Segui questo blog
Administration Create my blog
Blog di POPOLI LIBERI e COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

Fregatura in arrivo con un slogan bello , “dal bailout al bail-in”

Pubblicato su 28 Aprile 2015 da FRONTE DI LIBERAZIONE DAI BANCHIERI - CM in ECONOMIA

Poco meno che di sfuggita, come un avvertimento doveroso ma tutto sommato di routine. E con il solito, comodissimo alibi del richiamo alle norme UE: della serie “ormai si è deciso così, lassù, e noi possiamo/dobbiamo soltanto adeguarci”. La comunicazione del governatore della Banca d’Italia, del resto, è arrivata nel corso di un’audizione al Senato e nell’ambito di un discorso più ampio, dal titolo fatalmente ponderoso di “Indagine conoscitiva sul sistema bancario italiano nella prospettiva della vigilanza europea”.

Tra una riflessione e l’altra, ecco spuntare anche l’insidiosissimo promemoria su ciò che cambierà a partire dal primo gennaio 2016 in tema di salvataggi bancari, con l’entrata in vigore del Meccanismo Unico di Risoluzione delle Crisi (Single Resolution Mechanism, SRM). Lo scopo, secondo i proclami dei suoi sostenitori, consisterebbe nel non scaricare più esclusivamente sulle casse pubbliche i costi necessari ad evitare il fallimento degli istituti di credito ormai prossimi al crac, per introdurre invece una nuova disciplina in base alla quale le perdite vengono innanzitutto addebitate agli azionisti e alla clientela. Detto in sintesi, e utilizzando la neolingua della finanza internazionale di matrice angloamericana, si passerà dal vecchio bailout al novello bail-in.

La formula è suggestiva, ma è fuorviante. Il messaggio che viene lanciato è che dal prossimo anno pagheranno i diretti interessati, anziché la generalità dei contribuenti. La verità, celata nelle pieghe di un intricato dispositivo che è impossibile condensare in poche righe (vedi lo schematico ma ampio riassunto del Sole 24 Ore, nell’aprile 2014), è molto meno limpida. E molto meno etica.

Cominciamo dalla cornice: il limite della responsabilità patrimoniale dei privati è l'otto per cento delle passività complessive della banca, mentre al di là di questo ammontare tornano in scena strumenti di portata, e di finanziamento, più generale. Da un lato il Fondo Unico di Risoluzione (Single Resolution Fund, SRF) che è alimentato dalle banche ma che andrà a regime solo nel 2025, e che a sua volta opera fino a un massimo di un ulteriore cinque per cento; dall’altro, superata invano anche questa soglia e sempre che gli organi comunitari ritengano di intervenire, c’è il famigeratissimo MES, il Meccanismo Europeo di Stabilità che ci si compiace di definire “salva Stati” e che è a carico delle nazioni aderenti alla UE, con l’Italia al terzo posto tra i sottoscrittori, dopo Germania e Francia, a fronte di un impegno pari a ben 125 miliardi.

E adesso, finalmente, veniamo al quadro specifico: mettere sul medesimo piano gli azionisti e i clienti significa comunque fare un regalo, ingiustificato, agli azionisti stessi, che in quanto proprietari, e soli compartecipi degli eventuali utili, sono gli unici sui quali dovrebbero ricadere le possibili perdite. Certo: per clienti “corresponsabili” si intendono, almeno per ora, i titolari di obbligazioni emesse dalla banca in questione – a cominciare da quelle cosiddette “subordinate” che per il loro maggiore rendimento sono meno garantite rispetto ai crediti ordinari – e di depositi superiori ai centomila euro, ma stride comunque la pretesa di chiamarli a rispondere della cattiva amministrazione altrui, come se il mero fatto di essersi fidati di quel particolare istituto li rendesse complici del disastro anziché parti lese.

Da semplici clienti, in pratica, a pseudo soci. Soci di serie B o C, visto che sopporterebbero soltanto gli oneri. Laddove al contrario, se proprio si dovesse ammettere questa equiparazione coatta, sarebbe giusto che le perdite da essi subite venissero successivamente recuperate, almeno in parte, attraverso l’attribuzione di azioni del ricostituito capitale sociale.

 

Cosa fa Ignazio Visco, invece? Se la cava auspicando una più puntuale informazione sui rischi connessi a determinati impieghi: «Le banche dovranno, inoltre, adottare un approccio nei confronti della clientela coerente con il cambiamento fondamentale apportato dalle nuove regole, che non consentono d’ora in poi il salvataggio di una banca senza un sacrificio significativo da parte dei suoi creditori. La clientela, specie quella meno in grado di selezionare correttamente i rischi, va resa pienamente consapevole del fatto che potrebbe dover contribuire al risanamento di una banca anche nel caso in cui investa in strumenti finanziari diversi dalle azioni, il che fa venir meno la certezza del mantenimento del valore del capitale investito fino ad ora radicata nella consapevolezza dell’investitore».

Traduzione: un bell’avviso a mo’ di liberatoria, che chissà quanti comprenderanno fino in fondo, e avanti come al solito. Con l’ulteriore e non trascurabile aggravante, visto che le nuove norme si applicano anche ai rapporti costituiti in passato, di rendere inutili gli avvertimenti futuri per chi si ritrovi già impelagato in contratti, vedi le succitate obbligazioni, da cui non ha modo di uscire.

Il succo, tanto per cambiare, è che bisogna rastrellare risorse tra i cittadini comuni, in maniera tale da attenuare il più possibile l’aggravio sui grandi azionisti. E il nodo puntualmente ignorato è che il problema non è salvare le banche che non sanno badare a sé stesse, ma salvare le nazioni, e i rispettivi popoli, dai banchieri che lo sanno benissimo, come badare a sé stessi.

Federico Zamboni

Tratto da: http://www.ilribelle.com/

Fregatura in arrivo con un slogan bello , “dal bailout al bail-in”
commenti

VIKTOR ORBAN: ''GLI IMMIGRATI CLANDESTINI VANNO ARRESTATI E RICONDOTTI AI LORO PAESI D'ORIGINE, I CONFINI VANNO DIFESI''

Pubblicato su 28 Aprile 2015 da FRONTE DI LIBERAZIONE DAI BANCHIERI - CM in EUROPA

Tutti coloro che conoscono Viktor Orban sanno benissimo che e' uno dei pochissimi politici rimasti che ha a cuore il bene collettivo e quindi non sorprende che sia attaccato da tutti i fronti da chi invece porta avanti solo i propri biechi interessi, come l'Unione europea.

Recentemente il premier ungherese ha rilasciato un'intervista in cui spiega la sua posizione sull'immigrazione e abbiamo deciso di riportarla per intero perche' e' raro trovare un capo di stato che faccia dichiarazioni piene di buon senso.

"In futuro, ha detto il leader conservatore, ci saranno tentativi simili di raggiungere l’Europa dalle coste africane, almeno finché il Vecchio Continente sarà “di maggior successo rispetto ai Paesi che lo circondano”.

