Blog di frontediliberazionedaibanchieri

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

APERTI GLI ARCHIVI DI NORIMBERGA

Pubblicato su 30 Luglio 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in POLITICA, IPHARRA

Cominciamo a correggere i libri di storia usati finora…

Jervé

GLI ARCHIVI DI NORIMBERGA RIVELANO: CARTELLO PETROLCHIMICO E FARMACEUTICO DIETRO LA 2A GUERRA MONDIALE !

Telford Taylor, Pubblico Ministero statunitense presso il Tribunale di Norimberga per i crimini di guerra contro i responsabili del cartello petrolifero e farmaceutico IG Farben:

“I crimini di cui questi individui sono accusati non sono stati commessi per rabbia o per un impeto improvviso. Non si costruisce una straordinaria macchina da guerra in un accesso di passione, né un campo come Auschwitz in uno spasmo di brutalità. Il loro scopo era trasformare la nazione tedesca in una macchina militare che potesse imporre il proprio dominio in Europa e in altre nazioni oltremare. Erano l’ordito e la trama del nero mantello della Morte che ha imperversato in Europa”.

Il fatto che queste informazioni siano rimaste sepolte negli archivi internazionali e non siano riportate in alcun libro di storia non è una coincidenza. I gruppi di interesse che hanno tenuto nascoste queste fondamentali informazioni per sei decenni dovranno ora rispondere a molte domande. A prescindere dalla loro reazione all’apertura online di questi archivi, la verità è ormai alla portata di tutti e questi fatti saranno noti a questa generazione e a quelle future.

Questo archivio online è stato reso possibile dalla Dr. Rath Health Foundation, un’organizzazione no profit.
www.profit-over-life.org

Dopo 60 anni di silenzio, gli archivi storici del Tribunale per crimini di guerra che ha stabilito le responsabilità della Seconda Guerra Mondiale sono finalmente disponibili al pubblico di tutto il mondo. Attualmente, i libri di storia insegnano che la Seconda Guerra Mondiale è stata scatenata da un folle dittatore, Hitler, e dai suoi spietati seguaci nazisti.

Tuttavia, decine di migliaia di documenti storici del Tribunale di Norimberga, recentemente pubblicati online, documentano in modo inequivocabile che:

  • La Seconda Guerra Mondiale, un conflitto che è costato la vita a oltre 60 milioni di persone, è stato pianificato e finanziato dal più grande cartello chimico e farmaceutico del mondo. A quell’epoca, la tedesca IG Farben era costituita da Bayer, BASF, Hoechst e altri.
  • La forza motrice della Seconda Guerra Mondiale era l‘ambizione della IG Farben di ottenere il controllo dei mercati mondiali del petrolio e dei farmacieliminando qualunque concorrenza con la forza.
  • Le aziende della IG Farben hanno finanziato l’ascesa al potere del partito nazista e la trasformazione della democrazia tedesca in una dittatura.
  • Il piano della coalizione tra nazisti e IG Farben per il dominio del mondoprevedeva tre fasi: prima, la conquista del continente euroasiatico; seconda, la conquista della Gran Bretagna e di tutte le sue colonie; terza, la sconfitta militare degli USA e del resto del mondo.

Come tutti sanno, il piano della coalizione nazisti/IG Farben per il dominio del mondo è stato distrutto dall’impegno della maggior parte delle nazioni del mondo e dai loro straordinari sacrifici.
Sebbene questa vittoria sia stata importante per tutto il genere umano, il nuovo ordine post-bellico era già influenzato dagli interessi delle nazioni vincitrici in termini di petrolio e farmaci:

  1. Le azioni del cartello IG Farben furono assegnate ai loro concorrenti economici delle nazioni vincitrici.
  2. I dirigenti del cartello IG Farben, dopo un semplice “ammonimento” a Norimberga, furono presto reintegrati dai nuovi proprietari delle azioni della IG Farben negli Stati Uniti e nel Regno Unito perchè contribuissero a consolidare il cartello petrolifero e farmaceutico a livello mondiale.

Questi importanti fatti sono stati tuttavia essenzialmente nascosti al mondo; tutti sono stati indotti a credere che con il primo processo di Norimberga, contro i responsabili militari e politici, i “principali criminali di guerra” fossero stati consegnati alla giustizia.
Non era così, ovviamente. Oltre a questo primo processo, il Tribunale di Norimberga ha condotto altri 12 processi. Tra questi, il più importante era contro il cartello petrolifero e farmaceutico IG Farben. I dirigenti del cartello, secondo il Pubblico Ministero statunitense Telford Taylor, erano i principali criminali di guerra, senza i quali la Seconda Guerra Mondiale non sarebbe stata possibile.
È inconcepibile e intollerabile che il genere umano debba continuare a brancolare nel buio in merito alle reali responsabilità della Seconda Guerra Mondiale: il più grande crimine sinora commesso su questo pianeta.
L’accademia online “Profit Over Life” è una risorsa informativa per tutti i cittadini del mondo. Studenti, insegnanti, ricercatori accademici, politici e milioni di persone in tutto il mondo sono invitati a utilizzare questo archivio come punto di partenza per una migliore comprensione della storia.
Ciò è particolarmente importante in quanto gli interessi delle multinazionali continuano tuttora a utilizzare la forza militare per conseguire i propri obiettivi mondiali.

FONTE:  http://www4it.dr-rath-foundation.org/notizie/lettere_aperte/2007_07_jul_20.html

 

Attraverso: http://dinai.weebly.com/1/post/2014/02/gli-archivi-di-norimberga-rivelano-cartello-petrolchimico-e-farmaceutico-dietro-la-2a-guerra-mondiale.html

Tratto da:http://www.iconicon.it

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STA ARRIVANDO LA TEMPESTA PERFETTA? DIPENDE…

Pubblicato su 30 Luglio 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in ECONOMIA

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Gli ingredienti sembrano esserci tutti, o quasi.
Quali sono?1) I mercati hanno corso molto e molte asset class sono in bolla.
2)L’Argentina dovrebbe fare default, anche se penso che l’impatto di questo evento  dovrebbe essere limitato. Salvo quanto segue.
3) Mettiamoci anche che un numero non del tutto indifferente di banche europee navigano in cattive acque, solo per usare un eufemismo (vedasi il Banco Espirito Santo in Portogallo, ma anche altre).
4) Ci sono inoltre diverse crisi geopolitiche in giro per il mondo che, se dovessero peggiorare, impatterebbero in modo più significativo sulla crescita di importanti aree del mondo, trascinando al ribasso proprio quelle economie che si mantengono a galla grazie alle esportazioni (leggasi Italia).
5) L’Eurozona si trova ancora in piena crisi. Tant’è che viene definita “Il buco nero” della crescita mondiale”
6) I paesi meridionali dell’Eurozona (non solo loro, a dire il vero) sono alle prese con debiti pubblici oggi assai meno sostenibili di quanto lo fossero qualche anno fa.
7) In aggiunta, l’attività economica in molte aree dell’Eurozona rimane assai debole, con paesi alle prese con forti spinte disinflazionistiche o in conclamato stato di deflazione, che rendono ancora più difficile la possibilità di ricondurre i debiti pubblici verso sentieri di maggiore sostenibilità.
8) il Fmi, la scorsa settimana, ha ridotto le previsioni di crescita dell’economia mondiale, dimezzando le previsioni di crescita dell’Italia (0.3%) e tagliando severamente quelle degli Stati Uniti (-1.1% rispetto alla precedente stima). Oltre al FMI anche altre istituzioni stanno rivedendo al ribasso le rispettive previsioni di crescita.
9) La Fed continua con la riduzione degli stimoli monetari e, condizioni economiche permettendo, non è affatto escluso che abbandoni anche la politica dei tassi prossimi allo zero in tempi più solleciti rispetto a quelli previsti.
10) Questo, evidentemente, impatterebbe in senso negativo anche sul costo del debito dei paesi fortemente indebitati, determinando ulteriori stress per i conti pubblici fortemente traballanti (leggasi Italia, e non solo).Cosa manca, ancora?
Mancano una serie di dati economici (più o meno) negativi delle principali economie mondiali, tali per cui possa essere offerta ai mercati la sensazioni che le quotazioni attuali non sarebbero sostenute da validi fondamentali economici. In questo caso, aspettatevi il diluvio. E le prossime settimane saranno cruciali per capirlo
Articolo di Paolo Cardena’ di Vincitori e Vinti
Tratto da:http://scenarieconomici.it/sta-arrivando-tempesta-perfetta-dipende/
STA ARRIVANDO LA TEMPESTA PERFETTA? DIPENDE…
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La guerra degli inganni

Pubblicato su 30 Luglio 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in ESTERI

Di: Gideon Levy

È cominciata come una guerra premeditata: avrebbe potuto essere evitata se negli ultimi mesi Israele avesse adottato una politica diversa. Si è evoluta in una guerra inutile. È già abbastanza ovvio che non porterà alcun risultato a lungo termine. È ancora possibile che degeneri in un disastro, e alla fine risulterà essere stata la guerra degli inganni: Israele si è ingannato fino a rovinarsi.

