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Blog di POPOLI LIBERI e COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

IL WALL STREET JOURNAL: ''UN ENORME FLUSSO DI CAPITALI E' IN USCITA DALL'EUROZONA VERSO STATI UNITI, DANIMARCA, SVIZZERA''

Pubblicato su 29 Marzo 2015 da FRONTE DI LIBERAZIONE DAI BANCHIERI - CM in ECONOMIA

NEW YORK - Eccezionale intervento del principale quotidiano economico mondiale al riguardo della caduta dell'euro.

Scrive il Wall Street Journal: "Un enorme flusso di capitali, una vera e propria cascata è in uscita dall'eurozona e sta deprimendo il valore dell'euro e apprezzando il dollaro: un processo che rischia di creare pesanti ricadute per alcuni paesi della zona euro, come dimostrato dalla nuova tendenza al rialzo nei costi di rifinanziamento di alcuni debiti sovrani, come quello italiano".

"Il quantitative easing della Banca centrale europea - aggiunge il WSJ in prima pagina - ufficialmente lanciato per dare ossigeno agli sforzi riformatori dei paesi europei maggiormente gravati dal debito, oltre che per sostenere l'inflazione, rischia invece di causare l'effetto opposto, al netto di una svalutazione competitiva che formalmente non rientra nemmeno tra gli obiettivi della Bce. I rendimenti nulli o addirittura negativi degli asset sicuri europei spinge un volume crescente di capitali negli Usa e in altri lidi sicuri, come la Danimarca e la Svizzera".

"A catalizzare queste tendenze e' stato anche il cammino divergente adottato dalla Federal Reserve e dall'Eurotower. La prima, quantomeno a parole, si appresta a un incremento dei tassi di riferimento; la seconda, invece, e' appena all'inizio di una massiccia manovra espansiva. Da quando la Bce ha fissato tassi di deposito negativi, lo scorso giugno, il deflusso di capitali dall'eurozona ha costantemente superato le entrate; l'annuncio del Qe ha trasformato tale tendenza in una vera e propria marea di liquidita' in uscita, verso azioni ed obbligazioni che garantiscano un ritorno d'investimento apprezzabile - prosegue il Wall Street Journal.

"Soltanto nell'ultimo trimestre del 2014 - scrive allarmato il WSJ - lo squilibrio nei flussi di liquidita' ha toccato addirittura i 124,4 miliardi di euro. La domanda della Bce ha spinto al rialzo i prezzi delle obbligazioni sovrane di maggior qualita' - come i decennali tedeschi - deprimendone ulteriormente i rendimenti, e facendo si' che una quota sempre maggiore dei nuovi euro stampati dalla Bce trovino quasi subito la via di asset esterni all'eurozona - anziche' del credito, dei produttori di ricchezza e dunque dei redditi". Questo porta a dire che il mercato sta andando nella direzione diametralmente opposta a quella che la Bce aveva preteso fosse indirizzato con il QE.

"Da ultimo, - conclude il Wall treet Journal - a contribuire al deprezzamento dell'euro e' anche la minore accumulazione di valuta unica europea da parte delle banche centrali globali, che evidentemente non ritengono più l'euro una valuta adatta a rappresentare stabilità nelle riserve valutarie e al tempo stesso una valuta il cui destino appare incerto".

Tratto da: http://www.ilnord.it

IL WALL STREET JOURNAL: ''UN ENORME FLUSSO DI CAPITALI E' IN USCITA DALL'EUROZONA VERSO STATI UNITI, DANIMARCA, SVIZZERA''
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Avete sentito dell'uomo che è entrato all'aeroporto di New Orleans con esplosivo e un machete?

Pubblicato su 29 Marzo 2015 da FRONTE DI LIBERAZIONE DAI BANCHIERI - CM in ESTERI

No? Beh, se fosse stato musulmano l'avreste saputo

 

Un musulmano americano con un borsone che contiene sei esplosivi fatti in casa, un machete, e veleno spray si reca in un grande aeroporto degli Stati Uniti. L'uomo entra nell'aeroporto, si avvicina ai controlli di sicurezza, e poi spruzza i due agenti con il veleno. Poi afferra il machete e insegue un altro ufficiale.
 
L'uomo viene ucciso dalla polizia. Dopo l'incidente, la polizia scopre nell'auto dell'uomo serbatoi di acetilene e ossigeno, due sostanze che, mescolate insieme, consentono di ottenere un potente esplosivo.
 
Se si fosse verificato questo scenario, avremmo sicuramente parlato di un attacco terroristico. La notizia avrebbe fatto il giro del mondo e, naturalmente, alcuni media e molti politici conservatori avrebbero utilizzato l'episodio come un altro pretesto per alimentare le fiamme dell'odio nei confronti dei musulmani. 

Bene. Il 
Daily Beast racconta che lo scorso venerdì, l'episodio sopra descritto ha avuto luogo presso l'aeroporto di New Orleans. Con una sola differenza: l'uomo non era musulmano
 
L'uomo che ha commesso questo attacco era Richard White, 63 anni, ex militare dell'esercito in pensione che viveva grazie agli assegni di invalidità. Ed era un devoto testimone di Geova.
 
Dato che un uomo armato di esplosivi e armi si è recato in un aeroporto e ha attaccato ufficiali federali, si potrebbe pensare che la parola "terrorismo" dovrebbe essere almeno considerata come una possibilità, giusto? E invece non è stata nemmeno menzionata.
 

Le forze dell'ordine si sono invece affrettate ad archiviare questo incidente attribuendolo ai presunti "problemi di salute mentale" dell'uomo. Il tutto in poche ore dell'attacco, senza indagare se l'uomo avesse avuto problemi con il governo federale derivante dal suo servizio militare o avesse qualche visione anti-governativa, etc.
 

Forse White era veramente malato di mente ma le interviste con i suoi vicini non danno neppure un indizio che avesse problemi mentali. Piuttosto era descritto come un uomo  "mite" e "generoso" con il quale alcuni avevano parlato pochi giorni prima dell'incidente e tutto sembrava andare bene.  
 

Ora l'autore dell'articolo non sostiene che White fosse un terrorista. Il suo punto è duplice. Uno è che se l'uomo fosse stato un musulmano, l'inchiesta sulla sua motivazione da parte dei media e forse anche della polizia sarebbe essenzialmente terminata una volta accertata la sua fede. Se un musulmano fa qualcosa di male, è terrorismo.  

Al contrario, quando un non musulmano realizza un attacco violento, anche contro dipendenti del governo federale, le forze dell'ordine e i media guardano subito alla storia mentale della persona, non prendendo in considerazioni possibili motivazioni terroristiche. 

