Blog di frontediliberazionedaibanchieri

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

Niente Estate: hanno vinto i mondialisti sessantottini

Pubblicato su 28 Luglio 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in IPHARRA, POLITICA

Se ancora appartenete a quella sfilza di dementi che sostengono l’impossibilità da parte dell’uomo (vedi militari) d’interferire sulle condizioni climatiche, allora vi meritate questo ed altro ancora.

Se i mondialisti si sono potuti spingere sino al punto da poter determinare quanto sole ci tocchi al mese e come somministrarcelo, gran parte della responsabilità è dei popoli ignoranti. Ed ora mi spiego per benino.

Ancora oggi capita di poter incontrare soggetti nati negli anni Quaranta e Cinquanta i quali e le quali non fanno che riempirsi la bocca col loro “sessantotto”. Lo osannano perché oggi, da vecchi, non avendo costruito un bel nulla oltre a montagne di retorica d’accatto nel corso di cinquant’anni, sono rimasti gl’ignorantoni che erano allora. Tutt’ora si piccano di aver rivoluzionato il Pianeta, ed invece, allo stato dei fatti, non hanno concluso nulla. Ma de che, si escalma dalle mie parti!!! Col loro comportamento irresponsabile si sono resi complici di quel potere delle lobbies che ha potuto proliferare indisturbatamente, andandosi ad affermare e consolidare in quel preciso momento storico, mentre c’era chi, ritenendosi più furbo di tutti, parlava di fiori nei cannoni, alludendo alle canne rollate e fumate. Faccio presente che la Trilateral Commission fu fondata nel 1973 in piena guerra del Vietnam, mentre in tutto il mondo occidentale masse intere di “giovani sessantottini” si facevano di LSD ed eroina. E nessuno ne parla semplicemente perché i giornalisti di oggi sono i sessantottini di ieri come la classe dei docenti universitari – sia chiaro. A loro secca tremendamente dover prendere atto della realtà: sono degli emeriti falliti. Non hanno spiegato nulla al genere umano. Hanno fallito su tutto il fronte. Non ci hanno fornito alcuno strumento d’indagine ed oggi, per codardia, non fanno altro che insistere su quella linea patetica. uno spettacolino indegno.

È invece la parte sana della gioventù degli anni Duemila, quella che sta rivoluzionando davvero il sistema. Sono i personaggi che si muovono nel sottobosco internettiano quelli che stanno facendo opera di divulgazione scientifica. E lo stanno facendo senza manifestare in piazze gremite di idioti indottrinati. Lo fanno studiando da mattina a sera, intercettando quelle poche cellule sane che non hanno alcuna intenzione di omologarsi. Ed è grazie all’opera di questi giovani del Duemila che possiamo adesso comprendere che esistono sistemi di derivazione militare capaci di inondare il cielo di onde radio capaci di stravolgere le condizioni climatiche, far impazzire gli uccelli che muoiono a migliaia, far arenare cetacei sulle spiagge e generare tifoni nel bacino mediterraneo. Guarda caso un bacino che per natura non è mai stato teatro di tifoni o cicloni per via delle temperature delle acque che ne impedirebbero la formazione, ma ora come ora, le spiegazioni scientifiche di un tempo non possono fare presa perché le tecniche di manipolazione esistono eccome. La nostra Sicilia, sappiatelo, ospita una delle 4 stazioni MUOS presenti sul pianeta Terra. Le altre 3 sono ubicate in luoghi disabitati dall’uomo. Ma non si sa bene per quale stramaledetta ragione in Sicilia c’è. Ed i casi di tumore stanno crescendo a dismisura. Né più né meno come crescono a dismisura a Taranto e a Caserta. Tutti luoghi inquinati, per una ragione o per un’altra. L’Italia, dal 1943 colonia americana, è disseminata di basi NATO. Ma la domanda è: se le basi NATO vennero istituite per proteggerci dalla minaccia comunista dell’URSS, oggi che il muro di Berlino non esiste più, da che diamine ci dovrebbero proteggere? La risposta è che non servono a nessuna protezione. Ma servono da basi controllo. Punto e basta. Hanno avuto la sfacciataggine di violare i nostri cieli, abbattere i nostri aerei civili (Ustica 1980) senza che nessuno potesse rivendicare la nostra sovranità. L’unico che osò tanto si chiamava Bettino Craxi; e pure i sassi sanno che fine abbia fatto. Ma in pochissimi sanno che quella fine fu il prezzo che dovette pagare per aver sgrullato come zerbini gli USA di Ronald Regan il quale voleva fare lo sceriffo a casa nostra sulla questione di Sigonella… i presidenti USA hanno tutti questo vizietto di fare i boss a casa degli altri…

L’estate 2014 passerà alla storia, credetemi. Un’estate senza sole è un dramma: la luce delle giornate lunghe serve a penetrare a fondo nelle nostre orbite oculari e permettere alle retine di fissare elementi necessari a dire al cervello di produrre sostanze antidepressive. Togliendoci il sole ci deprimiamo. E lorsignori lo sanno. Per questo ci stanno attaccando coi cieli coperti. Sappiate che nel mondo è la regione scandinava quella col maggior numero di suicidi per depressione. Ed il motivo è sempre lo stesso: mancanza di luce!

Sapete perché vogliono toglierci la luce solare proprio oggi, 2014? Perché ad Ottobre verrà varata una serie di piani economico-finanziari devastante che colpirà tutte le fasce (pensionati, studenti, casalinghe, badanti…) ma non i ladri ed i capitalisti coi conti all’estero. No, quelli non li sfiora nessuno, tranquilli. E sarà necessario far ingoiare questa merda ad un popolo depresso piuttosto che ad un popolo di gente sveglia arzilla e briosa. Invece siamo tutti giù di morale per mancanza di relax. Le nostre agognate ferie le abbiamo trascorse sotto alla pioggia a domandarci “ma quando smette”? Non smette. Ce la dobbiamo tenere così, perché così hanno stabilito i maiali mondialisti. Dobbiamo tornare al posto di lavoro più depressi di come lo abbiamo lasciato. E guarda caso tutto in concomitanza delle “riforme” di un governo composto da elementi giudicati incostituzionali dalla Consulta medesima. Un manipolo di cortigiani della TROIKA.

In conclusione: i nostri cieli sono sempre più solcati da scie chimiche e piovo ragnatele dal cielo che depositandosi sui campi ne immiseriscono il Ph rendendo indispensabile l’utilizzo di concimi chimici creati ad hoc dalle stesse ditte che producono le “ragnatele volanti”.

E chi osa parlarne, finisce male. Come male sono finiti i fratelli Marcianò i quali sono stati fatti oggetto di attentati, minacce ed attacchi di varia natura.

Il mare, l’aria, l’acqua ed il cibo, sono inquinati. L’estate sembra autunno, in autunno fa caldo, a natale si esce in maglietta. Ci stiamo avvicinando ad un modello di stagione unica, senza variazioni di sorta. Il Mediterraneo e la cultura mediterranea hanno da sempre reso notti insonni ai porci nordeuropei di stampo groziano. Ci indicano come gente del terzo mondo. Invidiano le nostre coste, il nostro cibo, la nostra storia, la nostra arte, la nostra tradizione cattolica e la nostra proverbiale ospitalità. Ci vogliono vedere distrutti. Ci vogliono eliminare.

Ebbene, noi abbiamo il dovere di proteggerci. Ed abbiamo il dovere di conoscere per non cadere nel loro squallido tranello.

Quando a Settemebre riprenderanno il via le trasmissioni di indottrinamento politico, spegniamo il TV. Quello che dobbiamo sapere si trova qui, nella rete. Luogo dei giovani competenti e di una ristretta fascia di leoni anziani che sono dalla nostra.

Andrea Signini

Tratto da: http://www.signoraggio.it

Niente Estate: hanno vinto i mondialisti sessantottini
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Contro l’austerità ovvero lotta contro i mulini al vento…

Pubblicato su 28 Luglio 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in ECONOMIA

L’informazione e l’attuale classe politica vogliono farci credere che la sfida di Renzi contro i falchi dell’austerità, sia uno scontro puramente politico e di vedute al fine di imporre finalmente una politica economica razionale che risollevi le economie finite sotto la scure della rigidità dei conti.

Il problema che nello scontro flessibilità vs austerità l’aspetto politico viene strumentalizzato per creare delle “tifoserie” esaltando quella emotività al fine di coinvolgere la popolazione senza che quest’ultima sia in grado di fare una relazione causa-effetto.

Lo scontro flessibilità-rigidità dei conti avrebbe un senso se fosse una realtà nazionale, come effetto di una dialettica di politiche economiche, ma ciò presuppone un contesto in cui ciascun Paese gode della sua sovranità monetaria.

Allora in un’ottica di sovranità, ci sarebbe uno scontro di vedute, come può avvenire negli USA tra democratici e repubblicani al quale i primi ad esempio sono più propensi ad ad alzare il tetto del debito pubblico rispetto ai secondi o in Giappone dove il nuovo governo ha attuato una politica espansiva dopo un decennio di deflazione.