Allo stesso tempo il traffico di esseri umani è diventato un business dagli alti profitti in Africa. I trafficanti, ha aggiunto Orbán, lasciano i migranti alla loro sorte in mare aperto. L’Europa, con i suoi valori cristiani, detiene delle responsabilità sui clandestini e per questo un simile disastro può essere considerato anche come un fallimento dell’Europa.

Il summit UE di pochi giorni fa, ha sottolineato Orbán, non ha fatto riferimento a questioni di immigrazione legate in qualche modo all’Ungheria: la materia sarà invece trattata dall’UE a giugno, quando sul tavolo ci sarà un’ampia strategia sull’immigrazione.

“Dobbiamo proteggere i nostri confini e anche l’Europa se ne sta rendendo conto. Abbiamo inoltre bisogno di portare avanti una politica che assicuri che gli immigranti possano stare dove sono nati”. Ci saranno consultazioni a livello nazionale, ha detto ancora il primo ministro ungherese, dove sarà chiesto ai politici se sono d’accordo con la deportazione forzata nei loro paesi d'orgine con l’immediato arresto dei clandestini, o se ritengono dovrebbero essere costretti a lavorare.

Gli immigrati che arrivano in Ungheria, ha proseguito Orbán, non sempre saranno in grado di raggiungere l’Occidente, ad esempio l’Austria e la Germania, in quanto - a suo avviso - i tedeschi ne avrebbero già abbastanza. “Occorre chiedere se ci occorrono immigrati, in generale. Ed io non credo, e per questo non darei sostegno all’immigrazione” ha concluso Orban.

Naturalmente nessuno ha provveduto a riportare questa notizia perche' tale dichiarazione urterebbe i vari comitati d'affari che si stanno arricchendo spudoratamente con l'arrivo di questi disperati visto che tantissimi italiani vorrebbero che l'attuale governo segua l'esempio del premier ungherese.

Noi ovviamente non ci stiamo alla congiura del sielnzio su questo tema drammaticissimo sia per le persone coinvolte nell'immigrazione clandestina, sia per le popolazioni europee aggredite da queste ondate di disperati che arrivano portati da trafficanti in massima parte islamici che così facendo finanziano anche il terrorismo internaizonale. Quindi, continueremo a riportare queste notizie scomode fino a quando la classe politica di questo paese decidera' di ascoltare i cittadini. O fino a quando viceversa i cittadini italiani si stuferanno davvero e manderanno a casa questa classe politica.

 

GIUSEPPE DE SANTIS - Londra

Tratto da: http://www.ilnord.it/

VIKTOR ORBAN: ''GLI IMMIGRATI CLANDESTINI VANNO ARRESTATI E RICONDOTTI AI LORO PAESI D'ORIGINE, I CONFINI VANNO DIFESI''
commenti

LO STATO ITALIANO SCOMMETTE IN DERIVATI E PERDE 42,6 MILIARDI

Pubblicato su 28 Aprile 2015 da FRONTE DI LIBERAZIONE DAI BANCHIERI - CM in ECONOMIA

DI LEONARDO MAZZEI

sollevazione.blogspot.it

Solo negli ultimi 4 anni il debito pubblico italiano è salito di 16,95 miliardi di euro per le scommesse perse sui contratti derivati compiute dal Ministero dell'Economia nelle bische del capitalismo-casinò.
C'è di peggio: le perdite future sono ad oggi calcolate in 42,06 miliardi (fonte: il Sole 24 Ore). Perché queste scommesse? Perché queste perdite? Chi sono gli scommettitori? Qual è il volto dei biscazzieri?
Immaginate quanti posti di lavoro si sarebbero potuti costruire con 42,6 miliardi, e quanti tagli alla spesa sociale e sacrifici dei cittadini evitare! 


 

Spesso si parla dello Stato biscazziere, colui che gestisce il gioco d'azzardo nazionale traendone benefici economici non piccoli. Ma c'è anche un altro Stato, quello che nella bisca ci va come un giocatore qualunque per farsi spennare dal biscazziere di turno. In questo caso la bisca è quella globale del capitalismo-casinò, mentre il biscazziere è normalmente un signore ben vestito che rappresenta gli interessi di qualche grande banca d'affari, solitamente americana. 
In queste bische non si va per giocarsi qualche spicciolo, ma per concludere affari miliardari, con la firma di contratti derivati. Ora, cos'è un derivato? Come dice la parola, il derivato è un prodotto finanziario il cui prezzo deriva dal valore di qualcos'altro, il cosiddetto "sottostante". La sottoscrizione di un derivato altro non è che l'accettazione di una scommessa sull'andamento di quest'ultimo. 

Il sottostante può essere il prezzo di una materia prima, un tasso di interesse, un indice azionario, valutario od obbligazionario, ma può essere anche un mix di tutto ciò. L'importante è capire che il derivato è una scommessa. Ora, anche lo scommettitore che va alla Snai sa che ci sono scommesse che possono "coprire" altre scommesse fatte dallo stesso soggetto, ma evidentemente ritenute troppo rischiose. Ecco perché il derivato ci viene anche presentato (specie dai non certo disinteressati "addetti ai lavori") come un'assicurazione su altri rischi facenti capo al soggetto in questione. 
Questo in generale. Ma c'è una notizia clamorosa che ci chiede di entrare nel particolare. Lo scoop è del Sole 24 Ore dell'altro ieri 24 aprile [Claudio Gatti. 
Il debito-monstre e la vera storia dei derivati italiani ] e la portata delle perdite per lo Stato italiano è enorme. 

Che lo Stato avesse sottoscritto dei derivati già si sapeva. E si sapeva anche delle perdite. Era noto, ad esempio, che nel gennaio 2012, cercando di non dare troppo nell'occhio, il MEF (Ministero Economia e Finanza) aveva dovuto versare a Morgan Stanley la cifretta di 3,1 miliardi di euro. 

Quel che non era noto, e che l'inchiesta del Sole porta alla luce, è il totale delle perdite che si annunciano, quantificabile ad oggi in 42,06 miliardi di euro. Questo per il futuro secondo l'articolo di Gatti, ma ieri [25 aprile] il quotidiano di Confindustria torna sull'argomento con un pezzo di Morya Longo [ Derivati, per il Tesoro conto da 16,9 miliardi in 4 anni ]che ci dice che le perdite reali già subite nel quadriennio 2011-2014 ammontano a 16,9 miliardi, e che «se non avessimo avuto i derivati nel 2014 il debito pubblico sarebbe stato di 5,5 miliardi più basso». 

Capito che capolavoro? Per la cronaca 16,9 miliardi sono più di 10 volte (dieci) lo sbandierato "tesoretto" che l'imbroglione di Firenze si prepara a giocarsi in qualche modo in campagna elettorale. Mentre, giusto per fare un esempio, con i 42 miliardi che verranno persi si finanzierebbero per 6 anni (sei) tutte le forme di cassa integrazione. 
Se l'entità della cosa sta tutta in questi numeri, cerchiamo ora di rispondere ad alcune domande. Perché queste scommesse? Perché queste perdite? Chi sono gli scommettitori? Qual è il volto dei biscazzieri? 