Non c'è da stupirsi se così tanti pappagallo recitano, "Non tutti i musulmani sono terroristi, ma tutti i terroristi sono musulmani." Quando la stampa usa la parola terrorismo solo in connessione con le azioni dei musulmani, la persona media dà per scontato che sia così. Tuttavia, negli ultimi anni, la stragrande maggioranza degli attacchi terroristici negli Stati Uniti e in Europa sono stati commessi da non-musulmani.

Il secondo punto è che questo potrebbe essere stato un atto di terrorismo. L'uomo ha chiaramente preso di mira solo i funzionari della TSA, non ha aggredito i passeggeri in attesa ai controlli di sicurezza. E per chi non lo sa, c'è stata una crescente campagna di ostilità rivolta contro il TSA.

Dato il clima, come si può escludere il terrorismo senza un'indagine approfondita, si chiede l'autore, che aggiunge "una parte di me crede che in realtà ci sono alcuni nei media e nelle forze dell'ordine che preferiscono usare il termine terrorismo solo quando si ha a che fare con un musulmano. Perché? Perché è facile da fare. Non sono sicuro di cosa possa cambiare questa mentalità, ma se vogliamo mantenere veramente gli americani al sicuro, bisogna capire che il terrorismo non ha solo a che fare con i musulmani". 

 
Tratto da:http://www.lantidiplomatico.it
Avete sentito dell'uomo che è entrato all'aeroporto di New Orleans con esplosivo e un machete?
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L’euro sarà la vostra tomba, parola di Godley (era il 1992)

Pubblicato su 29 Marzo 2015 da FRONTE DI LIBERAZIONE DAI BANCHIERI - CM in POLITICA

Molte persone in tutta Europa hanno improvvisamente realizzato di non sapere quasi nulla sul Trattato di Maastricht, mentre giustamente si rendono conto che questo trattato può fare una grande differenza nella loro vita. La loro legittima ansia ha portato Jacques Delors a dare l’indicazione che il punto di vista della gente comune in futuro dovrebbe essere consultato con più attenzione. Avrebbe potuto pensarci prima. Anche se sono favorevole a procedere verso un’integrazione politica in Europa, credo che il progetto di Maastricht presenti gravi carenze, e anche che il dibattito pubblico su di esso sia stato stranamente povero. Con un rifiuto danese, con la Francia che ci è andata vicino, e con l’esistenza stessa dello Sme messa in discussione dopo i saccheggi da parte dei mercati valutari, questo è un buon momento per fare il punto. L’idea centrale del Trattato di Maastricht è che i paesi della Ce dovrebbero muoversi verso una unione economica e monetaria, con una moneta unica gestita da una banca centrale indipendente. Ma come deve essere gestito il resto della politica economica?

Dato che il trattato non propone nessuna nuova istituzione oltre alla banca europea, i suoi sponsor devono supporre che non sia necessario nient’altro. Ma questo potrebbe essere corretto solo se le economie moderne fossero dei sistemi che si auto-Wynne Godleyregolano e che non hanno nessun bisogno di essere gestite. Sono giunto alla conclusione che una tale visione – che le economie siano organismi capaci di auto-regolazione che mai in nessun caso necessitano di una qualche forma di gestione – ha di fatto determinato il modo in cui il Trattato di Maastricht è stato costruito. Si tratta di una versione rozza ed estrema di quel punto di vista che da qualche tempo incarna la saggezza convenzionale dell’Europa (anche se non quella degli Stati Uniti o del Giappone), secondo la quale i governi sono incapaci di perseguire gli obiettivi tradizionali della politica economica, come la crescita e la piena occupazione, e quindi non dovrebbero nemmeno provarci. Tutto ciò che si può legittimamente fare, secondo questo punto di vista, è controllare l’offerta di moneta e tenere il bilancio in pareggio.

C’è voluto un gruppo composto in gran parte di banchieri (il Comitato Delors) per giungere alla conclusione che una banca centrale indipendente sia l’unica istituzione sovranazionale necessaria a governare un’Europa integrata e sovranazionale. Ma c’è anche molto di più. Bisogna sottolineare sin dall’inizio che la creazione di una moneta unica nella Ce è veramente destinata a segnare la fine della sovranità delle nazioni che la compongono e del loro potere di agire in modo indipendente sulle grandi questioni. Come ha sostenuto in modo molto convincente Tim Congdon, il potere di emettere la propria moneta, e di intervenire tramite la propria banca centrale, è il fatto principale che definisce l’indipendenza di una nazione. Se un paese rinuncia a questo potere, o lo perde, acquisisce lo status di ente locale o di colonia. Le autorità locali e le regioni ovviamente non possono L'eurocrate francese Jacques Delorssvalutare. Ma perdono anche il potere di finanziare i deficit con emissione di moneta, e gli altri metodi per ottenere finanziamenti sono soggetti a regolamentazione da parte dell’autorità centrale. Né possono modificare i tassi di interesse.

Dato che le autorità locali non possiedono nessuno degli strumenti di politicamacroeconomica, la loro scelta politica è limitata alle questioni relativamente minori – un po’ più di istruzione qui, un po’ meno di infrastrutture là. Penso che quando Jacques Delors enfatizza la novità del principio di ‘sussidiarietà’, in realtà ci sta solo dicendo che saremo autorizzati a prendere decisioni su un maggior numero di questioni relativamente poco importanti rispetto a quanto potevamo supporre in precedenza. Forse ci permetterà di avere i cetrioli ricurvi, dopo tutto. Veramente un grande affare! Permettetemi di esprimere un punto di vista diverso. Credo che il governo centrale di qualsiasi Stato sovrano dovrebbe impegnarsi con continuità per determinare il livello generale ottimale di servizi pubblici, l’imposizione fiscale complessiva più corretta, la corretta allocazione delle spese tra obiettivi concorrenti e la equa ripartizione della pressione fiscale. Il governo deve anche determinare in che misura qualsiasi disavanzo tra spesa e tassazione debba esser finanziato da un intervento della banca centrale e quanto debba essere finanziato dal prestito pubblico e a quali condizioni.