Ma all’interno dell’eurozona lo scontro tra austerità e flessibilità non ha senso per il semplice motivo che in un area monetaria che prevede Paesi a se diversi economicamente, per ridurre gli squilibri macroeconomici, nel nostro caso di competitività, è necessaria una vera e propria austerità competitiva, al fine di ridurre  quel gap  tra Nord e Sud del continente, dal momento che questa non può più essere ridotta con la flessibilità delle rispettive monete sovrane(http://scenarieconomici.it/disoccupazione-come-metodo-di-governo-conferenza-alla-london-school-of-economics/).

Il paradosso è che i falchi dell’austerità sostengono un principio economico “razionale”, le politiche economiche restrittive nell’eurozona vengono attuate per i motivi descritti prima, dal momento che non vi è presenza di monete sovrane flessibili in grado di ridurre i deficit commerciali esteri all’interno dell’area monetaria.

Già l’economista Marcus Fleming nel 1971 ha sottolineato che in un’area a cambi fissi i cambi sono fissi solo nominalmente; se vi sono differenze nei tassi di inflazione, cambiano comunque i tassi di cambio reali: se il paese A ha un’inflazione più bassa del paese B, i prezzi dei suoi beni costano meno di quelli del paese B e ciò comporta una sottovalutazione della valuta di A e una sopravvalutazione di quella di B; per tornare all’equilibrio, A dovrebbe rivalutare e B dovrebbe svalutare; dal momento che questo non è possibile in un regime di cambi fissi né in un’unione monetaria, Fleming ne concludeva che le differenze nei tassi di inflazione tra i paesi europei avrebbero comportato «in qualsiasi area di tassi di cambio uniformi basata sulla Comunità Economica Europea» una tendenza maggiore che negli USA a «sviluppare squilibri interni» e una maggiore «difficoltà a conciliare elevata occupazione e ragionevole stabilità dei prezzi».

Per cui come previsto non solo da Fleming, ma anche da Robert Mundell, tra i padri dell’euro, l’unico modo per ridurre gli squilibri in un area monetaria, non potendo fare leva sulla moneta, la sola via percorribile è la deflazione salariale ovvero austerità. In questo caso anche la riduzione dell’inflazione come sta accadendo oggi in Europa serve per giungere ad una convergenza dei tassi inflattivi al fine di colmare gli squilibri competitivi, ma anche per salvaguardare i crediti tedeschi, ma questa è un’altra faccenda…

Ci troviamo dunque davanti ad un politica “freddamente razionale”, è giusto notare che questa è servita anche e serve tutt’ora come operazione di recupero crediti elargiti dalle banche del  Nord ai Paesi del Sud e ciò si ricollega sempre al sistema monetario europeo che ha rappresentato una tutela per i creditori del Nord dal rischio svalutazione del capitale prestato in modo scellerato. Detto questo, ovvio che la TROIKA sta facendo la sua parte con i suoi garzoni di bottega.

E’ quindi inutile sostenere che le politiche incentrate sull’austerità sono volte a deprimere l’economia italiana e del resto d’ Europa, ma è irrazionale sfidarla rimanendo in un contesto monetario (euro) che per esistere necessita proprio della rigidità dei conti per evitare squilibri commerciali esteri.

Una qualsiasi politica espansiva in presenza di una moneta artificialmente forte per la propria nazione, produrrebbe un aumento delle importazioni rispetto alle esportazioni, provocando voragini di competitività come descritto prima. Per cui a fronte di una politica espansiva, dovrà seguirne una restrittiva come funzione di ammortizzamento.

Un esempio perfetto è stato quello tedesco:

“La Germania ha si sforato il rapporto deficit/Pil dal 2003 al 2006 per attuale la riforma sul lavoro detta legge Hartz “minijob”.

realizzando in contemporanea però le seguenti riforme strutturali:

 1)     azzeramento rivalutazione annua delle pensioni;

2)     taglio della tredicesima ai dipendenti pubblici con aumento di 2 ore lavorative settimanali ;

3)     consistente taglio dei costi del welfare assistenziale”.

Questo ci fa capire che se venisse “concessa” una qualsiasi forma di “flessibilità” come lo sforamento dei deficit-pil questa dovrebbe poi essere sterilizzata da “riforme strutturali” ovvero da politiche restrittive per evitare un ritorno di squilibri di competitività.

Ecco perchè le concessioni che magari verranno fatte a Renzi  non saranno esenti da contropartite.

La morale delle storia è che l’austerità e le riforme strutturali purtroppo nel quadro dell’eurozona rappresentano politiche “razionali” per la sopravvivenza di questo sistema monetario irrazionale. Per fare una provocazione: salvare l’euro NON è sinonimo di salvare gli europei…

L’unico modo per liberarsi dalle politiche “razionali” che strangolano le economie del Sud Europa imposte da Berlino e Bruxelles è sganciarsi quindi dal contesto “irrazionale” che impone queste politiche “razionali” (scusate le ripetizioni) ovvero l’attuale sistema monetario europeo.

La soluzione non è chiedere flessibilità, che rappresenta l’agire sull’effetto dell’austerità bensì agire sulla causa che richiede invece l’uscita dalla gabbia monetaria. Quindi non si può cambiare regime all’interno di esso, volerlo fare è come combattere contro i mulini a vento e non solo a Don Chiotte, mi ricollego alla famosa affermazione di Giordano Bruno: “Chiede al potere di riformare il potere… Che ingenuità!”

Le forze  pro flessibilità (perchè oggi rappresenta la nuova tendenza…) come ad esempio i socialisti europei, sono dunque in errore e perfino in contraddizione per il fatto che non si rendono conto che di sbagliato NON è l’austerità, bensì il contesto monetario europeo  in cui ci troviamo, che come logico effetto necessita il rigore nei conti  al fine di evitare squilibri, come ho già ripetuto.

Se non verranno inquadrate le cause, anzi la causa e non gli effetti, questo teatrino austerity vs flessibilità rischia di andare avanti per un bel pò di anni con risvolti gattopardiani o gattopardeschi ma la sostanza è la stessa, ovvero cambiare l’Europa affinchè nulla cambi…

Infatti non dimentichiamo che le attuali forze politiche nostrane, oggi paladine della flessibilità, hanno inserito nel 2012 il pareggio di bilancio in costituzione. Un bel paradosso per coloro che oggi hanno impugnato questa battaglia contro la rigidità dei conti che non servirà comunque a nulla…

In conclusione, quelle formazioni politiche italiane che oggi hanno promesso di combattere l’austerità (diciamo per moda) avranno la consapevolezza che la soluzione è appunto uscire da un quadro sbagliato affinchè la loro lotta diventi razionale e non irrazionale?

Su questo, sono alquanto pessimista…

“E’ razionale che un campo di prigionia sia circondato dal filo spinato anche se trovarsi come prigioniero innocente rappresenti un contesto drammatico e  irrazionale. 

Ma sarebbe altrettanto irrazionale pretendere che in un campo di prigionia ci sia una porta girevole da Hotel di lusso…”

Jean Sebastien S. Lucidi

 

Tratto da: http://liradidio.blogspot.it

Contro l’austerità ovvero lotta contro i mulini al vento…
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ALLA BASE DEL BOOM ECONOMICO INGLESE (PIL MEGLIO DI GERMANIA E USA) ANCHE AVER RIFIUTATO IL ''PATTO DI STABILITA'!

Pubblicato su 28 Luglio 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in ESTERI, POLITICA

Una delle cose piu' assurde a cui si e' assistito negli ultimi mesi e' il coro dei vari europeisti che non fanno che ripetere la solita litania dell'enorme successo dell'euro nonostante i dati ufficiali dimostrano che i paesi che stanno avendo la crescita economica piu' forte sono proprio quelli che hanno mantenuto le loro valute.

E a tale proposito e' interessante notare come la Gran Bretagna (che e' fuori dall'euro) ha visto la sua economia crescere ancora una volta nel secondo trimestre del 2014, tornando così ai livelli del 2008. Secondo i dati dell'Ufficio nazionale di statistica (ONS), inoltre, il PIL è salito del 3,1% su base annuale.

Non finisce qui. Londra rappresenta la 'locomotiva' nei Paesi sviluppati del G7, per il Fondo monetario internazionale, che ha alzato le stime di crescita per quest'anno dal 2,8% al 3,2%. Nessun altro Paese nel gruppo dei Grandi può vantare un incremento tanto rapido, escludendo la Cina. Meglio addirittura di Germania e Stati Uniti.

Sembrano lontani i tempi di una delle peggiori recessioni subite dal Regno Unito, quando le banche erano costrette, per sopravvivere alla crisi, a chiedere l'intervento dello Stato che così è dovuto entrare nella proprietà di alcuni colossi.

Il governo di David Cameron, con tutta la cautela possibile, non può però non cogliere l'euforia del momento. "È stato tutto possibile grazie al duro lavoro dei britannici, oggi abbiamo raggiunto un risultato fondamentale nel nostro piano economico di lungo termine", ha detto il Cancelliere dello Scacchiere, George Osborne.

Il premier Cameron si è limitato a ripetere le sue parole e sottolineare che sono notizie molto incoraggianti. C'è comunque ancora, nonostante tutto, una cautela, che è spiegabile prima di tutto dal fatto che la ripresa al momento è ancora fortemente settoriale.

A trascinarla è stato il settore dei servizi, che rappresenta larga parte dell'economia nazionale. Si trovano invece ancora al di sotto dei livelli pre-crisi il settore delle costruzioni e quello manifatturiero.

