Blog di frontediliberazionedaibanchieri

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

La verità sulla nomina della Mogherini e su come abbiamo barattato il paese.

Pubblicato su 2 Settembre 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in POLITICA

Vi siete chiesti come mai la Germania ha accettato di “perdere” il braccio di ferro sulla nomina della Mogherini lasciando all’Italia un incarico di tale prestigio ?

Ve lo spiego subito. Cominciamo col dire che nell’Unione Europea e nei paesi che ne fanno parte non esistono ruoli istituzionali di prestigio ma esistono solo ruoli di facciata. I burattinai che muovono i fili dietro le quinte sono sempre gli stessi, solo i burattini cambiano ma essendo telecomandati sono assolutamente ininfluenti. Uno vale l’altro.

I nostri media hanno esultato per la nomina di una italiana alla guida della politica estera di una Unione Europea che una politica estera comune non ce l’ha. E’ la celebrazione del nulla.Tra l’altro anche Draghi se per questo è italiano eppure chi lo manovra l’ha invitato a massacrarci.

Ma c’è un’altra ragione ancora più subdola, ed estremamente più grave che ha spinto la Germania a fingere di cedere sulla questione delle nomine per dare a Renzi i 15 minuti di gloria che Andy Warhol aveva previsto per ogni uomo.

C’è una questione in sospeso tra Italia e Germania di gran lunga più importante di una semplice nomina di facciata e vitale per la sopravvivenza economica del nostro paese.     E’ la questione dell’approvazione del pacchetto legislativo per la tutela della sicurezza dei prodotti, all’interno del quale sono contenute le norme a tutela del cosiddetto “Made in” nel nostro caso Made in italy.                                                                 Un passo fondamentale per la competitività delle nostre imprese, per la tutela dei consumatori e della salute e per la lotta alla contraffazione che ha una fortissima opposizione dei paesi nordici ed in particolare della Germania che da anni prova a fare di tutto per cancellarla dato che è una barriera alla delocalizzazione selvaggia e poi parliamoci chiaro, i tedeschi lo sanno bene che possono avere anche un cambio favorevole per le esportazioni ed un sistema industriale più avanzato ma quando dietro ad un prodotto manifatturiero c’è la scritta “Made in Italy” non c’è concorrenza che tenga.

Già quattro anni fa nel 2010 il Parlamento europeo aveva approvato un regolamento al riguardo, che poi fu ritirato dalla Commissione Europea e chiuso in un cassetto, senza dare troppe spiegazioni, violando la scelta dell’unica istituzione europea espressione della volontà dei cittadini.

Il regolamento intendeva introdurre l’obbligo di specificare su un prodotto proveniente da fuori l’Ue il luogo di produzione, in modo da fornire al consumatore una chiara indicazione.
Indicazione, ovviamente, premiante per quei produttori europei non avvezzi a delocalizzare, con un “made in” riconosciuto ed apprezzato nel mondo.

http://www.europarlamento24.eu/made-in-la-commissione-europea-ritira-il-regolamento/0,1254,106_ART_2190,00.html

Il 16 Aprile 2014 però è arrivata la batosta per la Germania e per i paesi nordici su questo fronte:                                         ll Parlamento europeo ha approvato, ancora una volta, con 485 voti a favore, 130 contrari e 27 astensioni, le norme per rendere obbligatorie le etichette “Made in” sui prodotti non alimentari venduti sul mercato comunitario.
Fonte: 
http://www.europarlamento24.eu/etichettatura-si-riprova-con-il-made-in-obbligatorio/0,1254,106_ART_6676,00.html

La questione ovviamente non finisce qui ed ora passa al Consiglio europeo durante la presidenza italiana. Sulla carta questo dovrebbe significare, a rigor di logica, la sconfitta definitiva della Germania e l’approvazione finale del regolamento che salverebbe il nostro paese, le nostre industrie, i nostri artigiani, il nostro commercio e la nostra stessa identità nel mondo.

Ma il diavolo si nasconde nei dettagli e c’è un detto che dice che quando accarezza è perché vuole l’anima.

La Germania ha deciso di organizzarsi seriamente senza lasciare nulla al caso:

Appoggia alla presidenza del Consiglio europeo, il Premier polacco Donald Tusk. La Polonia era l’unico paese che era rimasto neutrale nella passata votazione del regolamento e quindi potrebbe fare la differenza.

http://www.europarlamento24.eu/made-in-la-partita-e-ancora-italia-germania/0,1254,106_ART_6679,00.html

L’Italia dovrebbe opporsi ma Renzi si è già crogiolato nelle carezze del diavolo che ai suoi ringraziamenti per il sostegno alla nomina della Mogherini ha risposto: «Di nulla, te lavevo promesso».

Ora siamo in debito con la Germania. Il regolamento passa ad un Consiglio europeo presieduto da un uomo sostenuto dalla Merkel e premier dell’unico paese rimasto in passato neutrale sulla vicenda. A tutto questo si aggiunge che i partiti di “opposizione” nel nostro paese pensano, invece, che la lotta alla contraffazione e alla tutela del nostro prodotto passi dall’arresto dei vucumprà che vendono collanine sulle spiagge mentre i cittadini italiani di questo regolamento non sanno assolutamente nulla.

Staremo a vedere. Se perdiamo la partita del “Made in” non rimarrà più nulla dell’identità e dell’orgoglio del nostro paese.

Motivo di vanto resterà solo quella famosa frase che anni fa, durante un concerto, la cantante Madonna sfoggiò sulla sua maglietta: “Italians do it better” che divenne la rivalsa del maschio nostrano nel mondo, fin quando qualcuno non deciderà di cambiare anche quella in nome della globalizzazione con un più generico “somebody in the world do it better”.

A quel punto da napoletano suggerirei di fare appello ad un famoso film di Massimo Troisi: “Non ci resta che piangere”.

Francesco Amodeo

Tratto da:http://francescoamodeo.net

La verità sulla nomina della Mogherini e su come abbiamo barattato il paese.
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SABATO 6 SETTEMBRE MANIFESTAZIONE A ROMA

Pubblicato su 2 Settembre 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in POPOLI LIBERI

SABATO 6 SETTEMBRE MANIFESTAZIONE A ROMA
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Il primo ‘Mare Nostrum’ distrusse l’Impero Romano

Pubblicato su 2 Settembre 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in POLITICA

E POI FU STRAGE E MORTE, E FURONO I SECOLI BUI

Negli ultimi decenni, tra gli addetti ai lavori delle scienze storiche c’è stata una rivalutazione del Basso impero romano. Ossia quel periodo di tempo che va dal IV secolo d.C. fino alla caduta dell’impero d’Occidente.

Verosimilmente, questo aumentato interesse è dovuto alle sempre più numerose analogie che quel genere di civiltà sincretica ormai portata alle estreme conseguenze, dove le differenze non erano più di sangue, ma di classe, e dove la classe media era stata annientata dalla ‘globalizzazione’ del tempo e un abisso, anche giuridico, separava i [più] poveri, humiliores, dai [più] ricchi, honestiories.

Lungo sarebbe trovare le numerose somiglianze tra la società di oggi, quella che si va formando, e il tardo impero romano, quello dell’assolutismo, della corruzione, della decadenza, mentre all’esterno i popoli giovani ‘spingevano’ per entrare e prendere ciò che ormai avevano la forza di ottenere, conniventi le autorità prive di sostegno dagli stanchi cittadini, ormai sudditi e non più cittadini.

Riguardo ciò che concerne l’immigrazione di massa orchestrata dalle nostre malate e criminali élites, esiste un brano emblematico tratto da Le storie di Ammiano Marcellino, che presentiamo in versione tradotta, e che si addice perfettamente all’attuale missione Mare  Nostrum:

Le autorità si impegnarono con somma cura affinché non rimanesse indietro nessuno di quelli che avrebbero distrutto lo stato romano, neppure se fosse in preda a malattie contagiose mortali. Quindi, ottenuto il permesso di attraversare il Danubio, venivano trasportati a schiere oltre il fiume, su navi, zattere e tronchi scavati. [...] Così grazie allo zelo e all’insistenza di alcune persone penetrava la rovina nello stato romano.

 

I riferimenti sono a XXXI, cap.4, parr. 5 e 6.

Ora, sostituite Mediterraneo a Danubio, e a stato romano lo stato italiano o l’Europa se preferite, e non avrete difficoltà a trovare le analogie. Da ciò si desume che Historia non sempre è Magistra vitae purtroppo; e che le élites ricchissime al potere spesso fanno i conti senza l’oste. Abituate come sono a tirare i fili, spesso perdono il controllo delle loro marionette.