Il primo inganno è la pretesa che non ci fosse alternativa. Certo, quando i razzi hanno cominciato a piovere su Israele non c’era più alternativa. Ma che dire dei passi che ci hanno portato a questo? Sono passi per i quali esistevano altre opzioni. Non è difficile immaginare cosa sarebbe successo se Israele non avesse interrotto i negoziati di pace, se non avesse lanciato una guerra totale contro Hamas all’indomani dell’omicidio dei tre ragazzi israeliani, se non avesse bloccato il trasferimento dei fondi destinati al pagamento dei salari pubblici nella Striscia di Gaza, se non si fosse opposto al governo di unità nazionale palestinese e se avesse allentato l’embargo alla Striscia di Gaza.

I razzi Qassam sono stati una risposta alle scelte di Israele. In seguito gli obiettivi sono cresciuti a valanga, come avviene sempre in guerra: da fermare i razzi a trovare e distruggere i tunnel alla demilitarizzazione di Gaza. La valanga potrebbe continuare all’infinito. “Risponderemo alla pace con la pace”. Ricordate? Il 25 luglio Israele ha rifiutato la proposta di cessate il fuoco del segretario di stato statunitense John Kerry.

Il secondo inganno è che l’occupazione della Striscia di Gaza è finita. Pensate a un’enclave sotto assedio, i cui abitanti sono prigionieri, gran parte dei cui affari sono controllati da un altro stato che gestisce l’anagrafe e l’economia, proibisce le esportazioni, limita la pesca, controlla i suoi cieli e ogni tanto invade il suo territorio. Non è occupazione questa?

Il terzo inganno è l’affermazione che l’esercito israeliano “fa tutto quello che può” per evitare di uccidere civili. Siamo già oltre il migliaio di morti, tra cui una maggioranza civili e un numero impressionante di bambini. Interi quartieri sono stati rasi al suolo e 150mila profughi non hanno un posto sicuro dove andare. Questo rende tale affermazione nient’altro che uno scherzo di cattivo gusto.

Anche la convinzione che il mondo sostenga la guerra e riconosca la sua giustezza è un inganno israeliano. Se è vero che i politici occidentali continuano a ripetere che Israele ha il diritto di difendersi, i morti che continuano ad accatastarsi e la disperazione dei rifugiati stanno irritando il mondo e generando odio contro Israele. Alla fine anche gli statisti che sostengono Israele gli volteranno le spalle.

Un altro inganno è quello secondo cui questa guerra ha dimostrato che “il popolo d’Israele” è “una nazione meravigliosa”. Era da tempo che non si assisteva a una campagna così mendace, manipolatoria, melensa e autocompiaciuta. La nazione si è mobilitata per sostenere i soldati, e questo è commovente. Ma oltre ai camion carichi di dolciumi e biancheria, alle migliaia di israeliani che hanno partecipato ai funerali dei soldati le cui famiglie vivono all’estero e all’ansia per i feriti, questa guerra ha messo in evidenza anche comportamenti ben più odiosi.

Quel “comitato di sostegno ai soldati” che è Israele ha dimostrato tutta la sua indifferenza verso le sofferenze dell’altra parte. Non un briciolo di compassione, non un barlume di umanità, nessuno stupore, nessuna empatia per il suo dolore. Le orribili immagini di Gaza provocano reazioni che vanno dallo sbadiglio alla gioia. Un popolo che si comporta così non merita le lodi che si riversa addosso. Quando la gente di Gaza muore e la gente di Tel Aviv fa come se niente fosse non c’è niente da festeggiare.

E non c’è niente da festeggiare neanche nella campagna di aggressione contro i pochi che si oppongono alla guerra. Dal governo e dal parlamento alle strade e ai commenti su internet, tira una brutta aria. Solo i cittadini obbedienti sono ammessi. “Unità israeliana”? “La nazione è una grande famiglia”? Non scherziamo. Anche i mezzi d’informazione israeliani in tempo di guerra sono una barzelletta, una rete di propaganda i cui membri si sono autoarruolati per lodare ed esaltare, incitare e punire, e chiudere gli occhi.

Ma la più grande delle barzellette, la madre di tutti gli inganni è la fiducia nella giustezza del proprio agire. Lo slogan della “guerra giusta” è ripetuto fino alla nausea, fino a far sospettare che anche quelli che lo gridano più forte abbiano dei dubbi, altrimenti non griderebbero così forte e non se la prenderebbero tanto con chi cerca di esprimere un’opinione differente. Dopo tutto, come si può giustificare una guerra evitabile? E come ci si può ammantare di giustizia di fronte alle orribili immagini di Gaza?

Forse la terra brucia anche sotto i piedi di questo coro di apologeti della guerra. Forse anche loro si rendono conto che quando la battaglia finirà il quadro diverrà chiaro. È sempre così nelle guerre d’inganno, ed è così che finirà anche la guerra del 2014.

(Traduzione di Gabriele Crescente)

Tratto da:http://www.internazionale.it/opinioni/gideon-levy/2014/07/29/la-guerra-degli-inganni/

Gideon Levy è un giornalista israeliano. Scrive per il quotidiano Ha’aretz.

Gideon Levy è un giornalista israeliano. Scrive per il quotidiano Ha’aretz.

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LA MANNAIA DELLE PRIVATIZZAZIONI

Pubblicato su 30 Luglio 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in ECONOMIA

Fra le misure in uso da parte dell’attuale governo, così come dei precedenti, dagli anni ’90 in poi almeno (alla faccia della sbandierata “discontinuità”), per intervenire sul bilancio dello Stato nella direzione di ridurre il debito pubblico, vi sono le cosiddette privatizzazioni.

Al di là delle valutazioni già più volte espresse sulla scelta suicida di azioni di riduzione del debito pubblico in tempi di crisi economica, visti i noti effetti recessivi di tali misure, è opportuno capire perché le suddette privatizzazioni, presentateci come strumento di salvezza del nostro sistema economico “ingessato e antiquato”, siano in realtà null’altro che una svendita delle aziende più produttive del nostro Paese a privati, finalizzata ad arricchire questi ultimi e contestualmente impoverire ed indebolire sempre più lo Stato italiano, sì da neutralizzarne la minaccia per i Paesi europei nostri competitori sul mercato internazionale.

Il percorso di privatizzazioni in Italia inizia decenni or sono, e procede parallelo all’opera di deindustrializzazione del nostro Paese.

In origine, a partire dal governo fascista, la presenza dello Stato nell’economia nazionale era pervasiva e dominante.

Durante il ventennio, l’azione pubblica si occupò quasi interamente di creare la struttura aziendale ed immobiliare necessaria per uscire dalla crisi del ’29 e rilanciare l’economia, attraverso massicci investimenti pubblici in opere di bonifica territoriale, costruzione di edifici pubblici di ogni tipo (scuole, università, uffici pubblici, ma anche colonie estive, Cinecittà, l’EUR a Roma…), riassetto urbanistico delle principali città ed infrastrutture essenziali come strade e ferrovie ed infine, creazione di imprese nazionali per la gestione di settori economici e servizi fondamentali di interesse pubblico. Fra queste, nel 1933, fu fondato l’IRI, Istituto per la Ricostruzione Industriale.

Nacque per iniziativa dell’allora capo del Governo Benito Mussolini al fine di evitare il fallimento delle principali banche italiane (CommercialeCredito Italiano e Banco di Roma) e con esse il crollo dell’economia, già provata dalla crisi economica mondiale iniziata nel 1929.

l’IRI nacque dunque come ente temporaneo con lo scopo prettamente di salvataggio delle banche e delle aziende a loro connesse. Il nuovo ente era formato da una “Sezione finanziamenti” e una “Sezione smobilizzi”.

Lo Stato, attraverso una serie di interventi mirati, assunse le partecipazioni delle banche in crisi, finanziandole affinché non fallissero. Le partecipazioni furono poi trasferite all’IRI, la cui principale preoccupazione divenne rimborsare alla Banca d’Italia il capitale ricevuto. Una volta trasferite le quote all’Istituto, questo avviò una propria campagna di mobilitazione del credito attraverso lo strumento delle obbligazioni industriali garantite dallo Stato. L’operazione fu l’applicazione in larga scala di quanto era già stato abbozzato con l’INA, ovvero l’organizzazione del piccolo risparmio che le banche, vincolate in legami a doppio filo con il sistema industriale, non riuscivano ad impiegare in reali processi di sviluppo.

In questo modo l’IRI, e quindi lo Stato, smobilizzò le banche miste, diventando contemporaneamente proprietario di oltre il 20% dell’intero capitale azionario nazionale e di fatto il maggiore imprenditore italiano, con aziende come AnsaldoIlvaCantieri Riuniti dell’AdriaticoSIPSMETerniEdison. Si trattava in effetti di aziende che già da molti anni erano vicine al settore pubblico, sostenute da politiche tariffarie favorevoli e da commesse belliche. Inoltre l’IRI possedeva le tre maggiori banche italiane.