I dati molto positivi, secondo gli osservatori, potrebbero spingere la Bank of England verso un rialzo dei tassi di interesse. Anche in questo caso però non è scontato. È stato proprio il governatore della banca centrale d'Inghilterra, Mark Carney, a frenare su questo punto, pochi giorni fa, affermando che è necessario prima capire perché, nonostante il quadro economico di crescita, i salari non salgono.

Questa situazione dimostra ancora una volta non solo la lungimiranza del governo britannico di rimanere fuori dall'euro ma anche la saggezza di David Cameron di non sottoscrivere il patto di stabilita' risparmiando cosi' ai cittadini britannici tutte le misure lacrime e sangue imposte dalla UE che stanno riducendo gli italiani alla fame.

Ovviamente ai giornali di regime fa comodo nascondere questi fatti agli italiani ma la verita' sta venendo a galla e le menzogne dei vari Renzi, Letta, Monti e Napolitano diventano sempre piu' difficili da giustificare e da parte nostra invitiamo tutti i nostri lettori a chiedere a viva voce che anche l'Italia rinunci al patto di stabilita' ed esca dall'euro al piu' presto possibile.

GIUSEPPE DE SANTIS - Londra.

Tratto da:http://www.ilnord.it

ALLA BASE DEL BOOM ECONOMICO INGLESE (PIL MEGLIO DI GERMANIA E USA) ANCHE AVER RIFIUTATO IL ''PATTO DI STABILITA'!
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VERSO L' APICE DELLA GUERRA

Pubblicato su 28 Luglio 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in POLITICA

DI EUGENIO ORSO

pauperclass.myblog.it

1 In Italia non si ha neppure la vaga percezione, a livello di massa e di classi dominate, della gravità della situazione internazionale, con il mondo che è sempre più vicino all’orlo del baratro. La qual cosa è persino scontata, se ci riflettiamo un po’ sopra. In un paese occupato, retto da collaborazionisti, non solo si falsa senza pudore la realtà sociopolitica interna, ma attraverso la disinformazione si altera anche la corretta percezione degli eventi internazionali. Pur esistendo la rete e al suo interno l’informazione alternativa, solo in pochi riescono a comprendere, con sufficiente chiarezza, che il mondo sta per giungere all’apice della guerra.

Di quale guerra si tratta?


 

Costanzo Preve, nell’opera La quarta guerra mondiale, ipotizzava appunto un conflitto insanabile e totale, di matrice culturale e perciò inestinguibile fino allo sterminio dell’avversario, iniziato dopo la fine della cosiddetta guerra fredda (che per Costanzo fu la vera terza guerra mondiale). Ho l’impressione che questo conflitto, del quale molti in occidente non se ne sono accorti, stia per raggiungere la sua fase più cruenta e distruttiva, nel crescendo e nel moltiplicarsi di eventi bellici localizzati che oggi possiamo chiaramente osservare, e che non costituiscono per niente “eventi indipendenti”. Un conflitto diverso per presupposti e sviluppi dalle due guerre mondiali e dalla “guerra fredda” usa-Urss combattute nel novecento.

Il filosofo russo Aleksandr Dugin, “accusato” in occidente di essere un ispiratore di Putin, si è interrogato sul senso di questa guerra in un saggio di alto profilo, dal titolo La prossima guerra come concetto. Dugin ha cercato di cogliere il senso del conflitto, il suo significato ideologico astraendo dagli aspetti concreti. L’analisi che fa è tutta centrata sull’ideologia dominante in occidente, ossia il liberalismo, che avrebbe bisogno del nemico non-liberale per sopravvivere e che l’avrebbe trovato nella Russia e in Putin.

Cosa si intende esattamente in questa sede quando si usa l’espressione guerra?

La risposta ce la suggerisce Costanzo Preve nell’opera La quarta guerra mondiale: “In senso largo, la guerra è un confronto strategico che avviene fra Stati, alleanze di Stati e sistemi sociali opposti e/o conflittuali, e questo confronto globale, che è sempre di tipo strategico, ha poi momenti tattici secondari di scontro armato (diretto o per interposte forze combattenti) o di distensione provvisoria con soluzioni diplomatiche di breve o medio periodo.

Secondo Preve, è proprio il confronto globale, in chiave strategica, a connotare la quarta guerra mondiale, ancora non avvertita in tutta la sua distruttività dalle popolazioni occidentali. A differenza di quelle afghane e irakene che da anni la avvertono sulla propria pelle.

Infine, cosa si intende per liberalismo, motore ideologico-propagandistico della guerra (almeno in occidente) contro tutto ciò che è non-liberale?

Dugin sintetizza la riposta come segue: ”Il liberalismo è profondamente nichilista nel suo nucleo. L’insieme di valori difesi dal liberalismo è essenzialmente legato alla tesi principale: libertà-liberazione. Ma la libertà nella visione liberale è essenzialmente una categoria negativa: pretende di essere liberi da (J.S. Mill), non essere liberi diQuesto non è secondario, è l’essenza del problema.”

Secondo il filosofo e teorico russo, nell’essenza del liberalismo vi sono individualismo e nichilismo, assieme al progressismo e all’economia come destino.

Consiglio a tutti di leggere il lungo saggio del filosofo hegeliano e marxiano Costanzo Preve, La quarta guerra mondiale, (provocatoriamente, nelle intenzioni di Costanzo) edito da Edizioni all’insegna del Veltro, nel maggio del 2008. Parimenti, consiglio a tutti la lettura del breve ma illuminante saggio di Aleksandr Dugin, La prossima guerra come concetto, disponibile in rete e in traduzione italiana al seguente link: http://www.millennivm.org/millennivm/?p=755.

Considero Costanzo Preve un Maestro e Aleksandr Dugin un teorico interessante, ma desidero, a questo punto, chiarire la mia posizione e il mio pensiero in merito.

Stiamo vivendo da anni, forse da un ventennio, in una situazione di guerra che interessa sia le popolazioni orientali e del sud del mondo, sia quelle occidentali nel nord del mondo. Si tratta della guerra globale neocapitalistica, che ha come scopo ultimo la “colonizzazione” totale del pianeta e l’imposizione del modo di produzione nuovo-capitalistico globalizzato. I due aspetti principali di questa guerra (quarta guerra mondiale da intendersi in senso ampio, come insegna Preve) sono i seguenti:

1) Quello socioeconomico e di trasformazione culturale-antropologica nel nord e nell’occidente del mondo, cioè nell’area di affermazione del modo storico di produzione sociale nuovo-capitalistico, dopo il più rassicurante e prevedibile “capitalismo produttivo del secondo millennio”.

2) Quello caratterizzato dalla brutalità degli interventi militari, diretti o “per interposta persona”, nel meridione e nell’oriente del mondo.

Per quanto riguarda il punto 1, cioè la guerra socioeconomico-antropologica nella quale non si ricorre allo strumento militare e all’uso alle armi, la Grecia, spogliata di ogni avere e immiserita, rappresenta simbolicamente e materialmente il picco dell’offensiva contro i popoli, gli stati e i modelli capitalistici preesistenti, caratterizzati da dirigismo, interventismo statale e welfare. Sono molto illuminanti, però, altre situazioni in cui il colpo sferrato da oligarchie finanziarie, “istituzioni sopranazionali” e agenti strategici neocapitalistici ha ottenuto risultati che potrebbero essere irreversibili. Pensiamo all’area europeo-mediterranea nel suo complesso, con il caso italiano e quello spagnolo in evidenza, e alla situazione sempre più negativa in Francia. Le politiche economiche e (anti)sociali, in particolare, non hanno alternative e sono espressione esclusivamente degli interessi degli agenti strategici neocapitalistici, opposti agli interessi dei popoli e delle classi dominate. Scrive giustamente Dugin, nel citato saggio: “L’unica libertà di scelta nel regno del liberismo globale è stata tra il liberalismo di destra, il liberalismo di sinistra e il liberalismo radicale, includendo il liberalismo di estrema destra, di estrema sinistra e il liberalismo molto radicale.” In effetti, liberalismo politico e liberismo economico non sono che facce della stessa medaglia, elementi dogmatico-ideologici, privi di sostanza interpretativa della realtà e di scientificità, rivolti soprattutto ai semi-colti. Esiste un “Partito unico della riproduzione neocapitalistica” che raggruppa tutte le camarille sub-politiche liberali e neoliberali elencate da Dugin. Si manipola l’uomo per evitare gli incendi sociali, si riscrive la storia pregressa, si addita il nemico da perseguire e annientare (non-liberale e non-liberista, populista, sovranista, antidemocratico) e si stabiliscono autoritariamente le politiche strategiche da imporre ai popoli, in un generale ridimensionamento, fino alla scomparsa, della sovranità politica e monetaria di molti stati (quelli dell’unione europea in modo particolare). Governi collaborazionisti eletti e non eletti, a livello nazionale, collaborano con l’apparato massmediatico e accademico per raggiungere tali scopi e piegare le resistenze, sempre più deboli e inefficaci (perché costrette al “metodo democratico” e al “pacifismo strumentale”), all’interno dei singoli paesi occidentali occupati. Vedi in proposito il caso italiano, da manuale, e la recente affermazione dei collaborazionisti euroservi e filo-atlantisti piddini, supportata dai media, dagli intellettuali prezzolati e dal complesso finanziario-militare sopranazionale.