Perché queste scommesse?

 

Naturalmente al MEF non si parla di scommesse, ma di "assicurazioni". La sostanza però non cambia. Su cosa ha scommesso il governo italiano (in realtà diversi governi italiani, anche se le date esatte di sottoscrizione sono segrete)? Essi avevano scommesso sul fatto che i tassi di interesse dei titoli del debito pubblico sarebbero aumentati. O, se preferite, si erano assicurati rispetto al verificarsi di tale evenienza. Da quel che emerge dall'inchiesta del Sole il grosso di queste operazioni sarebbe stato realizzato alla fine degli anni '90, cioè al momento dell'ingresso nell'euro. 

La cosa è piuttosto paradossale, dato che in quel momento tutti prevedevano quel che è effettivamente avvenuto in seguito, e cioè un calo dei tassi. Poi, ma dieci anni dopo, è scoppiata la crisi del debito, ma certo questa non era allora prevedibile. Comunque, nonostante i picchi dei tassi raggiunti nel 2011-2012, la scommessa rimane largamente in perdita. 

Ora, i casi sono due: o coloro che hanno sottoscritto i derivati erano i primi a non credere nella bontà dell'euro - e già questo sarebbe un fatto interessante, qualora avessero la gentilezza di confessarlo -, oppure si tratta di un caso piuttosto plateale di "intelligenza col nemico". Il quale, è bene ricordarlo, quelle improvvide scommesse italiane le ha vinte alla grande. Perché la perdita delle decine di miliardi da parte dello Stato, corrisponde ovviamente ad un uguale guadagno dei pescecani della finanza internazionale. 

Perché queste perdite?

Abbiamo detto che le perdite sono la conseguenza del calo dei tassi di interesse. Ma in realtà esiste anche un altro motivo. Per ragioni piuttosto oscure, il governo italiano ha ceduto alle controparti - per quel che se ne sa le solite banche d'affari americane - diverse swaption, cioè opzioni di chiusura anticipata del derivato. In questo modo - il Sole cita in particolare il caso di tre derivati sottoscritti con Morgan Stanley - la banca americana ha acquistato il diritto di entrare in swap (cambio) ben prima della scadenza prevista, assicurandosi un lasso temporale lunghissimo (si parla addirittura di decenni) in cui scegliere il momento più vantaggioso per chiudere a proprio favore il contratto. Un po' come se uno scommettitore sul campionato di calcio avesse la possibilità di chiudere la scommessa non appena la squadra su cui ha puntato venisse a trovarsi, magari per una sola giornata, in testa alla classifica. 

Perché una mossa così sconsiderata? Gatti ipotizza che i tecnici del ministero dell'economia lo abbiano fatto per realizzare un'entrata immediata (la swaption ha naturalmente un prezzo), a fronte di una probabile perdita comunque diluita nel tempo. Ma il fatto è che le cifre incassate sono nell'ordine di poche centinaia di milioni, mentre le perdite si misurano in diverse decine di miliardi di euro. 

Dunque, è assai probabile che ci sia dell'altro. Non solo non si può escludere l'ipotesi della corruzione, ma esiste anche la possibilità che con questi contratti si sia voluto favorire dei soggetti economici ben precisi, magari anche in base a pressioni politiche d'oltreoceano. 

L'articolista sottolinea poi un altro aspetto: cosa c'entra la vendita delle swaption con i concetti di "copertura" ed "assicurazione"? Ovviamente nulla, anzi egli dice: «Per lo Stato vendere una swaption significa infatti far cassa acquisendo rischi potenzialmente illimitati, l'esatto contrario della copertura». 

Chi sono gli scommettitori?

Di fronte ad una voragine nei conti pubblici come questa, ci si aspetterebbe almeno di sapere chi sono i responsabili di un simile disastro, chi è che può decidere di scommesse arrischiate che valgono più di un'intera Legge Finanziaria. Ma, ovviamente, nulla di tutto ciò è all'orizzonte. La responsabilità politica, a volte chiamata in causa anche per questioni davvero piccole, in questo caso sembra non esistere. Nell'omertà assoluta del governo e del ministero interessato, si lascia comunque intendere che la scelta di ricorrere ai derivati sarebbe stata presa soltanto a livello "tecnico" e non politico. Che qualcuno possa davvero credere ad una simile panzana è un altro discorso, ma questa è la tesi ufficiale. 
Sta di fatto che, nel febbraio scorso, è stata Maria Cannata (responsabile della gestione del debito presso il MEF) a riferire sulla questione alla Camera dei deputati. Cannata, e non Padoan o Renzi come sembrerebbe naturale a qualsiasi cittadino, altro non fosse che per l'ingente mole di derivati posseduti dal Tesoro, quantificata dalla Cannata stessa in 163 miliardi di euro. 

Ecco cosa ha scritto in proposito Claudio Gatti:  «Il MEF ci ha spiegato che i gestori del debito pubblico rispondono "al direttore generale o al ministro". Da quando si è firmato l'accordo-quadro con Morgan Stanley a oggi in quei posti si sono succeduti nomi eccellenti - Mario Draghi, Domenico Siniscalco, Vittorio Grilli, Giuliano Amato, Carlo Azeglio Ciampi, Giulio Tremonti, Tommaso Padoa Schioppa - ma non risulta che nessuno di loro si sia mai fatto carico delle scelte tecniche fatte nella gestione del debito. Risultato: quei 42 miliardi di potenziali perdite non hanno un singolo responsabile politico».  E poi si ha il coraggio di parlare di trasparenza... E di democrazia... 

In ogni caso, al di là dei nomi, quel che appare grave e significativo è che la perdita della sovranità monetaria costringe di fatto gli Stati alle più spericolate manovre di ingegneria finanziaria. Di più: li costringe a prostrarsi e a mettersi nelle mani dei pescecani della finanza mondiale. 

Qual è il volto dei biscazzieri?

Ma chi sono costoro? Su questo punto il Sole fa soltanto il nome di Morgan Stanley, e di certo non verranno dal MEF notizie utili a riguardo. Quel che sappiamo è chi forma, oltre alla banca già citata, il quintetto di testa dei maggiori speculatori sui derivati. Si tratta di JP Morgan, Citigroup, Goldman Sachs e Bank of America. 

