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Blog di POPOLI LIBERI e COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

UE: KYENGE NOMINATA RESPONSABILE IMMIGRAZIONE

Pubblicato su 28 Febbraio 2015 da FRONTE DI LIBERAZIONE DAI BANCHIERI - CM in POPOLI LIBERI

L'Ue affida alla Kyenge l'emergenza immigrati ...
Dovrà decidere le iniziative strategiche per risolvere l'emergenza nel Mediterraneo. 
Il Pd esulta (gli scafisti pure) ...
La UE ci fa morire di fame con la moneta di morte ... e ci regala ' risorse ' ...
bell' affare questa Unione Europea .
Prima ce ne andiamo da questa associazione criminale e prima torneremo a vivere.
Sono 8 anni che martelliamo esortandovi a battervi per la madre di tutte le battaglie ... EURO ED EUROZONA.

ORA GODETEVI LA KYENGE

 
Popoli Liberi
UE: KYENGE NOMINATA RESPONSABILE IMMIGRAZIONE
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UN TEDESCO SU TRE AFFERMA CHE IL CAPITALISMO PROVOCA POVERTÀ E FAME

Pubblicato su 28 Febbraio 2015 da FRONTE DI LIBERAZIONE DAI BANCHIERI - CM in POLITICA

Un brevissimo report di Reuters mostra i risultati sorprendenti di un sondaggio sull’opinione pubblica tedesca. Molti tedeschi sembrano essersi resi conto che l’attuale sistema economico non li avvantaggia, e addirittura un 60% ritiene che in Germania non ci sia una vera democrazia (a causa dell’eccessivo peso dell’industria in politica).

Reuters, 24 febbraio 2015

Quasi un tedesco su tre ritiene che il capitalismo sia la causa della povertà e della fame, e la maggioranza ritiene che una vera democrazia non sia possibile sotto tale sistema economico. Sono i risultati di un sondaggio pubblicato martedì dall’istituto per i sondaggi elettorali, Emnid, su commissione della Libera Università di Berlino.

Il sondaggio, che ha coinvolto 1.400 persone, ha rilevato che il 59 percento dei tedeschi che vivono nelle aree ex-comuniste ritengono che gli ideali comunisti e socialisti siano una cosa positiva per la società. Nella Germania ovest è il 37 percento a ritenere positivi gli ideali comunisti e socialisti.

Il partito tedesco di sinistra radicale (Die Linke, NdT) è ancora forte nell’area ex-comunista dell’est, dopo un quarto di secolo dalla caduta del muro di Berlino, che negli anni ’90 ha spianato la strada alla riunificazione della Germania.

Il sondaggio ha rilevato che più del 60 percento dei tedeschi ritene che non ci sia un’autentica democrazia nel loro paese, a causa del fatto che l’industria ha troppa influenza sulla politica e che la voce degli elettori ha un ruolo secondario.

(Report di Juliana Woitaschek; redatto da Erik Kirschbaum e Robin Pomeroy)

Tratto da: http://vocidallestero.it

UN TEDESCO SU TRE AFFERMA CHE IL CAPITALISMO PROVOCA POVERTÀ E FAME
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ACCORDO UE-MAROCCO, ECCO PERCHÉ COSI SI STRONCA L’AGRICOLTURA IN ITALIA

Pubblicato su 28 Febbraio 2015 da FRONTE DI LIBERAZIONE DAI BANCHIERI - CM in POLITICA

Ennesimo duro colpo per l’agricoltura italiana che ora si trova ad affrontare il recente accordo Ue-Marocco che prevede la liberalizzazione reciproca di prodotti agricoli.

Il nuovo accordo Ue-Marocco, recentemente stipulato, danneggerà le regioni italiane maggiormente dedite alla coltivazione di agrumeti e dell’ortofrutta in generale ma ad essere colpita sarà tutta la produzione agroalimentare nazionale. L’accordo prevede infatti la completa liberalizzazione delle importazioni marocchine. Un problema questo, che sembra aver recepito solo il M5S, come dichiarato dal deputato europeo alla commissione agricoltura Giuseppe L’Abbate :” A Bruxelles però i rappresentanti dei maggiori partiti politici italiani sembrano non aver percepito il problema. Anzi hanno dato il loro avallo alla stesura di un accordo che rischia di compromettere in maniera irreversibile una già difficile realtà produttiva e di mercato”

Questo succederebbe perché l’entrata in vigore nei termini stabiliti dall’accordo farebbero si che si verrebbe a creare una situazione di concorrenza sleale non solo per quanto riguarda i prezzi di entrata di alcuni prodotti, come dimostrano le precedenti irregolarità già segnalate peraltro, ma anche  con riferimento alle normative in materia di lavoro e sull’ambiente.