Per quanto riguarda il punto 2, cioè la conquista con le armi e i mezzi bellici di paesi non ancora “colonizzati” a oriente e nel sud del mondo, notiamo oggi che i focolai di guerra e di destabilizzazione si moltiplicano, amplificando la minaccia di un grande conflitto bellico su scala planetaria o almeno continentale/sub-continentale. In tal senso la vicenda siriano-irakena e quella ucraina, in cui la guerra energetica e del gas s’interseca con la supremazia del dollaro e la necessità di accerchiare, o ridimensionare, potenziali o effettivi ostacoli geopolitici, quali l’Iran e la Federazione Russa. Dei rischi di guerra totale e non convenzionale che si corrono, molta parte delle popolazioni occidentali e del nord del mondo, sempre più coinvolte nel primo conflitto, di natura socioeconomica e antropologico-culturale, sembrano non accorgersi ancora. Del resto, fin tanto che la guerra, quella propriamente detta fatta di scontri armati, bombardamenti, profughi in fuga e saccheggi, non arriverà nei territori occidentali (anche in Italia?), queste popolazioni, manipolate e private di coscienza politico-sociale come sono, non ne avvertiranno il pericolo. La percezione falsata della realtà interna e internazionale, dovuta all’azione dei media e alla propaganda martellante, è ancora caratterizzata da elementi di ideologia liberale (in ciò Dugin ha ragione) ridotti a puri slogan, come i “diritti umani” che devono essere difesi anche con le armi, la “democrazia contro il populismo”, il pericolo della dittatura e varie corbellerie propagandistiche di tal fatta. Ne consegue che i mercenari in lotta contro l’esercito siriano starebbero, per definizione, dalla parte del “bene”, e così pravi sektor o la guardia nazionale ucraina, colpevoli di brutalità e violenze contro la popolazione russofona, nel Donbass e altrove. Addirittura, i ben pagati tagliagole dello stato islamico, in Iraq e in Siria, con la loro azione armata di conquista fanno gli interessi geopolitici delle aristocrazie finanziarie neocapitalistiche, quelle occidentali euro-americane e quelle (islamo)saudite del Golfo.

Davanti allo sfacelo internazionale, che oggi si sta delineando pienamente, Costanzo Preve e Aleksandr Dugin hanno chiamato in causa, rispettivamente, l’”ideocrazia imperiale americana” (che è il titolo di uno specifico saggio di Costanzo) e la strenua difesa, nonché l’imposizione al resto del mondo, dei “valori” liberali.

Secondo la mia personale visione, gli stati uniti non sono che uno strumento in mani oligarchiche-finanziarie, cioè un mezzo e non il fine ultimo. Con altre parole, il fine ultimo non è la “potenza imperiale americana”, tipicamente solitaria e fine a se stessa, se vogliamo una mera riproposizione imperialistica con elementi “tradizionali” a livello globale. Gli usa, più realisticamente, rappresentano il principale strumento monetario, economico e militare nelle mani delle aristocrazie neocapitalistiche globali, ancora per quanto non è dato sapere. Le aristocrazie del denaro e della finanza, superando la sovranità assoluta degli stati e sconvolgendo i sistemi economico-sociali di molti paesi, hanno generato una sorta di “imperialismo finanziario privato”, di natura oligarchica, che si espande nel mondo con la guerra, la frantumazione dei paesi riottosi e la progressiva sottomissione al “mercato”.

L’ideologia liberale (e/o liberista) di legittimazione neocapitalistica, invece, è sempre meno importante e decisiva per la realizzazione dei piani delle élite occidentali, prevalendo in questi ultimi due o tre anni, e in questi ultimi mesi con una certa chiarezza, elementi di natura non-ideologica. Ricatto delle masse operato attraverso la paura della disoccupazione generalizzata e delle insufficienze di reddito (povertà assoluta o relativa), in occidente e soprattutto nell’area europeo-mediterranea, e la brutalità della guerra che disintegra gli stati e massacra i civili, in oriente e nel sud del mondo, sostituiscono progressivamente gli “specchietti per le allodole” ideologici e neo-liberali. Non si “porta la democrazia”, ma soltanto la disperazione e la perdita di tutte le sicurezze, e lo si fa, ormai, in un modo abbastanza scoperto (almeno per coloro che hanno capacità di analisi e autonomia di pensiero). Come si fa, infatti, a far passare i neonazi ucraini o i sanguinari oscurantisti islamici sunniti del califfo Abu Bakr al-Baghdadi (nato al-Samarra) per difensori dei “diritti umani” e della democrazia? Nonostante la potenza rimbecillente dei media occidentali, questa è un’operazione impossibile, e comunque non richiesta …

Scrivo quanto precede con grande e immutato rispetto nei confronti di Preve, e con un certo apprezzamento nei confronti di Dugin e della sua opera più recente.

I due conflitti tratteggiati in precedenza, quello “interno” all’occidente, contro le masse pauperizzate, e quello “esterno” più propriamente bellico, condotto con le armi e i mercenari, iniziano a convergere in un unico caos finale. Fino a fondersi, alla fine dei giochi elitisti (questo è il grande rischio che corriamo), in un unico conflitto su scala planetaria, o almeno continentale, con il Medio Oriente, l’Africa settentrionale e l’Europa in prima fila. Finora la risposta della Federazione Russa è stata piuttosto blanda, prudente, volta a evitare la guerra contro gli usa e la nato, nonostante la provocazione del Boeing malese abbattuto (per accusare i russi) e il principio di sterminio della popolazione russofona in Ucraina orientale. Parimenti, l’Iran mantiene una posizione defilata, nonostante la minaccia agli sciiti irakeni e l’avanzata sanguinosissima dello stato islamico oltre Mosul, favorita dagli (islamo)sauditi e subdolamente dagli americani. E’ possibile che i non-liberali, additati come nemici delle “splendide” liberaldemocrazie occidentali, non abbiano la forza (e la necessaria saldezza interna) per controbattere efficacemente. Nel frattempo, i mercenari filo-atlantisti sono all’attacco nel Donbass ucraino, utilizzando bombe al fosforo contro i civili, gli islamisti sunniti si avvicinano a Bagdad, riesplode il conflitto israelo-palestinese a Gaza, in Siria la guerra civile continua e infuriano i combattimenti in Libia, a Tripoli e Bengasi.

Senza adeguato contrasto o senza una chiara sconfitta dei loro mercenari in uno o più di questi conflitti, i globalisti occidentali continueranno a perseguire i loro piani di dominio, e tutti noi andremo, ad ampie falcate, verso l’apice della guerra.

 

Eugenio Orso

Fonte: 
http://pauperclass.myblog.it

Link: http://pauperclass.myblog.it/2014/07/27/verso-lapice-della-guerra-eugenio-orso/

27.07.2014

Tratto da:http://www.comedonchisciotte.org

VERSO L' APICE DELLA GUERRA
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Continuano gli scontri a Bengasi e a Tripoli

Pubblicato su 28 Luglio 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in ESTERI

Almeno 38 persone sono morte negli scontri tra le milizie lealiste guidate dal generale Khalifa Haftar e le milizie islamiche a Bengasi, in Libia. Secondo il governo libico sono più di 150 le vittime causate da due settimane di combattimenti a Tripoli e Bengasi,scrive Al Jazeera.

La settimana scorsa le milizie islamiche avevano occupato l’aeroporto di Tripoli, costringendolo alla chiusura. Negli scontri finora sono morte 94 persone e più di 400 sono rimaste ferite. Il governo libico ha denunciato il rischio di una secessione nel paese, se gli scontri non si fermeranno.

Il 27 luglio un deposito di carburante ha preso fuoco a Tripoli dopo essere stato colpito da un razzo e l’incendio potrebbe causare gravi danni se non sarà tenuto sotto controllo.

L’Italia, la Francia e la Germania hanno chiesto ai loro cittadini di lasciare la Libia. Il 26 luglio gli Stati Uniti hanno deciso di far evacuare la loro ambasciata a Tripoli.

Dal 16 maggio il generale Khalifa Haftar sta guidando un’operazione militare a Bengasi senza l’appoggio del governo di Tripoli. In un messaggio il generale ha dichiarato guerra ai militanti islamici e ha detto che vuole debellare “il terrorismo” in Libia. Secondo il governo in carica, in realtà Haftar sta tentando un colpo di stato e dovrebbe essere arrestato.

Il salvatore della patria. La debolezza del governo libico, la proliferazione delle armi e le minacce separatiste hanno portato alla ribalta figure come il generale Haftar, che si presenta come uomo forte e salvatore della patria, ha scritto il mensile Afrique Asie. Un tempo vicino a Gheddafi, Haftar si unì in seguito a un movimento di opposizione.

Dopo aver vissuto vent’anni negli Stati Uniti, è tornato in Libia nel 2011 per guidare le forze ribelli. A maggio ha lanciato l’operazione Dignità per sradicare il terrorismo islamico. Molti, però, accusano il generale di essere una pedina di Washington e un agente della Cia.