Il modo in cui i governi decidono tutte queste questioni (e alcune altre), e la qualità della loro leadership, in interazione con le decisioni degli individui, delle imprese e del settore estero, determinerà cose come i tassi di interesse, il tasso di cambio, il tasso di inflazione, il tasso di crescita e il tasso di disoccupazione. Questo influenzerà anche profondamente la distribuzione del reddito e della ricchezza, non solo tra gli individui ma tra intere regioni, fornendo assistenza, si spera, alle persone colpite dai cambiamenti strutturali. Non si può semplificare troppo sull’utilizzo di questi strumenti, con tutte le loro interdipendenze, volti a promuovere il benessere di una nazione e a proteggerla al meglio possibile dagli shock di varia natura a cui inevitabilmente può andare soggetta. Non vuol dire molto, per esempio, dire che i bilanci dovrebbero essere sempre in pareggio, nel momento in I leader dell'Ulivo festeggiano l'ingresso nell'eurocui un bilancio in pareggio con spesa e tassazione entrambe al 40% del Pil avrebbe un impatto completamente diverso (e molto più espansivo) di un bilancio in pareggio al 10%.

Per immaginare la complessità e l’importanza delle decisioni macro-economiche di un governo, basta solo chiedersi quale sarebbe la risposta adeguata, in termini di politica di bilancio, monetaria e valutaria, per un paese che produce grandi quantità di petrolio, ad un aumento del prezzo del petrolio di quattro volte. Sarebbe giusto non fare niente? E non si dovrebbe mai dimenticare che in periodi di fortissima crisi, può anche essere appropriato per un governo centrale peccare contro lo Spirito Santo di tutte le banche centrali e invocare la ‘tassa da inflazione’ – appropriandosi deliberatamente delle risorse e riducendo, attraverso l’inflazione, il valore reale della ricchezza di carta di una nazione. Dopo tutto, era proprio mediante la tassa da inflazione proposta da Keynes che avremmo dovuto fare i pagamenti di guerra. Enumero tutti questi argomenti non per suggerire che la sovranità non dovrebbe essere ceduta per la nobile causa dell’integrazione europea, ma che se i singoli governi rinunciano a tutte queste funzioni, semplicemente queste devono essere assunte da qualche altra autorità.

La lacuna incredibile nel programma di Maastricht è che, mentre contiene un progetto per l’istituzione e il modus operandi di una banca centrale indipendente, non esiste nessun progetto per l’analogo, in termini comunitari, di un governo centrale. Eppure dovrebbe semplicemente esistere un sistema di istituzioni che svolgano a livello comunitario tutte quelle funzioni che sono attualmente esercitate dai governi dei singoli paesi membri. La contropartita per rinunciare alla sovranità dovrebbe essere che i paesi membri siano costituiti in federazione, a cui sia affidata la loro sovranità. E il sistema federale, o il governo, come sarebbe meglio chiamarlo, dovrebbe esercitare nei confronti dei suoi membri e del mondo esterno tutte quelle funzioni che ho brevemente descritto sopra. Consideriamo due esempi significativi di ciò che un governo federale, che amministra un bilancio L'esplosione della disoccupazione in Spagnafederale, dovrebbe fare. I paesi europei sono attualmente bloccati in una grave recessione. Allo stato attuale, dato che anche le economie degli Stati Uniti e del Giappone sono deboli, non è affatto chiaro quando si potrà avere una ripresa significativa.

Le implicazioni politiche di questa situazione stanno diventando spaventose. Eppure l’interdipendenza delle economie europee è già così forte che nessun singolo paese, con l’eccezione teorica della Germania, si sente in grado di perseguire politiche espansive per conto suo, perché ogni paese che cercasse di espandersi per proprio conto incontrerebbe presto un vincolo della bilancia dei pagamenti. La situazione attuale richiede con forza una reflazione coordinata, ma non esistono né le istituzioni né un quadro di pensiero condiviso che potranno condurre a questo desiderabile risultato, che sarebbe di per sé ovvio. Si dovrebbe riconoscere con franchezza che se la depressione dovesse volgere seriamente al peggio – per esempio, se il tasso di disoccupazione dovesse attestarsi in modo permanente intorno al 20-25%, come negli anni Trenta – i singoli paesi prima o poi eserciterebbero il loro diritto sovrano di dichiarare che il movimento di integrazione nel suo insieme è stato un disastro e ritornare al controllo dei cambi e al protezionismo – a un’economia da stato d’assedio, se volete. Ciò equivarrebbe a una riedizione del periodo tra le due guerre.

In un’unione economica e monetaria in cui il potere di agire in maniera indipendente venisse effettivamente abolito, una reflazione ‘coordinata’ come quella che adesso sarebbe così urgente e necessaria potrebbe essere intrapresa solo da un governo federale europeo. Senza un’istituzione del genere, la Uem impedirebbe azioni efficaci da parte dei singoli paesi, senza sostituirle con alcunché. Un altro ruolo importante che qualsiasi governo centrale deve svolgere è quello di garantire una rete di sicurezza sui livelli di sussistenza delle regioni che ne fanno parte, che siano in crisi per ragioni strutturali – a causa del declino di alcune industrie, per esempio, o a causa di alcuni cambiamenti demografici economicamente sfavorevoli. Attualmente questo accade nel corso naturale degli eventi, senza che nessuno in realtà ne accorga, perché gli standard comuni dei finanziamenti Donald Mac Dougallpubblici (ad esempio, la salute, l’istruzione, le pensioni e le indennità di disoccupazione) e un sistema fiscale comune (auspicabilmente, progressivo) sono entrambi istituiti in via generale su tutte le singole regioni.

Di conseguenza, se un settore soffre un grado insolito di declino strutturale, il sistema fiscale genera automaticamente i trasferimenti netti in suo favore. In extremis, una regione che non potesse produrre nulla, non morirebbe di fame perché sarebbe titolare di pensioni, indennità di disoccupazione e reddito dei dipendenti pubblici. Che cosa succede se un intero paese – una potenziale ‘regione’ di una comunità completamente integrata – subisce una battuta d’arresto strutturale? Finché si tratta di uno Stato sovrano, può svalutare la sua moneta. Può quindi commerciare con successo al livello di pieno impiego, a patto che il popolo accetti i necessari tagli dei redditi reali. Con l’unione economica e monetaria, questa strada è ovviamente sbarrata, e la sua prospettiva è veramente grave, a meno che un bilancio federale non adempia a una funzione redistributiva. Come è stato chiaramente riconosciuto nella relazione MacDougall, pubblicata nel 1977, per rinunciare all’opzione della svalutazione ci deve essere una contropartita in termini di redistribuzione fiscale.