Duro il commento del deputato pentastellato dopo il voto in commissione: Sono davvero questi i rappresentanti che i cittadini vogliono ai tavoli europei? Parlamentari che dimostrano incapacità di visione strategica del mercato nazionale agricolo o, peggio, ignorano consapevolmente le conseguenze negative sul Paese”. 

Inoltre il parlamentare grillino si sofferma ad analizzare i termini dell’accordo e cosa comporterà: “Tutto ciò non può essere ignorato e per questo in più di una occasione abbiamo chiesto al Governo nazionale di intervenire per ridiscutere i termini dell’accordo o di appellarsi alle clausole di salvaguardia previste. Nessuno ci ha prestato attenzione, ma adesso potremo far sentire finalmente la voce e la forza dei cittadini italiani direttamente in Europa. La nostra visione dell’agricoltura è chiara: rafforzare il Made in Italy, le nostre produzioni tradizionali e locali ed essere il meno possibile dipendenti dall’estero. E faremo di tutto affinché l’Europa ci ascolti”.

 

Per un paese come il nostro con un economia già a pezzi, una delle poche speranze e sicurezze che abbiamo è quello della terra e dell’agricoltura, ma qualora dovesse essere intaccato seriamente anche questo settore sarebbe un ulteriore duro colpo per la nostra “eventuale” ripresa, in un Europa che ancora fatichiamo a capire.

Tratto da:http://www.euroscettico.com

ACCORDO UE-MAROCCO, ECCO PERCHÉ COSI SI STRONCA L’AGRICOLTURA IN ITALIA
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Meglio da soli che globalizzati

Pubblicato su 28 Febbraio 2015 da FRONTE DI LIBERAZIONE DAI BANCHIERI - CM in IPHARRA, POLITICA

Intervista al filosofo italiano Diego Fusaro su Fichte, l'anarchia del commercio, lo Stato commerciale chiuso e un'Europa "geopoliticamente distrutta"

 

Intervista a cura di Tommy Cappellini

Fusaro, perché recuperare questo testo poco conosciuto di un filosofo già difficile e problematico di suo?

«Vero, Fichte ha un’aura diabolica ed è tra gli autori rimossi dal canone occidentale. Dal punto di vista teoretico, è spesso presentato come astruso e poco comprensibile, per via della sua Dottrina della scienza, di fatto complessa. Dal punto di vista politico, poi, apriti cielo. A differenza di Marx, cui vengono imputati i gulag, e di Nietzsche, cui viene imputato Auschwitz, a Fichte mettono in carico tutte due le cose. Nello specifico, con Lo Stato commerciale chiuso si insinua che abbia precorso l’economia stalinista, coi Discorsi alla nazione tedesca il nazismo tout court. Non è così».

Niente di più falso?

«Niente di più falso».

Spieghiamo allora l’espressione «anarchia del commercio».

«Questa di Fichte è una definizione perfetta e precisissima per cogliere ciò che chiamiamo globalizzazione, deregulation, laissez-faire, “togliamo lacci e lacciuoli” e altri desiderata di sapore evangelico lanciati da chi vuole produrre uno spazio commerciale in cui a condurre i giochi è unicamente il momento economico autonomizzatosi. Uno spazio deterritorializzato e svuotato da ogni radicamento comunitario e culturale, con i cittadini come meri atomi di scambio e consumo, senza patrimonio simbolico e senza tradizione, plasmati dalle reificanti prestazioni del do ut des mercatistico».

Tradotto, addio Heimat?

«La tendenza è dappertutto. L’anarchia del commercio cerca di destrutturare ogni potere, ogni comunità, ogni nazione, in modo che possa imporsi la disorganizzazione organizzata del capitale senza controllo. Davanti a tutto questo, Fichte è per un concetto non-liberale di libertà e contesta la visione di chi vuole uno Stato che faccia solo il pigro guardiano notturno, di modo venga rispettata l’unica libertà che oggi si è imposta senza resistenze: la libertà di mandarsi in rovina a vicenda, come dice Fichte».