Se Gatti non fa nomi, la chiusura del suo articolo ci fornisce però un'interessante descrizione dei soggetti fisici impegnati nelle trattative con lo Stato. E lo fa iniziando con la citazione di un avvocato - Roberto Ulissi - già responsabile della Direzione IV del Tesoro:  «Ma le risorse erano limitate e quando ci si presentava a negoziare in due o tre, dall'altra parte del tavolo si trovavano dieci banchieri assistiti da altrettanti studi legali. E noi eravamo sempre gli stessi a trattare dalla mattina alla notte inoltrata, mentre loro si alternavano mettendo sempre in campo forze fresche". Inutile dire quanto significativo fosse lo squilibrio nei compensi di chi sedeva attorno al tavolo delle trattative. Da una parte banchieri con bonus che aumentavano a suon di milioni per ogni punto di margine di profitto aggiuntivo strappato, dall'altra funzionari dello stato con stipendi fissi e calmierati».  Insomma, al netto del piagnisteo sui "poveri" dirigenti ministeriali, il quadro è chiaro: da un parte c'è il biscazziere, colui che conduce il gioco, con la quasi assoluta certezza di fare il colpo grosso, dall'altro una politica dello stato demandata a funzionari nel migliore dei casi demotivati, nel peggiore complici e/o corrotti.

 

Conclusioni 

In conclusione questa vicenda ci conferma tre cose. 

In primo luogo essa ci parla delle catastrofiche conseguenze della perdita della sovranità monetaria. Uno Stato con moneta sovrana, e dotato di una Banca centrale con compiti di acquirente di ultima istanza dei titoli del debito, fissa lui stesso i tassi di interesse. Altro che scommetterci sopra! 

In secondo luogo, ne esce confermata l'insostenibilità di un debito troppo elevato, tanto più se soggetto alle tremende pressioni dei mercati finanziari. Certo, è chiaro come nello specifico i gestori del debito abbiano operato in maniera improvvida e dilettantesca, se non addirittura losca ed asservita ad interessi ben diversi di quelli dello Stato. E, tuttavia, anche questa vicenda ci dimostra la necessità di uscire dalla schiavitù del debito, non solo riconquistando la sovranità monetaria, ma anche cancellandone una parte cospicua, ad iniziare da quella detenuta da banche, fondi di investimento ed assicurazioni estere. Costoro ci hanno già guadagnato fin troppo, e non sarà mai troppo presto quando si porrà fine alla loro speculazione. 

In terzo luogo risulta ben chiara la seguente equazione: mancanza di sovranità + schiavitù del debito = morte della democrazia. E' questa l'equazione degli ultimi anni della storia nazionale, è questa la fotografia del renzismo. E' questo l'orrido futuro da contrastare con la lotta e l'organizzazione di un movimento politico cosciente ed all'altezza della situazione. 

Non è troppo tardi per impedire la catastrofe. Ma il tempo stringe ed è questo il tempo dell'azione.

Leonardo Mazzei

Fonte: http://sollevazione.blogspot.it

Link: http://sollevazione.blogspot.it/2015/04/di-leonardo-mazzei.html

Tratto da: http://www.comedonchisciotte.org/
LO STATO ITALIANO SCOMMETTE IN DERIVATI E PERDE 42,6 MILIARDI
commenti

La confessione di un aguzzino.

Pubblicato su 28 Aprile 2015 da FRONTE DI LIBERAZIONE DAI BANCHIERI - CM in POLITICA

Di: Marco Mori

Purtroppo sono costretto a tornare a parlare di Padoan, l’impresentabile ministro dell’economia italiano. Ricordiamo i suoi precedenti che avevo già scritto in un altro articolo che qui riporto nuovamente. 

Padoan e’ stato direttore esecutivo per l’Italia del Fondo Monetario Internazionale dal 2001 al 2005 con responsabilità su Grecia e Portogallo dove, come abbiamo purtroppo visto, ha fatto davvero un ottimo lavoro: fame e disperazione la fanno da padrone in entrambe le nazioni. Ma il vero fiore all’occhiello della sua attività e’ certamente quanto compiuto in Argentina dove le politiche ultraliberiste che impose per conto del FMI portarono il paese alla bancarotta. Ovviamente non furono fatti casuali, Padoan sapeva ciò che faceva e non a caso ha invocato, anche per l’Italia, cessioni della sovranità nazionale anche di recente.

Addirittura il premio nobel per l’economia, Paul Krugman parla così di lui: “Certe volte gli economisti che ricoprono incarichi ufficiali danno cattivi consigli; altre volte danno consigli ancor peggiori; altre volte ancora lavorano all’Ocse”. Incarico appunto ricoperto da Padoan dopo il suo trionfale passaggio al FMI.

A tutto questo si aggiunge la sconcertante confessione di ieri, eccovela testuale, come citata anche dal Sole 24 ore per chi se la fosse persa: Una Grexit è un’ipotesi molto lontana che dimostrerebbe che l’euro non è irreversibile”.

Dunque Padoan non si preoccupa delle conseguenze per i popoli ma si preoccupa unicamente di una cosa ben diversa, il Grexit potrebbe minare il loro progetto, potrebbe dimostrare (e dimostrerebbe certamente) che un paese che abbandonasse la gabbia della moneta unica uscirebbe contemporaneamente anche dalla crisi. Ciò potrebbe causare, grazie al conseguente risveglio delle menti dei popoli, la fine delle politiche volte a smantellare sovranità ed indipendenza nazionale dei paesi UE e questo, il solerte Padoan, non vuole permetterlo.

Con la Grecia è in corso una partita a scacchi e Tsipras gioca sulla più grande debolezza dell’Euro, ovvero la piena consapevolezza dei suoi fautori che, fuori dalla moneta unica, i paesi tornerebbero a prosperare. E se accadesse oggi, prima che il disegno di smantellamento delle identità nazionali si compia, l’intero progetto che della finanza per la cancellazione di democrazia e diritti nel vecchio continente potrebbe saltare.

Ecco dunque spiegata la paura di Padoan ed il perché Grexit è un vero incubo. Sono riusciti in passato a tacere delle vicende islandesi, a raccontarci che l’Argentina sta peggio di prima (benché tutti i dati macroeconomici siano migliori rispetto alla fase in cui il paese seguiva i dettami ultra liberisti di Padon), ma come farebbero a nasconderci la ripresa in un paese così vicino e legato all’Italia?

Forza Grecia, lascia questa gabbia di matti e guidaci verso la libertà.

Tratto da: http://www.studiolegalemarcomori.it

La confessione di un aguzzino.
commenti

Hotel House occupato da quasi 2000 immigrati, Salvini: questo è il terzo mondo

Pubblicato su 28 Aprile 2015 da FRONTE DI LIBERAZIONE DAI BANCHIERI - CM in POLITICA

L’Hotel House di Porto Recanati, in provincia di Macerata, l‘edificio di 17 piani e 480 appartamenti, occupato da oltre 2 mila persone, la maggior parte delle quali immigrati, “dovrebbe essere raso al suolo”.

 

Lo ha detto il leader della LN, Matteo Salvini, a margine della tappa inaugurale della campagna per le regionali delle Marche, a Fano. Il segretario leghista si rechera’ proprio nel pomeriggio a visitare il ‘palazzone’, all’interno del quale, qualche giorno fa, e’ stato un presunto terrorista islamico.