L’imperatore Valente e i suoi cortigiani, in cerca di quello che doveva essere “un grande affare” – ripopolare a costo zero la Tracia, rimpolpare gli eserciti ottenendo denaro invece delle reclute nazionali –  ottennero invece sconfitta e morte in battaglia ad Adrianopoli appena due anni dopo ‘gli sbarchi’ e l’immediata ribellione dei Goti, mentre questi ultimi non si sarebbero più mossi dal territorio imperiale e sarebbero stati causa non ultima, con i loro movimenti all’interno dello stato che di fatto impedirono un’azione concreta alle frontiere, della caduta dell’impero romano d’occidente pochi decenni più tardi.

La domanda quindi resta per noi, che ancora non siamo, per ora, a quel livello di smidollaggine che colpì i popoli europei dell’impero romano: vogliamo fare la stessa fine?

O peggio, visto che, allora, le popolazioni barbariche erano comunque in numero limitato e razzialmente affini, se anche culturalmente aliene, mentre oggi abbiamo di fronte un mondo afro-asiatico di miliardi di individui carichi di risentimento verso l’occidente, mentre i Bianchi non fanno che diminuire di numero dall’Atlantico agli Urali.

Il primo passo per salvarci dalla catastrofe etnica verso la quale stiamo andando allegramente incontro, è abbattere le corrotte élites al potere. Corrotte moralmente. Ma prima di tutto vittime di un degrado intellettivo ormai fin troppo evidente.

Tratto da:http://identità.com

Il primo ‘Mare Nostrum’ distrusse l’Impero Romano
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I guasti dell'americanismo

Pubblicato su 2 Settembre 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in POLITICA, IPHARRA

Fonte: Il giornale del Ribelle 

 

Nei primi decenni del Novecento l’ingegnere americano Taylor promuove la razionalizzazione scientifica dell’organizzazione del lavoro che, negli anni Trenta, il produttore di automobili Henry Ford, con la sua politica economica e industriale, perfeziona e radicalizza, favorendo lo sviluppo industriale e capitalistico statunitense. Dalla fabbrica lo sviluppo taylorista investe l’intera società americana e diventa un modo di fare e pensare la vita: l’americanismo. Già Gramsci (1891 – 1937), nel Quaderno 22 dal carcere, definiva l’americanismo novecentesco una rivoluzione passiva, la cui l’egemonia non si limitava al controllo produttivo in fabbrica ma tendeva a occupare la società civile a tutti i livelli, morale, culturale e politico. L’intellettuale comunista critica l’intento capitalista di razionalizzare e di controllare capillarmente non solo il lavoro, ma perfino la coscienza e la vita privata del lavoratore: un produttore da ridurre a “gorilla ammaestrato”, privato di coscienza e pensiero. Il passaggio a questa fase egemonica – avverte Gramsci – avrà l’effetto di formare un “nuovo tipo umano”, condizionato al punto da fargli esprimere una diversa sensibilità, una nuova mentalità e un altro senso comune. La classe dominante, estendendo il potere della fabbrica alla società, organizzava anche l’imponente “struttura ideologica” vòlta a controllare le coscienze morali dei singoli tramite la stampa, le case editrici, i giornali, le riviste, le biblioteche, le scuole, i circoli, i clubs, ecc., tutto ciò che, direttamente o indirettamente, condizionava l’opinione pubblica. L’americanismo-fordismo dunque consisteva nell’imperniare tutta la vita del paese e tutto il sistema di accumulazione del capitale finanziario sulla produzione industriale. “L’egemonia nasce dalla fabbrica e non ha bisogno per esercitarsi che di una quantità minima di intermediari professionali della politica e dell’ideologia” (Q. 22, 2146). Oggi l’egemonia nasce dal capitale finanziario e sembra poter fare a meno di quantità anche minime di intermediari ma, sempre più spesso, mira a occupare direttamente le istituzioni politiche con i suoi impiegati e consulenti. Gramsci, pur definendolo razionale e progressivo, sostiene che l’americanismo-fordismo è destinato a fallire, perché non sarebbe in grado di superare le contraddizioni sociali della crisi organica del capitalismo. Questa sua riflessione, non confermata dalla realtà storica successiva, ci consente però di capire l’americanismo dei nostri tempi in cui, non l’organizzazione industriale estesa alla società, ma i mercati finanziari sorretti dal potere massmediaticocolonizzano le coscienze.  Il nesso tra potere economico, culturale e politico costituisce un elemento di grande attualità per interpretare anche la società del nostro tempo, assalita e affatturata dai mass media.

 

Gramsci, riflettendo sull’americanismo non solo in termini economici ma geoculturali e geopolitici, ci offre la chiave di lettura del permanere dell’americanismo oltre l’epoca del fordismo.  Ai nostri giorni l’americanismo diffonde e impone uno stile di vita improntato al mito della velocità, della corsa folle e insensata, e del consumo ossessivo non solo delle risorse, ma anche dell’esistenza. La fretta e la velocità, infatti, divorando lo spazio e sconvolgendo il tempo biologico, accelerano il ritmo e il logorìo anticipato dei rapporti umani, impediscono di cogliere il senso delle cose, vanificano e banalizzano la fruizione della natura e dell’arte. Il produttivismo e il consumo forsennato ci precludono il vivere sereno, ci volgarizzano, come aveva ben intuito un quasi contemporaneo di Gramsci: «L’americanismo è la peste che avanza volgarizzando, rimbecillendo, imbestialendo il mondo, avvilendo e distruggendo alte, luminose, gloriose civiltà millenarie». (“Aforisma a buon mercato” Ardengo Soffici (1879- 1964). L’influenza e il condizionamento di questa cultura d’oltreoceano, avvertiti come un flagello negli anni Venti e Trenta da intellettuali e artisti di diversa estrazione ideale e culturale, si ripresentano nella seconda metà del secolo scorso. A partire dal dopoguerra la prepotente siringa del piano Marshall, iniettando non solo soldi ma anche modi di vivere e di pensare, è stata determinante nel cambiare antropologicamente i popoli occidentali tutti, e in particolare quello italiano, a cui i vincitori hanno imposto l’american way come l’unico civilmente valido, attraente e moderno, tramite soprattutto televisioni e cinema.  Così come nel secolo scorso la cultura ufficiale estendeva, nell’egemonia del capitale produttivo, l’idea di produttività fordista alla società civile, oggi dilata, nel dominio globale del capitale finanziario, l’idea del “mercato” a tutte le forme di esistenza; spinge per integrare definitivamente l’amministrazione, la produzione e le menti nella dimensione liberista e per appiattire, tramite i massa-media, le coscienze su un modo particolare di rapportarsi alla realtà, al lavoro, ai problemi sociali, alla fede religiosa, al guadagno.

Da vent’anni a questa parte la classe politica ed economica sub-dominante ci impone di competere, di concorrere, di conformare la nostra dimensione materiale e culturale alle esigenze liberiste imposte dai mercati, di “lasciare a tutti la libertà di sopprimere la nostra” – così A. Soffici definiva il liberalismo -. Gli Italiani dunque dovrebbero adeguarsi non soltanto ai modelli economici e giuridici eurounionisti, ma omologarsi e rassegnarsi, in tutto e per tutto, all’americanizzazione dell’Occidente. Adeguarsi ossessivamente all’ideologia del mercato globale imitando scimmiescamente lo spirito angloamericano, le logiche del profitto, la concorrenza e la competizione, illudendosi di appagare i mercati e i rapaci investitori stranieri, significa stravolgere e snaturare i valori comunitari che storicamente abbiamo ereditato e che simbolicamente avremmo il dovere di trasmettere. A una società ad economia liberista, dove al profitto segue immediatamente l’uso e il consumo, appare assurda ed estranea l’idea di un popolo istintivamente risparmiatore, che regge la sua storia su una tradizione di economia reale e di capitale sociale, piano sul quale dobbiamo fondare la nostra rinascita, e non sulla pura finanza speculativa, livello su cui saremo sempre perdenti e dominati.