Che dal canto suo cosa propone?

«Per dirla con Hegel, uno Stato etico che garantisca diritti sociali inalienabili e che metta la comunità prima dell’individuo isolato che si arricchisce a scapito degli altri in nome del sacro dogma della competitività».

Storicamente, umanamente, una via poco praticabile. Da dove iniziamo?

«Dalle basi. Fichte articolò il progetto – che sottopose ai politici dell’epoca – in tre momenti: lo Stato come deve essere, cioè quello che garantisce ai cittadini valori fondamentali; lo Stato com’è, vale a dire, oggi, lo Stato che tutela solo le transazioni economiche tra individui, e poco anche queste; e il terzo momento, il tentativo di coniugare l’essere con il dover essere».

E qui arriviamo allo «Stato commerciale chiuso». Idea che si potrebbe rilanciare, per vedere che effetto fa.

«Con la premessa che sul piano globalizzato del commercio mondiale la politica è quasi neutralizzata. Fichte, comunque, propone di ricostruire, attraverso puntuali strategie che ripercorro nel mio saggio, piccole unità politiche che siano autarchiche. Ogni Stato ha in sostanza ciò che basta per garantire una vita adeguata; il resto, per esempio bere tè cinese in Germania, consiste in bisogni indotti. Radicale, lo so. L’idea di Fichte è garantire, tramite lo Stato, il primato della politica sull’economia: la globalizzazione è esattamente il trionfo di un’economia spoliticizzata in cui a decidere sono i cosiddetti mercati».

Ogni critica radicale è di un ottimismo folgorante, diceva quel tale.

«E porta alla luce dinamiche fastidiose ma vere. Manca poco che vivremo in un mondo in cui merci e capitali si muoveranno liberamente, ma le persone no. Alla faccia di Schengen. Accade quando l’unico valore condiviso è il fiscal compact. Aggiungo una cosa sull’immigrazione: una sciocchezza prendersela coi migranti. Non sono che il prodotto del finanzcapitalismo. Il nemico è altrove».

A Bruxelles, per caso?

«Intanto bisogna constatare che l’Europa è distrutta sul piano geopolitico. Torniamo a Fichte: nei Tratti fondamentali dell’epoca presente, successivo allo Stato commerciale chiuso, scriveva che l’Europa nasce come unità nella pluralità, quest’ultima tenuta insieme dalla fede cristiana. Oggi si è all’interno di un’unità senza pluralità. Quella dell’Handelsanarchie. Non c’è negoziazione del diritto alla differenza, ma imposizione di un unico ordine economico a Paesi che hanno realtà differenti».

Con l’euro come grimaldello?

«L’euro non è una moneta: è un metodo di governo neoliberale. È stato usato per un’annessione brutale di Paesi come Italia o Spagna, simile a quella accaduta tra Germania ovest e est nel 1989. Inutili girarci intorno: bisogna tornare a mettere i valori dello spirito prima di quelli economici; rifare un’Europa che non sia alfiere di nessuna special mission, come gli Stati Uniti, ma che sia una confederazione di Stati democratici fratelli. In altre parole, andare con Fichte oltre Fichte».

Fonte: 
Il Corriere del Ticino

Tratto da:http://www.lintellettualedissidente.it/rassegna-stampa/meglio-da-soli-che-globalizzati/

Meglio da soli che globalizzati
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Addio alle botteghe artigiane

Pubblicato su 28 Febbraio 2015 da FRONTE DI LIBERAZIONE DAI BANCHIERI - CM in ECONOMIA, POLITICA

Di: Angelo Scarano

Addio alle botteghe artigiane e ai piccoli negozi. Le vendite al dettaglio continuano infatti a segnare il passo e il forte calo registrato dal numero delle piccole imprese commerciali e di quelle artigiane presenti nel Paese "è una diretta conseguenza di questa situazione".

 

È lo scenario che emerge da un’analisi della Cgia di Mestre. Nel 2014, infatti, il saldo dei negozi di vicinato, calcolato come differenza tra le aziende iscritte e quelle cessate, è stato pari a -34.410. A fronte della chiusura di queste imprese, l’Ufficio studi dell’associazione ha stimato la perdita di oltre 93.400 posti di lavoro, di cui quasi 42.000 nei piccoli esercizi commerciali e altri 51.500 circa nell’artigianato.

