale verso lo “Stato minimo” ha bisogno di smantellare gli ultimi simulacri di sovranità nazionale e la creazione di un super-esercito europeo è chiaramente un passo in quella direzione; occorre quindi liberalizzare e promuovere l'immancabile “forte competizione” tra i vari soggetti, presentando tale via come l'unica percorribile, a causa delle presunte nuove minacce internazionali.
Lo studio della TNO “Sviluppo di una base tecnologica e industriale della Difesa europea”- finanziato dalla Commissione Europea  - fornisce molti utili spunti interpretativi per leggere in filigrana le sontuose “necessarie riforme” che ci attendono.
Nel paragrafo 3.3.4 (pagg. 47-48) si evidenzia il ruolo obsoleto della NATO che, dalla fine della Guerra Fredda e il crollo dell'Unione Sovietica, ha la necessità di ritagliarsi un nuovo spazio che ne giustifichi “la ragion d'essere”.
Si chiede, quindi, un “rinnovato consenso” per un ruolo attivo nel continuare a condurre “le tendenze militari che plasmano il mondo”, sottolineando come l'amministrazione Obama stia riconsiderando gli europei come “alleati chiave” nella sicurezza globale.
Tra le minacce, nemmeno a dirlo, viene citata la Russian belligerence che minerebbe la sicurezza dei nuovi membri della NATO - tutti gli ex-appartenenti al defunto Patto di Varsavia : Polonia, Bulgaria, Romania ecc. - e la paura di un Iran dotato di armi nucleari; come si vedrà in un'altra occasione, queste paure ingiustificate nascono dai crescenti timori di Washington riguardo aspetti geo-economici afferenti a questi Paesi che, unitamente alla Cina, stanno creando seri grattacapi al declinante modello unipolare americano.
Un esempio “edificante” della partnership pubblico/privato lo troviamo nel paragrafo 3.3.8 (pagg. 52—53), nel quale viene auspicato l'ingresso delle PRIVATE MILITARY COMPANY (PMC) nella organizzazione militare europea; vengono additati a fulgido esempio gli Stati Uniti che, a partire dagli anni '80, hanno esternalizzato diversi servizi a società come  BlackwaterExecutive OutcomesSandline e Dynacort, con un fatturato stimato tra i 20-30 milioni di dollari nel 2005.
Nonostante il giro d'affari astronomico e le quotazioni in Borsa, questi soggetti sonoveri e propri eserciti privati che oggi ci si perita di chiamare “mercenari”; in particolare Blackwater è tristemente famosa per una innumerevole serie di nefandezze compiute in Iraq, tra le quali   l'uccisione di 17 civili iracheni nelsettembre 2007,vicenda che si è conclusa con l'immunità dei rambo statunitensi ; si è scoperto che laBlackwater (dopo gli scandali a ripetizione ha mutato il nome in Academista giàoperando in Europa, in Grecia per la precisione, dove è stata assunta dal governo ellenico per proteggerlo dall'assedio della popolazione e, soprattutto, per sorvegliare la polizia nazionale per il timore di un golpe.
La notizia è trapelata a fine gennaio dello scorso anno, quando l'ambasciatore greco in Canada – Leonidas Chrysanthopoulos – ne fece cenno in un'intervista;  l'esistenza di tale contratto fu confermata alcuni giorni dopo dal sito di notizie militari grecoDefencenet.
Se la guerra civile spagnola del 1936-39 – nella quale vennero testate le nuove armi e le strategie militari -  è passata alla Storia come la sinopia dello spaventoso e contorto “affresco” -   trasfigurato nel “Guernica” di Pablo Picasso -  rappresentato dalla 2° Guerra Mondiale , è fatto ormai incontrovertibile che proprio la “campagna di Grecia” sia diventata il primo fronte europeo ad essere aperto dal sociopatico laboratorio sperimentativo ordoliberista, nel quale spread e “stato d'eccezione” sono le nuove “bombe intelligenti” in questo anomalo e ben più vasto “conflitto” post-moderno chiamato “Progetto Euro”,  dove gli eserciti occupanti - rimpiazzati da istituzioni predatorie sovranazionali - non vestono più mimetiche verde oliva bensì eleganti gessati grigio scuro con cravatta Regimental.
Lo svuotamento della sovranità nazionale greca non poteva dirsi del tutto compiuto senza intaccarne l'essenza ultima, ovvero la gestione della Difesa, uno dei residui pilastri statuali;
lo scorso settembre, l' ultimo diktat dell'ineffabile Troika riguardava la chiusura di Eas, Elvo e Larco, le tre realtà elleniche di difesa e industria militare: lo scopo palese è arrivare alla “privatizzazione della guerra”, motivando una scelta tanto impopolare con le solite considerazioni di tipo utilitaristico.   
Simon O’Connor -  portavoce del commissario europeo Olli Rehn, rispondendo ad una domanda in proposito -  dichiarava che: “Il protocollo d’intesa prevedeva come condizione preliminare  l’adozione entro settembre di una decisione definitiva per ristrutturare le società in vista della privatizzazione o laliquidazione delle tre aziende. I colloqui con le autorità greche per l’espletamento di tali obblighi sono in corso”.
Il 5 e 6 dicembre scorsi, il Chief Executive della Agenzia della Difesa europea(EDA), Claude-France Arnauld, ha incontrato ad Atene le autoritàgreche, ufficialmente per perfezionare i preparativi alla presidenza ellenica al Consiglio Europeo del primo semestre 2014;  è invece assai probabile che, al di là delle dichiarazioni di prammatica, i colloqui si siano indirizzati sul destino della difesa nazionale greca. 
Nel paragrafo 3.5.4 (pagg. 76-77) lo studio olandese ci ragguaglia sulle strategie comunicative per ottenere “l'accettazione sociale alle operazioni militari”(nell'originale viene pervicacemente usato “defence”) ; sembra che l'ossessivo progetto occidentale di creare pericoli a ogni piè sospinto sia quello che garantisca i risultati migliori.
Vi si legge, infatti, che l'accettazione sociale  a operazioni di difesa potrebbe aumentare dall'accresciuta percezione di insicurezza o dalla retorica di una approvazione generale riguardo a successi in ambito militare; questi fattori porterebbero a un clima favorevole per un ulteriore rafforzamento del settore che consentirebbe budget più alti.
Viceversa se l'attuale giudizio critico dovesse aumentare, i politici potrebbero sentirsi sotto pressione e attenuare il loro impegno per le operazioni di difesa, riducendo così i bilanci e spostando l'attenzione alle operazioni umanitarie.
Assai inquietante è quello che si trova scritto poco più sotto, cito testualmente: “Se i cittadini sono scettici sulle operazioni di difesa, i bilanci sono destinati a contrarsi e il reclutamento di risorse umane diventerà più difficile. Comunque è chiaro che un nuovo attacco terroristico influenzerà fortemente l'approvazione dell'opinione pubblica per operazioni di sicurezza e difesa”.
Leggere simili argomentazioni lascia esterrefatti e viene da chiedersi se ci sarà un ulteriore “salto di qualità” nel distorcere la percezione della realtà, per piegarla ai desideri di multinazionali e corporations finanziarie.
Tratto da:http://orizzonte48.blogspot.it
FORTEZZA EUROPA
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