Perciò dovremmo chiederci se la logica mercatista è connaturata al nostro modo di essere, se si concilia con i nostri schemi di interpretare la realtà, con l’insieme delle nostre pratiche quotidiane, con le nostre varietà interculturali. Noi apparteniamo a una cultura che, per quanto il gruppo politico sub-dominante pretenda di trasformare in apolide e cosmopolita, rimane provinciale nel senso più umano e positivo del termine, perché da secoli la dimensione provinciale garantisce la percezione del senso del limite, della misura, dell’equilibrio e l’orrore per la hybris,per l’empietà. “Il piacere della convivialità, dell'otium contemplativo e della bellezza, la ricerca dell'equilibrio fra gli estremi, che confligge frontalmente con l'inclinazione 'oceanica' per l'informe e per la violazione di ogni limite, sono doni elargiti nella stessa misura a Napoli come a Tunisi o a Giaffa”. (G. Marano, Per l’indipendenza della grande patria mediterranea). La nostra cultura quotidiana, incline al godimento qualitativo del vivere, diverge da quella americanista iperattiva e tesa alle quantità mai bastevoli. Le relazioni sociali, l’ospitalità, i comportamenti che oscillano tra l’onore e la vergogna, esprimono una sensibilità contadina, una visione estranea alle logiche delle megalopoli indistinte e uniformi, degli spazi vasti e indifferenziati, degli scali attraversati da folle di eterni nomadi che non “popolano” mai nessuna terra e ignorano l’esistenza di “… popolazioni che si conoscono, si incontrano e – fecondamente – si scontrano da millenni. Genti che nelle varianti di un unico idioma fondamentale esprimono l’identica gioia di vivere fuori dai dettami del profitto e dell’utile” (G.Marano, La grande patria mediterranea). Siamo chiamati a ripensare, a ricostruire, a far rinascere l’Italia, tenendo conto delle sue peculiarità e della dimensione ideale che la caratterizza, a cui dare forza per tracciare un’identità in armonia con la dimensione materiale – la nostra economia, i nostri prodotti, le nostre creazioni –. Ci piace credere che l’Italia, in cui valori irrinunciabili precedono il perseguimento dell’accumulo e della rendita, possa rappresentare un bastione a difesa dalla degenerazione turbocapitalista.  “…si tratta di uno scontro, quasi antropologico, tra una cultura universale indifferenziata e tutto ciò che, in qualsiasi contesto, conserva qualcosa di irriducibile” (Jean Baudrillard)

 


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L'UNGHERIA FA CONFLUIRE LE UTILITIES (LUCE GAS TRASPORTI RISCALDAMENTO) IN HOLDING NO PROFIT (E NUOVO TAGLIO BOLLETTE!)

Pubblicato su 2 Settembre 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in ECONOMIA, POLITICA, ESTERI

BUDAPEST - Il presidente dell'Ungheria - lui sì, eletto - Viktor Orbán ha creato una holding statale per gestione unificata di tutte le utilities: luce, gas, trasporti pubblici, riscaldamento abitativo, e altri servizi minori. Quindi, mentre è previsto anche un nuovo taglio alle bollette - notizia dentro la notizia della nascita della Holding pubblica per i servizi fondamentali ai cittadini -  il governo ungherese si prepara a far confluire tutte le utilities in un’unica holding non profit.

Avete letto bene: NO PROFIT! 

L’ufficio del primo ministro fa sapere che Viktor Orbán ha già incaricato un gruppo di lavoro - cui partecipano anche dai ministri di giustizia, sviluppo e degli interni - alla preparazione dell’unione delle compagnie statali di elettricità, gas e riscaldamento centralizzato.

I diritti di proprietà e i poteri regolatori sull’holding saranno esercitato dal responsabile dell’ufficio del primo ministro.

Entro il 15 settembre prossimo, sarà pronta la proposta completa dei necessari cambiamenti legali da effettuare per costituire la holding.  

Inoltre, un nuovo taglio alle bollette, dopo quelli del 20 e del 10% consecutivi effettuati negli ultimi otto mesi, è in agenda già a partire dal 1° settembre.

La riduzione per l’elettricità sarà del 5,7% secondo quanto anticipato da Szilard Nemeth, sindaco di uno dei comuni di Budapest (Csepel) con incarico governativo per il taglio dei costi delle utilities.

Tagli per le altre utenze sarebbero previsti, ha aggiunto Nemeth, anche a beneficio delle aziende.

Tutto ciò può accadere perchè Orbàn prima ha cacciato dall'Ungheria l'FMI, poi ha ripreso il controllo della Banca Centrale ugherese dopo aver cacciato anche la BCE, e quindi è in grado di poter governare con accortezza la valuta - sovrana - del suo Paese. Da non scordare che oltre a questi tagli sostanziali delle bollette dei servizi, il governo Orbàn ha anche aumentato le pensioni, migliorando di molto il tenore di vita degli anziani ungheresi.

In Italia invece, per colpa della folle quanto sciagurata adesione all'euro, la Banca d'Italia non emette valuta, è impossibile qualsivoglia politica valutaria e per conseguenza il Paese è caduto nella più granda catastrofe della sua storia dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Redazione Milano. 

Tratto da:http://www.ilnord.it/

L'UNGHERIA FA CONFLUIRE LE UTILITIES (LUCE GAS TRASPORTI RISCALDAMENTO) IN HOLDING NO PROFIT (E NUOVO TAGLIO BOLLETTE!)
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Loschi intrecci della finanza e dell'esercito controllano l'espansione di Ebola

Pubblicato su 2 Settembre 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in MEDICINA ALTERNATIVA

EBOLA

Periodo di incubazione: tra i 2 e i 21 giorni

Contaminazione: attraverso i fluidi corporei

Sintomi: in una prima fase forti febbri, debolezza, dolori muscolari, mal di testa, infiammazione alla gola. In una fase più avanzata vomito, diarrea, infiammazioni cutanee, emorragie interne ed esterne. In una fase finale arresto delle funzioni renali, epatiche e conseguente morte.

Rimedinessun vaccino né trattamento conosciuti(Qualcuno sostiene che possano aiutare pratiche della medicina complementare come l’uso di argento colloidale, cloruro di magnesio e la vitamina C ad alte dosi).

Ecco la carta d’identità del virus dell’Ebola, ufficialmente scoperto nel 1976 in Congo (ex Zaire), nella valle Ebola.

Si tratta del virus perfetto dal punto di vista della sua pericolositàL’unico difetto?Non si trasmette per vie aeree e quindi il contagio è più difficile. Almeno per ora.

Il Dott. Gary Kobinger della Public Health Agency of Canada sta oggi lavorando su un cocktail di farmaci che potrebbe rappresentare un valido trattamento contro l’Ebola, la notizia è dei primi di agosto.
Fonte: Video CBCNews

Il Dott. Kobinger è lo stesso che due anni fa aveva pubblicato un articolo e rilasciato diverse interviste circa la possibilità di trasmissione dell’Ebola per via aerea. Sebbene il virus sopravviva per poco tempo fuori dai fluidi corporei si è dimostrato come attraverso goccioline di aerosol questo si possa trasmettere nelle immediate vicinanze al contagiato. Studio tra l’altro che si trova su Nature, una delle più prestigiose riviste scientifiche al mondo.
Fonti:
Servizio su BBC.
Pubblicazione scientifica su Nature

  Dr. Gary Kobinger

L’Ebola quindi potenzialmente può rappresentare il più letale virus in circolazione. Il virus perfetto per la più grave pandemia della storia. Se esistesse un ceppo di Ebola-virus trasmissibile per via aerea questo rappresenterebbe un’arma biologica perfetta.

Il contagio è partito in Africa: Sierra Leone, Guinea, Liberia e Nigeria sono gli Stati finora colpiti. Sembra che il primo focolaio si sia acceso in Sierra Leone dove tra l’altro ha sede l’ospedale meglio attrezzato per trattare i casi di Ebola, il Kenema Hospital.
Fonte: allAfrica.

Questo centro ha anche un laboratorio di ricerca attivo da anni nello studio dei virus dell’Ebola e della febbre di Lassa, una grave forma di febbre emorragica. E’ proprio da qui che partono i primi fili che ci portano nel dietro le quinte.

Da anni infatti il Kenema Lab della Sierra Leone è stato il punto di riferimento per gli studi sull’Ebola: numerose sono le pubblicazioni scientifiche a tal proposito. Prendiamo ad esempio questa pubblicazione scientifica LassaFever.

Senza entrare nel merito dei suoi contenuti possiamo leggere in prima pagina i nomi dei ricercatori e delle istituzioni che lavorano al Kenema Lab in Sierra Leone:
WHO World Health Organization – Geneva Switzerland
USAMRIID United States Army Medical Research Institute of Infectious Diseases

In poche parole l’esercito americano e l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità – in inglese WHO – World Health Organization) stanno lavorando, da almeno 10 anni, sull’Ebola proprio là dove è scoppiata l’epidemia.

La coincidenza vuole che dal 2009, il magnate della finanza, George Soros, abbia attivato, tramite la sua fondazione Open Society Foundations, progetti di finanziamento in Sierra Leone e Liberia nei quali sono anche previsti fondi per sostenere il sistema sanitario e la ricerca contro le malattie mortali presenti.
FonteReuters.