Alcuni autori (come Samuel Brittan e Sir Douglas Hague) hanno seriamente sostenuto che l’Uem, abolendo il problema della bilancia dei dei pagamenti nella sua forma attuale, in realtà abolirebbe il problema, laddove esso esista, di un persistente fallimento nella competizione sui mercati mondiali. Ma, come sottolineato dal professor Martin Feldstein in un suo importante articolo sull’Economist (13 giugno), questo argomento è pericolosamente errato. Se un paese o una regione non ha il potere di svalutare, e se non è beneficiario di un sistema di perequazione fiscale, allora non c’è nulla che possa impedirgli di subire un processo di irrimediabile tracollo che porterà, alla fine, all’emigrazione come unica alternativa alla povertà o alla fame. Sono solidale con la posizione di coloro (come Margaret Thatcher), che, di fronte alla perdita di sovranità, desiderano scendere all’istante dal treno della Uem. Sono solidale anche con coloro che perseguono l’integrazione nel quadro giuridico di una sorta di costituzione federale, che disponga di un bilancio federale molto più grande del bilancio comunitario. Quello che trovo assolutamente sconcertante è la posizione di coloro che stanno puntando all’unione economica e monetaria, senza la creazione di nuove istituzioni politiche (a parte una nuova banca centrale), e che alzano le mani con orrore alle parole ‘federale’ o ‘federalismo’. Questa è la posizione attualmente adottata dal governo e dalla maggior parte di coloro che prendono parte al pubblico dibattito.

(Wynne Godley, “Su Maastricht e tutto il resto”, profetico intervento apparso sulla “London Review of Book” nel lontano 1992, l’8 marzo, ora riproposto dal blog “Vox Populi”. Economista e autore di svariati saggi, Godley è stato consulente del Tesoro britannico, poi docente del King’s College e direttore di dipartimento all’Università di Cambridge).

Tratto da: libreidee.org
L’euro sarà la vostra tomba, parola di Godley (era il 1992)
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La fine della grande industria nazionale?

Pubblicato su 29 Marzo 2015 da FRONTE DI LIBERAZIONE DAI BANCHIERI - CM in POLITICA

L’acquisizione della Pirelli da parte di capitali stranieri è solo l'ultimo tassello di un processo in corso da decenni. Esso rappresenta l’inarrestabile declino dell’industria “nazionale” a favore delle multinazionali globali slegate da qualsiasi legame con il territorio d’origine.

Pochi giorni fa è stato rivelato al mondo il processo di acquisizione dell’azienda Pirelli da parte della società cinese ChemChina, attraverso un’operazione dal valore di diversi miliardi di euro. L’amministratore delegato Tronchetti Provera ha salutato l’acquisto come una grande opportunità per l’ex azienda italiana e per il Sistema Italia in generale, il quale necessita di grossi capitali esteri stando all’opinione del suddetto . Ovviamente l’ennesima perdita di un ex gioiello italiano ha scatenato notevoli polemiche, subito bollate dai “globalizzatori” come un retaggio nazionalista fuori dai tempi. Eppure in queste critiche si cela un fondo di verità, mascherato sottilmente con ipocrite affermazioni da parte dei padroni della finanza e vari manager incompetenti.

Il processo che ha coinvolto la Pirelli (e probabilmente presto la Pininfarina e altre società) è in corso dalla fine degli anni 70′, dettato dalla mutazione dell’assetto industriale nazionale a favore di una spersonalizzazione delle industrie in nome della competizione globale.
In passato le fortune del capitalismo italiano sono state forgiate in gran parte da ingegnosi capitani d’industria, che attraverso delle piccole imprese hanno saputo costruire della realtà solide che si sono concretizzate in grandi complessi come la Fiat, la Rizzoli, la Ferruzzi, la Ferrero, fino a raggiungere l’apice nel capitalismo dal volto umano e visionario di Adriano Olivetti. Quella classe imprenditoriale, spesso partita dal nulla e sopravvivendo a due guerre mondiali, aveva saputo avviare una ripresa duratura nel dopo-guerra facendo dell’Italia una delle maggiori potenze industriali del pianeta.

Con l’ingresso prepotente della finanza e le influenze degli studi da oltreoceano, oltre che un lento e costante declino della classe dirigente nazionale, i grandi capitani vennero sostituiti da eredi incompetenti e dai famigerati manager, sulla scia del metodo “corporation” anglosassone, dove ciò che conta sono solo gli azionisti, mentre gli stakeholders vengono abbandonati a se stessi. Così nel giro di tre decenni si è potuto assistere alla dispersione di un capitale enorme, con il tracollo della Ferruzzi distrutta da Raul Gardini e da un intero sistema partitico corrotto, l’irrilevanza della Olivetti e la scomparsa di un’altra miriade di società che avevano fatto la fortuna di questo paese.
La globalizzazione degli anni 2000 e il declino del Bel Paese ha accentuato il processo anche in nome di un’ideologia elitaria, la quale spinge verso l’eliminazione di qualsiasi retaggio nazionale o territoriale in vista del villaggio unico. Il capitalismo manageriale (ben rappresentato da personaggi come Sergio Marchionne) non prevede forti legami con la nazione di origine, ma al contrario crea multinazionali operanti in ogni angolo del pianeta alla ricerca del migliore profitto. Il legame con i territori nazionali e il suo popolo viene visto spesso come un limite, specialmente nel caso della classe manifatturiera del primo mondo, nettamente più costosa a livello di salari rispetto alle popolazioni dei Paesi emergenti.

Questa nuova via intrapresa dal capitalismo industriale ha inoltre creato una classe di manager distaccati e amorali (nettamente differente rispetto alla borghesia ottocentesca), la quale è strettamente legata a soluzioni di breve-medio periodo, invece che allo sviluppo dell’industria su un lungo arco temporale. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti, fra scandali finanziari, truffe, progetti industriali fallimentari e speculazioni senza fine. A questa decadenza manifesta si aggiunge poi l’insipienza della classe dirigente politica occidentale, ormai sottomessa ai diktat della finanza e delle tecnocrazie.
Così nel secondo decennio del XXI sec. assistiamo alla svendita del patrimonio nazionale e alla perdita della nostra ricchezza a favore di poche ristrette èlites, mentre nuove potenze emergenti usano ingenti capitali per estendere il loro dominio sulle nostre spoglie.

Tratto da: http://www.lintellettualedissidente.it/

La fine della grande industria nazionale?
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Care PMI italiane, Draghi ha detto che dovete morire! (di Antonio M. Rinaldi)

Pubblicato su 29 Marzo 2015 da FRONTE DI LIBERAZIONE DAI BANCHIERI - CM in ECONOMIA, POLITICA

La lunga audizione di Mario Draghi presso le Commissioni riunite di FinanzeBilancio e Politiche dell’UE della Camera, permette di fare alcune considerazioni che coinvolgono specificatamente il nostro Paese e fanno capire meglio quale sia ormai la strada che ha irreversibilmente imboccato l’Europa.