Al 1934, il valore nominale del patrimonio industriale era di 16,7 miliardi di lire, pari al 14,3% del Pil. Tra i principali trasferimenti all’ente figuravano:

  • la quasi totalità dell’industria degli armamenti
  • i servizi di telecomunicazione di gran parte dell’Italia
  • un’altissima quota della produzione di energia elettrica
  • una notevole quota dell’industria siderurgica civile
  • tra l’80% ed il 90% del settore di costruzioni navali e dell’industria della navigazione

Primo presidente, oltre che tra gli artefici della creazione dell’ente, fu Alberto Beneduce, economista di formazione socialista e fiduciario del Presidente del Consiglio dei Ministri (che, ricordiamo, era anch’egli in origine membro del Partito socialista.)

Inizialmente era previsto che l’IRI fosse un ente provvisorio il cui scopo era limitato alla dismissione delle attività così acquisite. Ciò in effetti avvenne con la Edison, che fu ceduta ai privati, ma nel 1937 il governo trasformò l’IRI in un ente pubblico permanente; in questo probabilmente influirono lo scopo di mettere in atto la politica autarchica lanciata dal governo e di tenere sotto controllo del governo le aziende navali ed aeronautiche, mentre era in corso la guerra d’Etiopia.

Per finanziare le sue aziende l’IRI emise negli anni Trenta dei prestiti obbligazionari garantiti dallo Stato, risolvendo in questo modo il problema della scarsità di capitali privati. L’IRI si diede una struttura che raggruppava le sue partecipazioni per aree merceologiche: l’Istituto sottoscriveva il capitale di società finanziarie (le “caposettore”) che a loro volta possedevano il capitale delle società operative; così nel 1936 nacque la Finmare, nel 1937 la Finsider e la STET, poi nel dopoguerra FinmeccanicaFincantieri e Finelettrica.

Nel dopoguerra la sopravvivenza dell’Istituto non era data per certa, essendo nato più come una soluzione provvisoria che con un orizzonte di lungo termine; di fatto però risultava difficile per lo stato cedere ai privati aziende che richiedevano grandi investimenti e davano ritorni sul lunghissimo periodo. Così l’IRI mantenne la struttura che aveva sotto il fascismo.

Solo dopo il 1950 la funzione dell’IRI fu meglio definita: una nuova spinta propulsiva per l’IRI venne da Oscar Sinigaglia, che con il suo piano per aumentare la capacità produttiva della siderurgia italiana strinse un’alleanza con gli industriali privati; si venne così a creare un nuovo ruolo per l’IRI, cioè quello di sviluppare la grande industria di base e le infrastrutture necessarie al paese, non in “supplenza” dei privati ma in una tacita suddivisione dei compiti. Ne furono esempi lo sviluppo dell’industria siderurgica, quello della rete telefonica e la costruzione dell’Autostrada del Sole, iniziata nel 1956.

Negli anni ’60, mentre l’economia italiana cresceva ad alti ritmi, l’IRI era tra i protagonisti del “miracolo” italiano. Altri paesi europei, in particolare i governi laburisti inglesi, guardavano alla “formula IRI” come ad un esempio positivo di intervento dello stato dell’economia, migliore della semplice “nazionalizzazione” perché permetteva una cooperazione tra capitale pubblico e capitale privato.

In molte aziende del gruppo il capitale era misto, in parte pubblico, in parte privato. Molte aziende del gruppo IRI rimasero quotate in borsa e le obbligazioni emesse dall’Istituto per finanziare le proprie imprese erano sottoscritte in massa dai risparmiatori.

Ai vertici dell’IRI si insediarono esponenti della DC come Giuseppe Petrilli, presidente dell’Istituto per quasi vent’anni (dal 1960 al 1979). Petrilli nei suoi scritti elaborò una teoria che sottolineava gli effetti positivi della “formula IRI”.

Attraverso l’IRI le imprese erano utilizzabili per finalità sociali e lo Stato doveva farsi carico dei costi e delle diseconomie generati dagli investimenti; significava che l’IRI non doveva necessariamente seguire criteri imprenditoriali nella sua attività, ma investire secondo quelli che erano gli interessi della collettività anche quando ciò avesse generato “oneri impropri”, cioè anche in investimenti antieconomici.

Questa prassi, generalmente ritenuta connaturata all’esistenza stessa dell’IRI per il suo essere azienda pubblica, non era in realtà data per scontata al momento della sua creazione. La pratica amministrativa del suo fondatore, Alberto Beneduce, si fondava al contrario sull’assoluto rigore di bilancio e sulla limitazione delle assunzioni all’essenziale per garantire un funzionamento snello ed efficiente dell’organizzazione. Allo stesso modo, durante i primi anni di vita si scelse a livello gestionale di non procedere con operazioni di salvataggio, reali o camuffate.

In effetti, l’incremento negli anni a venire del numero di dipendenti IRI solo in parte può essere spiegato con l’espansione dell’attività produttiva in capo all’ente.

Poiché gli obiettivi dello Stato erano sviluppare l’economia del Mezzogiorno e mantenere la piena occupazione, l’IRI doveva concentrare i propri investimenti nel Sud ed incrementare l’occupazione nelle proprie aziende. La posizione di Petrilli rifletteva quelle già diffuse in alcune correnti della DC, che cercavano una “terza via” tra il liberismo ed il comunismo; il sistema misto delle imprese a partecipazione statale dell’IRI sembrava realizzare questo ibrido tra due sistemi agli antipodi.

L’IRI effettivamente poneva in essere grandissimi investimenti nel Sud Italia, come la costruzione dell’Italsider di Taranto e quella dell’AlfaSud di Pomigliano d’Arco e di Pratola Serra in Irpinia; altri furono programmati senza essere mai essere realizzati, come il centro siderurgico di Gioia Tauro . Per evitare gravi crisi occupazionali, l’IRI venne spesso chiamato in soccorso di aziende private in difficoltà: ne sono esempi i “salvataggi” della Motta e dei Cantieri Navali Rinaldo Piaggio e l’acquisizione di aziende alimentari dalla Montedison; questo portò ad un incremento progressivo di attività e dipendenti dell’Istituto.

All’IRI vennero richiesti ingentissimi investimenti anche in periodi di crisi, quando i privati riducevano i loro investimenti. Lo Stato erogava i cosiddetti “fondi di dotazione” all’IRI, che poi li allocava alle sue caposettore sotto forma di capitale; tali fondi però non erano mai sufficienti per finanziare gli enormi investimenti e spesso venivano erogati con ritardo.

Da qui iniziarono i problemi, perché l’Istituto e le sue aziende cominciarono a finanziarsi con l’indebitamento bancario, che negli anni Settanta crebbe a livelli vertiginosi, ad alti tassi di interesse. Gli oneri finanziari portarono così in rosso i conti dell’IRI e delle sue controllate: nel 1976 si verificò che tutte le aziende del settore pubblico chiusero in perdita. In particolare, la siderurgia e la cantieristica riportarono perdite fino agli anni ’80, così come erano pessimi i risultati economici dell’Alfa Romeo.

Quella che fu vista come una gestione antieconomica delle aziende IRI, portò gli azionisti privati ad uscire progressivamente dal loro capitale. In realtà i problemi erano dovuti al massiccio ricorso all’indebitamento verso le banche, dovuto al progressivo calo delle erogazioni pubbliche per il finanziamento dell’ente.

All’inizio degli anni ’80 i governi iniziarono un “ripensamento” sulla funzione e sulla gestione delle aziende pubbliche.

Nel 1980 l’IRI era un gruppo di circa 1.000 società con più di 500.000 dipendenti. Per molti anni fu la più grande azienda industriale al di fuori degli Stati Uniti d’America.

Nel 1982 il governo Spadolini affidò la presidenza dell’IRI a Romano Prodi. La nomina di un economista (seppur sempre politicamente di area democristiana, come il predecessore Pietro Sette) alla guida dell’IRI costituiva in effetti un segno di discontinuità rispetto al passato. E difatti la discontinuità si vide eccome: la ristrutturazione dell’IRI durante la presidenza Prodi portò a:

  • la cessione di 29 aziende del gruppo, tra le quali la più grande fu l’Alfa Romeo, privatizzata nel 1986;
  • la diminuzione dei dipendenti, grazie alle cessioni ed a numerosi prepensionamenti, soprattutto nella siderurgia e nei cantieri navali;
  • la liquidazione di FinsiderItalsider ed Italstat;
  • lo scambio di alcune aziende tra STET e Finmeccanica;
  • la tentata vendita della SME al gruppo CIR di Carlo De Benedetti, operazione che venne fortemente ostacolata dal governo di Bettino Craxi. Fu organizzata una cordata di imprese, comprendente anche Silvio Berlusconi, che avanzarono un’offerta alternativa per bloccare la vendita. L’offerta non venne poi onorata per carenze finanziarie, ma intanto la vendita della SME sfumò. Prodi fu accusato di aver stabilito un prezzo troppo basso (vedi vicenda SME).

