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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

Made in Italy addio: tutte le aziende italiane vendute all’estero

Pubblicato su 16 Febbraio 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in ITALIA

L’Italia è il Paese dello shopping: non ci riferiamo ai turisti che vengono a spendere nei nostri negozi ma alle aziende del ‘Made in Italy‘ che finiscono nelle mani di holding straniere, finendo per perdere la loro identità (e spesso anche i poli produttivi). I saldi all’italiana, che negli ultimi 4 anni hanno portato quasi 500 marchi nostrani in mano straniera, non accennano a fermarsi neanche in questo primo scorcio di 2014: notizia di queste ore il passaggio di Poltrona Frau all’americana Haworth. Si riprone così, sempre più urgente, il quesito sulle conseguenze (da un punto di vista economico ma anche sociale) di questa svendita del patrimonio imprenditoriale italiano. Il Made in Italy è davvero sul viale del tramonto?Leggiamo i numeri: dal 2008 al 2012 sono 437 aziende italiane sono passate nelle mani di acquirenti stranieri: questo il dato più clamoroso del Rapporto ‘Outlet Italia. Cronaca di un Paese in (s)vendita’ presentato dall’Eurispes. Certificazione ulteriore, se ce ne fosse bisogno, di un Made in Italy sempre meno italiano. Certo, i gruppi stranieri hanno speso circa 55 miliardi di euro per portare a casa imarchi italiani, ma sono soldi che vanno alle vecchie proprietà, non portano valore aggiunto alla comunità e, in ogni caso, non valgono certo la perdita dei gioielli di famiglia.

A scanso di equivoci, chiariamo che le acquisizioni da parte delle potenze straniere non sono novità degli ultimi anni, perché i primi esempi si hanno fin dagli anni ‘70, quando gli Stati Uniti raccoglievano le nostre eccellenze per studiarle e farle proprie. Quel che è cambiato, con i rivolgimenti economici attuali, è semmai la geografia del potere d’acquisto: se le grandi holding europee continuano a fare shopping selvaggio lungo lo stivale, ad esse si sono aggiunti nuovi ‘player’ non meno aggressivi provenienti da Oriente. Dalla Cina al Qatar, dalla Corea all’India, il made in Italy oggi fa gola a molti più acquirenti. Siamo a livelli da furto legalizzato, ma di chi è la colpa di questa fuga di marchi?

MADE IN ITALY: LE ULTIME PERDITE
Come detto in apertura, l’ultimo colpo grosso è la cessione di Poltrona Frau alla statunitense Haworth, che acquisisce il controllo del marchio con il 58,6% del capitale. Il 51,3% è stato ceduto da Charme (facente capo a Montezemolo) e il restante 7,3% da Moschini. Il perfezionamento dell’operazione, atteso entro la fine di aprile 2014, è condizionato all’approvazione da parte delle autorità antitrust competenti. Una volta ottenuto il via, gli americani lanceranno subito una OPA sulla rimanente parte del capitale sociale di Poltrona Frau. Sarà quello lo step finale per l’addio definitivo dell’azienda al suo carattere nazionale.

Qualche tempo fa aveva destato scalpore la cessione di Telecom, il principale gruppo italiano di telecomunicazioni, in mani spagnole dopo l’accordo tra Telefonica e le banche italiane azioniste, che le consente di salire al 66% di Telco, holding che controlla il 22,4% di Telecom Italia. Non è solo questione di percentuali azionarie, perché la Telco nomina anche la maggioranza dei membri del consiglio di amministrazione Telecom. Di fatto, quindi, è l’ennesimo marchio italiano che prende la via dell’estero. Il Made in Italy è sempre stata la consolazione dell’economia italiana anche in periodo di crisi. Un favola che ci hanno sempre raccontato (e continuano a raccontare) per dimostrare che il sistema italiano funziona ancora alla grande. Ma a chi appartiene davvero il Made in Italy?