 

E’ inutile soffermarsi più di tanto sulla bontà che il Presidente della BCE ha attribuito agli stimoli monetari messi in atto ultimamente, e in particolare al QE, per cui a suo dire gli effetti positivi già possono evidenziarsi in quanto “il Btp decennale eccedeva il 7% alla fine del 2011 e lo spread a 500 punti base ed è esattamente quello che per 15 anni noi italiani abbiamo pagato prima di entrare nell’euro ed è un elemento utile per chi volesse fare paragoni”. Ma ormai sappiamo bene che il cosiddetto “fenomeno dello spread” ha radici e motivazioni ben diverse, poiché il differenziale fra il rendimento di titoli con stesse caratteristiche nell’ambito dell’area euro, è ormai acclarato dipenda esclusivamente dalla percezione che i mercati danno alla volontà dei rispettivi governi di rispettare o meno le regole e imposizioni provenienti dalla Troika ai fini della sostenibilità dell’euro. Quest’ultima utilizza proprio “l’arma ricattatoria” dello spread nel caso in cui vi siano degli “indisciplinati” che non vogliono o riescono a rispettarle. Fare paragoni pertanto invocando lo spread con quando coesistevano ancora le valute nazionali (ad iniziare dalla nostra lira), è un po’ come mettere in relazione le pere con le mele.

 

Infatti attualmente che valenza ha, seguendo lo stesso ragionamento di Draghi, costatare che i decennali statunitensi hanno uno spread superiore di quelli italiani di 70 punti base e di 20 punti base con quelli inglesi visto che loro si avvalgono rispettivamente del dollaro e della sterlina e noi dell’euro? Devono anche loro procedere speditamente verso riforme strutturali per compensare il gap di spread nei nostri confronti per non parlare di quello con la Germania? Oppure anche la Corea del Sud, che attualmente viaggia a colpi di incrementi del PIL intorno al 2,8/3,3% e con tassi di disoccupazione al 3%, deve correre ai ripari con profonde riforme strutturali visto che i loro decennali hanno un differenziale negativo nei confronti dei Bund tedeschidi ben 200 punti base o è meglio che seguano il loro modello che si avvale di autonome scelte di politica economica e monetaria supportate e possibili solo dalla piena Sovranità?

 

La stessa affermazione di Draghi a giustificazione che il declino italiano non è da imputare all’euro in quanto si era già passati da un +2,5% di PIL dei primi anni novanta al +1,5% nel 1999, anno dell’introduzione dell’euro, per poi registrare ai nostri giorni percentuali nulle, lascia alquanto basiti anche i meno esperti in economia in quanto è strapalesemente arcinoto che il la perdita della capacità produttiva e industriale italiana è iniziata proprio per il rispetto delle convergenzemacroeconomiche previste per adottare l’euro! Tutte le volte che la nostra economia è stata condizionata da vincoli esterni ad iniziare dallo SME è andata male, mentre nei sempre minori spazi di autonoma “libertà” è sempre andata meglio! Infatti per poter far parte del “club” dell’euro abbiamo dovuto modificare radicalmente il nostro modello economico verso regole di convergenza sempre più restrittive e penalizzanti per il nostro “Sistema Italia” che hanno progressivamente fatto perdere irreversibilmente la nostra competitività! Quindi è stato proprio l’euro e le sue regole ad aver condannato il destino industriale (e non solo!) dell’Italia e la sortita del Presidente della BCE è stata potuta “sparare” perché evidentemente sapeva di poter contare sulla scarsa “memoria” dei parlamentari presenti.

 

Ma di tutto il discorso di Mario Draghi il passaggio che ha lasciato più perplessi e sconcertati è che abbia candidamente ammesso che “Trincerarci nuovamente nei confini nazionali non risolverebbe nessuno dei problemi che abbiamo di fronte. In Italia vi è un’alta concentrazione di micro-imprese a produttività inferiore alla media, con una regolamentazione che le incentiva a rimanere piccole. La Bce guarda con favore alle iniziative per ridurre il peso delle partite deteriorate delle banche perché ciò libera risorse a beneficio delle imprese. La Bce è favorevole a una Bad Bank”.

 

Con queste affermazioni finalmente è stato ammesso, senza fraintendimenti od equivoci, che il sistema industriale italiano, da sempre composto per il 90% dalle PMI, DEVE MORIRE, perché nel modello euro è prevista la sopravvivenza e il supporto delle istituzioni comunitarie solamente ai grandi agglomerati e alle multinazionali non essendoci spazi per le piccole realtà. Ha di fatto confermato che il disegno che ha portato alla condivisione di una moneta unica, oltre a contemplare la volontà di neutralizzare la formidabile forza e capacità del tessuto industriale italiano, era concepito affinché la competitività passasse dalla svalutazione interna, cioè dalla riduzione dei salari, non realizzabile se non con il potere contrattuale che solo le grandi imprese possono avere in quanto si avvalgono da molto tempo di insediamenti produttivi in qualsiasi parte del pianeta per effetto della globalizzazione senza regole. 

 

Il nostro modello di PMI era l’unico capace per le sue innate caratteristiche di poter infastidire la Germania e la Francia e che per la totale incapacità delle nostre classi dirigenti che si sono alternate nelle fasi di definizione degli accordi europei, non hanno saputo preventivamente intuire che la nostra industria sarebbe stata l’agnello sacrificale da immolare sull’altare di Maastricht. Il prezzo da pagare dal nostro Paese perché richiesto da chi ha scritto, deciso e imposto le regole affinché si realizzasse il famoso “baratto” fra l’abbandono al marco e il nullaosta per la riunificazione.

 

Lo dica chiaramente il Presidente della BCE che il modello industriale italiano, che ci ha consentito di scalare i vertici delle classifiche dei paesi più industrializzati del mondo, è destinato a soccombere e con esso la stessa identità dell’Italia che sempre meno si riconosce da ciò che proviene da Bruxelles, Francoforte e Berlino. Lo dica apertamente che le Bad Bank sono gradite alla BCE perché prevedono solo ed esclusivamente l’ausilio ai crediti deteriorati dei grandi “debitori” delle banche lasciando fuori dalla porta la piccola impresagli artigiani, i commercianti, i semplici cittadini, con la beffa poi che si richiede il contributo attivo della garanzia dello Stato, cioè della collettività considerata a tutti gli effetti i veri ed unici prestatori diultima istanza per mezzo della fiscalità in questo “folle” euro sempre più a difesa di pochi e a danno di molti!

 

Morta la PMI, muore l’Italia.