Il risultato fu che nel 1987, per la prima volta da più di un decennio, l’IRI riportò il bilancio in utile, e di questo Prodi fece sempre un vanto, anche se a proposito di ciò Enrico Cuccia affermò:

« (Prodi) nel 1988 ha solo imputato a riserve le perdite sulla siderurgia, perdendo come negli anni precedenti. »
(S.Bocconi, I ricordi di Cuccia. E quella sfiducia sugli italianiCorriere della Sera, 12 novembre 2007)

È comunque indubbio che in quegli anni l’IRI aveva per lo meno cessato di crescere e di allargare il proprio campo di attività, come invece aveva fatto nel decennio precedente, e per la prima volta i governi cominciarono a parlare di “privatizzazioni”.

Per le sorti dell’IRI fu decisiva l’accelerazione del processo di unificazione europea, che prevedeva l’unione doganale nel 1992 ed il successivo passaggio alla moneta unica sotto i vincoli del Trattato di Maastricht. Per garantire il principio della libera concorrenza, la Commissione Europea negli anni Ottanta aveva incominciato a contestare alcune pratiche messe in atto dai governi italiani, come la garanzia dello Stato sui debiti delle aziende siderurgiche e la pratica di affidare i lavori pubblici all’interno del gruppo IRI senza indire gara d’appalto europea. Le ricapitalizzazioni delle aziende pubbliche e la garanzia dello Stato sui loro debiti furono da allora considerati aiuti di Stato, in contrasto con i principi su cui si basava la Comunità Europea; l’Italia si trovò quindi nella necessità di riformare, secondo criteri di gestione più vicini a quelli delle aziende private, il suo settore pubblico, incentrato su IRI, ENI ed EFIM.

Nel luglio 1992 l’IRI e gli altri enti pubblici furono convertiti in Società per azioni.

Nel 1992 chiudeva l’anno con 75.912 miliardi di lire di fatturato ma con 5.182 miliardi di perdite. Ancora nel 1993 l’IRI si trovava al settimo posto nella classifica delle maggiori società del mondo per fatturato, con 67.5 miliardi di dollari di vendite.

Nel luglio del 1993 il commissario europeo alla Concorrenza Karel Van Miert contestò all’Italia la concessione di fondi pubblici all’EFIM, che non era più in grado di ripagare i propri debiti.

Per evitare una grave crisi d’insolvenza, Van Miert concluse con l’allora ministro degli Esteri Beniamino Andreatta un accordo che consentiva allo Stato italiano di pagare i debiti dell’EFIM, ma a condizione dell’impegno incondizionato a stabilizzare i debiti di IRI, ENI ed ENEL e poi a ridurli progressivamente ad un livello comparabile con quello delle aziende private entro il 1996. Per ridurre in modo così sostanzioso i debiti degli ex-enti pubblici, l’Italia non poteva che privatizzare gran parte delle aziende partecipate dall’IRI. (N.B.: Andreatta fu altresì l’autore del c.d. “divorzio” fra la Banca d’Italia ed il ministero del Tesoro: grazie a questa decisione, presa con assoluta arbitrarietà e comunicata con una semplice lettera del Ministro, da quel giorno il Tesoro non poté più obbligare la Banca d’Italia a comprare i titoli di debito pubblico rimasti non acquistati sul mercato primario, così, per incentivarne l’acquisto, lo Stato italiano fu costretto ad aumentarne il tasso di interesse, portando ad un rapidissimo aumento del debito pubblico per interessi sui titoli emessi, che portò al raddoppio dell’importo totale del debito pubblico italiano durante gli anni ottanta. Oggi i politici al governo e gli economisti neoliberisti al loro servizio ci raccontano che tale aumento fu invece dovuto all’eccessiva spesa pubblica “scriteriata” posta in essere dai “governi cicala” di quegli anni, colpa che ancor oggi noi dobbiamo espiare con i “sacrifici” che ci vengono imposti per ridurre il debito pubblico.)

L’accordo Andreatta – Van Miert impresse una forte accelerazione alle privatizzazioni, iniziate già nel 1993 con la vendita del Credito Italiano. Nonostante alcuni pareri contrari, il ministero del Tesoro scelse di non privatizzare l’IRI S.p.A., ma di smembrarla e di vendere le sue aziende operative; tale linea politica fu inaugurata sotto il primo governo di Giuliano Amato e non fu mai messa realmente in discussione dai governi successivi. Nonostante nel 1997 i livelli di indebitamento fissati dall’accordo Andreatta-Van Miert fossero già stati raggiunti, le dismissioni dell’IRI proseguirono comunque e l’Istituto perse qualsiasi funzione, se non quella di vendere le sue attività e di avviarsi verso la liquidazione.

Tra il 1992 ed il 2000 l’IRI vendette partecipazioni e rami d’azienda, che determinarono un incasso per il ministero del Tesoro, suo unico azionista, di 56.051 miliardi di lire, cui vanno aggiunti i debiti trasferiti. Suscitarono critiche le cessioni ai privati, tra le altre, di aziende in posizione pressoché monopolistica, come Telecom Italia ed Autostrade S.p.A.; cessioni che garantirono agli acquirenti posizioni di rendita.

Con un documento pubblicato il 10 febbraio 2010, ormai ultimata la stagione delle privatizzazioni che aveva preso il via quasi 20 anni prima, la Corte dei Conti ha reso pubblico uno studio nel quale elabora la propria analisi sull’efficacia dei provvedimenti adottati. Il giudizio, che rimane neutrale, segnala, sì, un recupero di redditività da parte delle aziende passate sotto il controllo privato, ma segnala che detto recupero non è dovuto alla ricerca di maggiore efficienza, quanto piuttosto all’incremento delle tariffe di energia, autostrade, banche, ecc., ben al di sopra dei livelli di altri paesi Europei. A questo aumento, inoltre, non avrebbe fatto seguito alcun progetto di investimento, volto a migliorare i servizi offerti.

Quindi, è la Corte dei Conti, e non qualche “gufo” conservatore contrario per partito preso alle “riforme”, a dichiarare e certificare che le tanto decantate privatizzazioni non comportano affatto, grazie all’osannato meccanismo della concorrenza, un miglioramento del servizio offerto ai cittadini, anzi: poiché il fine perseguito da tutte le imprese private è solo ed unicamente quello di incrementare i profitti, esse conducono a interventi gestionali di riduzioni dei costi (tramite riduzioni del personale, cioè licenziamenti, e limitazioni alla spesa per ricerca ed innovazione) ed aumento delle tariffe, possibile dato che nei settori chiave esse operano all’interno del confine nazionale o nell’ambito di “cartelli” di imprese, quindi in condizioni di sostanziale monopolio (vedi ad es., la società autostrade)

Ancora più secco è il giudizio della Corte dei Conti sulle procedure utilizzate nell’opera di privatizzazione, che:

« evidenzia una serie di importanti criticità, le quali vanno dall’elevato livello dei costi sostenuti e dal loro incerto monitoraggio, alla scarsa trasparenza connaturata ad alcune delle procedure utilizzate in una serie di operazioni, dalla scarsa chiarezza del quadro della ripartizione delle responsabilità fra amministrazione, contractors ed organismi di consulenza, al non sempre immediato impiego dei proventi nella riduzione del debito »

Le poche aziende (FinmeccanicaFincantieriFintecnaAlitalia e RAI) rimaste in mano all’IRI furono trasferite sotto il diretto controllo del Tesoro. Nonostante alcune proposte di mantenerlo in vita, trasformandolo in una non meglio precisata “agenzia per lo sviluppo”, il 27 giugno 2000 l’IRI fu messo in liquidazione e nel 2002 fu incorporato in Fintecna, scomparendo definitivamente. Prima di essere incorporato dalla sua controllata ha però pagato un assegno al Ministero del Tesoro di oltre 5000 miliardi di lire, naturalmente dopo aver saldato ogni suo debito.

Per un’analisi fortemente critica del percorso delle privatizzazioni, anche alla luce delle dinamiche politiche internazionali, consiglio anche la lettura di questo documento del 1993: http://www.movisol.org/draghi3.htm

Quindi, ricapitolando:

un tempo tutte le partecipazioni statali negli enti pubblici economici facevano capo agli enti di gestione (IRI, ENI, EFIM, ENEL), che agivano sotto il controllo del Ministero delle partecipazioni statali.

Ma nel 1993 venne indetto un referendum popolare per l’abolizione delle partecipazioni statali, che grazie alla consueta massiccia azione di propaganda ottenne il risultato sperato dai fautori delle privatizzazioni, consentendo la soppressione del Ministero delle partecipazioni statali e l’avvio ufficiale del processo di privatizzazione degli enti pubblici economici e delle aziende di Stato.

Nel linguaggio giornalistico l’IRI è rimasto come paradigma della mano pubblica che raccoglie partecipazioni in aziende senza troppi criteri imprenditoriali. Così enti statali come la Cassa Depositi e Prestiti e Sviluppo Italia sono stati soprannominati “nuove IRI”, con una certa connotazione negativa, a sottolinearne le finalità politiche e clientelari che tenderebbero, secondo i critici, a prevalere su quelle economiche.