Tratto da:http://www.internazionale.it/news/libia/2014/07/28/continuano-gli-scontri-a-bengasi-e-a-tripoli/

A Bengasi, il 27 luglio 2014. (Esam Omran Al-Fetori, Reuters/Contrasto)

A Bengasi, il 27 luglio 2014. (Esam Omran Al-Fetori, Reuters/Contrasto)

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Disoccupazione, in Italia lavora meno di un cittadino ogni due. Peggio solo la Grecia

Pubblicato su 28 Luglio 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in POLITICA, ECONOMIA

Meno di un italiano su due in età da lavoro ha un impiego. I numeri parlano chiaro: l’Italia con un tasso di occupazione del 48,7%, superiore solo a quello della Grecia, si colloca al penultimo posto nell’Eurozona. E’ quanto rileva uno studio dell’Associazione Bruno Trentin della Cgil realizzato elaborando i dati dell’Istat tratti dalla Rilevazione Continua sulle Forze di Lavoro. Lo studio evidenzia un’anomalia: il tasso di disoccupazione in Italia è in linea con la media europea (12,2% in Italia contro gli 11,9% nell’Eurozona a 18, secondo i dati del 2013), ma il tasso di occupazione è di quasi 8 punti inferiore rispetto al resto d’Europa (48,7% in Italia, 56,2% nell’Eurozona a 18, secondo i dati del 2013). La spiegazione, secondo lo studio dell’Abt, è l’altissima percentuale di popolazioneinattiva, che supera il 44% a fronte di una media europea del 36 per cento.

Nella Penisola ci sono infatti circa 20 milioni di persone, in età compresa tra i 15 e i 74 anni, che semplicemente non cercano e non sono disponibili a lavorare, tra cui anche studenti, casalinghe e pensionati. Queste persone, spiega l’associazione della Cgil, non sono considerate ai fini del calcolo del tasso di disoccupazione, perché non possiedono le due principali condizioni per essere inserite tra i disoccupati standard, ovvero essere disponibili ad iniziare a lavorare entro due settimane ed effettuare una ricerca attiva di lavoro. Nonostante ciò, circa 2,2 milioni di persone ne possiede almeno una e si dichiara esplicitamente come disoccupata. La peculiarità italiana appare ancora più chiara osservando i dati relativi ad alcuni dei Paesi europei più colpiti dalla crisi, comeSpagna, Grecia, Portogallo e Irlanda, dove il tasso di disoccupazione registrato lo scorso anno è superiore al nostro, ma anche il tasso di occupazione, con la sola eccezione della Grecia, è più alto di quello italiano.

“Una loro progressiva emersione renderebbe gli indicatori del nostro mercato del lavoro più in linea con quelli degli altri Paesi europei”, sostiene nello studio dell’Associazione Bruno Trentin. Si tratta, infatti, di un consistente “esercito di disoccupazione di riserva”, che non sarebbe corretto sommare automaticamente ai dati ufficiali della disoccupazione ma che certo, sottolinea l’Abt Cgil, “insieme al tasso ufficiale di disoccupazione, salito al 13,6% nel primo trimestre del 2014, fornisce un quadro reale di quella che è la drammatica situazione del lavoro nel nostro Paese”.

Tratto da:http://www.ilfattoquotidiano.it

Disoccupazione, in Italia lavora meno di un cittadino ogni due. Peggio solo la Grecia
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Tutto online, il lavoro sparisce: vincono solo i miliardari

Pubblicato su 27 Luglio 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in POLITICA, ECONOMIA

Nell’era di Internet, la libertà è per pochi: ormai lo ammette anche il compositore Jaron Lanier, pioniere della creatività digitale. Musicista, informatico e imprenditore, Lanier incarna «il tipico prodotto della subcultura di Berkeley, nella quale l’ipermodernità si lega ecletticamente ai linguaggi estetici anni sessanta-settanta, e l’individualismo legittima la piena ricerca del successo e il più spregiudicato utilizzo dei meccanismi della moda», scrive Alessandro Visalli, citando un’intervista di Riccardo Staglianò sul “Venerdì di Repubblica”. «Lanier si è pentito: dopo aver sostenuto per anni che Internet libererà l’uomo, che produrrà un anarcoide e liberato mondo della piena affermazione per tutti, depurato delpotere e leggero come le idee, si è accorto che si va nella direzione opposta». Nel suo settore più amato, la musica, «ha visto che tutto cala man mano che il prodotto si diffonde “liberamente”, che le sale da incisione chiudono, i musicisti iniziano a cambiare mestiere, i negozi restano deserti», anche perché ormai con un’iPhone da poche centinaia di euro «si possono ottenere risultati che richiedevano decine di migliaia di euro e il lavoro di molte persone».

Sono nati giganti – cui lo stesso Lanier ha venduto ben tre “start-up”– che impiegano la millesima parte dei lavoratori che erano prima impegnati nei Jaron Lanierloro settori: anche così le strade si svuotano dei negozi, scrive Visalli su “Tempo Fertile”, in un post ripreso da “Come Don Chisciotte”. Secondo alcune ricerche, è a rischio di ulteriore distruzione il 47% dei mestieri attualmente praticati negli Usa e il 40% della forza lavoro. Esempio: «Kodak, che impiegava 140.000 persone, oltre ad un enorme indotto per la distribuzione e commercializzazione di miliardi di pellicole, poi per il loro sviluppo e conservazione, è stata praticamente sostituita dai telefonini, da qualche app e qualche “social”». Un caso limite è Instagram, che impiega appena 13 dipendenti ed è stata appena venduta per un miliardo di dollari (Kodak ne valeva 28 con tutti i suoi stabilimenti). «Le catene di viaggi cedono a Expedia, Orbitz; le librerie ad Amazon; le case editrici a Kindle e al fenomeno dei libri fai-da-te; i traduttori stanno per essere spazzati via da software di traduzione che impiegano le innumerevoli traduzioni esistenti fatte da uomini, per automatizzarle e renderle sempre migliori con l’uso».

Non è tutto: Skype sta per lanciare un servizio di sottotitoli automatico che “farà fuori” gli interpreti (magari insieme a Google Glass); l’istruzione universitaria potrà essere distribuita da Berkeley in tutto il mondo, a decine di milioni di discenti, a prezzi unitari bassissimi; una app (“Uber”) farà fuori i tassisti; altre stanno facendo lo stesso con gli alberghi; arriveranno le Google Car, a sfidare i camionisti; ma la cosa non dovrebbe lasciare tranquilli neppure gli analisti di borsa (“Warren”), i giornalisti, i commercialisti, gli avvocati, gli architetti. «E’ il modello della new economy, “winner takes all”. Ed è basato sullo sfruttamento senza restituzione di valore di una miriade di microcontenuti che sono sommati, resi significativi dall’immensa potenza del “big data”». Questo, continua Visalli, è il punto messo in evidenza da Lanier: il segreto del successo di Google Translate, di Facebook, di Amazon, di You Tube, è che «tutti i contenuti che nelle loro mani diventano oro sono regalati». Cosa resterà? «Sicuramente una élite dotata del capitale culturale, simbolico e informatico per rendersi necessaria nel mondo della iper-Amazonrappresentazione che ci si prepara; sono i vincenti che prendono tutto». E poi?

«Qui la cosa si fa difficile», prosegue Visalli. «Una polvere di nicchie di mestieri di cura uno-ad-uno, autoprodotti e inventati; l’apologia dell’individualismo estremo. In mezzo? Se nessun meccanismo pubblico o privato (ma regolato) distribuirà le risorse che salgono ai “vincitori”, garantendo che chi veramente le produce (e non solo chi le rende aggregate, visibili e spendibili) ne abbia di che vivere, avremo un centro deserto». In quel caso, «non avremo neppure i mestieri di cura». Fondamentalmente, aggiunge il blogger, l’economia diventerà «un sistema in cui i beni sono prodotti in modo automatico da una piccolissima parte dei lavoratori». La tendenza è scendere molto sotto il 10%, forse sotto il 5%. Si tratta di lavoratori che “valgono” poco e percepiscono stipendi molto bassi. «I contenuti linguistici ed estetici – veicoli identitari e di senso primari – sono il vero veicolo di valore, ma si concentrano in pochissime mani; il resto, la grande parte della società, resterà impegnata in circuiti di auto-cura di reciprocità, poveri dal punto di vista monetario, ricchi da quello sociale e antropologico. Una società che potrebbe ricordare il medioevo».

