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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

Electrolux, tanto rumore per nulla?

Pubblicato su 8 Febbraio 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in ITALIA

Pochi giorni fa il colosso svedese aveva annunciato un nuovo piano industriale che prevedeva un taglio netto degli stipendi e la riduzione della giornata lavorativa. L'obiettivo? Abbattere i costi e aumentare la competitività.Anche in seguito alle numerose critiche giunte da più parti, la dirigenza ha fatto un passo indietro ma la preoccupazione tra gli operai resta ancora alta.

Continuano gli scioperi fuori dallo stabilimento di Forlì, uno dei quattro stabilimenti della multinazionale produttrice di elettrodomestici. Gli operai dell’ Electrolux si sono organizzati con scioperi a scacchiera, per ostacolare l’ingresso e l’uscita dei camion dallo stabilimento industriale e dunque rallentare l’assemblaggio dei pezzi. La protesta va avanti ad oltranza da quando la multinazionale svedese aveva proposto, appena una settimana fa, un nuovo piano industriale per rispondere alla crisi in atto. Un drastico taglio dei salari dagli attuali 1.400 euro mensili a circa 700-800 euro, un taglio dell’80% dei 2.700 euro di premi aziendali, la riduzione delle ore lavorative a sei, il blocco dei pagamenti delle festività, la riduzione di pause, permessi sindacali e lo stop agli scatti di anzianità. Questa, in sintesi, la soluzione prospettata dalla multinazionale per ridurre i costi, con un occhio alla Polonia dove tutto questo è già realtà: qui infatti il costo orario dei lavoratori, anche per l’assenza di una lunga serie di oneri fiscali e contribuitivi, si riduce fino a quasi un quarto di quello italiano. 

 Inaspettatamente, la dirigenza ha fatto un passo indietro: durante l’audizione in commissione Industria tenutasi al Senato, l’amministratore delegato di Electrolux Italia Ernesto Ferrario ha  assicurato che l’azienda non ha intenzione di chiudere lo stabilimento di Porcia né di trasferire la produzione in Polonia, aggiungendo però che l’azienda “ha bisogno di aiuto per ridurre il costo del lavoro in Italia”. “Non vogliamo arrivare al costo del lavoro di Polonia o  Romania – ha affermato – ma c’è bisogno di intervenire contro il suo costante aumento”.  Che dire del polverone suscitato dal nuovo piano industriale del colosso svedese? Sarebbe tutta colpa dei sindacalisti, i quali avrebbero frainteso le intenzioni dell’azienda. Tanto rumore per nulla.

Pur tuttavia, appare difficile credere che si sia trattato di un falso allarmismo. L’episodio degli operai della Electrolux non è unico nel suo genere: non è la prima volta che viene agitato lo spauracchio della riduzione dei salari. Lo scorso anno il FMI in un contesto di crescente malessere sociale e di enormi sacrifici, frutto delle politiche di austerity, aveva elaborato una “formuletta” per aumentare il PIL  e ridurre la disoccupazione, che poteva essere così riassunta: tagli del 10% agli stipendi e aumento dell’IVA.

Da qualche anno a questa parte, una sola parola risuona da est a ovest: tagli. Tagli selvaggi alle pensioni, agli stipendi, alla spesa pubblica, alla sanità, all’istruzione. Un taglio generalizzato alla vita. Un vero paradosso. Come se a un moribondo, anziché iniettare la medicina salvifica, si staccassero tutte le flebo.Al grido di “Un Europa più competitiva” continuano a ripeterci che dobbiamo fare sacrifici e la tendenza generale sembra quella di iniziare tagliando gli stipendi, dei lavoratori dipendenti si intende. Però gli stipendi del top-management restano alti.

C’è una piccola, piccolissima percentuale della popolazione mondiale che non è stata colpita dalla crisi e che anzi continua a veder crescere i propri profitti in misura anche maggiore rispetto al passato. Fanno parte di questa ristretta cerchia di privilegiati amministratori finanziari, gestori di fondi investimento, azionisti di colossi multinazionali. E’ quella che Krugman definisce l’élite: l’appena 1% della popolazione mondiale che detiene il 40% della ricchezza globale. Sempre Krugman, premio Nobel per l’economia, ha criticato più e più volte le politiche di austerity adottate dai leader europei e si è scagliato ferocemente contro i tagli agli stipendi.Ma nessuno, fino ad ora, sembra averlo ascoltato. Come se l’unico vero problema fosse lo stipendio dei dipendenti.

Prendiamo il caso dell’Italia, dove le retribuzioni dei lavoratori si sono sempre aggirati poco sopra la media europea. Prima ancora del fatidico ingresso nell’UE, la nostra nazione ha dovuto fare i conti con problemi strutturali: bassa competitività, un divario profondo tra Nord e Sud del Paese, eterogeneità del tessuto industriale- solo per citarne alcuni- che poco o nulla hanno a che fare con gli stipendi degli operai. E se anche fossero questi ultimi ad incidere in misura gravosa sui costi aziendali,  non è necessaria una laurea in economia per capire che ridurre i salari non è la soluzione. E’ di un’evidenza empirica disarmante: le imprese producono perché qualcuno compri i loro prodotti. Ma se i salari vengono calati drasticamente, la disoccupazione aumenta, chi acquista i prodotti? Se al cittadino medio tutto ciò è evidente ci si chiede, allora, come i vari Monti, Draghi, Trichet e compagnia cantando non si siano resi conto dell’errore fatale in cui stanno trascinando l’Europa tutta. La risposta è che la situazione economica e politica non è che il frutto di un processo lungo e premeditato, non ancora del tutto concluso ma del tutto funzionale agli interessi perseguiti dalla casta.

Chomsky, uno dei più grandi intellettuali del nostro tempo, ha elaborato un “decalogo della manipolazione sociale attraverso i mass media”. A seguito di un minuzioso lavoro di studio e di interpretazione di un’immensa mole di documenti, Chomsky è riuscito a smascherare numerosi casi di utilizzo fraudolento delle informazioni, nonché ad evidenziare la piattezza conformistica dei media. Il punto due riporta il principio del problema-soluzione-problema: si inventa a tavolino un problema, per causare una certa reazione da parte del pubblico, con lo scopo che sia questo il mandante delle misure che si desiderano far accettare. Per esempio, creare una crisi economica per far in modo che i cittadini accettino come necessario che i diritti sociali vengano indegnamente calpestati e lo stato sociale smantellato.

I mass media fanno credere che la crisi è reale e che si stia facendo di tutto per porvi un freno. Poco o nulla si dice invece degli sfarzi dell’Europarlamento e della complessa macchina burocratica Europa, funzionale a quell’1% dell’elite che della crisi si nutre.Ci stanno convincendo, giorno dopo giorno, che di lavoro si viva e si muoia e che i tempi sono difficili per tutti. La cosa peggiore, poi, è che stanno privando i lavoratori della consapevolezza dei loro diritti, per ottenere i quali sanguinose lotte sono state combattute e molte vite sono andate perse. Continuando di questo passo, fra qualche anno, quando il modello Polonia si sarà imposto con forza in tutta Europa, gli operai guarderanno con rimpianto agli stipendi da 800 euro al mese.

 di Federica Forte

Tratto da:http://www.lintellettualedissidente.it

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