E vediamo oggi come i risultati della propaganda mediatica che sostiene le privatizzazioni propugnate dai governi neoliberisti continuino a fiorire: notizia di pochi giorni fa è la programmata cessione del 32% di un ramo di Cassa depositi e prestiti a società cinesi, ad opera del ministro Padoan.

Tutto il percorso sin qui seguito percorre il sentiero tracciato dalla Commissione europea e dalla BCE (non dimentichiamo che anche nella famosa lettera di Trichet al Governo italiano, del 2011, si inseriva nella “lista di cose da fare” anche l’accellerazione sulle privatizzazioni), dando per acquisito ed automatico – perché di fanno ormai lo è – il prevalere indiscusso del diritto UE e dei suoi principi fondamentali su quelli sanciti dalla nostra Carta costituzionale.

La libertà economica riconosciuta dalla Costituzione si differenzia, difatti, dalle altre libertà fondamentali anch’esse previste nella Carta, in quanto va esercitata tenendo conto non dei soli interessi dell’imprenditore, ma anche degli interessi di quei soggetti su cui si possono riflettere le scelte aziendali. Ma quando un’azienda pubblica viene acquistata da una multinazionale straniera, tale principio viene meno, e ciò accade oggi anche quando ad acquistarla è un’impresa privata italiana che opera in ossequio alle leggi europee, che prevalgono ormai per orientamento giurisprudenziale consolidato sul nostro diritto interno e sulla nostra Costituzione.

Inoltre, recentemente, nuovi interventi normativi hanno introdotto notevoli limitazioni alla possibilità per le Pubbliche Amministrazioni di procedere alla costituzione di società pubbliche: la L. 244 del 2007 (legge finanziaria per l’anno 2008), come novellata dalla L. 69/2009, stabilisce che “al fine di tutelare la concorrenza ed il mercato, le amministrazioni … non possono costituire società aventi per oggetto attività di produzione di beni e servizi non strettamente necessarie per il perseguimento delle proprie finalità istituzionali, né assumere o mantenere direttamente partecipazioni, anche di minoranza, in tali società”: la norma è evidentemente finalizzata ad obbligare le Pubbliche Amministrazioni che ancora detengano quote di partecipazione in società miste alla dismissione delle stesse, per privatizzarle completamente, nonché ad impedire la creazione di nuove società pubbliche e miste.

La sfera di sopravvivenza dell’attività di intervento statale e pubblico nell’economia viene così sempre più ridotto ai minimi termini, fra gli applausi di soddisfazione delle platee imprenditoriali internazionali, pronte ad accaparrarsi gli ingenti profitti derivanti dalla gestione dei servizi pubblici.

Per quanto riguarda, comunque, le società pubbliche ancora esistenti, che esercitino attività di impresa, il diritto europeo tende all’equiparazione delle stesse con le società private, per evitare che, attraverso il riconoscimento di poteri speciali al socio pubblico, si possano disincentivare gli investimenti da parte di altri operatori economici, con pregiudizio alle “libertà comunitarie”.

Quindi si è stabilito che l’impresa pubblica, pur essendo un soggetto giuridico in cui i pubblici poteri esercitano un’influenza dominante, deve agire in normali condizioni di mercato, assumendone il rischi d’impresa e perseguendo finalità di lucro. In parole povere, si è svuotato il concetto di impresa pubblica del suo connotato essenziale, ovvero il fine di pubblica utilità, sostituendo ad esso il fine di lucro, dando attuazione all’obiettivo dichiarato della politica dell’Unione Europea: la tutela del mercato sopra ogni cosa, cioè degli interessi economici e finanziari dei privati, a discapito degli interessi dei popoli e dei cittadini e dei loro diritti fondamentali!

Questo è ciò che spinge avanti a passi da gigante il percorso di integrazione europea, quello per cui operano e pontificano il nostro Presidente della Repubblica Napolitano, oltre a Renzi, Letta, Monti e tutti coloro che magnificano l’Unione Europea, l’euro e gli agognati “Stati uniti d’Europa”. Un’unica nazione federale, votata al perseguimento dei fini indicati dai più biechi ed amorali centri del potere del capitalismo finanziario, le cui sedi principali si trovano negli USA, che non a caso ci vengono indicati come il modello ideale di Stato federale a cui dovremmo ispirarci.

L’esaltazione mediatica dell’economia e del sistema politico statunitensi, che non tiene minimamente conto degli enormi deficit sociali e democratici persistenti in tale sistema (in cui non vi è tutela effettiva del diritto alla salute, all’abitazione, alla dignità umana, ed in cui lo Stato consente e promuove il possesso privato di armi anche da guerra, la pena di morte e la tortura) porta i nostri cittadini ad inseguire il miraggio del “progresso” e della crescita economica sul modello americano tramite il contenitore europeo, assecondando inconsapevolmente i fini del tutto antisociali delle grandi lobby internazionali delle banche e assicurazioni, dei produttori e commercianti di armi, delle imprese petrolifere e farmaceutiche.

Nel nostro Paese, quindi, le privatizzazioni – strumento obbligato in quanto imposto dai Trattati UE per rispettare i vincoli di “stabilità” e pareggio del bilancio – sono una delle armi più importanti e più facilmente utilizzabili (insieme al controllo della moneta tramite l’euro) per assicurare a suddette lobby il consolidamento e l’ampliamento delle proprie posizioni di potere, sino al raggiungimento del completo dominio sull’economia, la politica e quindi sull’intero territorio nazionale.

Francesca Donato

Tratto da:http://www.progettoeurexit.it

LA MANNAIA DELLE PRIVATIZZAZIONI
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Zanni, M5S: “Le banche italiane praticano l'usura L'Europa intervenga”

Pubblicato su 30 Luglio 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in POLITICA, ECONOMIA

Contro l'usura in Italia chiama in causa l'Unione Europea perché adotti misure severe e faccia chiarezza nel sistema bancario. La richiesta è dell'europarlamentare bergamasco Marco Zanni del Movimento 5 Stelle.

“In Italia è in vigore la legge 108 del 1996 che fissa un tetto massimo ai tassi di interesse oltre al quale si sconfina nell'usura, con conseguenze penali per gli istituti finanziari – afferma Zanni -. Tuttavia, una circolare della Banca d'Italia, dello stesso anno, permetteva alle banche di non considerare nel conto degli interessi la commissione di massimo scoperto. In questo modo, interessi reali pagati dai clienti superiori al tetto legale, risultavano a norma di legge. La giurisprudenza ha dichiarato più volte la superiorità della legge 108 sulla circolare di Bankitalia, non vincolante per le banche”.

Quindi anche le banche praticano l'usura?

“Sì, lo scorso giugno un Pubblico Ministero ha contestato il reato di usura ad alcune banche, con il concorso morale degli ex vertici di Bankitalia, proprio per avere aggirato la norma antiusura del 1996. Dopo la chiusura di queste indagini, la Scuola Superiore della Magistratura (SSM), organismo teoricamente terzo che si occupa di formazione per magistrati, ha organizzato un corso di aggiornamento per magistrati civili e penali proprio sull'usura, con il patrocinio di Banca d'Italia e Abi, coinvolte esse stesse in maniera più o meno diretta nelle indagini”.

Davanti a questa situazione, quali misure potrebbe imporre alle banche l'Europa per scongiurare il rischio usura?

“L'Europa non può nascondersi e non considerare la gravissima situazione italiana, anche alla luce dell'intervento della Magistratura in questo settore. Il sistema bancario europeo è integrato nel SEBC, cui spettano anche obblighi di vigilanza e sorveglianza: le banche italiane fanno parte di questo quadro, non è ammissibile che tutto questo resti impunito. L'Europa ora dovrà valutare la situazione, e decidere nel caso le misure più idonee per risolvere questa situazione".

Quanto pesa l'usura sull'economia italiana?

"L'usura pesa moltissimo sull'economia italiana, si parla di cifre astronomiche, nell'ordine dei venti miliardi di euro. Denaro improduttivo ovviamente, che serve solo a finanziare chi specula".

Assistiamo spesso ad annunci da parte della Banca Centrale Europea di disponibilità di denaro, ma poi le banche utilizzano tali somme per operazioni finanziarie e non per aiutare l'economia reale. Come si potrebbe intervenire su questo fronte?

"Anche su questo tema ho voluto chiedere chiarimenti attraverso un'interrogazione parlamentare: quanto successo con le scorse operazioni LTRO (finanziamenti agevolati alle banche) è stato scandaloso. Draghi dice che le nuove misure, TLTRO, saranno mirate all'economia reale: io dubito seriamente, anche perché non sono stati posti vincoli rigorosi da rispettare. Ad esempio le banche potranno continuare ad investire in titoli di Stato, come fatto negli scorsi mesi, facendo enormi profitti senza aiutare minimamente l'economia reale e quindi la ripresa del Paese".

Gli imprenditori spesso lamentano una difficoltà posta dalle banche all'accesso al credito. Non crede che in questo modo si favorisca oltre che l'usura anche la ramificazione della malavita?