 

Antonio Maria Rinaldi

 

Tratto da:http://scenarieconomici.it/care-pmi-italiane-draghi-ha-detto-che-dovete-morire-di-antonio-m-rinaldi/

Care PMI italiane, Draghi ha detto che dovete morire! (di Antonio M. Rinaldi)
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CACCIA AI 787

Pubblicato su 29 Marzo 2015 da FRONTE DI LIBERAZIONE DAI BANCHIERI - CM in RIEQUILIBRIO FISCALE

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Germanwings: L' Altra Verità

Pubblicato su 29 Marzo 2015 da FRONTE DI LIBERAZIONE DAI BANCHIERI - CM in POLITICA

Come smontare la versione ufficiale e ricostruire l'evento.
A cominciare dall' audio "originale" della scatola nera che è un falso!

 

Fonte & Fonte

Tratto da: http://freeondarevolution.blogspot.it

Germanwings: L' Altra Verità
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LA DEMOCRAZIA SECONDO GLI USA: Implementazione "democratica" e Regime Change nei "paesi nemici", l'Electoral Integrity Project...

Pubblicato su 28 Marzo 2015 da FRONTE DI LIBERAZIONE DAI BANCHIERI - CM in POLITICA

Prof. Tim Anderson
tradusiu imprentau
de Sa Defenza
 
 Il governo australiano progetta e finanzia con svariati milioni di dollari, l'University of Sydney, lo studio sulla integrità del progetto elettorale nelle altre nazioni chiamato: Electoral Integrity Project (EIPscopo dello studio è quello di come considerare, abbattere e giustificare davanti al mondo, i governi eletti democraticamente non approvati dal pensiero unico di Washington;  poi tramite una campagna mediatica mondiale costruita sulla menzogna diffusa dai media, si procede al passo successivo, la giustificazione del golpe contro governi non graditi agli USA.

Sa Defenza 

 

Un progetto multi-milionario del governo australiano finanzia l'University of Sydney, molto amica di Washington,  si usa un metodo parziale e segreto per aiutare a screditare le elezioni in una serie di paesi 'nemici'. L'integrità del progetto elettorale, Electoral Integrity Project (EIP) entra a far parte del United States Studies Centre (USSC), ente istituito nel 2007, come ogni altra iniziativa fortemente politicizzata ha compromesso l'indipendenza della più antica università Australiana (vedi Anderson 2010).

Un obiettivo chiave è il Venezuela socialista, che affronta l'ennesima campagna di destabilizzazione, sostenuta da Washington. I recenti cicli di violenza iniziati dai primi mesi del 2014  hanno portato all'arresto di numerosi esponenti dell'opposizione per omicidio e colpo di stato. Il pretesto della violenza è stata giustificata dicendo che il governo del presidente Nicolas Maduro è illegittimo
.

Tuttavia i radicali del governo popolare "Bolivarianoha vinto 12 delle ultime 13 elezioni del VenezuelaInoltre, l'80% della popolazione in età di voto ha partecipato alle elezioni del 2013, vinte da Maduro (International IDEA 2015). Si tratta di un notevole aumento dei livelli di partecipazione elettorale dagli anni 1990, quando il fenomeno Chavez ha messo da parte il vecchio e moribondo sistema bipartitico. Il sistema elettorale è sicuro. Anche il giornalista politico anti-governativo di El Universal ha descritto il sistema elettorale Venezuelano come 'uno dei più avanzati sistemi di voto verificabili nel mondo', con protezioni contro le frodi e la manomissione, la raccontano i meccanismi casuali (Martinez 2013).

La, di Sydney University 'Eletoral Integrity Project' racconta una storia molto diversa, che sa di falso. Secondo il loro rapporto del 2015, l'elezione presidenziale del Venezuela del 2013 è stato uno dei peggiori al mondo, classificato 110 su 127. Essi confermano i loro dati con un'indagine sostenendo presidente Maduro aveva un indice di gradimento del 24%, mentre l'85% crede che il paese si stia dirigendo nella direzione sbagliata '(Norris et al 2015: 31). L'EIP non menziona i sondaggiHinterlaces, che danno le cifre della popolarità di Maduro diverse dalle loro, (durante la recente crisi) che vanno dal 39% al 52%né si citano i sondaggi che mostrano lo schiacciante rifiuto dei tentativi violenti dell'opposizione di rimuovere il presidente eletto (Dutka al 2014).

L'EIP produce una selva impressionante di dati per formare la sua classifica sulla legittimità delle elezioni in tutto il mondoma cosa c'è è alla base di tutti questi numeri? Anche se non è così facile da trovare, il metodo prevede la selezione di un serie di criteri e quindi la ricerca di 'pareri di esperti', da un gruppo di persone non identificate. I numeri e le classifiche si basano su 'opinioni di esperti', ma, quegli esperti sono anonimi. C'è solo il ricorso all'aneddotica di metodi più standard, come sondaggi attuali, o il tasso di partecipazione effettiva.

Eppure la percezione popolare ed degli esperti sono una cosa curiosa. Poiché la maggior parte dei mass media rimane nelle mani di una piccola oligarchia, per il quale il Venezuela è stato a lungo considerato una 'pecora nera', immagine spesso distorta. Indagini da parte della società con sede cilena del barometro Latino (2014: 8-9) illustrano questo punto. L'immagine della democrazia del Venezuela visto da fuori del paese è comune (dal 41% e al 47% è  favorevole, nel periodo dal 2010 al 2013), mentre in Venezuela è molto diverso da questa visione. 


 

 Il 70% dei Venezuelani votano per la loro democrazia, ed è la seconda più sostenuta in America Latina dopo l'Uruguay. Il Barometro Latino (2014: 9) è sorpreso da questi risultati, dicendo: 'I cinque paesi che apprezzano di più la loro democrazia sono paesi governati dalla sinistra: Uruguay, Venezuela, Argentina, Ecuador e Nicaragua ... la democrazia di cui parlano i cittadini non è chiaramente la democrazia di cui parlano gli esperti'.

 Ma ogni democrazia è  giudicata da coloro che sono in grado (o non) di parteciparvi? Le opinioni degli esperti stranieri sono di scarsa rilevanza. Questo è un approccio elitario. Il Patto internazionale relativo ai diritti politici e civili  (art. 25) descrive i diritti democratici in questo modo: 'il diritto e la possibilità ... di partecipare alla gestione della cosa pubblica, direttamente o attraverso rappresentanti scelti liberamente'. Si riferisce al diritto dei cittadini in particolare al corpo politico. Misurato sulla base di questo principio, il metodo del progetto EIP, sembra mal concepito.