“Vado a toccare con mano quello che leggo sui media e sui social network – ha spiegato – e che credo sia simile a quanto succede anche a Milano”. La proposta di Salvini e’ di una sorta di blitz, “di polizia, carabinieri ed esercito, che, piano per piano, verifichino i contratti di affitto e i permessi di soggiorno, sgombrando piano per piano l’edificio”, per poi “raderlo completamente al suolo”. Una metafora la sua?, gli chiedono: “No, dico sul serio. Mentre i proprietari che, invece, vivono li’ regolarmente potrebbero essere indennizzati per andare altrove: costerebbe meno”.

Parlando a diversi sostenitori della Lega Nord, provenienti da tutta la regione, il segretario nazionale Matteo Salvini ha detto che la sua presenza nelle Marche e, soprattutto, la sua visita all’Hotel House “ha svegliato anche il Pd”, che nel pomeriggio ha annunciato un presidio davanti al ‘palazzone’ di Porto Recanati. “Questo condominio non e’ Marche, non e’ Italia non e’ Europa ma e’ terzo mondo – ha aggiunto -: se quelli del Pd vivessero li’ dentro, probabilmente la tolleranza e l’integrazione gliela spiegherebbero a sberle e a calci”.

Salvini ha parlato di “ipocrisia rossa, che in alcune regioni da tutto per scontato e che Marche, Toscana e Umbria non possano cambiare colore dopo 45 anni, mentre noi proveremo quanto meno a mettergli paura”.

Il leader leghista e’ tornato anche sull’ultima tragedia nel Mediterraneo, costata la vita a 800 persone per attaccare frontalmente i democrat, “che si spacciano per buoni, invece sono i piu’ cattivi perche’ illudono gli immigrati”. Salvini si e’ detto convinto, che “passata una settimana, dopo trasmissioni televisive per dire che e’ colpa della Lega e dopo che Bruxelles ha ribaltato il tavolo sulla testa di Renzi, continueranno gli sbarchi” e che “fra i presunti profughi ci sono possibili attentatori”.

Sui dati degli immigrati sbarcati in Italia nel 2014, a Salvini i “conti non tornano e mancano i controlli: 180 mila sbarcati e 20 mila protetti, tra i quali 4 mila minori: qualcosa non torna, dove sono finiti”. Secondo il numero uno della LN, questo non e’ “essere buoni e generosi, almeno che la sinistra non abbia il progetto di avere un’Italia impaurita, precaria nel lavoro, che guarda il tg1 che e’ tele Renzi, aspettando che domani sia un altro giorno”. agi

Tratto da:http://www.imolaoggi.it

Hotel House occupato da quasi 2000 immigrati, Salvini: questo è il terzo mondo
commenti

Questa volta non è una lettera della Bce, ma una telefonata. Tsipras pronto a silurare Varoufakis

Pubblicato su 28 Aprile 2015 da FRONTE DI LIBERAZIONE DAI BANCHIERI - CM in ECONOMIA, EUROPA

Il premier greco procede ad un rimpasto del team negoziale con i creditori e Varoufakis declassato a "coordinatore"

 

Si avvicina ad Atene il momento del benservito a Varoufakis? Il ministro delle finanze greco Yanis Varoufakis sembra aver ormai oltrepassato quella sottile linea rossa, molto democratica, che traccia a suo piacimento l'Unione Europea quando di fronte si trova semplicemente chi cerca di prestare fede al suo mandato elettorale. Nel momento in cui, dopo il tavolo negoziale di Riga di venerdì scorso, è stato offeso e definito dai suoi colleghi come “un dilettante perditempo” e uno “scommettitore”, la sua posizione era divenuta non più sostenibile politicamente per Tsipras, ancora impegnato a trovare un modo per proseguire quella lenta eutanasia chiamata euro. 
 
La linea dura impressa da Varoufakis con le trattative con i creditori e la costante minaccia del default e di un'uscita scoordinata dall'euro, scrive Reuters, ha portato Tsipras ad iniziare a pensare effettivamente di sostituirlo come capo negoziatore economico di riferimento. Riporta Reuters come il primo ministro “Alexis Tsipras lunedì ha compiuto un rimpasto del suo team di gestione delle trattative con creditori e FMI, dopo che il suo ministro delle finanze è stato ampiamente criticato per la sua performance nello scorso incontro della zona euro”. “Tsipras e altri consiglieri senior hanno espresso supporto per Yanis Varoufakis”, prosegue Reuters, “ e hanno concordato nel lasciare che sia lui a supervisionare un nuovo team di negoziazioni che arrivi ad un accordo di riforme con i prestitori, ma hanno incaricato il vice ministro degli esteri Euclid Tsakalotos come leader del gruppo”.

Queste sono dichiarazioni recenti dal Telegraph di Tsakalotos, che testimoniano comunque una posizione dura rispetto l'attuale corso del regime dell'euro-gruppo. 
“Non sarà facile ignorare il mandato democratico del popolo greco. Tale atteggiamento avrebbe mandato un messaggio molto forte per gli altri europei che l'UE non può incorporare i processi democratici ", ha detto Efklidis Tsakalotos, un Syriza deputato e probabile futuro ministro delle Finanze greco in questo fine settimana. "Non è chiaro che l'Unione europea possa sopravvivere mostrando tale disprezzo dei principi europei fondamentali, come la democrazia e la giustizia sociale." 
 
Come riporta Bloomberg, che specifica meglio il nuovo team negoziale greco: “Il rappresentante greco al gruppo di lavoro dell'Eurogruppo George Chouliarakis sarà responsabile della delegazione greca a Bruxelles. Il segretario generale del governo greco Spyros Sagias assumerà un lavoro tecnico di coordinamento ad Atene. Il segretario generale del ministero delle finanze Nikos Theoharakis si concentrerà, infine, su un piano di crescita per l'economia greca, che sarà la base per l'accordo di giugno con i creditori”. 
 
Prosegue Bloomberg: “secondo due funzionari della zona euro, Dijsselbloem avrebbe telefonato a Tsipras da Riga” in un tentativo di aumentare le pressioni per una sostituzione di Varoufakis, il cui approccio combattivo sta “creando preoccupazione anche in Grecia”, come riportava un funzionario da Atene sempre a Bloomberg. Quindi, questa volta nessuna lettera della Bce, ma a modificare un governo eletto democraticamente nel suo mandato popolare sarà una telefonata di chi ha inventato il cosiddetto "metodo Cipro".
 
Yanis Varoufakis, a cui va tutto il nostro sostegno e supporto, con un tweet ha risposto citando una frase di Franklin D. Roosevelt nella fase di attuazione del New Deal. 