"Certamente. Le banche sono sempre più restie a concedere crediti, e quando lo fanno a volte applicano condizioni assurde, arrivando anche ai casi di usura bancaria che ho denunciato. La malavita ha poi gioco facile ad inserirsi in questo sistema: grossa liquidità a disposizione, immediata, facile da ottenere per tutti. Il prezzo sappiamo bene quale è, e così si perpetua e sviluppa un circolo vizioso dal quale è difficile uscire".

L'Europa potrebbe intervenire per uniformare i costi dei conti correnti e delle spese bancarie per far sì che l'Unione Europea non sia una sola cornice di tanti Stati?

"Bisogna dire che qualcosa si sta muovendo in questa direzione; recentemente è stata ad esempio adottata una normativa che consente ai cittadini europei di avere accesso in tutti i Paesi dell'Unione ad un servizio di conto corrente base, che prevede la fornitura di alcuni servizi obbligatori gratuitamente o ad un costo ragionevole. Le banche poi dovranno garantire un’informazione chiara (e standardizzata a livello europeo) su commissioni e tassi d’interesse, che dovrebbe permettere di confrontare le diverse offerte in maniera semplice. Anche sulle commissioni per bancomat e carte di credito si sta lavorando in Europa, per uniformare le diverse legislazioni nazionali. C'è ancora molto da fare: noi siamo appena arrivati, ma sicuramente non siamo andati in Europa per assistere passivamente al disfacimento del nostro sistema economico e finanziario. Vogliamo portare a casa risultati concreti, che servano a tutti. Questo è il nostro impegno".

Tratto da:http://www.bergamonews.it

Zanni, M5S: “Le banche italiane praticano l'usura L'Europa intervenga”
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LA STRAGE DI BOLOGNA

Pubblicato su 30 Luglio 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in IPHARRA, POLITICA

Riceviamo e volentieri pubblichiamo. C.M.

Noi abbiamo svolto da decenni dalle pagine di questo giornale ( Giustizia Giusta - ndr ), una dura, tenace, coraggiosa e sacrosanta battaglia per affermare  la Giustizia Giusta per tutti.

Ora, nel momento in cui  le Istituzioni della Repubblica celebrano le ricordanze manichee delle centinaia di vittime innocenti del terrorismo, rivendichiamo ancora una volta che si faccia la definitiva chiarezza sugli eventi che hanno segnato la nostra Storia. Ci riferiamo al periodo tra gli anni 1969 ed il 1985, che grosso modo coincisero con quelli della "guerra fredda" tra i paesi della Nato e quelli comunisti del Patto di Varsavia.

Nei nostri cieli e sul nostro territorio era ormai in corso la "guerra calda" tra le contrapposte intelligence dell' Ovest, dell' Est e del Medioriente, senza l' esclusione di colpi con l' uso di missili e tritolo. Nel carosello delle stragi che si susseguivano, lo Stato italiano, intrappolatosi in una inverosimile politica di compromessi interni ed internazionali, nell' immediatezza di ogni evento terroristico ne attribuiva la responsabilità alla "matrice fascista". Fu così messo a punto il teorema nero per l' uso politico - ideologico della "strategia della tensione". Alcune  Procure della Repubblica cominciarono a scaldare i loro muscoli, il fronte antifascista si ricompattava, la macchina mediatica della criminalizzazione fu messa in moto: la "pista nera" fu pronta all' uso. Si raggiunse così il doppio scopo di spostare l' opinione pubblica sull' emergenza terroristica, distraendola dalla pesante crisi economica, sociale e politica nel momento burrascoso del compromesso storico tra D.C. e P.C.I. La regia operativa fu affidata alla competenza di una  Centrale dei servizi "speciali" che agivano sotto la copertura dello Stato. Questi servizi non furono mai "deviati " ma agirono nella stretta osservanza degli ordini ricevuti: depistare su una fantomatica organizzazione fascista, le attività stagistiche ed assicurare l' impunità ai veri responsabili conosciuti o riconoscibili sui quali non si doveva e non si poteva indagare. per ragioni di Stato.  

Che cosa rimane ora della strategia della tensione?
Si sta avvicinando il trentaquattresimo anniversario della madre di tutte le stragi, quella della stazione ferroviaria di Bologna del 2 agosto del 1980, preceduta il 27 giugno da quella dell'aereo dell' ITAVIA abbattuto nel cielo di Ustica provocando 81 morti: rimasta, alla conclusione, di un lungo itinerario giudiziario, anch'essa senza colpevoli.

La strage di Bologna rimane l' azione più nefanda della strategia della tensione. A poche ore dalla deflagrazione della potente bomba, le Istituzioni della Repubblica, erettesi a Tribunale speciale, la indicarono di MARCA FASCISTA ( nella applicazione della dottrina del teorema nero) per bocca dello stesso Ministro dell' Interno Francesco Cossiga. Il quale a distanza di qualche anno si smentì clamorosamente fino a chiedere scusa al MSI. La targa commemorativa di STRAGE  FASCISTA apposta sul luogo, rimane tuttora a testimoniare il tragico capolavoro del teorema di Stato usato per mantenere desta negli italiani la infame speculazione ideologica e politica dell'antifascismo sul sangue e le sofferenze di centinaia di vittime innocenti a cui il 28 agosto successivo, si aggiunsero le decine di ragazzi "neri" arrestati in una plateale operazione di polizia degna di una fiction all'americana.

Che cosa rimane oggi di questo torbido passato?

Il 9 maggio ultimo scorso, in occasione della giornata del ricordo delle vittime del terrorismo, tra cui quella di Aldo Moro e della sua scorta, alla presenza delle più alte Cariche Istituzionali etc etc, il Presidente della Repubblica accennò a responsabilità della mafia senza fare riferimento al rituale del terrorismo fascista.

Il 28 maggio susseguente, nel corso della cerimonia per i 40 anni della strage di Brescia, tenuta alla Camera dei deputati alla presenza di tutte le maggiori cariche dello Stato etc etc , la Presidente Boldrini constatò con malcelata amarezza e dolente delusione, la "buca" del processo di terso grado, che non aveva trovato colpevoli da condannare in maniera definitiva. La Presidente inoltre evidenziava come " la Cassazione abbia inviato gli atti per nuovi approfondimenti" puntando il dito sui " depistaggi di settori deviati di apparati dello Stato". Condizione che impediva di ripetere il consueto ritornello sulle responsabilità "nere". E' un' affermazione grave che giriamo alla attenzione del Presidente Napolitano perchè finalmente intervenga sui silenzi colpevoli e sulle colpe occultate, disponendo la rimozione del segreto di Stato che tuttora impedisce di conoscere la Verità.

La ruota della Storia sta ormai completando il suo giro dei  70 anni dalla  "liberazione",cioè di oltre tre generazioni. Liberate piuttosto la Repubblica dalla maschera settaria che non può rappresentare una ragione di Culto nazionale.

                     Senatore Ferdinando Signorelli

Osservatorio delle Stragi del periodico Giustizia Giusta.

LA STRAGE DI BOLOGNA
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Il relitto Italia

Pubblicato su 29 Luglio 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in POLITICA

Di: Fabrizio Maggi

La Concordia, rimessa in piedi da un miracoloso intervento ingegneristico, viaggia, seppur faticosamente, verso Genova. Si può tirare un sospiro di sollievo, l’incubo è finito. L’Italia invece rimane ferma al palo. Molti commentatori, all’era del parbuckling (la tecnica che permise di far tornare la nave in asse), sottolinearono una felice corrispondenza tra la nave da crociera che tornava in equilibrio e il paese che risorgeva dalle ceneri dopo le forche caudine della crisi economica. Persino Letta utilizzò la metafora, disegnando un futuro radioso: il peggio era passato, noi italiani, dotati di un serbatoio di risorse inimmaginabili, avremmo costruito nuovi scenari di prosperità. La metafora però non è stata sviscerata a dovere. La similitudine tra i due eventi viaggia in maniera coincidente fino ad un certo punto, salvo poi prendere una piega completamente differente nel caso della nostra bistrattata nazione. La Concordia, rimessa in piedi grazie a dei cassoni pieni d’acqua che le consentono di galleggiare, è trainata da un rimorchiatore che la condurrà nel porto di Genova. Qui la nave verrà letteralmente smembrata e i suoi pezzi saranno riutilizzati secondo gli scopi più opportuni. Allo stesso modo la traballante Italia è stata puntellata a colpi di tasse da una manovra “lacrime e sangue” che ha finito per impoverire ancor più i cittadini ed allontanare la tanto agognata ripresa.

Ma all’orizzonte non c’è nessun rimorchiatore pronto a trainarci fuori dalle cattive acque. La nave Italia non verrà fatta a pezzi e ricostruita, come il buon senso suggerirebbe. I nostri politici stanno aspettando che il relitto, tenuto a galla da sostegni artificiali e privo di motore, si rimetta in moto da solo. Con l’occhio del curatore fallimentare, la classe dirigente italiana ha esaurito il proprio compito nel rabberciare con toppe e pezze di terz’ordine lo stato dei miserandi conti pubblici. Se l’economia deve ripartire, che ci pensi qualcun altro. Hanno già fatto il possibile. Fuor di metafora, le crisi offrono occasioni per ripensare strutture che hanno smesso di funzionare, non rispondendo più alle esigenze per le quali erano state costruite. La situazione in cui ci troviamo poteva fungere da spinta per farci diventare promotori di un nuovo modello di sviluppo, un modello che abbandonasse il Prodotto Interno Lordo come indicatore dogmatico dei parametri economici.

