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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

ENI: chi ha ucciso Enrico Mattei?

Pubblicato su 29 Maggio 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in POLITICA

Enrico Mattei e Pier Paolo Pasolini. Un unico filo conduttore che unisce due tra i più grandi personaggi italiani del Novecento alle vicende di una multinazionale che negli anni ha determinato la politica italiana. Un’azienda capace di spostare equilibri politici ed economici, così avidamente avvinghiata al sistema fino a costituire il cuore del sistema stesso. Un’azienda che costituisce quel potere occulto in grado di manovrare il meccanismo politico con l’abilità e la maestria dei burattinai, capace di mascherarsi dietro gli interessi nazionali, salvo poi creare un tappeto di omertà e corruzione sul quale poter agire. Un’azienda che uccide quanti provano a porsi tra sé e il proprio obiettivo.

Ma facciamo un passo indietro. Nel 1953, con legge n. 136 del 10 febbraio, viene fondata l’ENI. È un ente pubblico che nasce dall’idea di Enrico Mattei, il quale era stato nominato nel 1945 commissario liquidatore dell’AGIP, ma, accortosi che il sottosuolo della Pianura Padana nascondeva risorse di idrocarburi, decise di non smantellare l’AGIP e di fondare l’ENI, Ente Nazionale Idrocarburi. L’operato di Mattei, prima all’AGIP e poi all’ENI, iniziò da questo momento ad essere condotto nel nome della ripresa non solo di un’azienda considerata solamente dannosa, ma di un intero Paese per anni sottomesso alle politiche dei potenti.

La politica energetica italiana aveva ruotato fino a quel momento intorno al cartello delle cosiddette Sette Sorelle, le sette compagnie petrolifere occidentali che da sole detenevano il controllo delle vendite di petrolio, e che per questo motivo erano in grado di condizionare la politica dell’intero blocco occidentale. L’operato di Mattei fu improntato allo sviluppo dell’ENI e al raggiungimento dell’indipendenza italiana dalle Sette Sorelle. 

La notte del 27 ottobre del 1962, mentre Mattei è in volo verso Milano insieme al pilota e ad un giornalista statunitense, l’aereo su cui sta viaggiando esplode in volo senza lasciare scampo agli occupanti del velivolo. Solo nel 2005 si la giustizia italiana ha affermato che si trattò di un attentato: fino a quel momento si era parlato di un incidente. 

Mattei morì nel miglior momento possibile per coloro che erano infastiditi dalle sue abilità e dal suo carisma. Nell’arco di pochi giorni avrebbe stretto un patto col governo algerino che avrebbe non solo  sancito definitivamente il suo personale supporto alla causa anticolonialista condotta contro la Francia, ma sarebbe andato a chiudere il cerchio del suo operato antiamericano, già iniziato col patto con l’URSS, dalla quale l’Italia aveva acquistato petrolio a prezzi ben più vantaggiosi di quelli delle Sette Sorelle. L’indipendenza energetica dell’Italia dal cartello delle potenti era quasi raggiunta. Ma non fu possibile ultimare il progetto: Mattei venne ucciso, e dopo pochi anni la dirigenza dell’ENI passò nelle mani di un personaggio assai ambiguo come quello di Eugenio Cefis, col quale l’ENI rientrò con forza nel solco statunitense. 

Braccio destro di Mattei fin dai tempi della lotta partigiana, Cefis venne cacciato dall’ENI per volere di Mattei stesso poco prima dell’attentato di Bascapè per via di certi rapporti che egli intratteneva con la CIA: ciò è quanto sostenuto dal fratello di Mattei, Italo. Al di là di questi presunti legami coi servizi segreti d’oltreoceano, ciò che è certo è che Cefis fondò la loggia massonica P2, che la diresse fino al 1977, e che per anni si mosse nelle istituzioni con discrezione, facendo lievitare in maniera impressionante il proprio patrimonio. Per restituire i contorni del personaggio, basti pensare che nel 1971, sfruttando i fondi pubblici di cui godeva l’ENI (della quale egli era Presidente), Cefis effettuò una scalata alla Montedison, il gigante della chimica italiana, nel tentativo di perseguire interessi propri e di Amintore Fanfani, suo maggior interlocutore nel mondo politico. Il maggior scandalo sollevato dalla questione nasce dal fatto che l’ENI è pubblica, mentre la Montedison è privata, e dunque Cefis avrebbe utilizzato soldi pubblici per diventare maggior azionista di un’azienda privata. 

Forte dell’appoggio di numerosi politici, di una stampa silenziosa e complice e del forte legame con servizi segreti e banche (tanto per dirne una, Enrico Cuccia, cofondatore di Mediobanca e dunque principale sostenitore economico della Montedison, era anche colui che guidò la fusione tra Montecatini ed Edison in Montedison), Cefis inizia a puntare sempre più in alto, mentre i risultati di Mattei rapidamente vengono gettati al vento insieme all’indipendenza energetica dell’Italia. 

