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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

PERCHE' LA PATRIA

Pubblicato su 25 Marzo 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in IPHARRA

Gli eventi di queste ultime settimane ci spingono a chiarire la nostra posizione, quella della Comunità Ipharra e, conseguentemente, di questo blog. E questo articolo di Alberto B. Mariantoni ci sembra significativo e lo pubblichiamo in quanto ci riconosciamo su quanto sostenuto dall’Autore.

Noi crediamo fortemente che si debba dare vita ad uno Stato federalista, che si riconosce in una entità politica centrale la quale dovrà emanare le leggi di comune utilità, demandando alle singole unità territoriali le leggi che riguardano più da vicino i territori.

Abbiamo detto Federalista e non Secessionista o Indipendentista.

Le indipendenze di questa o quella entità territoriale servono solamente a disgregare una unione di popoli di comune  origine italica.

Quando diciamo Stato Federalista pensiamo ad una costruzione come quella della Svizzera o della Germania, dove esistono i Cantoni od i Land, che si autogestiscono, ma all’interno di una stessa Nazione. Nel momento in cui ci si vuole dichiarare indipendenti si trasforma una realtà politica in Sistema, gli egoismi individuali fanno entrare la civilizzazione occidentale in un desiderio “ ideologico” di fine della storia.

Notava Carl Schmitt che “ i concetti liberali tendono ad annichilire il politico e a trasformare lo Stato in società”, qui sta il punto, in società, cioè un mondo senza più radici, storia ed economicista al massimo livello, praticamente anonimo. Su questa strada, che è quella dell’indipendentismo, si vanno a creare relazioni astratte, calcolatrici, egoistiche che vanno a sostituire i legami storici e politici che fondano i popoli che hanno una comune origine.

Claudio Marconi

 

Di: Alberto B. Mariantoni

Parlare di Patria, in un mondo completamente atomizzato, distratto e subornato dall’illusione individualista, dall’invadente e devastante aggressione mondialista e dalle cosiddette “ineluttabili esigenze” della supremazia del denaro, non è certo cosa facile…

Come spiegare, infatti, alle frastornate ed ignare popolazioni del nostro superficiale ed avvilito presente, cosa voglia veramente dire o propriamente significare, sentirsi legato alla propria famiglia, alla stirpe d’estrazione, alla terra natale, al luogo d’origine, alla lingua, alla cultura, ai principi ed ai valori che da quelle scontate o fortuite contingenze continuano, ogni giorno, incessantemente ad emanare o a scaturire? Come far capire, a coloro che tendono psicologicamente a genuflettersi o fisicamente a mettersi in sottordine nei confronti dei contenuti delle proprie tasche, cosa voglia dire o significare, essere, esistere ed agire in correlazione e conformità con l’ambiente naturale che ci esprime e ci caratterizza? Come far comprendere, a degli uomini che hanno largamente dimenticato il senso della vita e dell’esistenza umana, l’importanza di possedere un nome ed un cognome, una maternità ed una paternità; di conoscere il luogo della propria nascita e l’ora in cui si è venuti al mondo; di rammentare a sé stessi la contrada dove si sono compiuti i primi passi, scandite le prime parole, vagheggiati i primi amori, fantasticato le prime utopie, saggiato i primi malintesi,

ottenuto i primi successi, sopportato o patito le prime sconfitte?

In altre parole: possedere la prerogativa ed il privilegio di sentirsi legato a quegli elementi naturali che, nel corso dei secoli, permettono inevitabilmente a degli esseri fragili ed indifesi – non solo di prendere coscienza del proprio «ego», del proprio istinto, della propria originalità, del proprio estro, delle proprie qualità e/o capacità, ma – di trasformarsi gradualmente e sicuramente in Popolo, Nazione, Stato, Civiltà e, di conseguenza, in Storia!

La Storia tout-court, naturalmente: esperienza di vita ciclica e costante, vivente e palpitante, istruttiva e formativa che – senza passare dai libri di scuola o dalle corpose e documentate ricerche, i circostanziati rendiconti o le particolareggiate cronologie degli studiosi e dei conoscitori – si trasmette invariabilmente ai figli ed ai nipoti, attraverso i frammentari racconti o le dettagliate riflessioni dei nonni, i sofferti o sereni tirocini dei padri, i ragionati o spensierati ragguagli dei parenti o degli amici; senza dimenticare, le consapevolezze acquisite o osservate, le indagini svolte o utilizzate, le sperimentazioni tentate o provate da coloro che ci hanno direttamente preceduto nel contesto del nostro habitat naturale.

«E’ istinto di natura – precisa il Metastasio (pseudonimo di Pietro-Antonio-Domenico Bonaventura Trapassi, 1689-1782) – l’amor del patrio nido. Amano anch’esse le spelonche natìe le fiere istesse» (Temistocle, II, 8).