In un mondo saturo di individui e di beni, non ci si può aspettare di guadagnare puntando sull’eccesso di offerta. Criteri vecchi di quasi 80 anni continuano a governare le nostre vite e manca qualcuno che abbia la lungimiranza di escogitare soluzioni nuove per problemi tanto complessi. Non sarà Renzi a tirarci fuori dal guado. La sua passione per il “cambiamento” in economia è durata il tempo di un battito di ciglia. Se proprio volete tornare a crescere, provate ad innaffiarvi i piedi.

Tratto da:http://www.lintellettualedissidente.it

Il relitto Italia
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Comprate Sblocca Italia by Renzi, contro l'ingorgo estivo!

Pubblicato su 29 Luglio 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in POLITICA, ECONOMIA

Di: Rossana Prezioso

Sblocca Italia. Non non è il nome di un disgorgante per lavandini (sebbene un ingorgo ci sia e sarebbe quello delle riforme agostine ammassate, letteralmente, a ridosso delle sacre vacanze politiche), ma l’ennesimo provvedimento dopo il Salva Italia di Monti e il Decreto del fare di Letta. Quali vantaggi abbiano portato alla nazione resta ancora un dubbio amletico, sebbene la risposta, dopo i numerosi dati macro pessimi, sia facilmente deducibile. Intanto all’interno dei palazzi, forse illuminati da una scintilla inviata da Madre Logica, la decisione di rinviare il voto sulle riforme costituzionali (ma solo per questioni prettamente politiche) potrebbe dare un vantaggio su quelle, più urgenti e si spera concrete, del lavoro e dell’economia.

Sblocca Italia

Da cosa? Non da se stessa, ma dalla sua classe politica di nani miopi, che si permette il lusso, immeritato, di guidare una nazione di giganti. Quei piccoli imprenditori (piccoli solo di nome) che in prima persona rischiano, salvo poi cedere una fetta (sempre più grossa) del guadagno a uno stato che da esattore pretenzioso si è trasformato da tempo in strozzino.

Per quanto di vitale importanza, il taglio dei costi della politica con la semplificazione del processo legislativo, la razionalizzazione delle dinamiche di governo e l’ottimizzazione dei vari iter legislativi, passa paradossalmente in secondo piano di fronte a una caduta dei consumi, a un crollo della fiducia e a una disoccupazione che ufficialmente supera il 13% ma che, contando la popolazione inattiva, potrebbe arrivare anche al 48%

Padoan e la manovra correttiva

Lo stesso Padoan riunitosi con Renzi in serata per prospettare nuove vie d’uscita dalla crisi (molto difficili da trovare e ancora più difficili da attuare nella selva di interessi di parte che avrebbero essere dovuti sradicare ben prima dell’inasprirsi della situazione economica) teme un panorama macro molto più grave del previsto e lo stesso Pil che dall’iniziale 0,6% è caduto a un triste 0,2% nelle stime di Bankitalia ne è la conferma. La paura, a questo punto, è quella della solita manovra correttiva che, però, in questo caso, non sarebbe altro che il colpo di grazia a una società a dir poco agonizzante. L’ultima speranza, degna di un miracolo, sarebbe vedere quel pacchetto di misure, lo *Sblocca Italia *(il Salva Italia non era disponibile tra i vari nickname), appunto, essere organizzato in tempo e soprattutto in modo da permettere il salto di qualità da una parte all’altra della sponda del fiume, quel fiume in piena che rischia di travolgere quel poco di sano che è rimasto. Ma che può sempre permettersi il lusso di rifiorire e prosperare.

Mano dunque al filone dell’edilizia: la polemica sollevata la settimana scorsa dal presidente dell'Ance, Paolo Buzzetti circa l’idea di chiudere le imprese del settore è ancora fresca. 70 mila le ditte che hanno chiuso o che sono in fase di fallimento, con perdite che sfiorano i 60 miliardi di euro. “Piano città”, “Piano 6mila campanili”, tutti nati dalal voglia di fare delle piccole realtà, ma quanto pare l’Italia, ma soprattutto i suoi governi sembrano essere particolarmente capaci di dare nomi fantasiosi a progetti politici altrettanto fantasiosi e promettenti. Ma che nel 90% dei casi (giusto per evitare la totalità) non arrivano alla realizzazione se non parziale.

Visione d'insieme

Il panorama della situazione è ampio, vasto e fin troppo urgente per assicurare la certezza della riuscita: porti, finanziamenti Ue, infrastrutture, semplificazioni normative, amministrazione, burocrazia e giustizia, le prime voci che solo la memoria suggerisce come più urgenti. Infrastrutture, per dirne una, con la linea tirrenica da sempre sulla carta. E la memoria corre all’incubo di tutti i governi: quella Salerno Reggio che, politicamente è equiparabile a una sorta di Vietnam, con gli stessi effetti d’immagine. Oppure i finanziamenti al Mezzogiorno, che sempre più spesso hanno creato una vera e propria dipendenza patologica da un assistenzialismo logorante e controproducente per tutti. Meridione in primis.

Facilitazioni dell'edilizia

Regolamento standard per 8 mila comuni con la possibilità (non la certezza) di potersi discostare per esigenze di territorio. Finora le amministrazioni possono richiamarsi al principio di autotutela in caso di lavori ritenuti “pericolosi”. Adesso quel principio potrebbe essere limitato. E forse non solo nel tempo.

Accelerazione (o facilitazioni) dei permessi per costruire, il tutto potenzialmente interessante, ma non in Italia dove l’abusivismo edilizio ha distrutto un territorio che avrebbe potuto essere sfruttato meglio per il turismo, dove la spada di Damocle di un territorio instabile, soggetto a smottamenti, allagamenti e terremoti dovrebbe essere compreso e non violato dalla fretta di fare cassa.

Niente autostrade, ma ferrovie (proprio quando Trenitalia ha tagliato le corse e il settore dei trasporti punta sull’aereo), niente regolamentazioni esagerate ma banda larga (sperando che possa essere saggiamente sfruttata, qualora diventasse realtà) magari per facilitare anche i rapporti del cittadino con una pubblica amministrazione più informatizzata, niente cure, ma traumi.

- See more at: http://www.trend-online.com/prp/sblocca-italia-renzi/3.html#sthash.Njr8pvr6.dpuf

 

Comprate Sblocca Italia by Renzi, contro l'ingorgo estivo!
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CLAMOROSO / L'UNITA' DEVE PAGARE 110 MILIONI DI EURO DI DEBITI ALLE BANCHE MA I DS LI HANNO ''GIRATI'' ALLO STATO! SCHIFO!

Pubblicato su 29 Luglio 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in POLITICA

Il tribunale ha emesso tre decreti ingiuntivi per 110 milioni a favore delle banche che prestarono i soldi a L’Unità e, come mostriamo in esclusiva, i Ds si adoperarono perché a pagare fosse Palazzo Chigi. (Scoop del Corriere della Sera).

I debiti li hanno fatti l’Unità e i Ds, ma a pagarli sarà lo Stato. Ed è una cifra che fa paura: 110 milioni di euro. Poche settimane fa tre pool di banche, capitanati da Intesa San Paolo, Bnl e Banca Popolare, hanno ottenuto dal Tribunale di Roma l’emissione di altrettanti decreti ingiuntivi contro la presidenza del Consiglio dei ministri, per avere indietro i soldi prestati al quotidiano fondato da Antonio Gramsci e gestito fino al 2001 - assai male, a vedere i risultati - dai Democratici di Sinistra. La sentenza non è esecutiva solo perché Palazzo Chigi - conferma il Capo dipartimento dell’Editoria Roberto Marino - ha fatto ricorso tramite l’avvocatura dello Stato. La decisione finale è prevista a ottobre.

Come mai a pagare questi debiti dev’essere lo Stato? Per capirlo ci tocca fare un passo indietro, a 13 anni fa. Nel 2001 Ugo Sposetti, per anni tesoriere del Pci-Pds-Ds, oggi senatore Pd e presidente della Fondazione Ds, si trova alle prese col debito monstre del partito: 447 milioni di euro. Di questi 125 milioni di euro provenivano da mutui concessi a l’Unità (di cui 82 a carico di Bnl, 32 di Intesa, 20 di Ifibanca, oggi Banco popolare). Debiti che non preoccupavano più di tanto i vertici dei Ds, perché avevano una garanzia a prova di crack: quella dello Stato. Quando la Quercia, nel 2002, chiama in aiuto un pool di consulenti tecnici per capire come evitare un fallimento che sembra sicuro, i maghi dei conti lo scrivono nero su bianco, in un documento riservato: l’obiettivo è «trasferire il debito del partito derivante dai mutui editoria allo Stato, il quale peraltro ne è già garante».

