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Blog della COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

Rompere la gabbia, riprenderci la sovranità, Claudio Moffa

Pubblicato su 12 Dicembre 2013 da frontediliberazionedaibanchieri in IDEE e CONTRIBUTI

Il ripristino della sovranità non è una fantasia estremista, ma è la via percorribile e necessaria per bloccare la crisi e invertire la tendenza. Così Claudio Moffa, docente universitario, presenta il suo ultimo libro di denuncia:  “Rompere la gabbia”, Arianna Editrice, e. 9,30.
 ”Che il dibattito sulla crisi e su come uscirne giri a vuoto, è sensazione diffusa: “la ripresa è dietro l’angolo”, ci dicono. Ma intanto ad ogni tentativo concreto di rilanciare l’occupazione, diminuire le tasse, rendere più tollerabile la vita quotidiana alla stragrande maggioranza degli italiani, fa da contraltare un altro ritornello: “mancano le risorse”.  Se si tira la coperta da un lato, se ne lascia scoperto e irrisolto un altro, un altro problema. A meno, come da ‘rivelazioni’ degli ultimissimi giorni, di svendere di nuovo quel che resta del patrimonio pubblico dopo le privatizzazioni dell’industria di Stato del 1992.
         
I due dogmi da abbattere: Signoraggio privato e Debito

Questo accade perché si parte da due dogmi: l’emissione monetaria in mano alle Banche private e il Debito gravato da interessi senza fine, gli interessi sugli interessi che rendono nel tempo lo stesso debito insolvibile. Una situazione senza sbocchi. La fine dell’indipendenza degli Stati, e dunque la fine della democrazia, come denunciava 80 anni fa per il suo paese il primo ministro canadese (e liberale) William Mackenzie King e come dimostra il rapporto istauratosi tra l’Unione Europea e gli Stati membri entrati nell’eurozona, sotto l’incontrollato controllo della privata Banca Centrale Europea.
 Molti economisti, non troppi in verità, si battono contro questo stato di cose. Tantissimi cittadini, gruppi, associazioni si muovono nello stesso senso, con prese di posizione che vengono presentate spesso come estremiste, ma in realtà sono quasi sempre solo “radicali” e cioè, nella situazione data, “realiste”, perché capaci di andare alla radice del problema che impedisce la ripresa dell’economia italiana.            
Questo libro vuole essere un contributo di analisi a questa esigenza di chiarificazione e di cambiamento. In particolare sul terreno dei fatti storici.
Da Giulio Cesare a George Soros, il signoraggio è  sempre esistito ed è sempre stato fonte di reddito
E’ la storia infatti che ci insegna alcune verità utili a comprendere e a trasformare il presente sul terreno cruciale del Debito e del Signoraggio: l’interesse sul denaro, il denaro che al contrario di quello investito nel ciclo produttivo crea “dal nulla” altro denaro (Maurice Allais), né è un fenomeno moderno o contemporaneo né tanto meno un fatto ‘naturale’. Lo si ritrova infatti anche nell’età antica e medievale, dalla Bibbia alla Roma antica, dalle banconote cartacee del Basso medioevo a quelle del XVII secolo, ed ha spesso suscitato conflitti e segnato svolte storiche cruciali: le vicende di Giulio Cesare e Nerone, un assassinio e una leggenda nera, lasciano trasparire dietro le quinte il nodo degli interessi sui debiti, con la figura di Marco Bruto ricordato da autorevoli studiosi come ‘usuraio’, e con i famigerati Pubblicani che utilizzavano il loro ruolo di esattori per rapinare sistematicamente beni altrui.     
Del resto, sul debito e le regole per la sua quantificazione, ci si è sempre scontrati tra diversi ‘partiti’, un tempo in chiave solo religiosa (le critiche cristiane e musulmane all’usura-“riba”) e in epoca recente da un punto di vista anche laico, ideologico e umanitario. Così suona assurdo il dogma del Debito italiano (il debito è quello, e nessuno può discuterlo), a fronte della sua rinegoziazione tentata appena una trentina di anni fa dai Paesi in via di Sviluppo, in conflitto col sistema bancario e finanziario occidentale e aiutati da personalità internazionali quali Papa Giovanni Paolo II, Fidel Castro o Thomas Sankarà. Un percorso difficile, ma lungo il quale si può ottenere una inversione di tendenza se si ha il coraggio e l’intelligenza di avviarlo.
Quanto al potere di emissione di banconote sono stupefacenti le fantasie ‘negazioniste’ del signoraggio e del connesso reddito, che hanno segnato per anni il dibattito in Italia: da una parte minoranze coraggiose, gli auritiani e altri gruppi radicali, e dall’altra presunti esperti che sui grandi mass media ne contestano a vuoto la ‘banale’, perché ovvia, teoria.
In effetti il signoraggio e il suo reddito, eccome se esistono: esistono per un mero principio di logicità attinente al microprocesso di produzione della singola banconota (costo pochi centesimi, valore quello stampigliato sul rettangolo di carta: la banconota è la merce che dà il più alto profitto); esistono per le ammissioni di studiosi o personalità protagoniste del fenomeno, da Maurice Allais a Paul Krugman, da George Soros a Beniamino Andreatta. Ed esistono per le tante prove storiche sul conflitto che il controllo dell’emissione monetaria ha suscitato tra diversi gruppi di potere dentro uno stesso Stato: tra Imperatori e aristocrazia senatoriale nell’antica Roma, tra il Consiglio dei X e il Senato nella Repubblica di Venezia, tra i banchieri privati e l’indebitato Guglielmo III d’Orange negli anni precedenti la fondazione della Banca d’Inghilterra (1694).
Se il signoraggio-potere di emissione monetaria non desse reddito, perché tanti conflitti attorno ad esso? E perché oggi la oggi privata Banca d’Italia non lo restituisce allo Stato italiano, anche fosse nella quota-parte di euro assegnatale dalla BCE?
Fino al 1992 e sin dall’epoca fascista, l’Italia ha goduto di sovranità monetaria.