Tratto da: www,libreidee.org

Tutto online, il lavoro sparisce: vincono solo i miliardari
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L’INTIFADA DELLA PALESTINA E LA CRESCITA DELLA DESTABILIZZAZIONE IN ISRAELE

Pubblicato su 27 Luglio 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in ESTERI

La questione della legittimità e della sicurezza

Israele dalla sua nascita nel 1948 fino ad oggi ha dovuto affrontare i problemi della sua legittimità e della sicurezza come due questioni principali che minacciano costantamente la sua esistenza. Questo stato sin dall’inizio ha dovuto fronteggiare due questioni: la crisi di legittimità all’interno e la mancanza di riconoscimento internazionale, in particolare da parte degli stati arabi e islamici della regione.
Il popolo musulmano della Palestina ha respinto la legittimità del regime di Israele e progressivamente ha costituito i nuclei della resistenza.
La prima resistenza è stata costituita tra il 1918 e il 1948, che ha compreso tre azioni: la resistenza pacifica dei palestinesi, la resistenza radicale e l’insurrezione popolare, la resistenza contro la Gran Bretagna e il Sionismo.
La seconda resistenza si è costituita nel periodo delle guerre tra gli arabi e Israele negli anni 1948, 1956, 1967 e 1973.
La terza resistenza comprende la nascita dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, O.L.P., e le sue attività in forma di gruppi di milizia e partigiani tra il 1947 e il 1987.
La quarta resistenza ha visto la nascita dell’Intifada nel dicembre 1987 e continua ancora oggi.
Tutto ciò che la storia e il passato della resistenza dimostrano riguarda il non riconoscimento di Israele da parte dei diversi governi. Questa situazione ha radici nell’amara storia della costituzione di Israele e nei suoi progetti, i quali si possono ritrovare nel libro di Theodor Herzl del 1896, nell’accordo segreto Sykes- Picot del 1916, nella dichiarazione Balfour del 1917 e nella questione del “protettorato” sulla Palestina nel 1918, che praticamente portarono infine alla fondazione di Israele nel 1948.
In queste relazioni erano presentati due progetti, uno maggiore e uno minore.
Nel progetto maggiore si prevedeva la divisione della Palestina, e nel progetto minore si prevedeva la fondazione di un paese federale costituito da due stati, uno arabo e l’altro ebraico.
I paesi arabi, con il sostegno del Consiglio Supremo Arabo, hanno respinto entrambi i progetti e hanno sostenuto la Palestina araba indipendente. Dall’altra parte, il progetto minore non ha avuto l’approvazione dei paesi arabi e del regime sionista, e alla fine nella seduta dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il 29 novembre 1947, il progetto che prevedeva la divisione della Palestina è stato approvato con 33 voti a favore e 13 voti contrari, e di conseguenza il 14 maggio del 1948 è stata proclamata la fondazione dello stato di Israele.

La questione della legittimità e il processo di dialogo

Il governo d’Israele, per poter risolvere la questione della legittimità e del riconoscimento, ha seguito la via pacifica con il mondo arabo e, servendosi della strategia “né guerra né pace”, ha preparato il terreno per realizzare i suoi progetti ambiziosi. Israele nel 1949 ha firmato l’accordo per il cessare il fuoco con i governi di Egitto, Siria e Giordania, e nel frattempo, con la scusa della frontiera sicura e della sua forza militare, ha rafforzato il processo di dialogo per vedersi riconosciuta la legittimità. Possiamo definire la pace di Camp David come una nuova era nel processo della legittimazione di Israele, anche perché in tal modo questo regime ha potuto stabilizzare ancora di più la sua posizione. Il processo di dialogo è terminato con l’inizio dell’Intifada e la questione della legittimità è ancora irrisolta, e inoltre i processi di pace a Maryland ed Oslo non hanno potuto dare una svolta adeguata.

La questione della sicurezza e la politica della violenza

Il governo d’Israele ha dovuto affrontare le sue questioni di sicurezza all’interno ed all’esterno delle sue frontiere utilizzando i mezzi militari e la violenza. All’interno ha iniziato a massacrare e ad espellere i palestinesi nel periodo tra la divisione della Palestina e la costituzione del governo d’Israele nel 1948, con il massacro di Deir Yassin ad opera del gruppo dell’Irgun guidato da Menachem Begin, e si è servito di questa politica nel territorio occupato diverse volte perpetrando diversi massacri come quelli di Gaza, Kafr Qasim, Tel al-Zaatar, Sabra e Shatila e il campo profughi di Jenin. Inoltre Israele ha applicato da sempre la politica di espulsione e dell’esilio, e ha espulso grande parte della popolazione palestinese dalla sua patria.

Yossef Weitz, ex direttore del Fondo Nazionale Ebraico scrive:

Israele non è abbastanza grande per contenere due popoli, se gli arabi lasciassero il paese allora possiamo dire che è sufficientemente grande per noi. Non abbiamo alternativa se non mandare via tutti. Non deve rimanere neanche un villaggio o una tribù araba.

Seguendo questa politica, progetti e programmi per la costruzione di nuove colonie ebraiche e iniziative per spingere gli ebrei a immigrare in Israele sono stati sempre all’ordine del giorno. Sono iniziate le costruzioni di nuove colonie nelle zone della Striscia di Gaza, in Cisgiordania e sulle Alture del Golan, e si è promossa la stabilizzazione degli ebrei immigrati al fine di ottenere una relativa sicurezza nel paese.

Per quanto riguarda la sicurezza lungo la frontiera, il governo israeliano utilizzò i suoi metodi militari dichiarando guerra nel 1948 agli stati arabi limitrofi, come Giordania, Egitto, Siria e Libano.
In questa guerra praticamente la sicurezza e la sua integrità territoriale furono messe seriamente a rischio ma gli aiuti degli Stati Uniti e il sostegno delle Nazioni Unite salvarono Israele e impedirono la sua sconfitta. Alla fine, con la firma dell’accordo, la guerra si concluse nel febbraio del 1949 e Israele riuscì a raggiungere una certa stabilità, riuscendo quindi a impadronirsi del 77% del territorio al momento di diventare membro delle Nazioni Unite. In tal modo di fatto la proposta della divisione, avanzata dalle Nazione Unite, che prevedeva il 57% del territorio per Israele e il 43% per gli arabi, e la costituzione di un governo arabo indipendente, è stata dimenticata.
Israele, per poter avere maggiore sicurezza e realizzare i suoi progetti ambiziosi, iniziò quindi a rafforzare il suo esercito e nel 1956, dopo la nazionalizzazione del Canale di Suez, con l’aiuto della Francia e dell’Inghilterra conquistò il deserto del Sinai. A causa del confilitto di interessi tra Francia e Stati Uniti la guerra venne però fermata e Israele abbandonò il Deserto del Sinai.
Nel 1967 Israele, sempre con la scusa di una maggiore sicurezza, ma in realtà per raggiungere il suo obiettivo del “Grande Israele”, sferrò altri attacchi contro i paesi arabi confinanti. In questa guerra Israele bombardò all’improvviso gli aeroporti dell’Egitto e occupò il Deserto del Sinai, la Cisgiordania, la città Santa di Gerusalemme e le Alture di Golan, nonostante la risoluzione 242 delle Nazioni Unite. Questa guerra improvvisa mise a disposizione di Israele le risorse e un territorio quattro volte maggiore rispetto alla situazione antecedente la guerra, e gli conferì una maggiore potenza per poter scongiurare le minacce. Questa vittoria durò comunque poco e non impedì la controffensiva dei paesi arabi che iniziò nel 1973 dall’Egitto e dalla Siria contro Israele per riprendere il controllo dei territori da quest’ultimo occupati.
Iniziò così la guerra del Kippur e la coalizione composta da Egitto e Siria attaccò Israele su due fronti. Nella prima settimana riuscirono a ottenere vittorie notevoli, però nella seconda settimana la situazione cominciò a entrare in un’altra fase con l’arrivo dell’esercito americano in sostegno d’Israele, che riuscì ad entrare in territorio siriano ed egiziano. Alla fine la mediazione delle Nazioni Unite portò, il 24 ottobre 1973, alla fine della guerra.
In questa guerra i paesi arabi non raggiunsero l’obiettivo però riuscirono a mettere se non in pericolo quantomeno in discussione il potere deterrente e la questione della sicurezza d’Israele.
La successiva invasione dell’esercito d’Israele del territorio libanese nel 1982 causò diversi problemi e non poté essere una politica di successo per la sicurezza e alla fine fu destinata a perdere.
Israele per tenersi in vita e mettersi al sicuro prese quindi un’altra decisione politica, ossia dotarsi dell’arma nucleare.
Già nel 1949 si era aperto il Centro di Ricerca Isotopo e nel 1952 il governo di David Ben-Gurion aveva fondato la Commissione dell’Energia Nucleare d’Israele. Con gli aiuti di paesi come gli Stati Uniti e la Francia, Israele riuscì quindi a compiere progressi notevoli nel campo della tecnologia nucleare e ad oggi si presume che questo paese abbia più di 200 testate nucleari, e la sua potenza nucleare è in costante crescita.
Oron, il famoso esperto l’Israele, a proposito dei programmi nucleari d’Israele disse:

Avere a disposizione le armi migliori, e la possibilità stessa di servirsi di queste armi, servono per costringere l’altra parte ad accettare le richieste politiche d’Israele. Una delle richieste è riconoscere ufficilmente le frontiere attuali e firmare l’accordo di pace con Israele.

Con la nascità dell’Intifada anche questa politica ha perso però la sua forza dissuasiva.

L’intifada e la questione della sopravvivenza

Il grande movimento del popolo palestinese contro le politiche feroci del governo d’Israele ha aperto una nuova era nella storia della lotta del popolo musulmano della Palestina.
Questo processo si è evoluto rapidamente dopo la conferenza dei vertici dei paesi arabi nell’aprile 1987 in Oman, che non portò a nessuna presa di posizione contro il regime sionista.
La prima Intifada, che comprendeva la protesta popolare contro l’occupazione della Palestina, aveva i seguenti obiettivi:
1- Evitare di far cadere nel dimenticatoio la questione della Palestina
2- Chiamare l’opinione pubblica a porre maggiore attenzione
3- La necessità di risolvere il problema della Palestina
4- Mettere a rischio la sicurezza interna del regime sionista
5- Evidenziare le dispute dei vari gruppi palestinesi e costringere i governi e le organizzazioni che gestivano la questione della Palestina a ricercare i loro interessi comuni.