Come è possibile? Grazie ad un legge, varata nel 1998 dal governo Prodi, che permette di trasferire la garanzia posta dallo Stato fin dal 1987 sui debiti dei quotidiani di partito «anche a soggetti diversi dalle editrici concessionarie» (cioè, in questo caso ai Ds). Specifica la legge: «La garanzia concessa a carico dello Stato è escutibile a seguito di accertata e ripetuta inadempienza da parte del concessionario». Tradotto: siccome la Fondazione Ds è inadempiente, allora paga lo Stato, con tanto di interessi di mora. D’altronde la Fondazione, che ancora oggi garantisce circa 4 milioni di euro di contributo pubblico a l’Unità, è la bad company del vecchio partito della sinistra italiana. Ha ancora una montagna di debiti, ma prima della nascita del Pd ha ceduto tutto il suo patrimonio a un gruppo di 55 fondazioni locali. Alcune banche, tra cui Unicredit, per avere indietro i propri soldi oggi contestano proprio questa operazione di “sparizione”. E chiedono alle fondazioni locali di entrare in possesso di alcuni immobili (due in Friuli, uno a Bergamo, uno a Pomigliano).

La cattiva pratica di far debiti - e non pagarli - a l’Unità non è passata di moda. Oggi la Nie (Nuova iniziativa editoriale, la società che edita il quotidiano) è in liquidazione. Lascia un conto salatissimo a banche e creditori: 35 milioni di passività, di cui 10 con le banche (di cui 4 con Unicredit) e 6,5 milioni verso i fornitori. Per le imprese editrici de l’Unità è il quarto fallimento in vent’anni. Ed è proprio in questi repentini crack e cambi societari che il debito de l’Unità passa in capo ai Ds. L’editrice storica - l’Unità Spa - attiva fin dal 1944, va in liquidazione nel 1994; le subentra Arca Spa, controllata al 99,9 per cento dai Ds, che finisce a gambe all’aria nel 1998; poi arriva la Uem Spa, di cui il partito controlla la quota di maggioranza, ma a cui partecipano anche privati come la Tosinvest degli Angelucci e la Asset Spa di Marchini, oltre alla fondazione Italiani europei di Massimo D’Alema. Ma nel 2000 anche la Uem è costretta a chiudere bottega. Prima, però, cede il marchio - e il contributo pubblico - alla Nie spa. Oggi nuovamente in liquidazione.

Il rosso del giornale non dovrebbe però colpire il Pd, il cui bilancio ha “solo” 10 milioni di debiti, nessuno dei quali provenienti dal quotidiano. Il premier Matteo Renzi ha promesso di salvare l’Unità e ha ridato alle feste del partito il nome dell’antico giornale della sinistra. Ma il conto, ora, rischia di pagarlo proprio Palazzo Chigi. Gramsci non avrebbe approvato.

Articolo del Corriere della Sera - che data la rilevanza del tema, ripubblichiamo. 

Tratto da:http://www.ilnord.it/

CLAMOROSO / L'UNITA' DEVE PAGARE 110 MILIONI DI EURO DI DEBITI ALLE BANCHE MA I DS LI HANNO ''GIRATI'' ALLO STATO! SCHIFO!
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Da Gaza al Cairo: quando la terza via di Nasser rivoluzionava l’Egitto

Pubblicato su 29 Luglio 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in IPHARRA

“Combattevamo in Palestina ma i nostri pensieri e i nostri sogni volavano verso l’Egitto. Puntavamo le armi verso il nemico, acquattato là di fronte a noi nelle trincee, ma nei nostri cuori grande era la nostalgia per la patria lontana, lasciata in preda ai lupi voraci che tentavano di dilaniarla”. Sono parole di Gamal Abd Al-Nasser, leader della rivoluzione che il 26 luglio 1952, con l’occupazione dei centri nevralgici del Cairo e l’arresto dei membri dello Stato Maggiore, costringe all’esilio Re Faruq. È l’inizio della cacciata degli inglesi dall’Egitto e da Suez.

 A ridosso della Nakba (tragedia), ovvero la sconfitta della resistenza palestinese e degli eserciti arabi contro il neonato stato d’Israele, la rivoluzione dei Liberi Ufficiali dona all’Egitto una serie di riforme economiche e sociali di prim’ordine: viene varato un piano quinquennale per le infrastrutture, le grandi proprietà terriere sono espropriate e bonificate, indennizzate con titoli di stato e redistribuite in piccoli lotti. Dal punto di vista strettamente politico, il movimento fondamentalista dei Fratelli Musulmani viene dichiarato fuori legge.

Nel 1954 Nasser è nominato primo ministro e due anni dopo, il 26 luglio, nazionalizza la Compagnia del Canale di Suez, i cui proventi avrebbero finanziato il grandioso progetto della diga di Assuan. Tuttavia la chiusura del canale colpisce in particolar modo Tel Aviv che a fine ottobre attacca l’Egitto, arrivando a bombardare Alessandria e occupando Sharm el Sheik. Il mondo è sul piede di guerra: i sovietici, superata l’iniziale diffidenza ideologica (anche grazie a una serie di intese economiche), sono diventati i primi interlocutori del nuovo corso egiziano e per bocca del primo ministro Bulganin si dicono “decisi a schiacciare gli aggressori e ristabilire la pace nel Medio Oriente con la forza”. Siria e Arabia tagliano il petrolio all’Europa e l’Onu invia i caschi blu a Suez, che infine rimane sotto il controllo egiziano.

L’epilogo della crisi di Suez e la conseguente affermazione diplomatica dell’Egitto su Francia e Inghilterra superano l’onta della sconfitta militare. Il 23 dicembre del 1956 Nasser celebra la Festa della vittoria e da qui prosegue la sua politica panaraba e anticapitalista: dalla Repubblica Araba Unita (l’unione con la Siria dal 1958 al 1961) all’impegno per lo schieramento dei Non allineati, i contatti con la Jeune Europe di Jean Thriart e i rapporti commerciali con l’Eni di Enrico Mattei. Sul fronte interno, il miglioramento delle condizioni sociali degli egiziani è netto: viene inaugurata la maestosa diga di Assuan, numerose malattie sono debellate, l’istruzione di tutti i livelli diviene gratuita e il governo vara un secondo piano industriale quinquennale.

Siamo al 1967, è la Guerra dei sei giorni: Israele attacca repentinamente Siria, Egitto e Giordania, fino a occupare il Sinai e le alture del Golan. L’esercito del Cairo si riscopre debole e impreparato, Nasser si assume la responsabilità della sconfitta e rassegna le dimissioni in diretta tv. Milioni di egiziani scenderanno in piazza, proprio nell’ora più buia della loro storia recente, e faranno tornare il Presidente sui suoi passi. Ancora un paio d’anni alla guida dell’Egitto e dello schieramento panarabo (Libia, Sudan, Somalia, Palestina), il leader dei Liberi Ufficiali, malato da anni di diabete, muore al Cairo il 28 settembre del 1970.

L’impegno di Nasser per la costruzione di uno stato sovrano, laico e socialista ha fornito, fino ai giorni nostri, l’esempio più autentico per molti paesi del Nord Africa e del Medio Oriente. Una visione di governo che si ricollega a quella tipica delle nazioni dell’Asse, che si affianca al peronismo e che seppur con le dovute cautele, sotto diversi aspetti, ritroviamo nei paesi oggetto della recente riorganizzazione geopolitica a Sud del Mediterraneo. Non si tratta solo di architetture istituzionali, politiche economiche e sociali ma anche del rapporto fra il popolo e le gerarchie amministrative. Sistemi di potere da sempre nel mirino delle nazioni uscite vincitrici dalla Seconda guerra mondiale, in alcuni recenti casi spazzati via tramite la regia e il sovvenzionamento delle cosiddette primavere arabe, quando non anche il supporto concreto di uomini e mezzi.

Un fronte avverso con cui Nasser ha fatto i conti durante tutta la sua vita, in modo strutturato e sostanziale: la redistribuzione delle terre e l’istruzione pubblica contro l’accumulazione della ricchezza e la disuguaglianza, il contrasto dell’estremismo religioso contro la frammentazione sociale. Il tutto, grazie anche a una visione di politica estera pragmatica, in grado di superare alcune fra le più importanti rotture del secolo scorso. Una prospettiva federativa al riparo dal disordine, dall’instabilità e dalla divisione, quindi dai fattori storicamente necessari al sostentamento del capitalismo: l’ineguaglianza sociale (causa e conseguenza dell’accumulazione di capitale) e ogni tipo di traffico illecito (stupefacenti, esseri umani, armi) che non può prosperare se non in zone di conflitto o sotto il controllo della criminalità organizzata.

Il mondo di Nasser non era poi così diverso dal nostro.

Armando Haller

Tratto da:http://www.ilprimatonazionale.it

Da Gaza al Cairo: quando la terza via di Nasser rivoluzionava l’Egitto
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