E qui entra in gioco Pasolini. Nel 1974 l’intellettuale scrisse in un celebre articolo comparso sul Corriere della Sera di quanto fosse certo d’aver colto un nesso tra molti di quei tragici eventi che negli anni immediatamente precedenti al ’74 avevano sconvolto l’Italia . Quegli eventi erano la strage di Piazza Fontana, l’attentato di Piazza della Loggia e la bomba sull’Italicus. Eventi ad oggi rimasti impuniti, e che Pasolini era certo fossero riconducibili a figure politiche di spicco, che si erano nascoste dietro a figure dell’eversione nera o rossa che in quegli anni avevano preso parte alla scena politica. I due protagonisti di Petrolio, il suo ultimo romanzo rimasto incompiuto a causa della prematura morte dell’intellettuale, sono proprio Mattei e Cefis, seppur nascosti dietro falsi nomi. Ed è proprio la figura di Cefis l’elemento portante dell’inchiesta in forma di romanzo. Secondo Pasolini, il finanziere sarebbe stato il principale ideatore della cosiddetta strategia della tensione, che tanto terrore e tante vittime lasciò dietro sé durante gli Anni di Piombo. Con la complicità degli Stati Uniti, della CIA, del colonnelli greci, della mafia e di certi alti rappresentanti della politica italiana- per lo più provenienti dalle file della DC-, Eugenio Cefis avrebbe messo in atto un tentativo di golpe “silenzioso”, nascosto dal ripetersi di eventi tragici quali, appunto, le gravissime esplosioni a cavallo tra gli Anni 60 e i ’70. 

Ma c’è di più. Il primo punto del grande progetto sarebbe stata l’uccisione pianificata di Enrico Mattei, studiata- secondo Pasolini- a tavolino (all’epoca la giustizia aveva sentenziato che si era trattato di incidente) da Cefis e dai suoi interlocutori. L’intellettuale basa la propria teoria su alcune evidenze empiriche ma, soprattutto, su una serie di documenti minuziosamente studiati ed analizzati. Ed è da qui che proviene l’autorevolezza dell’analisi politica pasoliniana. Tra le maggiori fonti di Pasolini vi è il libro-inchiesta “Questo è Cefis”, di Giorgio Steimetz, un’opera che, pubblicata nel ’72 e incredibilmente sparita dopo pochi mesi dal commercio e- addirittura- dalle biblioteche nazionali, racconta con precisione i contorni dell’allora presidente ENI. Inoltre, nel 1974- appena un anno prima della morte dell’intellettuale- si scoprì che Vito Miceli- fino a quel momento direttore dei servizi segreti italiani nonché iscritto alla loggia P2- inviava quotidianamente allo stesso Cefis un rapporto sull’operato del SID.

 Il quadro restituito è dunque assai complesso. Una trama contorta che unisce uomini di potere apparentemente distanti l’uni dagli altri, ma in realtà massimi autori di eventi ancora oggi non ben chiariti.

Per restituire al meglio il quadro della situazione è forse opportuno offrire una veloce panoramica della politica dell’epoca, quando l’Italia- ai confini del mondo occidentale- era tra i territori più aperti all’influenza sovietica. Il partito comunista più forte d’occidente, l’apertura di Mattei alle forniture energetiche dell’URSS e, più tardi, l’apertura di governo ai comunisti da parte di Aldo Moro (guarda caso anche lui ucciso) costituivano gravi pericoli per gli USA, che già dagli Anni 50 avevano ampliato la propria influenza in Italia grazie alle basi militari che, a partire dal 1951, iniziarono a spargersi lungo la nostra penisola.

Del resto, tenendo presente questa situazione di politica interna nonché internazionale, il caso Cefis appena illustrato non differisce di molto dal colpo di Stato greco del 1967. Per quanto fosse un’aspra dittatura che si era resa protagonista di ampie e documentate violazioni dei diritti umani, la Giunta dei colonnelli godette sempre di un forte sostegno economico e politico da parte degli esportatori mondiali di democrazia, i quali per altro ebbero con molta probabilità un certo ruolo nell’organizzazione dello stesso golpe.

La questione è senz’altro complicata e resa ancor più nebulosa dall’omertà degli attuali governi, che certo non hanno brillato in trasparenza a riguardo. Ma ciò che resta alla nostra generazione è l’insegnamento che i protagonisti di questa oscura vicenda ci hanno lasciato. E se da una parte alcuni di questi personaggi ci hanno illustrato quanto complesse ed inimmaginabili possano essere alcune manovre di potere, dall’altra c’è chi ci ha insegnato il valore della rettitudine morale nella ricerca della verità, e l’obiettivo più vero della vita di un giornalista e di un intellettuale, che è quello di “coordinare fatti anche lontani”, “mettere insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico” per “ristabilire la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero”.  

Tratto da:http://www.lintellettualedissidente.it

ENI: chi ha ucciso Enrico Mattei?
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