Come definire, allora, i menefreghisti, i denigratori e/o i negatori della Patria che purtroppo abbondano e spadroneggiano, in mezzo a noi, nel nostro penoso ed affliggente periodo storico: coloro, cioè, che minimizzano, disprezzano o ricusano a priori la terra dei Patres,

l’aria che respirano, la terra che calpestano, gli oggetti che palpano, i paesaggi che osservano, le risonanze che intercettano, le effusioni che annusano, i ricordi che assommano? Come inquadrare coloro che, direttamente o indirettamente, esprimono insensibilità, avversione o repulsione nei confronti dei propri genitori, dei propri fratelli e delle proprie sorelle, dei propri figli, della propria famiglia, dei propri antenati? Come interpretare coloro che, formalmente o informalmente, provano insofferenza e disgusto – o, peggio ancora, indifferenza e distacco – per la propria dimora, i propri affetti, i legami naturali della vita e le tombe dei propri cari?

Natura abhorret vacuum (la natura ha orrore del vuoto)… Eppure, al giorno d’oggi, nella vita di ognuno, il vuoto ed il nulla sono dappertutto: nei nostri sguardi ed all’interno dei nostri cuori; sulle strade e le piazze dei nostri percorsi quotidiani; negli spazi esterni e tra le mura di casa nostra; nei luoghi di lavoro o di svago; nel contesto dei nostri interessi, delle nostre aspirazioni, delle nostre relazioni; ed ugualmente, nell’ambito delle nostre passioni, delle

nostre propensioni, delle nostre afflizioni o sofferenze, delle nostre gioie o spensieratezze, dei nostri affetti, dei nostri capricci, dei nostri piaceri…

Tutto è comparato e raffrontato al denaro, ai prezzi, ai costi. Al perdere ed al guadagnare…

All’interesse immediato. E tutto, naturalmente, è ridotto a contrattazione, mercanteggiamento, patteggiamento e, quindi, a fredda ed inanimata compravendita, transazione, convenzione, formalità, procedura.

All’interno delle nostre società dislocate e spersonalizzate, nulla ci lega più a niente: né il sangue della nostra stirpe, né la terra dei nostri avi, né l’espressione formale o sostanziale delle nostre culture, né i miti o i riti delle nostre tradizioni ancestrali, né i fondamenti o i presupposti civili e morali delle nostre ultramillenarie civiltà.

Tutto, inoltre, nel nostro misero ed apatico tempo, inizia e finisce con noi stessi, con le nostre private introspezioni ed i nostri intimi psicodrammi.

Mai come ai nostri giorni, infatti, nelle nostre società, si nasce e si muore soli. Si sogna e ci si risveglia soli. Si lavora e ci si affanna soli. Si ha successo o si fallisce soli. Si soffre e si gioisce soli. Il tutto, senza nessuna comunione di spirito o d’intenti con coloro che ci attorniano o ci contornano. Ed ancor più grave: senza il benché minimo sostegno, incitamento, conforto; senza nessuna condiscendenza o sincera e spassionata complicità da parte di chi agisce, interagisce o opera, come noi, all’interno dello stesso habitat o del medesimo contesto.

Belli o brutti, alti o bassi, grassi o magri, simpatici o antipatici, attraenti o ripugnanti, piacevoli o insopportabili, intelligenti o mediocri, illustri o sconosciuti, affermati o marginali, interessanti

o insignificanti, furbi o fessi, benestanti o indigenti, fortunati o scalognati, siamo tutti indistintamente soli… Soli e costantemente infelici. Tristi, angosciati ed invariabilmente scontenti. Scoraggiati, depressi e sistematicamente frustrati e sconsolati.

Il tutto, per la banale ed insostituibile ragione che abbiamo sconsideratamente accettato – nella nostra psiche e nell’usuale prassi del nostro vivere quotidiano – di dimenticare o di mettere momentaneamente in sordina, il significato ed il senso della parola «Patria».

La Patria, infatti, non è soltanto un principio ideale. Non è solamente una vacua o formale nozione politica. Non è unicamente l’argomento ad effetto di una semplice o sofisticata enfasi oratoria. Non è esclusivamente, in nessun caso, la manifestazione o l’estrinsecazione dialettica di un’astratta o immateriale retorica…

La Patria, a mio giudizio – senza, per questo, dover inopportunamente scomodare Omero, Virgilio o Dante, oppure Foscolo, D’Annunzio o Leopardi, o ancora Herder (1744-1803) o

Fichte (1762-1814) – è lo spontaneo, vigoroso e prolifico bulbo delle nostre più intime attese e delle nostre più nutrite speranze. E’ il ceppo naturale del nostro essere e del nostro possibile divenire. E’ la radice profonda dalla quale, in qualunque momento e circostanza –se lo desideriamo e lo vogliamo – possiamo tranquillamente far svettare i tronchi, i rami e le foglie, nonché i lussureggianti fiori ed i rigogliosi e succulenti frutti della nostra individuale e collettiva esistenza.

 

PERCHE' LA PATRIA
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