Ormai le notizie di cessioni ai colossi stranieri si susseguono a ritmo tanto vorticoso che si fatica a tenere botta. Ultimo caso recente quello dei cioccolatini Pernigotti, ceduti dai Fratelli Averna ai turchi Toksoz. Si tratta di una azienda privata, con sede a Istanbul, che realizza un fatturato annuo pari di circa 450 milioni. La notizia è dolorosa perché Pernigotti, oltre ad essere un’eccellenza mondiale nel settore dolciario, è anche un’azienda storica con oltre 150 anni di attività. Ma non è tutto. Pochi mesi fa la holding francese Lvmh ha rilevato l’80% della griffe del cachemire Loro Piana, fiore all’occhiello tra i marchi italiani. Il problema sono proprio loro, le holding straniere che si appropriano del grande artigianato nostrano lasciando solo le briciole al prodotto interno lordo dello stivale.

LE HOLDING FANNO SHOPPING IN ITALIA
In un periodo di crisi economica come quello che da anni attanaglia l’Italia, spesso la consolazione degli economisti è il perdurante successo del Made in Italy, sinonimo di grande qualità e garanzia di crescita. Quando leggiamo marchi Made in Italy famosi e acquistiamo i loro prodotti, siamo proprio sicuri che stiamo comprando italiano? La risposta, nella maggior parte dei casi, è negativa. Tanto per rimanere in tema Loro Piana, l’azienda si troverà in buona compagnia nel roster della Luis Vuitton Moet Hennessy (Lvmh), che già include simboli assoluti come Bulgari, Fendi e Pucci. Loro Piana, nello specifico, è stata valutata 2,7 miliardi, con la Lvmh che ha pagato 2 miliardi per accaparrarsi l’80% del pacchetto aziendale. Sergio e Pier Luigi Loro Piana manterranno la loro posizione alla guida dell’azienda di famiglia, ma con uno striminzito 20% della proprietà.

VENDERE ALL’ESTERO: UN VANTAGGIO PER LE AZIENDE?
Se la vendita dei marchi del Made in Italy alle holding straniere può essere visto come una svendita di assets strategici a discapito dell’economia nazionale, non sempre lo stesso discorso vale per l’azienda stessa. C’è chi dalla vendita agli stranieri e dall’emigrazione all’estero riesce a trarre vantaggio. Non sempre vendere equivale a perdere valore, ce lo dice una indagine di Prometeia (”L’impatto delle acquisizioni dall’estero sulla performance delle imprese italiane”) realizzata per l’Ice. Secondo quanto riportato nel rapporto, dalla fine degli anni Novanta ad oggi le imprese acquistate da gruppi stranieri hanno ottenuto performance positive. Questo significa crescita del fatturato (2,8% l’anno), dell’occupazione (2%, anche in territorio italiano) e della produttività (1,4%).

Questo accade soprattutto per i brand simbolo dello stile italiano che sono acquisiti da holding estere per il loro valore elevato e non perché in dismissione. Un discorso, quindi, che non può essere applicato davvero a tutti, anche se è vero che vendere è parte integrante della politica di attrazione dei capitali stranieri, linfa vitale in un contesto come quello italiano, piegato dalla crisi e da una gestione politica deficitaria. La ricerca conclude che, sebbene siano state vendute a proprietà straniere, le grandi aziende italiane continuano ad essere percepite come made in Italy. Ma è davvero solo un problema di percezione? Allora perché questa svendita non avviene anche nei Paesi stranieri? La colpa, come di consueto, è da cercare ai piani alti.

LE COLPE DELLO STATO ITALIANO
D’altra parte difficile dire di no alle allettanti offerte di un colosso come Lvmh, che vanta 28,1 miliardi di ricavi, generati anche grazie ai tanti marchi italiani che si sono aggiunti nomi famosi come Louis Vuitton e Celine, Moet et Chandon e Veuve Clicquot. Queste acquisizioni non sono casuali, perché il settore del lusso è quello che fa registrare i dati di vendita più alti (a fronte di un +4% complessivo della holding) nonostante il gruppo abbia alzato i listini dei suoi marchi di punta fino al 10%. Tantimancati introiti per il sistema Italia, ma la domanda che bisogna porsi è anche un’altra, dolorsa ma necessaria per non cadere nei pregiudizi: queste aziende potevano sopravvivere nel mercato globale senza far parte di un gruppo del genere? Artigianato e tradizione spesso non vanno molto d’accordo con i ritmi e le pretese di un mercato in cui le spese di produzione si alzano e i profitti calano.