 

Questa volta non è una lettera della Bce, ma una telefonata. Tsipras pronto a silurare Varoufakis
commenti

Come gli Yankees Preparano la Guerra

Pubblicato su 28 Aprile 2015 da FRONTE DI LIBERAZIONE DAI BANCHIERI - CM in ESTERI, POLITICA

LIBERAZIONE? Ecco come ci disprezza l’Impero

Bastano undici minuti e mezzo per capire cos’è in questo momento l’imperialismo nordamericano. Non dico altro: spendete questa piccola porzione della vostra esistenza, guardate questo video tradotto da Pandora TV per accorgervi alla fine di saperne di più senza troppe mediazioni giornalistiche, ascoltando tutto dalla viva voce di George Friedman, il capo della Stratfor, un’influente società privata di spionaggio legata a doppio filo con il complesso militare-industriale USA.


Era già accaduto di sentire con le nostre orecchie le candide agitazioni di un altro Dottor Stranamore, Patrick Clawson, che strillava pubblicamente affinché qualcuno preparasse una provocazione, un atto bellico sotto falsa bandiera con cui gli USA si trovassero “costretti” a entrare in guerra con l’Iran. L’ossessione dei neocon, frenata a stento dall’ala realista dell’establishment statunitense.

Ma il discorso di Friedman, così cinico e organico, va molto oltre. È la prova regina di come ci vede l’Impero: pura carne da cannone, popoli da manipolare, da dividere, mettere l’uno contro l’altro. Se il giornalismo europeo non fosse asservito alla galassia di entità atlantiste di cui fa parte Stratfor, in un sussulto di dignità avrebbe già travolto questo discorso di Friedman come uno dei più disastrosi rovesci nella storia delle pubbliche relazioni. Invece zitti.

Ma chissà, potrebbero esserne invece capaci i lettori, se si scandalizzassero per via di tutta questa cinica strafottenza imperiale, e facessero sapere in ogni angolo del web, diffondendo questo video, cosa guadagniamo a stare con i padroni della NATO: soltanto il loro disprezzo assassino, e la promessa del ritorno della guerra nel nostro suolo.

 

Firma la petizione per l'uscita dell'Italia dalla NATO per un’Italia neutrale

 

Fonte - Fonte - Fonte

 

Tratto da: http://freeondarevolution.blogspot.it

Come gli Yankees Preparano la Guerra
commenti

Claudio Borghi a France24 23/4/2015

Pubblicato su 27 Aprile 2015 da FRONTE DI LIBERAZIONE DAI BANCHIERI - CM in POLITICA

Intervento di Claudio Borghi a France24 in lingua originale (inglese) con sottotitoli in italiano.

Claudio Borghi a France24 23/4/2015
commenti

AUSTERITY, L’ARMA SEGRETA DELLE MULTINAZIONALI EUROPEE (il Piano Industriale)

Pubblicato su 27 Aprile 2015 da FRONTE DI LIBERAZIONE DAI BANCHIERI - CM in ECONOMIA

Il piano perfetto per le multinazionali europee è rappresentato dall’applicazione dell’austerity sia in Africa, sia in Europa. Cosa significa Piano Perfetto? Significa riuscire a conseguire con precisione certosina i 3 metaobiettivi necessari per fare utili. UNA GRANDISSIMA AZIENDA HA BISOGNO DI:

– MERCATI DI SBOCCO ILLIMITATI;

– MERCATI DI APPROVVIGIONAMENTO MATERIE PRIME A BASSO COSTO;

– UN ENORME ESERCITO DI RISERVA PER STERILIZZARE UN SECOLO DI LOTTE SOCIALI E CONQUISTE SUL MONDO DEL LAVORO.

Ecco, tramite l’austerity tutto questo si compie magicamente. Ed il Fondo Monetario Internazionale rappresenta il loro grimaldello.

Vediamo come funziona il tutto.

 

APPROVVIGIONAMENTO DI MATERIE PRIME A BASSO COSTO E MANODOPERA A BASSO COSTO (ESERCITO DI RISERVA)

Gli africani che scappano dai propri paesi, sovente, fuggono da situazioni di guerra o di povertà estrema. Ebbene, in molti paesi ci hanno pensato i genocidi, in altri posti le malattie. In entrambi i casi, alla base del problema, vi è l’intervento del FONDO MONETARIO INTERNAZIONALE con i suoi tagli (austerity) a tutto ciò che è DIFFUSIONE DI BENESSERE AI PROPRI CITTADINI:

 

MULTINAZIONALI 1

Nel caso delle malattie, ovviamente si sono eseguiti tagli alle spese per la prevenzione medica delle problematiche. Nel caso dell’austerity, le etnie dominanti hanno cacciato dalle terre, e dall’utilizzo dei servizi sanitari e scolastici, le etnie sconfitte. In entrambi i casi, MASSE DI POVERI E DERELITTI VENGONO SPINTI AD EMIGRARE IN EUROPA ALLA RICERCA DELL’ELDORADO:

 

MULTINAZIONALI 2

Decenni di smantellamento dei meccanismi di riduzione delle ineguaglianze portano ovviamente tante persone ad emigrare alla ricerca di situazioni migliorative.

Ed ecco quello che vengono a fare in europa:

 

MULTINAZIONALI 3

Lavori nei campi, sottopagati, senza diritti e senza poter pretendere nulla che non sia superiore allo sfruttamento al quale sono condannati.

Corollario di questo teorema, è il fatto che NON DESTINANDO LE RISORSE DI UN PAESE A RIDURRE LE INEGUAGLIANZE, MA PAGANDO BENE LA SOLA ETNIA DOMINANTE, LE MULTINAZIONALI POSSONO SFRUTTARE LE RISORSE DEL PAESE ACQUISTANDO MATERIE PRIME A PREZZI BASSISSIMI:

 

MULTINAZIONALI 4

E le risorse disponibili, in questi paesi sono immense. Guardate cosa contiene il sottosuolo della zona francofona (petrolio, gas, uranio ed oro). Per non parlare del legname, dei minerali impiegati nell’elettronica, dei diamanti e di tante altre preziose risorse.

 

MULTINAZIONALI 5

Se l’africa ritrovasse la sua sovranità, molta gente da sfamare e far crescere come bisogni significherebbe ALTO COSTO D’APPROVVIGIONAMENTO  delle materie prime e delle altre risorse,  con conseguenze disastrose per le multinazionali, da sempre molto propense alla propagazione dello status di SCHIAVI!

 

Vediamo ora come mai l’austerity anche in europa e non solo per la creazione dell’esercito di riserva ma per…..

SMANTELLARE LE PMI ITALIANE

Le multinazionali francesi e tedesche hanno bisogno di eliminare le PMI italiane al fine di non avere ostacoli sul loro percorso di crescita. Ad esempio, i piccoli panifici locali realizzano pani che costano più delle baguette francesi, ovviamente sono più buoni, e per massimizzare gli utili della produzione e commercializzazione della baguette francese surgelato si devono far morire le PMI italiane. Ecco quindi la nascita di BASILEA (2 e 3) affinché dai problemi bancari possa arrivare la via al loro smantellamento (non per legge ma per legge di mercato).