Ma un approccio elitario è coerente con il modello promosso dal National Endowment for Democracy (NED), un governo finanziato dagli USA lanciata dall'amministrazione Reagan durante la seconda guerra fredda dei primi anni 80. Il NED (solitamente tramite intermediari) finanzia una serie di organizzazioni nel tentativo di plasmare democrazie o "società civili", per renderli più amichevoli o compatibili a Washington. 

Uno dei fondatori e primo presidente della NED, Allen Weinstein, ha detto nel 1991, 'Un sacco di cose di quello che facciamo oggi è stato fatto clandestinamente 25 anni fa dalla CIA' (Lefebvre 2013). Infatti, come con la guerra psicologica "psyops" della CIA,  NED è stato implicato in colpi di stato e piani di destabilizzazione in una serie di paesi latino-americani, tra cui Nicaragua, Haiti e Venezuela (Kurlantzick 2004; Lefebvre2013; Golinger 2006). 


 

 L'idea NED della democrazia è stata descritta come ' top-down, elite, costretta (o "polyarchal") democrazia ... [dove] le élite arrivano a decidere i candidati idonei a fare le domande alle persone' ( Scipes 2014). Ricercatore francese Olivier Guilmain (in Teil 2011) afferma che la NED finanzia i partiti di opposizione in numerosi paesi e fornisce un aiuto speciale per esuli e gli oppositori di regimi colpiti dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti '.



Eva Golinger, il cui libro  Chavez Code evidenzia il coinvolgimento dell'amministrazione Bush nel fallito colpo di stato del 2002, è documentato il contributo del NED nella destabilizzazione e nel colpo di stato in Venezuela. Nell'ultimo anno o giù di lì il NED ha speso molti milioni di dollari per  sostenere i gruppi venezuelani di opposizione, tra cui i finanziamenti per le loro campagne politiche nel 2013 e per le proteste anti-governative in corso nel 2014'(Golinger al 2014).  Lei chiama questo 'le stesse vecchie sporche tattiche' di un colpo di stato in attuazione (Golinger 2015).

Potrebbe non essere una sorpresa scoprire che ci sono altri collegamenti con NED e il governo statunitense e l'Electoral Integrity Project  di Sydney. L'investigatore capo Professor Pippa Norris elenca con orgoglio il suo lavoro come consulente della NED, e almeno sei dei partner nel progetto (senza il cui il sostegno EIP 'non sarebbe stato possibile') presentano la raccolta diretta dal governo degli Stati Uniti. Il metodo EIP di affidarsi a degli esperti sembra abbastanza coerente con quella ' élite, che ha costretto ... la democrazia'.
Peggio ancora, l'EIP si basa sull'opinione anonima. Un membro del progetto me lo ha ha chiarito con queste parole: 'dobbiamo mantenere la riservatezza delle nostre fonti, come parte di nostri obblighi legali ... rivelando i nomi degli esperti si potrebbe rischiare di metterli in pericolo in diversi Stati che non rispettare i diritti umani e che sopprimono i loro critici '. 


 

 Sia come sia, le opinioni di persone anonime non forniscono in alcun modo come possano essi saper valutare la legittimità di uno stato indipendente. Essa contraddice i principi di apertura e trasparenza, i valori che la EIP sostiene di saper valutare e promuovere. Chi sono questi esperti anonimi? Hanno incluso oppositori di paesi i cui governi sono sotto attacco? Non includono gli addetti ai lavori di Washington che forniscono consigli sui piani di destabilizzazione e di colpo di stato? Vi sono scarse indicazioni di come l'EIP prende sul serio il principio consolidato di evitare conflitti di interesse.


E 'inoltre è allarmante che il governo australiano (ARC) finanzi il progetto accademico EIP, ('Perché le elezioni falliscano e non si possa fare nulla  a tale proposito') che suggerisce misure e prassi, condivise da Washington ' le elezioni non riuscite [che] sollevano grandi bandiere rosse ', e citano diversi stati, tra cui la Siria. 

E' noto che un grande intervento militare in Siria è stato sventato nel settembre del 2013, dopo le false affermazioni che accusavano il governo siriano di aver usato armi chimiche contro i bambini (per la prova della falsità di queste affermazioni vedere: Hersh 2013 & 2014; Lloyd e Postol 2014; ISTEAMS 2013). Si ritiene che la EIPcerchi di associare  interventi militari "red flag", a paesi che non riescono a soddisfare i loro dubbi criteri?

Il progetto valutato nel 2014 sulle elezioni presidenziali della Siria sono in tabella (125 su 127), sulla base dei pareri di esperti anonimi (Norris et al 2015: 11). L'unica logica per questo può essere visto in una breve nota che osserva 'le elezioni sono state valutate in modo errato perché alcune aree del paese non erano sotto il controllo del governo, lo scrutinio non ha avuto luogo nelle regioni dove gli insorti erano più forti', e il fatto che 'la Coalizione Nazionale - il principale gruppo di opposizione occidentale' ha boicottato le elezioni (Norris al 2015: 27).  Mentre queste sono affermazioni corrette, non vi è raccontata tutta la storia.  Il conflitto in altri paesi non sembra disturbare la EIP o suoi esperti abbastanza tanto quanto  da classificare le elezioni in Ucraina a 78 di 127 (Norris et al 2015: 10). Eppure il gruppo di monitoraggio elettorale internazionale IDEA (2015), un partner di EIP, mette i tassi di partecipazione nel 2014 nelle elezioni presidenziali dell'Ucraina al 50%, mentre nel 2014 le elezioni presidenziali del Siria erano al 73%. E' chiaro che è in gioco il fattore di politica estera degli Stati Uniti. Washington abbraccia 'l'opposizione' in Siria e il governo in Ucraina. Analogamente, il NED ha finanziato direttamente l'opposizione siriana(NED 2006, Teil 2011; IRI 2015) ed esorta il sostegno militare al governo dell'Ucraina (Sputnik 2014; vedi anche Parry 2014).

Infine si può osservare che nel 2013 le elezioni israeliane sono state regolarmente riviste dal EIP, portando ad un molto sano 17/127 ranking (Norris et al 2015: 8). A quanto pare essere uno stato razzista, con diversi milioni di apolidi palestinesi, detenuti in territorio militare controllato e praticamente senza diritti politici e civili, ha un impatto sulla valutazione EIP. Eppure questo è coerente con l'asse Washington-Tel Aviv che ha da tempo classificato Israele come 'l'unica democrazia nella regione' (ad esempio Goldman 2015, etc). I doppi standard sono da mozzafiato. I legami degli Stati Uniti con Electoral Integrity Project e la sua ipotesi di democrazia elitaria sembra abbia poco senso per il conflitto di interessi che determina, con il metodo di ricerca inadeguato.