Fonte: Sito ufficiale Open Society

È molto probabile che qualche soldo sarà arrivato anche al Kenema Center, dove lavorano ricercatori dell’esercito americano e della WHO. Ed è sempre in questa stretta cerchia che si sta lavorando anche al vaccino per l’Ebola e la Febbre di LassaDel resto è proprio un ricercatore dell’USAMRIID, Tom Kzaisek ad aver messo a punto il sistema per diagnosticare l’Ebola.

La giornalista austriaca Jane Burgermeister, famosa per aver denunciato nel 2009 la connivenza tra interessi farmaceutici e la WHO, spiegando come l’influenza suina fosse solo uno spauracchio agitato dalla WHO per permettere di vendere vaccini, nell’aprile del 2014 scrisse al responsabile della comunicazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Glenn Thomas, per chiedere informazioni e chiarimenti circa l’epidemia di Ebola.

Qui potete trovare pubbliche le mail che la Burgermeister ha inviato alla WHO.

Glenn Thomas, in quanto responsabile della comunicazione della WHO, era la persona più indicata e molto probabilmente a conoscenza di tutte le attività della WHO in Africa circa l’Ebola. Purtroppo Glenn Thomas è una delle vittime dell’incidente del volo Malese MH17 abbattuto in Ucraina.

Il cordoglio ufficiale della WHO
La notizia alla BBC

Riassumiamo quanto emerso:

- L’epidemia di Ebola è scoppiata in Africa tra le Sierra Leone e la Guinea

- In Sierra Leone è presente il Kenema Center: l’ospedale ed il laboratorio di ricerca più avanzati in Africa per lo studio sull’Ebola e la febbre di Lassa

- George Soros finanzia progetti di ricerca in Sierra Leone e Liberia

- Al Kenema Center in Sierra Leone lavorano ricercatori della WHO e dell’esercito americano (USAMRIID)

- Il responsabile della comunicazione della WHO è morto nell’incidente aereo del volo Malese MH17 abbattuto in Ucraina

A proposito di Ucraina: Soros tra l’altro sostiene apertamente (ed economicamente) la rivoluzione Ucraina.
Trascrizione ufficiale di una video intervista rilasciata da Soros alla CNN. Tra le varie attività Soros ha istituito una fondazione che sostiene lo spirito della rivoluzione ucraina. Dal sito ufficiale della fondazione di Soros – Open Society Foundation
http://www.opensocietyfoundations.org/about/offices-foundations/international-renaissance-foundation
http://en.wikipedia.org/wiki/International_Renaissance_Foundation

Certamente non è possibile correlare direttamente Soros a tutti questi fatti, si tratta tuttavia di un interessante esempio concreto su come si muova il mondo delle“eminenze grigie” della finanza: tessere fili ovunque e all’occorrenza unirne alcuni. Si farebbe un errore a centralizzare su di lui ogni cosa, lo abbiamo preso solo come esempio.

Sempre Soros ha da poco attivato un progetto di centri di solidarietà in Grecia, spazi multi funzionali per prendersi cura della salute delle persone ed aiutarli a far fronte alla crisi.
Notizia dal The Guardian.

Dal sito della Open Society Foundations:
http://www.opensocietyfoundations.org/voices/setting-solidarity-houses-greece

Sito ufficiale del progetto:
http://www.solidaritynow.org/

Giochiamo alla fantapolitica:
se scoppiasse in Grecia un’epidemia di Ebola questi centri sarebbero perfetti per ospitare i contagiati. Quando poi verranno messi a punto la cura ed il vaccino contro l’Ebola probabilmente scopriremo che è lo stesso Soros (ed i suoi affiliati) a possedere quote delle aziende che vendono questi prodotti. Speriamo che almeno non sia una vaccinazione imposta con la forza!
Siamo nella fantapolitica, ne siamo consapevoli
- Non è quindi difficile immaginare come dietro certi avvenimenti ci possano essere delle regie di uomini di potere che usano fondazioni, istituzioni ed aziende come burattini a loro disposizione.

A proposito di regia, nel 1995 è uscito un film con Dustin Hoffman: “Outbreak”
La storia di come un ceppo molto forte del virus Ebola, nel film chiamato Motaba, partito dall’Africa sia arrivato fino in America dando origine ad un’epidemia. Il governo americano decide di istituire la legge marziale (militarizzazione del territorio) per contenere l’epidemia. E nelle primissime scene del film si vede come il virus veniva studiato già da tempo presso i laboratori dell’esercito americano, puta caso laUSAMRIID, proprio lei! Guardatelo coi vostri occhi dalle scene iniziali del film. Scena iniziale del film Outbreak.

Fonte: livingnow.it

Tratto da: http://www.ecplanet.com

ALLEGATO DIMENSIONE
LassaFever.pdf 1.55 MB


 
Loschi intrecci della finanza e dell'esercito controllano l'espansione di Ebola
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Renzi nelle mani della destra repubblicana Usa, realizzato il “Piano” di Gelli

Pubblicato su 1 Settembre 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in POLITICA

Lo afferma Pieczenik, uno dei più importanti funzionari che la politica estera Usa abbia mai avuto, custode dei segreti dell’Italia. Anche l’ex presidente della Commissione stragi Pellegrino conferma: È Ledeen il vero governo ombra di Renzi.

 

di Franco Fracassi su popoff

«Quello che non è riuscito a fare Gelli l’hanno fatto Berlusconi prima e Renzi poi». Steve Pieczenik è uno dei maggiori conoscitori dei segreti della politica estera statunitense e di quella interna dei Paesi che degli Usa sono satellite. Assistente segretario di Stato di Henry Kissinger, Cyrus Vance and James Baker, è stato l’artefice delle elezioni di Jimmy Carter, George Bush senior e perfino di George Bush junior. A sua detta è stato anche la mente del sequestro di Aldo Moro, oltre che il braccio destro di Zbigniew Brzezinski nella creazione di Al Qaida e della Jihad islamica. «L’Italia è da sempre nelle mani della destra repubblicana, e Renzi non fa differenza. La riforma costituzionale in atto non è che il compimento di un percorso iniziato a metà degli anni Sessanta», ha dichiarato Pieczenik al talk show radiofonico di Alex Jones. «Avete presente il “Piano di rinascita democratica della P2? Si potrebbe tranquillamente affermare che è stato portato a compimento».

 

Popoff lo aveva scritto lo scorso 13 febbraio: il presidente del consiglio Matteo Renzi è teleguidato dalle grandi banche d’affari e dalla destra repubblicana.

 

Quando negli anni Ottanta Michael Ledeen varcava l’ingresso del dipartimento di Stato, al numero 2401 di E Street, chiunque avesse dimestichezza con il potere di Washington sapeva che si trattava di una finta. Quello, per lo storico di Los Angeles, rappresentava solo un impiego di facciata, per nascondere il suo reale lavoro: consulente strategico per la Cia e per la Casa Bianca. Ledeen è stato la mente della strategia aggressiva nella Guerra Fredda di Ronald Reagan, è stato la mente degli squadroni della morte in Nicaragua, è stato consulente del Sismi negli anni della Strategia della tensione, è stato una delle menti della guerra al terrore promossa dall’Amministrazione Bush, oltre che teorico della guerra all’Iraq e della potenziale guerra all’Iran, è stato uno dei consulenti del ministero degli Esteri israeliano. Oggi Michael Ledeen è una delle menti della politica estera del segretario del Partito democratico Matteo Renzi.

Forse è stato anche per garantirsi la futura collaborazione di Ledeen che l’allora presidente della Provincia di Firenze si è recato nel 2007 al dipartimento di Stato Usa per un inspiegabile tour. Non è un caso che il segretario di Stato Usa John Kerry abbia più volte espresso giudizi favorevoli nei confronti di Renzi.

 

Ma sono principalmente i neocon ad appoggiare Renzi dagli Stati Uniti. Secondo il “New York Post”, ammiratori del sindaco di Firenze sarebbero gli ambienti della destra repubblicana, legati alle lobby pro Israele e pro Arabia Saudita.

In questa direzione vanno anche il guru economico di Renzi, Yoram Gutgeld, e il suo principale consulente politico, Marco Carrai, entrambi molti vicini a Israele. Carrai ha addirittura propri interessi in Israele, dove si occupa di venture capital e nuove tecnologie.

A sinistra, la mente militare e di estrema destra di tutti i governi Usa dal 1974 a oggi. A destra, il presidente del Consiglio Matteo Renzi.A SINISTRA, LA MENTE MILITARE E DI ESTREMA DESTRA DI TUTTI I GOVERNI USA DAL 1974 A OGGI. A DESTRA, IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO MATTEO RENZI.

 

Forse aveva ragione l’ultimo cassiere dei Ds, Ugo Sposetti, quando disse: «Dietro i finanziamenti milionari a Renzi c’è Israele e la destra americana». O perfino Massimo D’Alema, che definì Renzi il terminale di «quei poteri forti che vogliono liquidare la sinistra».