Ovviamente bisogna convincere gli italiani che il piccolo panificio locale fa danni alla competitività del vecchio continente. Cosa ti studiano allora? Parametri di efficienza individuati prevalentemente in due aree tematiche:

– la R&S;

– l’Internazionalizzazione.

 

MULTINAZIONALI 6

Questa tabella è tratta da uno studio sul comportamento delle aziende romagnole e si vede la forte correlazione tra INTERNAZIONALIZZAZIONE E DIMENSIONE AZIENDALE, così come quella tra R&S E DIMENSIONE AZIENDALE.

 

Non c’è via di scampo, siete piccoli panificatori locali? Camiciaie? Imbianchini? Termoistallatori? Tipografi? Mobilieri? Siete destinati ALLA MORTE, sacrificati dal PD sull’altare del DIO MERCATO E MULTINAZIONALE.

 

Buona morte a tutti.

 

Maurizio Gustinicchi

 

Tratto da:http://scenarieconomici.it/austerity-il-piano-industriale-perfetto-delle-multinazionali-europee/

AUSTERITY, L’ARMA SEGRETA DELLE MULTINAZIONALI EUROPEE (il Piano Industriale)
commenti

A Mosca nasce la coalizione sino-russo-iraniana contro la NATO?

Pubblicato su 27 Aprile 2015 da FRONTE DI LIBERAZIONE DAI BANCHIERI - CM in ESTERI

Mahdi Darius Nazemroaya Global Research – RussiaToday 23 aprile 2015

La Conferenza di Mosca sulla sicurezza internazionale di aprile è stato il luogo per informare Stati Uniti e NATO che le altre potenze mondiali non gli lasceranno fare ciò che vogliono. I colloqui sugli sforzi di Cina, India, Russia e Iran contro l’espansione della NATO sono divenuti colloqui sui piani militari tra Pechino, Mosca e Teheran. Ministri della Difesa e ufficiali si sono riuniti il 16 aprile presso il Radisson Royal o Hotel Ukraina, uno dei migliori esempi di architettura sovietica di Mosca, noto come una delle “Sette Sorelle” costruite in epoca staliniana. L’evento ospitato dal Ministero della Difesa russo era la quarta Conferenza Internazionale sulla Sicurezza di Mosca (MCIS). Funzionari provenienti da oltre settanta Paesi vi hanno partecipato. Quindici ministri della Difesa vi hanno preso parte. Tuttavia, tranne la Grecia, i ministri della Difesa della NATO non hanno partecipato. A differenza degli anni precedenti, gli organizzatori del MCIS non hanno inviato l’Ucraina. Secondo il Viceministro della Difesa russo Anatolij Antonov, “In questa fase di brutale antagonismo informativo sulla crisi nel sud-est dell’Ucraina, abbiamo deciso di non infiammare la situazione alla conferenza e di non invitare i nostri colleghi ucraini“. Personalmente, per interesse ho seguito tali conferenze da anni, perché importanti dichiarazioni sulla politica estera e di sicurezza tendono ad apparirvi. Quest’anno sono entusiasta per l’inaugurazione di questa particolare conferenza sulla sicurezza. A parte che si svolge in un momento in cui il paesaggio geopolitico mondiale muta rapidamente, ero curioso di vedere cosa la conferenza producesse da quando mi fu chiesto, nel 2014 dall’ambasciata russa in Canada, se fossi interessato a partecipare al IV MCIS.

Il resto del mondo parla: Audizione sui problemi della sicurezza non-euro-atlantica
mcis-550x390-2La conferenza di Mosca è l’equivalente russa della Conferenza sulla sicurezza di Monaco presso l’Hotel Bayerischer Hof in Germania. Ma vi sono tuttavia differenze cruciali. Mentre la Conferenza sulla sicurezza di Monaco riguarda la sicurezza euro-atlantica e considera la sicurezza globale dal punto di vista ‘atlantista’ della NATO, il MCIS rappresenta una prospettiva globale molto più ampia e diversificata. Rappresenta le preoccupazioni sulla sicurezza del mondo non-euro-atlantico, in particolare Medio Oriente e Asia-Pacifico. Dall’Argentina, India, Vietnam ad Egitto e Sud Africa, la conferenza presso l’Hotel Ukraina coinvolge grandi e piccoli attori le cui voci e interessi sulla sicurezza, in un modo o nell’altro, sono minati e ignorati a Monaco di Baviera dai capi di USA e NATO. Il Ministro della Difesa russo Sergej Shojgu, ufficiale comandante, pari a generale di Corpo d’Armata nella maggior parte dei Paesi della NATO, ha aperto la conferenza. Inoltre, accanto a Shojgu sono intervenuti il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov e altri alti funzionari. Tutti dedicati sulla guerra multispettro di Washington che utilizza le rivoluzioni colorate, come Euromajdan in Ucraina e la rivoluzione delle rose in Georgia, per un cambio di regime. Shojgu ha citato Venezuela e la regione amministrativa speciale cinese di Hong Kong come rivoluzioni colorate fallite. Il ministro degli Esteri Lavrov ha ricordato che la possibilità di un conflitto mondiale aumenta pericolosamente per la trascuratezza di Stati Uniti e NATO verso la sicurezza degli altri e assenza di un dialogo costruttivo. Argomentando, Lavrov ha citato il presidente statunitense Franklin Roosevelt dire, “Non ci può essere via di mezzo. Dovremo prenderci la responsabilità della collaborazione mondiale, o di un altro conflitto mondiale. Credo che abbiano formulato una delle principali lezioni del conflitto globale più devastante della storia: è possibile affrontare le sfide e preservare la pace attraverso sforzi collettivi nel rispetto degli interessi legittimi di tutte le parti“, spiegando ciò che i leader mondiali appresero dalla Seconda Guerra Mondiale. Shojgu ha avuto oltre dieci incontri bilaterali con i vari ministri e capi della Difesa giunti a Mosca per il MCIS. Nel corso di un incontro con il Ministro della Difesa serbo Bratislav Gasic, Shojgu ha detto che Mosca considera Belgrado partner affidabile nella cooperazione militare.