Uno degli eventi importanti nella storia della lotta contro Israele è stato il ritiro di Israele dal sud del Libano. Questa azione si è compiuta senza la firma di nessun accordo e in modo unilaterale il 24 maggio del 2000, ponendo così fine all’occupazione del sud del Libano dopo 22 anni .
Questo fatto viene considerato la prima sconfitta militare dell’Israele nella sua storia e la prima vittoria politica, ideologica e simbolica dell’Organizzazione “Hezbollah”.
Talal Atrissi considera questo ritiro come un obiettivo che tutti i governi d’Israele stavano cercando, da Yitzhak Rabin e Shimon Peres a Ehud Barak, ma avevano dovuto affrontare due problemi:
Prima di tutto la preoccupazione per la situazione delle frontiere dopo il ritiro; secondariamente, Israele desiderava che questo ritiro venisse fatto sulla base di un accordo regionale, in particolare con la Siria, ma ciò non fu possibile in quanto Israele non poteva più sostenere le perdite nel sud del Libano.

Il ritiro di Israele e la vittoria di Hezbollah hanno rafforzato il fronte anti-Israele e favorito l’avvento della seconda Intifada.
Qualche giorno dopo la liberazione del sud del Libano, Seyyed Hassan Nasrollah, Segretario Generale di Hezbollah, a Bent Jbail ha dedicato questa vittoria al popolo palestinese e ha annunciato il suo sostegno alla secondo Intifada, chiedendo al mondo arabo di fare altrettanto.
L’ingresso provocatorio di Ariel Sharon negli spazi della Moschea di al-Aqsa incrementò la lotta contro Israele, preparò il terreno per l’Intifada e causò le dimissioni di Ehud Barak, e dunque un’altra sconfitta per Israele.
Visto la crescita della violenza politica d’Israele, il processo del sostegno all’Intifada prese una corsa più rapida e costrinse il regime ad affrontare una destabilizzazione generale e la crisi della sua sicurezza in modo che, nonostante la sua potenza militare, deve tutt’oggi lottare per la sua sopravvivenza.

L’intifada e la politica estera dell’Iran.

L’Iran Islamico nella sua politica estera ha sostenuto da sempre la Palestina e ha sempre chiesto il ritorno dei profughi alla loro patria e l’istituzione dello stato indipendente della Palestina. La proclamazione, da parte dell’Imam Khomeini, della giornata mondiale di al-Quds è stato un segno importante che dimostra il sostegno dell’Iran dalla Palestina.
L’Imam Khomeini nel suo discorso del 7 agosto 1979 ha proclamato la giornata mondiale di al-Quds con queste parole:

Possiamo proclamare l’ultimo venerdi del Sacro mese di Ramadan, che coincide con il periodo di Laylat al Qadr (la notte del destino), e può essere anche la chiave principale per il destino del popolo della Palestina, come la giornata di al-Quds. I musulmani in una cerimonia internazionale possono annunciare la loro solidarietà e il sostegno ai diritti legittimi del popolo musulmano.

Inoltre l’Imam Khomeini nel suo messaggio del primo agosto del 1981 definisce la giornata mondiale di al-Quds come il giorno degli oppressi, e nel suo libro intitolato “Il governo islamico” afferma:

Il movimento dell’Islam sin dall’inizio ha dovuto lottare con il sionismo, sono stati loro ad iniziare i complotti e la propaganda anti-islamica, e come vedete continua ancora.

L’Imam Khomeini ha sempre rifiutato il processo di pace tra arabi e Israele e ha invocato la resistenza contro Israele. Egli a proposito degli accordi di Camp David disse:

Camp David è solo un inganno e un gioco politico e niente altro per poter giustificare le continue violazioni di Israele dei diritti dei musulmani.

Recentamente, la Repubblica Islamica dell’Iran, nell’ambito dei suoi impegni in politica estera, ha organizzato a Teheran la Conferenza Internazionale per il sostegno all’Intifada, che ha visto la partecipazione delle delegazioni di 35 paesi islamici, delle organizzazioni palestinesi, dei leader del Movimento Hezbollah e di 300 personalità indipendenti.

I partecipanti hanno annunciato il loro sostegno all’Intifada e hanno concordato sui seguenti punti:
l’istituzione un comitato internazionale parlamentare per la difesa dall’Intifada, la condanna del sostegno degli Stati Uniti a Israele, l’istituzione di una corte internazionale per processare i criminali di guerra di Israele, la richiesta dell’attivazione di comitati per promuovere delle sanzioni contro Israele.

Per concludere, possiamo dire che, considerando l’incremento del processo dell’Intifida e la crisi della legittimità e della sicurezza, il regime sionista affronta nuove crisi che mettono a rischio la sua stessa presenza, e ormai le politiche ambigue di pace e violenza non possono più essere considerate adatte a risolvere la questione. Pare che il regime sionista debba rassegnarsi davanti alle richieste legittime del popolo palestinese più di altri tempi.
Il regime sionista, essendo consapevole del problema della sua legittimità, a volte con un linguaggio di pace e a volte di guerra ha violato e continua a violare i più elementari diritti umani nel territorio occupato e ferisce la coscienza umana.
La storia contemporanea può testimoniare diversi esempi del comportamento violento e disumano del regime sionista nell’arco della sua non lunga storia. Il massacro di centinaia di persone con la scusa dell’uccisione di tre israeliani, l’attacco contro i civili e la distruzione delle loro abitazioni ne sono un esempio lampante.
Oggi la questione della Palestina non è solo un problema dei paesi arabi ed islamici, bensì è diventata un problema umanitario. L’occupazione e le azioni criminali commessi sono una grande catastrofe umana e rappresentano la questione più importante a livello mondiale.
Purtroppo oggi i paesi arabi ed islamici e addirittura i paesi che si presentano come i difensori dei diritti umani nel mondo sono indifferenti nei confronti di queste azioni criminali e si limitano a dare mere indicazioni politiche.
L’omicidio di Mohammed Abu Khdeir ha causato l’incremento della tensione nei territori occupati e gli attacchi dell’esercito sionista, armato fino ai denti, vengono portati avanti sia per via aerea che terrestre contro il popolo indifeso della Palestina, provocando diversi feriti e morti.
La reazione del mondo non è andata, come detto, oltre generiche indicazioni politici, mentre il regime sionista continua a massacrare i palestinesi. Addirittura l’uccisione dei palestinesi è diventato un spettacolo divertente per alcuni giovani estremisti d’Israele che, seduti su una collina, si emozionano a vedere il bombardamento di Gaza.
Dopo l’uccisione di centinaia di palestinesi Israele vorrebbe dimostrare la sua “clemenza” accettando la proposta di pace avanzata di un altro paese per coprire le sue azioni criminali, pretendendo che il popolo di Gaza, e in particolare il movimento di resistenza, accetti immediatamente il cessate il fuoco!
Ancora un’altra volta il mondo si trova davanti a un esame di coscienza, per vedere come agisce nei confronti delle azioni barbariche del regime sionista.
Si spera che gli organismi internazionali rispettino i loro impegni nei confronti dell’umanità e si assumano la loro responsabilità per impedire l’occupazione e l’oppressione della patria altrui, e permettano che il popolo palestinese possa decidere liberamente il suo destino.

Ghorban Ali Pourmarjan
Direttore dell’Istituto Culturale dell’Iran – Roma

Tratto da:http://www.eurasia-rivista.org

L’INTIFADA DELLA PALESTINA E LA CRESCITA DELLA DESTABILIZZAZIONE IN ISRAELE
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Italia vs Sardegna: la sfida che Pigliaru sta perdendo e che i sovranisti non vogliono accettare

Pubblicato su 27 Luglio 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in POLITICA

Sarà anche vero che, come ha detto il leader del Partito dei Sardi e assessore regionale ai Lavori pubblici Paolo Maninchedda, “l’elefante si mangia a morsi e non tutto intero” ma è anche vero che nessun elefante si fa mangiare da vivo; quanto meno bisognerebbe prima catturarlo. Ora chi sia l’elefante è chiaro a tutti: è lo Stato italiano. Che nei confronti della Sardegna assume però molteplici fattezze che neanche Zeus nell’epica classica. E così come padre degli dei si trasformava in mille modi soprattutto per ingannare belle fanciulle e giacere con esse, allo stesso modo (ma meno prosaicamente) l’elefante tricolore si manifesta alla Sardegna ora sotto forma di vertenza entrate, ora di poligono militare, ora di ministro allo sviluppo economico, ora di presidente dell’Anas, ora di emiro qatariota, ora di commissario per la peste suina e via elencando.

Le metafore alla lunga stancano o rischiano di non essere capite, ma è sconcertante come il presidentePigliaru possa presentare ai sardi l’accordo sottoscritto sul pareggio di bilancio come se fosse un “grande successo” nei rapporti con lo Stato quando lo stesso Stato, nelle stesse ore, immagina di raddoppiare il poligono militare di Teulada, continua a non impegnarsi sul fronte del rilancio industriale, provoca danni ai nostri allevatori con lo scandalo dei vaccini della lingua blu, immagina di depotenziare l’autonomia speciale, e questo solo per elencare alcune delle questioni aperte che trovano spazio nei giornali di oggi.