Dietro Renzi ci sono anche i poteri forti economici, a partire dalla Morgan Stanley, una delle banche d’affari responsabile della crisi mondiale. Davide Serra entrò in Morgan Stanley nel 2001, e fece subito carriera, scalando posizioni su posizioni, in un quinquennio che lo condusse a diventare direttore generale e capo degli analisti bancari.

 

Nel 2006 Serra decise tuttavia che era il momento di spiccare il volo. E con il francese Eric Halet lanciò Algebris Investments.
Già nel primo anno Algebris passò da circa settecento milioni a quasi due miliardi di dollari gestiti.
L’anno successivo Serra, con il suo hedge fund, lanciò l’attacco al colosso bancario olandese Abn Amro, compiendo la più importante scalata bancaria d’ogni tempo.

Poi fu il turno del banchiere francese Antoine Bernheim a essere fatto fuori da Serra dalla presidenza di Generali, permettendo al rampante finanziere di mettere un piede in Mediobanca.

Definito dall’ex segretario Pd Pier Luigi Bersani «il bandito delle Cayman», Serra oggi ha quarantatré anni, vive nel più lussuoso quartiere di Londra (Mayfair), fa miliardi a palate scommettendo sui ribassi in Borsa (ovvero sulla crisi) ed è il principale consulente finanziario di Renzi, nonché suo grande raccoglietore di denaro, attraverso cene organizzate da Algebris e dalla sua fondazione Metropolis.

 

Ha detto Giovanni Pellegrino (presidente della commissione parlamentare stragi dal 1994 al 2001): «Ciò che può sembrare intreccio di fantascienza complottistica, è solo il frutto di un lavoro certosino fatto dalla commissione parlamentare stragi. Teniamolo sempre a mente, anche quando sembra di precipitare nelle allucinazioni ansiogene. Partendo da un riassunto delle stragi e degli attori, mi riferisco a oggi. Alla condizione di un Paese (l’Italia) sottomesso agli ambienti della destra repubblicana Usa. L’Italia oggi è nelle stesse identiche condizioni degli anni Settanta e la scomparsa della sinistra italiana storica, rende il Pd erede non solo della Dc, ma anche del Msi».

 

«L’Italia non è un Paese normale e non ha una democrazia normale.
A partire dal trattato di Yalta, all’Italia è stato affidato il ruolo di “Stato a sovranità limitata”. Una specie di portaerei Nato nel mar Mediterraneo», ha proseguito Pellegrino..

Sullo sfondo l'ex capo della Loggia P2 Licio Gelli. In primo piano i due protagonisti della riforma costituzionale: l'ex presidente del consiglio, nonché membro della Loggia P2 e gran maestro massone, Silvio Berlusconi, e l'attuale premier Matteo Renzi. SULLO SFONDO L’EX CAPO DELLA LOGGIA P2 LICIO GELLI. IN PRIMO PIANO I DUE PROTAGONISTI DELLA RIFORMA COSTITUZIONALE: L’EX PRESIDENTE DEL CONSIGLIO, NONCHÉ MEMBRO DELLA LOGGIA P2 E GRAN MAESTRO MASSONE, SILVIO BERLUSCONI, E L’ATTUALE PREMIER MATTEO RENZI.

 

«Insomma, non credo che a livello del governo degli Stati Uniti si sia deciso di appoggiare le spinte golpiste o para-golpiste italiane. Diverso è pensare che o circoli della destra radicale americana o singoli settori degli apparati di forza americani abbiano potuto assumere determinate iniziative. Faccio riferimento a un gruppo particolarmente potente che orbitava attorno all’Università Georgetown di Washington (“Gruppo di Georgetown”). Il Csis, un centro che ha influenzato fortemente le politiche mondiali, di cui facevano parte uomini come Alexander Haig, Henry Kissinger, Michael Ledeen, Claire Sterling, e alcuni ex capi della Cia. In proposito, mi sono sembrate molto interessanti le risposte che ci hanno dato Stefano Silvestri, esperto di strategie internazionali. Quando è venuto in Commissione, alla domanda se anche lui ritenesse che la P2 fosse il rifugio dell’oltranzismo atlantico, lui rispose affermativamente. E aggiunse che, secondo lui, persone come Gelli erano certamente collegate a circoli americani, però, per l’appunto, a circoli tipo quello di Georgetown. Insomma, la destra repubblicana americana», ha aggiunto l’ex senatore.

 

«Sussistono documenti secondo cui i Haig, Kissinger e Ledeen fossero iscritti alla P2 nel “Comitato di Montecarlo” (o “Superloggia”). Quel braccio della P2 che si occupava di traffico internazionale di armi e al quale venne fatta risalire in modo diretto l’organizzazione della strage di Bologna. Ho sempre pensato che Gelli fosse solo un esecutore. Naturalmente si dava molto da fare per valorizzare al massimo il suo ruolo, che non era di comando, però ugualmente strategico, attraverso il suo presenzialismo e sviluppando contatti con tutti quelli che poi hanno detto di averlo conosciuto assai poco», ha concluso Pellegrino.

 

Ledeen, in particolare, ha proseguito nel tessere la rete di rapporti con la politica italiana. È il caso di Renzi, ma anche quello del capogruppo dei senatori Pd Luigi Zanda, o del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (definito da Kissinger «il mio comunista preferito»). Infine, c’è la ministra degli Esteri Federica Mogherini. Secondo quanto emerso dai cablo pubblicati da Wikileaks, la Mogherini è stata «ammessa fin dal 2006 ad alcune riunioni segrete con agenti statunitensi, in Italia e a Washington».

Ma ministra degli Esteri Federica Mogherini. Secondo Wikileaks, la Mogherini frequenta dal 2006 meeting segreti con agenti segreti e politici statunitensi.MA MINISTRA DEGLI ESTERI FEDERICA MOGHERINI. SECONDO WIKILEAKS, LA MOGHERINI FREQUENTA DAL 2006 MEETING SEGRETI CON AGENTI SEGRETI E POLITICI STATUNITENSI.
Tratto da:http://www.osservatorioglobale.it
Renzi nelle mani della destra repubblicana Usa, realizzato il “Piano” di Gelli
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Il Trattato Italo-Libico del 2008 e i suoi democratici detrattori

Pubblicato su 1 Settembre 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in POLITICA