Vendere è forse di vitale importanza per gli imprenditori, ma in tutto questo discorso si sente l’assenza dello Stato, che nulla sembra volere e potere fare per arrestare la dissoluzione del Made in Italy e, anzi, vessa sempre più le aziende con una pressione fiscale a livelli record (per non dire ridicoli). In giro per il mondo ci vantiamo tanto della nostra moda, dei nostri cibi e della nostra creatività, ma ormai (come nel caso della fuga dei cervelli) tutto questo è al servizio di proprietà straniere. Il fenomeno, come detto, non si riferisce soltanto al settore della moda e del lusso perché la fuga del Made in Italy dall’Italia riguarda tutti i comparti economici, dall’abbigliamento all’alimentare passando per i gioielli. Non esiste settore che non sia stato toccato dalle mani delle ricche holding straniere.

La strategia di questi gruppi è semplice: attendere il momento di difficoltà economica per appropriarsi di aziende con valore aggiunto notevole visto che, pur non più italiano al cento per cento, il prodotto italiano vende sempre e comunque, soprattutto all’estero. Ecco così che una opportunità di crescita per il comparto esportazioni viene ridotta al lumicino dall’esternalizzazione della proprietà e, molto spesso, anche della produzione. Il primato sul bel vivere e vestire non ci appartiene più, è meglio farsene una ragione. Certo, casi di successo di aziende italiane che si espandono all’estero non mancano, ma l’impressione è che per ogni azienda italiana che riesce a crescere almeno tre finiscono acquisite da holding straniere.

I MARCHI ITALIANI FINITI ALL’ESTERO
Da un lato troviamo Barilla che compra la francese Harry’s e la svedese Wasa o Luxottica di Leonardo Del Vecchio che compra l’americana Ray-Ban, ma dall’altro Loro Piana viene ceduto alla Luis Vuitton Moet Hennessy (Lvmh), seguendo la fuga all’estero di marchi di moda celebri come BulgariGucci eValentino. Le motivazioni sono diverse da caso a caso (eredi poco capaci, scarse agevolazioni da parte dello Stato, crisi economica) ma su tutte le svendite aleggia un’atmosfera da smobilitazione generale. I cugini francesi, con cui da sempre siamo in aperta lotta per il primato sulla moda e sulla buona cucina, sembrano decisamente un passo avanti rispetto all’Italia, tanto che molte di queste misteriose holding sono proprio transalpine.

Lvmh è proprieraria anche di altri brand importanti come Emilio Pucci, Acqua di Parma e Fendi; Gucci e Pomellato sono invece sotto il controllo di Kering, ex Ppr, antagonista storico di Lvmh che fa capo alla famiglia di François Henri Pinault, leader della distribuzione di marchi come Fnac e Puma che controlla anche Dodo, Bottega Veneta, Brioni e Sergio Rossi. Se il Made in Italy nella moda crolla miseramente, va anche peggio al cibo italiano all’estero, un business fallito senza mezzi termini perché questa eccellenza assoluta italiana si divide tra imitazioni che screditano il settore e acquisizioni che dell’Italia lasciano solo il tricolore (e spesso neanche quello). Tra i principali acquirenti Unilever, multinazionale anglo-olandese proprietaria dell’Algida, del’olio d’oliva Bertolli (poi ceduto alla spagnola Sos Cuetara che già controlla Carapelli e Sasso), delle confetture Santa Rosa e del riso Flora.

Continuando con la disamina (e senza citare i marchi di grande distribuzione come Auchan e Carrefour), la francese Lactalis ha acquistato la Parmalat e i marchi Galbani e Invernizzi, Cademartori, Locatelli e Président; la Nestlé è proprietaria di Buitoni e Sanpellegrino, Perugina, Motta, l’Antica Gelateria del Corso e la Valle degli Orti; i sudafricani di SABMiller hanno acquisito la Peroni; l’oligarca Rustam Tariko, proprietario della banca e della vokda Russki Standard, ha comprato Gancia; i pelati AR sono finiti addirittura nelle mani di una controllata dalla giapponese Mitsubishi. Considerato tutto questo, siamo ancora sicuri di comprare lo stile italiano quando portiamo a casa uno di questi prodotti? Ma soprattutto, il Made in Italy non è così condannato a morte certa?

Tratto da:http://economia.nanopress.it

Made in Italy addio: tutte le aziende italiane vendute all’estero
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