Qui veniamo ad una seconda verità, un fatto storico recente e tuttavia spesso obliato persino da molti sostenitori della sovranità popolare sull’emissione di banconote. Lo Stato italiano ha goduto infatti di una sostanziale sovranità monetaria dal 1936 – il regio decreto che ha trasformato la Banca d’Italia in ente di diritto pubblico – al 1992, quando l’onda tangentopolista ha favorito, col governo Amato, la privatizzazione dell’industria di Stato: tra cui l’IRI con le sue Banche di interesse Nazionale, e dunque la stessa Banca d’Italia di cui le BIN erano azioniste.
La continuità tra Fascismo e Repubblica potrebbe dar fastidio e dunque essere messa in discussione da una parte e dall’altra. Ma è comunque un dato di fatto inconfutabile che la crescita abnorme del Debito nell’ultimo ventennio (o trentennio, se si fa riferimento al ‘divorzio’ tra Banca d’Italia e Tesoro del 1981) sia da mettere in relazione anche e soprattutto con la perdita della sovranità monetaria, sancita definitivamente dal decreto 333 dell’11 luglio 1992.
Si puo’ cambiare la situazione? L’obbiettivo è certo difficile ma non impossibile, per le cose fin qui dette e per altri elementi che di nuovo la narrazione storica e l’analisi della realtà odierna ci consegnano: tra le questioni affrontate nel libro, tre sono importanti, perché dovrebbero far comprendere che l’ “utopia è possibile”.
La prima riguarda le radici storiche della debolezza del pensiero di sinistra su finanza e banche: un capitolo è dedicato a Marx, e un altro ai sindacati. Ma Marx non è solo quello del Terzo Libro de Il Capitale e dell’assurda marginalizzazione del capitale finanziario dall’analisi sociale e storica del suo tempo: è anche quello, di opposto paradigma, de Le lotte di classe in Francia del 1848 dove “borghesia” e “proletariato” si ritrovano nei fatti sulla stessa barricata, contro l’ “aristocrazia finanziaria” dominante nell’epoca di Luigi Filippo. E nella lontana memoria della sinistra non c’è solo Hilferding, ma anche Hobson e altre tendenze, al cui interno si possono mettere persino gli appelli del PCI degli anni Sessanta a una convergenza dei ceti produttori contro la ‘rendita parassitaria’ dell’epoca: che non era quella finanziaria, ma che comunque richiamava quel fenomeno speculativo che oggi sta schiacciando l’economia reale, l’economia delle produzione di beni materiali.
La storia non si fa con i “se”, ma cosa accadrebbe se si creasse una trasversalità sociale lavoratori-impresa, e una trasversalità politica in Parlamento?
Un fronte comune dei Produttori di ricchezza reale contro l’anarchia del capitale bancario e finanziario