Com’è noto, dopo le drammatiche vicende del 1986 i rapporti italo-libici entrarono in una lunga fase d’ambiguità caratterizzata da un’alternanza fra momenti di tensione, ad esempio con reiterate richieste d’indennizzo da parte libica all’Italia, ed infruttuosi tentativi di rilanciare gli interscambi fra i due paesi, in continua e costante crescita prima dell’attacco americano. Il momento di svolta viene individuato nel ’98, col famoso “Comunicato congiunto” Dini-Mountasser, un documento firmato a Roma il 4 luglio di quell’anno col quale i due responsabili delle diplomazie italiana e libica auspicarono una serie di misure da parte del governo italiano (ricerca dei familiari dei libici deportati in Italia, aiuti nello sminamento e ai libici danneggiati dalla guerra e dalla dominazione coloniale) che, unite a più concreti progetti economici ed industriali da parte d’una società mista italo-libica, avrebbero dovuto rappresentare quella ideale e materiale riparazione che da sempre la Libia s’aspettava dall’Italia. Tale riparazione dei danni bellici e coloniali veniva vista come la chiave del rilancio su vasta scala dei rapporti italo-libici, capace di seppellire gli antichi rancori e di fondare una stabile e duratura amicizia fra i due popoli e le due sponde del Mediterraneo. Purtroppo il documento firmato da Dini e Mountasser non giunse mai al Parlamento italiano, rimanendo così lettera morta; tuttavia ebbe il merito di richiamare l’attenzione su un tema, quello dell’impellenza di recuperare i rapporti fra Italia e Libia, sempre più sentito in entrambi i paesi.
Nel 2001, con l’arrivo del governo Berlusconi, si decise così di lasciar definitivamente perdere l’accordo fra Dini e Mountasser, ormai decisamente passato in cavalleria, per puntare su un “gesto simbolico” (poi ribattezzato “Grande gesto”) anche in questo caso con un chiaro intento riparatorio. Già ai tempi di Craxi e d’Andreotti s’era parlato, ad esempio, d’un ospedale in cui curare i libici, in particolare bambini, che rimanevano vittime delle mine italiane ancora sepolte nel deserto; l’idea venne rilanciata da Berlusconi, che la espresse ufficialmente a Gheddafi in un incontro tenutosi in Libia il 28 ottobre del 2003. Si parlava d’un investimento d’almeno 60 milioni d’euro, con la formazione stavolta d’un centro oncologico guidato dai maggiori esperti italiani. Il progetto, esattamente come nella Prima Repubblica, sfumò perchè non soddisfava comunque le comprensibili richieste libiche d’ottenere una riparazione ben più che simbolica. Gheddafi aveva avanzato la proposta di un’autostrada che, percorrendo la costa libica, congiungesse il confine tunisino con quello egiziano, opera dal valore oscillante fra gli 1,5 ed i 6 miliardi d’euro. Le trattative intavolate per la costruzione di simile infrastruttura erano giunte ad un punto morto allorchè, nel dicembre del 2004, la parte libica aveva constatato come il governo italiano non fosse in quel momento in grado d’onorare tale promessa. Un risultato era stato comunque ottenuto poiché, seppur solo ufficialmente, a partire da quell’anno il 7 ottobre non sarebbe stato più celebrato come “Giorno della Vendetta” ma bensì come “Giorno dell’Amicizia” fra l’Italia e la Libia.
La breve parentesi del governo Prodi fu scossa dagli incidenti di Bengasi, allorchè il consolato italiano vide una vibrante protesta da parte di molti libici indignati per l’esibizione in televisione delle vignette contro Maometto da parte dell’esponente leghista Roberto Calderoli. Prodi, che pure molto aveva lavorato per portare avanti una normalizzazione dei rapporti con la Libia, vide vanificati i suoi sforzi da questo incidente che rendeva al contempo non ancora consigliabile una visita di Gheddafi in Italia. Vi fu comunque l’importante Convegno del 26 ottobre 2007 sui deportati libici, in una data particolarmente significativa per la Jamahiriya, che proprio in quel giorno soleva celebrare le deportazioni del 1911 interrompendendo le comunicazioni diurne con l’esterno. Sempre sotto Prodi, si cominciò a delineare l’accordo successivamente adottato da Berlusconi nel 2008.
E proprio col ritorno di Berlusconi, nel 2008, s’ha la firma del Trattato d’Amicizia e di Cooperazione fra la Repubblica Italiana e la Jamahiriya Libica, siglato il 30 agosto a Bengasi e ratificato dal nostro Parlamento il 6 febbraio del 2009 e dalla Libia il successivo 2 marzo, in occasione d’una nuova visita di Berlusconi a Tripoli. L’accordo, molto contestato dalle opposizioni (ma anche da una parte degli ambienti governativi, quelli per tradizione più filoatlantici, che nel 2009-2010 troveranno il loro leader più rimarchevole in Gianfranco Fini sfilandosi dal governo con l’effimero esperimento di FLI), prevedeva un indennizzo alla Libia di 5 miliardi d’euro, a fronte dei quali Tripoli si sarebbe impegnata a fronteggiare l’immigrazione clandestina e a garantire una preziosa boccata d’ossigeno all’economia italiana nella forma di nuovi investimenti nello Stivale da parte delle banche e delle imprese libiche. Si definiva una volta per tutte la costruzione dell’autostrada lungo la costa libica, per una lunghezza di 2000 chilometri ed una spesa totale di 3,5 miliardi d’euro e si chiudevano i contenziosi con le ditte italiane danneggiate dalle azioni libiche del 1970, operazione dal valore di 600 milioni d’euro.
Naturalmente, come abbiamo già detto, alla firma del Trattato ci sono state polemiche infinite da parte della solita “sinistra al caviale” e della “destra liberale” entrambe due facce della stessa medaglia appesa al nastrino dell’atlantismo e dell’acritica fedeltà a Washington. Molte critiche sono state rivolte riguardo al tema dei “diritti umani”, ma soprattutto alla compatibilità di tale Trattato con la NATO. Com’è noto, la Libia di Gheddafi era insieme alla Siria d’Assad l’unico paese del Mediterraneo a non collaborare in alcuna forma col dispositivo NATO, e l’ipotesi che per onorare un simile trattato l’Italia venisse meno al suo tradizionale ruolo di alleato più fedele (o succube) del Patto Atlantico faceva semplicemente inorridire i perbenisti dell’europeismo atlantista di casa nostra. L’Italia che s’allontana dall’amministrazione Obama (ricordiamoci del criticatissimo precedente dell’abbronzato)? Non sia mai!
Peccato, perchè già a partire dal 2007, e quindi ancor prima che il Trattato venisse sottoscritto, l’ENI e la Libyan National Corporation firmavano un accordo in base al quale le concessioni per l’estrazione di petrolio e di gas venivano estese per gli italiani rispettivamente al 2042 e al 2047: era il 16 ottobre, quasi un anno prima di Bengasi. A trattato firmato, i rapporti economici e commerciali fra Libia ed Italia s’intensificavano con l’acquisto del 7% d’Unicredit da parte della Banca Centrale Libica e della Libyan Investment Authority, del 7,5% della Juventus da parte della Lafico, dell’1% dell’ENI, ecc. Non parliamo poi delle varie commesse andate ad Ansaldo ed Impregilo, così come a molte piccole e medie imprese italiane.
Un rafforzamento, quello dei rapporti fra Italia e Libia, che ha ingelosito molti governi esteri (Obama, Cameron e Sarkozy sono i primi della lista, tanto per non far nomi) che si vedevano sottrarre la torta dal disprezzato Berlusconi, “l’amico di Putin” e ora anche di Gheddafi; ma che soprattutto ha mandato in bestia i cultori del “politically correct” all’italiana, che non hanno tardato a palesarsi in tutto il loro sbavante odio politico ed ideologico in occasione delle visite del Qa’id libico in Italia. Quando il 10 giugno del 2009 Gheddafi venne in visita a Roma, a La Sapienza fu subito oggetto della feroce contestazione degli studenti dell’Onda, mentre al Senato trovò la non proprio calorosa accoglienza della delegazione del Partito Radicale Transnazionale nel PD. Il 16 novembre dello stesso anno Gheddafi ritorna in Italia per partecipare ad un incontro della FAO e viene ovviamente di nuovo contestato, sempre dai soliti Radicali e da altri che esprimono tutta la loro indignazione in un flash mob. Anche l’Italia dei Valori ed il resto del PD s’allinearono alle proteste, esprimendo in entrambe le occasioni tutta la loro contrarietà a manifestare ospitalità nei confronti di Gheddafi. Tutta gente che protestava parlando di diritti umani violati e di deficit di democrazia (intesa, evidentemente, come mancata apertura al mercato globalizzato a guida statunitense, alla NATO, ecc) ma che poi non ha avuto nulla da ridire allorchè i simpatici “ribelli” di Bengasi, foraggiati proprio dai loro eroi a stelle e strisce, hanno compiuto vere e documentate atrocità (chi si ricorda, ad esempio, dei soldati libici costretti a mangiare carne di cadaveri e di animali putrefatti prima di venir uccisi?). Anzi: li hanno pure idolatrati.
Per carità: gli studenti, per esempio, erano soprattutto male informati e traditi dalla loro buona fede. Bisogna essere comprensivi. Ma se per rendersi conto dei propri errori non è bastato vedere la Libia ridotta in cenere, oggi trasformata in una grande Somalia affacciata sul Mediterraneo ed in cui i signori della guerra proclamano emirati e califfati e si spartiscono ciò che resta della Jamahiriya, allora viene da sospettare che anche alla comprensione si debbano porre dei limiti. Dopotutto c’è un proverbio che dice che certa gente farebbe perdere la pazienza anche ad un santo.
In tutta la dolorosa vicenda del 2011, l’Italia ha dimostrato di non possedere sovranità, né di sapersela difendere o guadagnare: ha perso ciò che era suo, lasciando che altri glielo sottraessero, e men che meno ha avuto il coraggio o attuato anche solo un goffo tentativo di difenderlo. Non ha onorato un trattato che era stato firmato e successivamente celebrato in pompa magna, e s’è poi genuflessa dopo la caduta e la morte del Qa’id presso le nuove ed illegittime autorità libiche perchè fosse ripristinato. Quale considerazione possono avere d’un simile paesi i vari governanti libici, passati, presenti e futuri, così come gli alleati europei e della NATO? E soprattutto, quale considerazione possono averne quegli italiani che si sono svegliati (e non sono pochi) e che di questa “Italietta” sciuscià del declinante Impero atlantico ne hanno veramente piene le scatole? La storia dedicherà, a questo paese avvilito ed asservito, ben poche ed inclementi pagine.