Tratto da: http://sadefenza.blogspot.it​
 

Riferimenti

Anderson, Tim (2010) ‘Hegemony, big money and academic independence’, Australian Universities Review, Vol 53, No 2

Dutka, Z.C. (2014) ‘Polls Reveal Wider Concerns of Venezuelan Public’, Venezuelanalysis, 11 May, online: http://venezuelanalysis.com/news/10679

Freedom House (2015) ‘Freedom in the World 2015’, interactive map, online: https://freedomhouse.org/report/freedom-world/freedom-world-2015?gclid=COrs_cHtqMQCFUccvAodgawAXA#.VQSxLY6bXT9

Goldman, Lisa (2015) ‘Bibi Bother: Netanyahu’s Strategy in Washington’, Foreign Affairs, 1 March, online: http://www.foreignaffairs.com/articles/143203/lisa-goldman/bibi-bother

Golinger, Eva (2006) The Chavez Code: Cracking U.S. Intervention in Venezuela, Olive Branch Press, Northampton, MA

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Hersh, Seymour M. (2014) ‘The Red Line and the Rat Line’, London Review of Books, 36:8, 17 April, pp 21-24, online: http://www.lrb.co.uk/v36/n08/seymour-m-hersh/the-red-line-and-the-rat-line

International IDEA (2015) ‘Voter Turnout’, data by country, online: http://www.idea.int/vt/

IRI (2015) Syria, online: http://www.iri.org/country/syria

ISTEAMS (2013) ‘Independent Investigation of Syria Chemical Attack Videos and Child Abductions’, 15 September, online:http://www.globalresearch.ca/STUDY_THE_VIDEOS_THAT_SPEAKS_ABOUT_CHEMICALS_BETA_VERSION.pdf

Kurlantzick, Joshua (2004) ‘The Coup Connection’, Mother Jones, November, online: http://www.motherjones.com/politics/2004/11/coup-connection

Latinobarometro (2014)’ La Imagen de los países y las democracias’, informe (report):

http://www.latinobarometro.org/latNewsShow.jsp

Lefebvre, Stephan (2013) ‘Analysis from National Endowment for Democracy Used in The Atlantic, with Significant Errors and Omissions’, Center for Economic Policy and Research, 30 July, online: http://www.cepr.net/index.php/blogs/the-americas-blog/analysis-from-national-endowment-for-democracy-used-in-the-atlantic-with-significant-errors-and-omissions

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Martinez, Eugenio (2013) ‘Venezuela’s Election System Holds Up As A Model For The World’, Forbes, 14 may, online: http://www.forbes.com/sites/forbesleadershipforum/2013/05/14/venezuelas-election-system-holds-up-as-a-model-for-the-world/

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Norris, Pippa; Ferran Martínez and Max Grömping (2015) ‘The year in Elections, 2014’, Electoral Integrity Project (Why Elections fail and what we can do about it), online: https://sites.google.com/site/electoralintegrityproject4/projects/expert-survey-2/the-year-in-elections-2014

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Teil, Julian (2011) ‘Justifying a “humanitarian war” against Syria. The sinister role of the NGOs’, Global Research, 16 November, online: http://www.globalresearch.ca/justifying-a-humanitarian-war-against-syria-the-sinister-role-of-the-ngos/27702
LA DEMOCRAZIA SECONDO GLI USA: Implementazione "democratica" e Regime Change nei "paesi nemici", l'Electoral Integrity Project...
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Draghi: dopo la richiesta di cedere sovranità nuova frase criminale oggi in Parlamento.

Pubblicato su 28 Marzo 2015 da FRONTE DI LIBERAZIONE DAI BANCHIERI - CM in POLITICA

Di: Marco Mori

Draghi: dopo la richiesta di cedere sovranità nuova frase criminale oggi 26.03.15 - ndr ) in Parlamento.

Draghi ci aveva già deliziato ad agosto con la richiesta di cessione della nostra sovranità nazionale. Ovvero chiese espressamente che fosse commesso reato contro la personalità giuridica del paese (ex artt. 241 e 243 c.p.). Se fossimo ancora una democrazia Draghi sarebbe già sotto processo ed invece ancora oggi ha potuto regalarci un’altra uscita da brividi.

Draghi in audizione alla Camera ha potuto liberamente dire: “in Italia vi è un’alta concentrazione di microimprese a produttività inferiore alla media” ed ancora “vi è una legislazione che le incentiva a rimanere piccole”.

Difficile davvero commentare mantenendo una certa continenza espositiva certe esternazioni di natura spiccatamente criminale (che Draghi mi quereli se dico il falso…). Sostenere di voler cancellare le piccole medie imprese nazionali infatti significa portare letteralmente alla fame milioni di cittadini. Circa l’80% degli occupati nazionali lavorano infatti in piccole medie imprese. Queste rappresentano il motore della nostra nazione e sono sempre state competitive fino a quando la bce, che Draghi presiede, ha espressamente chiesto di spazzarle via con una politica di consolidamento fiscale e ciò con particolare riferimento alla scandalosa lettera dell’agosto 2011.

Ovviamente tale azione viene portata avanti non già per il miglioramento della situazione economica del paese, ma per consegnare ogni mercato alle multinazionali che Draghi rappresenta e per cancellare la democrazia riportando tutti noi alla consapevolezza della durezza del vivere, proprio come desiderava Padoa Schioppa.

Viviamo in tempi cupi. La situazione purtroppo peggiora velocemente ed i nemici del paese come Draghi non hanno più nemmeno il pudore di mentire o nascondere i propri obiettivi.

Signori Draghi potrebbe venire domani a dirci che è giusto mangiare i bambini e c’è chi ormai non batterebbe ciglio… E visto e considerato che i titolari delle piccole e medie imprese sono anche padri di famiglia non siamo di fronte a qualcosa di molto diverso.

Cosa serve di più per farvi aprire gli occhi? In gioco non c’è la semplice ricchezza, in gioco c’è la sopravvivenza di tutti noi. Reagire un dovere morale e giuridico, il prezzo che si potrebbe pagare è irrilevante a questo punto.

Fermiamoli!

Tratto da:http://www.studiolegalemarcomori.it

Draghi: dopo la richiesta di cedere sovranità nuova frase criminale oggi in Parlamento.
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La storia economica italiana (rivista) dal 1970 al 1986: Italia 5° PIL al mondo

Pubblicato su 28 Marzo 2015 da FRONTE DI LIBERAZIONE DAI BANCHIERI - CM in ECONOMIA

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