Конференция по международной безопасностиLa coalizione sino-russo-iraniana: incubo di Washington
Il mito che la Russia sia isolata internazionalmente è stato abbattuto dalla conferenza, che apporta anche importanti annunci. Il Ministro della Difesa del Kazakistan Imangali Tasmagambetov e Shojgu annunciavano l’avvio del sistema di difesa aereo congiunto kazako-russo, ciò non solo indica l’integrazione dello spazio aereo del Collective Security Treaty Organization, ma anche una tendenza preannunciando altre comunicazioni contro lo scudo antimissile della NATO. La dichiarazione più vigorosa, però, era quella del Ministro della Difesa iraniano Hussein Dehghan. Il Generale di Brigata Deghan ha detto che l’Iran vuole che Cina, India, Russia si riuniscano opponendosi all’espansione della NATO e alla minaccia del progettato scudo missilistico alla loro Alleanza per la sicurezza collettiva. Nel corso di un incontro con il Ministro della Difesa cinese Chang Wanquan, Shojgu sottolineava che i legami militari di Mosca con Pechino sono la “priorità assoluta“. In un altro incontro bilaterale sulla Difesa tra Iran e Russia, ha confermato che la cooperazione sarà pietra angolare del nuovo ordine multipolare e che Mosca e Teheran erano d’accordo sull’approccio strategico verso gli Stati Uniti. Dopo che Dehghan e la delegazione iraniana s’incontravano con Shojgu e gli omologhi russi, fu annunciato un vertice tripartito tra Pechino, Mosca e Teheran. L’idea è stata successivamente avallata dalla delegazione cinese.
Il contesto geopolitico cambia e non in sintonia con gli interessi degli Stati Uniti Non solo l’Unione economica eurasiatica viene formata da Armenia, Bielorussia, Kazakistan e Russia nel cuore post-sovietico dell’Eurasia, ma Pechino, Mosca e Teheran, la Triplice Intesa Eurasiatica, seguono da tempo un processo di avvicinamento politico, strategico, economico, diplomatico e militare. Armonia e integrazione eurasiatica contestano la posizione degli Stati Uniti come “saliente occidentale” e testa di ponte in Europa, orientando gli alleati ad agire in modo più indipendente. Questo è uno dei temi centrali esplorati dal mio libro 
La Globalizzazione della NATO.
L’ex-capo della sicurezza degli Stati Uniti Zbigniew Brzezinski ha avvertito le élite contro la formazione di una “coalizione eurasiatica che in futuro potrebbe cercare di sfidare la supremazia americana“. Secondo Brzezinski tale alleanza eurasiatica sorgerebbe come “coalizione sino-russo-iraniana” con Pechino al centro. “Per gli strateghi cinesi, affrontando la coalizione trilaterale di USA, Europa e Giappone, il contrappeso geopolitico più efficace potrebbe essere creare una propria triplice alleanza collegando la Cina all’Iran nella regione del Golfo Persico/Medio Oriente, e alla Russia nella zona ex-sovietica”, avverte Brzezinski. “Nel valutare le opzioni future della Cina, si deve considerare anche la possibilità che una Cina economicamente efficace e politicamente sicura, ma che si sente esclusa dal sistema globale, decida di essere portavoce e leader degli Stati poveri del mondo, decidendo di porre non solo un’articolazione dottrinale, ma anche una potente sfida geopolitica al dominante mondo trilaterale“, spiega. Più o meno questa è la via che i cinesi seguono. Il Ministro Wanquan ha categoricamente detto al MCIS che un ordine mondiale giusto è necessario. La minaccia per gli Stati Uniti è che una coalizione sino-russo-iraniana possa, secondo Brzezinski, “essere una potente calamita per gli Stati insoddisfatti dallo status quo“.

Contrastare lo scudo missilistico di Stati Uniti e NATO in Eurasia
La nuova “cortina di ferro” viene eretta da Washington intorno Cina, Iran, Russia e alleati, attraverso l’infrastruttura missilistica di Stati Uniti e NATO. Tale rete missilistica è offensiva e non difensiva per intenti e motivazioni. L’obiettivo del Pentagono è neutralizzare le risposte difensive della Russia e delle altre potenze eurasiatiche a un attacco missilistico statunitense che potrebbe includere un primo colpo nucleare. Washington non vuole permettere alla Russia o altri di avere la capacità di contrattaccare o, in altre parole, di rispondere a un attacco del Pentagono. Nel 2011 fu indicato che il Viceprimo Ministro russo Dmitrij Rogozin, già inviato di Mosca presso la NATO, si era recato a Teheran per parlare del progetto di scudo missilistico della NATO. Diversi rapporti, anche del Tehran Times, affermavano che i governi di Russia, Iran e Cina progettavano uno scudo missilistico congiunto per contrastare Stati Uniti e NATO. Rogozin, però, smentì dicendo che la difesa missilistica era stata discussa dal Cremlino e dagli alleati della Collective Security Treaty Organization (CSTO). L’idea di cooperare nella difesa tra Cina, Iran e Russia contro lo scudo missilistico NATO aleggia dal 2011. Da allora l’Iran diveniva osservatore della CSTO, come Afghanistan e Serbia. Pechino, Mosca e Teheran si sono riavvicinati anche su problemi come Siria, Euromaidan e “Pivot in Asia” del Pentagono. L’appello di Deghan a un approccio collettivo da parte di Cina, India, Iran e Russia contro lo scudo missilistico e l’espansione della NATO, insieme agli annunci al MCIS sui colloqui militari tripartiti tra Cina, Iran e Russia, indicano questa direzione. I sistemi di difesa aerea russi S-300 e S-400 vengono schierati in Eurasia, dall’Armenia e dalla Bielorussia alla Kamchatka, quale avanzata contromossa alla nuova “cortina di ferro”. Questi sistemi di difesa aerea rendono l’obiettivo di Washington, neutralizzare reazione o secondo colpo, molto più difficile. Anche gli ufficiali di NATO e Pentagono, che chiamano SA-20 il sistema S-300, l’ammettono. “L’abbiamo studiato e ci siamo preparati a contrastalo per anni. Anche se non ne abbiamo paura, rispettiamo l’S-300 per quello che è: un sistema missilistico molto mobile, preciso e letale“, ha scritto il colonnello dell’US Air Force Clint Hinote per il Consiglio delle Relazioni Estere di Washington.
Anche se è stato ipotizzato che la vendita dei sistemi S-300 all’Iran sia un credito nella vendita di armi internazionali a Teheran, dovuto ai colloqui di Losanna, e che Mosca cerca un vantaggio competitivo nella riapertura del mercato iraniano, in realtà situazione e motivazioni sono molto diverse. Anche se Teheran acquista diversi quantitativi di materiali militari dalla Russia e da altre fonti estere, segue una politica di autosufficienza militare e produce la maggior parte delle proprie armi. Tutta una serie di equipaggiamenti militari: carri armati, missili, aerei da combattimento, radar, fucili, droni, elicotteri, siluri, mortai, navi da guerra e sottomarini, sono prodotti nazionalmente in Iran. L’esercito iraniano sostiene anche che il sistema di difesa aerea Bavar-373 è più o meno l’equivalente all’S-300. L’invio degli S-300 da Mosca a Teheran non è solo un affare dichiarato, ma è destinato a cementare la cooperazione militare russo-iraniana e a migliorare la cooperazione eurasiatica contro l’accerchiamento dello scudo missilistico di Washington. È un passo avanti verso la creazione della rete della difesa aerea eurasiatica contro la minaccia missilistica di Stati Uniti e NATO alle nazioni che osano opporsi a Washington.

chang_1_600Copyright © 2015 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

A Mosca nasce la coalizione sino-russo-iraniana contro la NATO?
commenti

Mostra altro