Tratto da:http://www.statopotenza.eu
Il Trattato Italo-Libico del 2008 e i suoi democratici detrattori
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Se arriva la Troika: prepariamoci alla fine dell’Italia

Pubblicato su 1 Settembre 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in ECONOMIA, POLITICA

C’è gente in Italia che si augura che arrivi. La Troika, s’intende, ovvero la struttura mista Commissione Ue, Bce e Fondo Monetario Internazionale che, in cambio di prestiti, impone ai governi la sua ricetta politica. Eugenio Scalfari l’ha persino scritto in una delle sue omelie domenicali. Matteo Renzi, ogni volta che gli capita, dice che non succederà, eppure un certo umore circola in giro: le banche d’affari invitano a non comprare italiano, il Pil cala, “Moody’s” vede nero, Mario Draghi chiede “cessioni di sovranità”. Non siamo ancora all’estate 2011, quando la Troika s’affacciò per la prima volta da noi, ma anche allora le cose precipitarono assai in fretta: ad aprile lo spread era 122 punti, più basso di adesso, ad agosto 400, a novembre 552 e i rendimenti sui Btp decennali oltre il 7%. Al tempo arrivò Mario Monti, stavolta il commissariamento sarebbe completo.

Non è che la Troika si presenti così e suoni al palazzo del governo: arriva su invito, a seguito di eventi che sono quasi sempre identici. Funziona così. Il Draghi e Montipaese X, per qualche motivo, comincia ad avere difficoltà a finanziarsi sul mercato: gli investitori chiedono interessi troppo alti. È qui, quando il paese X teme di non poter pagare stipendi e pensioni, che arriva la Troika proponendo un bel prestito e sostenendo che il problema è il debito pubblico. Per avere i soldi, però, bisogna firmare un bel “Memorandum”, una lista assai nutrita di cose da fare. La ricetta è sempre la stessa per tutti i paesi: tagli di spesa pubblica, stipendi e pensioni; licenziamenti nel settore statale; aumenti di tasse; privatizzazioni e liberalizzazioni selvagge (servizi pubblici in primis); riforme del mercato del lavoro (libertà di licenziare). Al termine della “cura” – aiutata da cospicue pressioni sull’opinione pubblica – il paziente è più malato di prima, il welfare e i beni pubblici un ricordo.

In sostanza, e per paradosso, l’arrivo della Troika europea coincide con la distruzione del modello sociale europeo. Non solo: i debiti pubblici – causa di ogni male – aumentano in maniera esponenziale. Non c’è da sorprendersi: il fine non è comprimere il debito dello Stato, ma quello estero, bloccando le importazioni attraverso un taglio dei redditi disponibili. È in questo modo che i creditori (spesso banche del Nord) rientrano dei soldi prestati negli anni di vacche grasse. In principio fu la Grecia: un debutto, e neanche troppo felice. Ad aprile 2010 il debito pubblico greco è ormai classificato “spazzatura” dalle agenzie di rating: la Germania aveva nel frattempo fatto sapere che i debiti dei singoli paesi dell’Eurozona non sono garantiti dalla Bce. È a quel punto che arriva la Troika con la sua borsa: promette un prestito da 110 miliardi, poi divenuti oltre 300 negli anni. Piccola notazione: i soldi non sono gratis – e nemmeno prestati all’1% come la Bce fece coi mille miliardi dati alle banche – ma concessi al ragguardevole interesse del 5,5%. In cambio, la Troika ha preteso tagli strutturali per 30 miliardi di euro a La disperazione dei greciregime. Per capirci: il Pil greco ammonta a 180 miliardi, quindi è come se all’Italia chiedessero una manovra da 250 miliardi.

Atene procede a rilento, ma comunque ha già licenziato 8.500 statali e altri 6.500 seguiranno entro quest’anno (alla fine saranno 30.000 su 750.000 totali). La tv pubblica è stata chiusa dalla sera alla mattina, la rete degli ambulatori specialistici pure; scuola, università e ospedali sono stati falcidiati. L’ultimo Memorandum, questa primavera, ha imposto alla Grecia di vendersi pure le spiagge (110 per la precisione) e un piano di privatizzazioni capillari da qui al 2020. La Troika, peraltro, non si occupa solo di spesa pubblica, ma di ogni aspetto della vita economica: pretende, per dire, che la Grecia cambi le leggi su come si pastorizza il latte (a vantaggio delle multinazionali). I risultati, però, non sono brillanti: quest’anno se n’è accorto persino l’Europarlamento. Il reddito disponibile delle famiglie dal 2009 è diminuito del 40%, gli stipendi del 34%, servizi e benefit sociali del 26%. La disoccupazione era al 9% cinque anni fa e ora supera il 27%, il Pil s’è ridotto di un quarto. Pure i conti pubblici, ovviamente, non migliorano: il rapporto deficit-Pil nel 2013 era al 12,7%, il debito pubblico al 175% (dal 129% del 2009).

Il secondo paese a essere curato dalla Troika è stato l’Irlanda, messa nei guai a fine 2010 dal fallimento del suo sistema bancario e costretta a chiedere un prestito di 78 miliardi di euro. La struttura economica dell’Irlanda (un sistema basato sul esportazioni, tassazione irrisoria e poco welfare) sembrava fatta apposta per applicare i diktat dei Memorandum, eppure “l’allievo modello” non se la passa così bene come si vorrebbe far credere: dopo una sostanziosa sforbiciata dei salari e manovre per il 19% del Pil, il debito pubblico – che nel 2008 era solo al 44% del Pil – oggi sfora il 125%. E ancora: la crescita degli ultimi due anni è stata solo dello 0,2% nonostante la spinta di un deficit che l’anno scorso s’è attestato al 7,6%. Il valore degli immobili è il 57% in meno rispetto a cinque anni fa, il debito delle famiglie il 200% del reddito. La disoccupazione nel 2013 è passata dal 14,5 al 12,6%, ma Marco Palombiil calo è dovuto in larga parte all’emigrazione (lo stesso discorso vale per Spagna, Portogallo e Grecia).

Il Consiglio d’Europa, infine, ha denunciato che l’Irlanda non offre garanzie minime per malattia, disoccupazione, sopravvivenza, infortuni sul lavoro e benefici di invalidità. Sarà per questo che – a dicembre 2013 – quando Fmi, Bce e Ue hanno proposto all’Irlanda un nuovo prestito – il governo di Dublino ha risposto subito: “No, grazie”. In realtà, i funzionari della Troika continueranno a fare ispezioni biennali fino al 2031. Sei anni in meno di quel che toccano al Portogallo, uscito anche lui formalmente dall’ombrello della Troika nel dicembre scorso. Il panorama è lo stesso degli esempi precedenti: dopo tre anni di “cura” 1,9 milioni di persone (il 18% circa della popolazione) vivono sotto la soglia di povertà e i conti pubblici sono un disastro. Una vicenda simbolica: il governo di Lisbona, per realizzare le richieste dei Memorandum, voleva vendersi 85 quadri di Joan Mirò all’asta (ma un giudice, per ora, ha bloccato tutto). Va citato, infine, almeno il caso di Cipro, dove per la prima volta è stato applicato il principio, ora comunitario, che i fallimenti bancari li pagano anche i correntisti. Esagera, Bruno Amoroso, del centro studi Federico Caffè, quando li chiama “i sicari dell’economia”?

(Marco Palombi, “Ecco come la triade Bce-Fmi-Ue potrebbe commissariare l’Italia e cosa ci sarebbe da aspettarsi”, da “Il Fatto Quotidiano” del 13 agosto 2014, ripreso da “Come Don Chisciotte”).

Tratto da: libreidee.org

Se arriva la Troika: prepariamoci alla fine dell’Italia
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Interminabili Truffe

Pubblicato su 1 Settembre 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in ECONOMIA, POLITICA

Il seguente articolo ci fa capire che tutta la questione del “problema” della nostra spesa pubblica non è altro che propaganda delle classi dominanti per ridurre i diritti dei loro sudditi. Se non fosse per gli interessi sul debito che lo stato italiano ha dovuto pagare al sistema mafioso bancario, il nostro bilancio risulterebbe in attivo dal 1992:

 

Pareggio di Bilancio e Austerità: l'Italia è in Surplus Primario dal 1992!

di Luca Pezzotta

 

Durante il Governo “tecnico” di Mario Monti, con legge costituzionale 20 aprile 2012 n°1, è stato introdotto un nuovo testo dell'articolo 81 con il quale si prevede, a decorrere dall'esercizio finanziario dell'anno 2014, sia applicato il principio del pareggio di bilancio. Questo - senza perderci in ulteriori dettagli e molto sommariamente - non vuol dir altro che lo Stato deve tassare tanto quanto spende (pareggio), oppure di più (surplus).