Cosa accadrebbe se nella dialettica tradizionale imprenditori-lavoratori dipendenti, si inserisse la questione del terzo protagonista della crisi attuale, largamente egemone sugli altri due, e cioè la grande finanza transnazionale e le Banche? Cosa accadrebbe se gli imprenditori mettessero temporaneamente in sordina la polemica pur legittima sull’art. 41 della Costituzione, e i sindacati entrassero in una logica di convergenza sull’obbiettivo comune di contrastare il sistema bancario privatistico che sta distruggendo tutto il mondo della produzione e sta creando milioni di disoccupati in Italia e in Europa? Cosa accadrebbe se il centrodestra, sin qui poco attento al progetto scellerato di una nuova svendita del patrimonio pubblico da parte del governo Letta, recuperasse veramente ‘lo spirito del ’94’, nella parte relativa all’idea di un capitalismo diverso da quello che sposta capitali da “una cassaforte all’altra”, e dunque non produce ricchezza, ma accumula denaro lungo i binari della speculazione pura?
Ecco dunque le altre due questioni. Da una parte l’Unione Europea e l’eurozona: questa Europa non va, deve essere trasformata alla radice, perché è espressione non del mondo del lavoro, né della libera impresa produttiva. E’ l’Europa della grande finanza privata, è il Nuovo Leviatano che lede in continuazione la sovranità degli Stati membri e dunque dei Popoli che essi, nel bene e nel male, rappresentano.

La trasversalità sociale e politica della questione del ‘signoraggio’ e la necessaria rideclinazione del liberismo

Dall’altra, e questa volta in positivo, dalla storia emerge chiaramente l’oggettivatrasversalità delle questioni signoraggio e sovranità monetaria. La prescrizione netta del premio Nobel dell’economia Maurice Allais, che deve essere lo Stato e non i banchieri privati, a detenere il potere di emissione monetaria, ha trovato e trova riscontri e consensi ovunque, non solo nel pensiero cattolico, ma anche in quello liberale e laico. Questa mera constatazione è molto importante. Occorre fare uno sforzo teorico per rideclinare la questione del liberismo, anche da parte di chi non è liberista. Un conto è il liberismo di impresa produttiva, un conto è il liberismo finanziario. Questo – l’anarchia della finanza transnazionale – rappresenta la morte sicura di quello, e lo si è visto nel dicembre 2011, quando la BCE ha regalato 419 miliardi alle banche private al tasso dell’1%, mentre le piccole e medie imprese italiane stavano chiudendo a migliaia i battenti.            
Il liberismo dell’impresa produttiva porta con sé la fisiologica contraddizione tra imprenditori e lavoro dipendente. Il liberismo finanziario uccide entrambi. Per questo la battaglia per il ripristino della sovranità monetaria e per la rinegoziazione del Debito è assolutamente trasversale, non solo dal punto di vista sociale ma anche politico: negli ultimi due secoli, negli Stati Uniti e in Europa, molti statisti e personalità squisitamente liberali si sono schierati a favore del controllo statale dell’emissione monetaria, anche per salvare la libera impresa capitalista. Tra questi il terzo presidente degli Stati Uniti Jefferson e il primo ministro canadese degli anni Trenta William MacKenzie.
La trasversalità è dunque possibile. Lo dimostrano anche i diversi progetti di legge avanzati da un ampio spettro di partiti politici italiani a partire dal 1995: AN, Rifondazione comunista, Italia dei Valori, Destra di Storace, PDL, partito quest’ultimo che riuscì nel 2005 a far approvare una legge – mai però applicata – a favore del ripristino della maggioranza del capitale pubblico tra gli azionisti della B d’I.
La via d’uscita dunque c’è, l’importante è avviarne il percorso, partendo da una analisi a tutto campo e trasferendola sul piano del concreto operare. Larghe intese, vere, non sotto l’egemonia del Nuovo Leviatano e dei suoi rappresentanti in Italia ma di una Politica – anch’essa oggi in crisi perché quasi tutta egemonizzata dalle Banche e dalle grandi catene mediatiche legate alla finanza transnazionale – capace di interpretare e concretizzare le esigenze profonde del popolo italiano.

Fonte: Arianna Editrice

Tratto da:http://www.lintellettualedissidente.it/

Rompere la gabbia, riprenderci la sovranità, Claudio Moffa
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