Se il sovranismo è governare la Sardegna come se fosse uno stato, la Sardegna avrebbe bisogno di un presidente della Regione in grado di trattare alla pari con lo stato italiano mettendo sul tavolo tutte le questioni aperte e trattandole sia specificamente che all’interno di un ragionamento globale. È esattamente quello che il presidente Pigliaru non sta facendo.

Adesso invece ogni vertenza continua ad avere il suo tavolo, ogni problema interlocutori diversi, e per ciascuno di essi la fregatura è sempre dietro l’angolo. No, così la Sardegna è destinata a vincere una battaglia su dieci. Se anche si riuscirà a salvare la nostra specialità, con questo modo di fare politica a venire meno è la nostra autonomia sostanziale.

Il caso più emblematico è quello dello statuto di autonomia. È inutile fare il riassunto delle puntate precedenti, ma è chiaro a tutti che la politica renziana prevede un accentramento dei poteri e una mortificazione delle autonomie locali. Nei fatti, l’attuale maggioranza che governa la Sardegna sta assecondando il disegno del presidente del Consiglio, non attivando quelle procedure in grado di consentire all’isola di riscrivere lo Statuto, prendendo in contropiede la maggioranza che governa a Roma. Tutto ciò avviene in maniera consapevole perché è solo in questo modo che le élite partitiche isolane potranno consolidare il loro ruolo di mediazione con i poteri nazionali.

Ma se il presidente Pigliaru rinuncia a comportarsi come se fosse il presidente dello stato sardo, se la Regione perde la testa dietro ai mille tavoli della crisi che non trovano mai sintesi politica, se la forza del Pd è tale che non si è in grado di opporsi con forza neanche al tentativo occulto di assecondare il neocentralismo renziano, che ci stanno a fare i sovranisti nella maggioranza e nella giunta che sostiene Francesco Pigliaru?

La domanda non vuole essere provocatoria perché è chiaro che la politica è fatta di rapporti di forza, di voti e di consiglieri regionali. È fatta però anche di idee (che oggi il Pd e Sel non hanno) che possono smuovere settori della società sarda oggi estromessi dal dibattito e dal confronto. Queste idee nel mondo che in Sardegna si riconosce nel sovranismo e nell’indipendentismo ci sono. Perché non provare a riunirle?

Che i sovranisti che sostengono Pigliaru possano anche non incidere sulle grandi questioni ci può anche stare (fino ad un certo punto però, perché c’è sempre un momento in cui la corda si deve spezzare), ma che non stiano lavorando politicamente per creare una alternativa a questo al Pd no, questo non è più scusabile.

Con il passare delle settimane è sempre più evidente che quella incarnata dal presidente Pigliaru è un’esperienza che non lascerà il segno, che è solo una parentesi politica frutto della confusione nella quale il sistema politico isolano si è trovato tra il 2012 e il 2013. Il rischio è anzi che su alcune partite la regressione sia netta e che anche quel poco di margine di manovra che Pigliaru ha attualmente verrà meno dopo il congresso regionale del Pd.

Ora, la sfida per i sovranisti sta tutta qui: mettere le basi per un grande soggetto in grado di guidare il cambiamento oppure accontentarsi di navigare nelle acque basse (bassissime) della politica, avanzare divisi, ed essere, nel migliore dei casi, una voce che grida nel deserto.

Come si può capire anche da una lettura distratta dei giornali, la situazione sta precipitando e se non si fa in fretta anche quelle parti più credibili del fronte sovranista saranno travolte dagli eventi, cioè dalle quattro bombe ad orologeria che lo stato italiano ha piazzato in Sardegna: sanità, entrate, statuto, servitù militari.

Tratto da:http://www.vitobiolchini.it

Italia vs Sardegna: la sfida che Pigliaru sta perdendo e che i sovranisti non vogliono accettare
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L'euro e l'autorazzismo che si scontra con dati e storia. Bagnai risponde a Zingales

Pubblicato su 27 Luglio 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in ECONOMIA

"Tra patrioti e collaborazionisti ognuno deve seguire la propria

vocazione"

 

In uno dei suoi ultimi post su Goofynomics, Alberto Bagnai risponde all'interrogazione avuta da Zingales alla Commissione finanze sulla storia monetaria italiana. "E con questo gli anni nei quali l'affermazione di Zingales si rivela "lievemente imprecisa" (cioè una sesquipedale cazzata - 109) sono 7+11=18, cioè il 41% del campione, anzi: l'85%, visto che per ora ci stiamo occupando solo del periodo fino al 1992. Avere un futuro ministro dell'economia che mente solo all'85% potrebbe anche essere visto come un vantaggio, rispetto agli standard attuali, ne convengo, ma voglio farvi una domanda da primo anno, se me lo permettete". Per ogni riferimento a grafici e spiegazioni tecniche si rimanda al post.

Quello che ci preme riportare in modo completo è la conclusione di Bagnai sulla convinzione di una parte del paese - ogni riferimento a quel 40,8% di persone che, recandosi alle urne nelle scorse elezioni, hanno scelto per il collaborazionismo è voluto - sull'intrinseca inferiorità del popolo italiano, che ci dovrebbe costringere a farci governare dagli altri. di una parte del nostro paese. Un autorazzismo che si scontra con i dati e con la storia. "Durante l'assegnazione del premio Canova, Grilli cantava la stessa canzoncina di Zingales: 'Bagnai ha ragione ma non ci meritiamo la lira perché l'abbiamo gestita male'".
 
Quello che non ha precedenti nella storia dell'umanità è la legge razziale non scritta dei piddini euristi italiani secondo la quale gli italiani sono una razza inferiore. Non è mai successo nella storia dell'umanità che un regime consolidasse il proprio potere utilizzando non la paura del diverso, ma il disprezzo del proprio prossimo. Ci volevano i padri nobili dell'euro perché si arrivasse a questo crimine contro l'umanità, contro quella porzione dell'umanità che è il popolo italiano, al quale l'umanità tanto deve, e dalla quale sta ricevendo in cambio l'odio delle proprie classi dirigenti. Fateci caso: non è possibile trovare un riformatore dell'Italia, un padre nobile, che non parta dall'odio verso il popolo italiano, malcelato dietro due o tre parolette di circostanza, le quali non riescono a celare un dato palese: che quando parlano d'Italia, cioè di noi, questi padri nobili non sanno assolutamente di cosa stiano parlando.
 
E, come sempre, il razzismo, o, come nel caso dell'Italia, l'autorazzismo, oltre a urtare contro un principio etico, urta contro un principio razionale: i dati continuano a non dire che siamo stati peggiori degli altri, e soprattutto continuano a non dire che, quando potevamo farlo, eravamo incapaci di governarci. E, ancora una volta come sempre, il razzismo chiede un tributo di sangue alle sue vittime, che in questo caso siamo noi. Quelli che dicono "secondo me ha ragione Zingales" sono quindi, loro malgrado, peggiori dei fascisti storici. Il loro autorazzismo è più rivoltante e più irrazionale del razzismo che ha caratterizzato gli altri regimi totalitari, quelli che hanno preceduto il regime eurista.
 
Io confido che questi dati li aiutino a ravvedersi, a capire che ragionare in termini di superiorità o inferiorità etnica non porta da nessuna parte, a capire che nessuno ha il diritto di dichiarare l'inferiorità di nessun gruppo, nemmeno di quello al quale appartiene, a capire che questo tipo di dichiarazioni sono un parto dei regimi totalitari, e che quindi lo stesso fatto che la stampa e i politici italiani ci bombardino con queste affermazioni mendaci circa la nostra inferiorità sono il più chiaro segno del fatto che viviamo in un regime totalitario, nel quale non è a rischio solo la pagnotta, ma la democrazia, la libertà di espressione, la libertà tout court.
 
Continuo a essere un illuminista: tale sono nato, e tale morirò. Ma se i grafici di questo post non vi aiutano, vuol dire che forse avete ragione voi, cari autorazzisti...
 
Ve lo spiego in un altro modo. Per me non c'è nulla di male ad essere patrioti, e non c'è nulla di male a essere collaborazionisti. Ognuno deve seguire la propria vocazione. Attenti, però, perché non tutti sono laici e non violenti come me, e la Storia ha delle oscillazioni non lineari. Quisling venne fucilato perché aveva reintrodotto la pena di morte per compiacere i suoi mandanti tedeschi. I norvegesi lo fucilarono, e poi abolirono nuovamente la pena di morte. Il che, fra l'altro, contiene una serie di interessanti spunti di riflessione per i manipolatori seriali della nostra costituzione (nella quale speriamo che l'Europa non ci chieda di reintrodurre la pena di morte, anche se, ahimè, de facto essa è stata introdotta con l'euro, che sta mandando al macello tante persone che non sono peggio delle altre per il fatto di essere italiane).
Tratto da:http://www.lantidiplomatico.it
L'euro e l'autorazzismo che si scontra con dati e storia. Bagnai risponde a Zingales
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