 

Di pari passo con l'introduzione del principio del pareggio di bilancio è stato sempre sostenuto che l'Italia avesse una spesa pubblica troppo elevata che non le permetteva di raggiungere questo obiettivo e, pertanto, la spesa pubblica stessa sarebbe dovuta essere tagliata affinché fosse possibile soddisfare i vincoli stabiliti nel nuovo testo costituzionale dell'art.81. Infine, a questa disciplina di bilancio che prevede uno Stato in pareggio o addirittura in surplus è stata fatta "passare" come austerità! Alcuni sono perfino riusciti a chiamarla austerità espansiva.

 

Ora, sembra necessario prima fare un minimo di chiarezza sul termine di “spesa pubblica” in ragione del fatto che troppo spesso si è teso volutamente a confondere la spesa d'esercizio, quella per gli interessi sul debito, con quella che è la spesa pubblica propriamente detta. La spesa pubblica propriamente detta è la spesa dello Stato per beni e servizi, ed in tutti i manuali di macroeconomia e non solo, per definizione, è calcolata al netto degli interessi sul debito. Da qui risulta quello che viene chiamato “saldo primario”. 

 

 

Gli interessi sul debito sono spesa di esercizio che con la spesa pubblica rientrano nel bilancio generale dello Stato, ma la spesa per interessi non è spesa pubblica propriamente detta. Quindi, bisognerebbe fare attenzione quando si parla di spesa pubblica, perché dire che “bisogna tagliare la spesa pubblica” può voler significare che sia ulteriormente necessario tagliare beni e servizi (già non proprio brillantissimi e pagati dai cittadini a caro prezzo). Ma questo non è quello che interessa principalmente ora. Detto che la spesa pubblica è calcolata al netto degli interessi sul debito e che l'austerità prevede il pareggio di bilancio cerchiamo di valutare il bilancio dell'Italia a partire dagli anni '90 proprio per quello che riguarda la sola spesa pubblica primaria, non quella generale; cioè la spesa per beni e servizi al netto degli interessi sul debito.

 

Secondo lo Statistical Data Warehouse della BCE nel 1990 l'Italia ha avuto un deficit primario di -1,353% del PIL. Nel 1991 eravamo già molto vicini al pareggio visto che si registrava un deficit minimo a -0,039% del PIL, mentre nel '92 raggiungevamo il surplus primario a +1,848% del PIL. Dal '92 il surplus primario italiano si “consolida” ed al '97 è a ben 6,514% del PIL. Negli anni seguenti si ha una lieve flessione, ma nel 2000 il saldo primario dell'Italia è ancora al 5,422%, sempre del PIL. Di poi, per tutto il primo decennio del terzo millennio i surplus di bilancio si restringono e nel 2009 abbiamo un deficit a -0.825% - qui i dati sono parzialmente differenti da altre fonti che danno un deficit primario di -0,6% nel 2009 e -0,1% nel 2010 - subito tornato surplus nel 2010 a 0,079% del PIL e che cresce negli anni successivi fin al 2,224% del 2013. Pertanto, vediamo che dal 1990 ad oggi, in 24 anni, l'Italia solo in tre anni ha registrato dei deficit primari, mentre per 21 anni la condizione del pareggio di bilancio è stata soddisfatta, per alcuni anni anche ampiamente si potrebbe dire.

 

Infine, ancora una volta, prendiamo, proprio per avere un termine di paragone, come riferimento quelle che vengono ritenute le due economie “core” della zona Euro ed il Regno Unito. Vediamo, perciò, il saldo primario dell'Italia in relazione a quello di Germania, Francia e Regno Unito dal 1995 al 2012.

 

 

 

Si può notare come l'Italia dal 1995 al 2005 abbia saldi primari migliori di Francia e Germania e anche per la maggior parte del Regno Unito; dopo il 2005 il saldo primario dell'Italia è più o meno simile - leggermente migliore - a quello della Germania, mentre quelli di Francia e Regno Unito peggiorano notevolmente, soprattutto il secondo. Vi facciamo notare, senza ulteriori considerazioni che qui non interessano, che il Regno Unito, con il peggior saldo primario al 2012, è il paese, tra quelli presi in considerazione nel grafico, che nel 2014 stima la maggior crescita percentuale del PIL.

 

Quindi per quello che riguarda la spesa pubblica primaria, cioè la spesa dello Stato al netto degli interessi sul debito, che è poi la spesa che si vorrebbe tagliare, l'Italia, come dai dati sopra riportati, è stata ben poche volte in deficit dall'inizio degli anni '90, cioè solo in tre anni (1991-1992-2009); e dal 1995 al 2012, come riportato nel grafico ha avuto per svariati anni un saldo primario migliore rispetto a Francia, Germania e Regno Unito. 

 

Pertanto, anche al lordo della variabile “spreco” la spesa pubblica non può aver contribuito a far salire il debito pubblico per un semplice motivo: lo Stato ha sempre preso in tasse più di quanto ha speso, mentre l'aumento del debito pubblico è dovuto, principalmente, al pagamento degli interessi sul debito. Nonostante tutto, quindi, gli sprechi che ci sono, sono tanti e vanno corretti, non hanno fatto salire il debito, perché sono stati pagati dalle tasse degli italiani e non sono “sfociati” in un deficit primario che abbia comportato l'emissione di debito; bensì hanno impedito, tramite il loro mancato taglio o, molto meglio, la marginalità di un impiego di spesa “remunerativo” che il debito stesso scendesse.

 

Per cui, da ultimo, se consideriamo l'austerità come la necessità di soddisfare il vincolo del pareggio di bilancio, nel quale uno Stato deve spendere meno di quanto “incassa” e consideriamo la sola spesa pubblica propriamente detta e/o spesa primaria, l'Italia sta facendo austerità dal 1992, visto che è dal 1992 che - salvo un deficit minimo nel 2009 - la spesa primaria dello Stato è inferiore a quanto lo stesso tassa; per cui è da svariati anni antecedenti a quello in cui si è voluto introdurre il pareggio di bilancio in Costituzione, 2012, che lo stesso pareggio di bilancio è già una realtà: circa una ventina! 

 

E come mai si è voluto introdurre solo nel 2012 e proprio in Costituzione?! Era necessario visto che comunque erano diversi anni che veniva già rispettato?! E, ancora, se facciamo il confronto con quelli che per anni sono stati additati come Stati virtuosi da prendere come riferimento, notiamo che non è proprio così; e che se valutiamo, ancora, la spesa pubblica propriamente detta, l'Italia è il paese che ha avuto per molto tempo, dagli anni '90, il miglior saldo primario, cioè quella che ha fatto più “austerità”, perché è quella che ha speso meno per beni e servizi ai suoi cittadini in relazione alle proprie entrate derivanti dalle tasse agli stessi. 

 

Nonostante questo, ancora una volta, il problema diventa la spesa pubblica; ed ancora una volta la soluzione non è che il taglio di quello che viene falsamente ritenuto il problema. Dopo un periodo così lungo in cui lo Stato ha avuto dei surplus primari, nel corso della crisi che rischia di venir probabilmente ricordata come la Grande Recessione, forse, invece che imporsi ulteriori limiti di bilancio, sarebbe stato meglio cominciare a invertire la tendenza e spendere - anche al netto degli interessi - più di quanto si tassasse, per aiutare un settore privato in difficoltà immettendo ricchezza piuttosto che continuare a toglierne. Invece si è fatto il contrario, si sono imposti ulteriori vincoli di bilancio che hanno costretto lo Stato ad aumentare la pressione fiscale e diminuire la spesa in modo da drenare ulteriormente risorse da un settore privato in profonda crisi e dal quale lo Stato già da anni “toglieva più di quanto metteva”.

 

In conclusione, questo continuo ed inopinato richiamo alla spesa pubblica, che ne fa un “calderone” unico con la spesa per interessi, al fine di poter sostenere che “lo Stato spende troppo” ed è necessario “tagliare”, sembra il solito “gioco delle tre carte”, fatto per distrarre il cittadino, il lettore, ma soprattutto l'elettore meno attento, per farlo prescindere dalla valutazione dei numeri quali sono da intendersi realmente e portarlo fuori da una visione d'insieme della situazione economica, con il solo fine di confonderlo; ed utilizza, a questo fine, definizioni, discorsi e “parametri economici” di comodo, presi singolarmente invece che con una visione d'insieme, per individuare sia i problemi che le soluzioni; che sono poi le sempre gli stessi problemi (lo Stato ”cicala”) e le stesse soluzioni (tagliare, tagliare, tagliare … la spesa pubblica) indipendentemente dalla collocazione politica dei governi che si succedono e dal lignaggio culturale di appartenenza dei loro tecnici, economisti o politici. 

 

 

Fonte 

Fonte Video 

Tratto da Unione Europea e Euro: due tool gesuitici per ridurre diritti e democrazia

 

Tratto da: http://freeondarevolution.blogspot.it

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