"A seguito del calo delle vendite, del forte aumento della pressione fiscale registrato in questi ultimi anni e della presenza di una grande distribuzione che esercita sempre più una fortissima concorrenza sui prezzi, le botteghe artigiane hanno subito il contraccolpo negativo più pesante", evidenzia la ricerca. A fronte di 88.498 imprese che hanno aperto l’attività, nel 2014 ben 108.891, rileva la Cgia, hanno chiuso definitivamente i battenti (saldo pari a -20.393). Nel commercio, invece, le aperture hanno interessato 42.871 piccoli negozi, mentre le chiusure sono state 56.888 (saldo pari a -14.017). "Oltre al danno economico, c’è anche un aspetto sociale da non trascurare» avverte il segretario della Cgia, Giuseppe Bortolussi, perché, spiega, "quando chiude definitivamente la saracinesca un piccolo negozio o una bottega artigiana, la qualità della vita di quel quartiere peggiora. C’è meno sicurezza, più degrado e il rischio concreto di impoverimento del tessuto sociale".

Tratto da:http://www.ilgiornale.it

Addio alle botteghe artigiane
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L'incredibile storia del banchiere piu' grande del mondo

Pubblicato su 28 Febbraio 2015 da FRONTE DI LIBERAZIONE DAI BANCHIERI - CM in ECONOMIA

Un articolo di Valerio Malvezzi

C'era una volta un uomo.

Era un uomo vero, di quelli d'un tempo, e sarebbe divenuto il banchiere piu' grande del mondo. Uno di quegli uomini che diceva "non voglio diventare troppo ricco, perche' nessun ricco possiede la ricchezza, ma ne e' posseduto". All'epoca – si era in California, nell'America dei primi del novecento – le banche davano soldi solo alle imprese gia' affermate.

Nessuno dava credito alle piccole imprese.

Quell'uomo decise di aprire la sua banca, ma non aveva una sede. Rilevo' allora da una signora che voleva ritirarsi in pensione il contratto di affitto di un bar, in un incrocio, per $ 1.250. 
Non aveva clienti, e cosi' inizio' un modo di fare banca diversa da tutte le altre dell'epoca. 
Si mise a girare per le strade, offrendo piccoli prestiti a chi voleva aprire un capannone, un piccolo ristorante, un esercizio commerciale. Nei primi del novecento, era impossibile in America avere credito dalle banche, se eri una micro impresa: vi era una regola per la quale non si davano prestiti inferiori ai 200 $. In pratica, per le somme minori ci si doveva rivolgere agli usurai.

Quell'uomo inizio' a finanziare piccole cose, dando prestiti a partire da 25 $. 
Divenne famoso per la sua nuova cultura di banca.

Io per finanziare un uomo – era solito dire - voglio guardarlo negli occhi e vedere i calli sulle mani.

A proposito del fatto che oggi tanto si parla di riforma delle banche popolari, ricordo che quell'uomo volle per la sua banca un azionariato diffuso, un azionariato popolare. Si occupo' personalmente di andare a proporre le azioni a gente che non era mai stata in una banca: fornai, lattai, droghieri, ristoratori, idraulici, barbieri. 

Oggi si parla di austerity, di termini inglesi come leverage (il rapporto tra capitale e prestito), di rigore. Ricordo che anche allora si dicevano le stesse cose: in due mesi aveva raccolto 70.000 $, ma ne aveva impiegati 90.000 e i suoi soci erano preoccupati. 
Come faremo? – strillavano. Bisogna avere fiducia nella gente – rispondeva lui agli altri. 

La gente, la ripago', la sua fiducia. Comincio' ad andare nella banca che permetteva loro di finanziare una bottega, di avere un reddito dignitoso, di comprare una casa, di metter su famiglia, di mandare i figli a scuola.

In un anno, quei 70.000 $ divennero 700.000 $, e la banca continuava a crescere e a dare fiducia.

Nel 1906 a San Francisco avvenne un fatto terribile. Il terremoto distrusse la citta' e la gente si aggirava disperata per le strade, avendo perso tutto, casa e lavoro. Quell'uomo, mentre gli strozzini si aggiravano per le strade, ando' sul molo della citta', mise un tavolaccio di legno appoggiato su due barili, in mezzo alla folla dei disperati, ci sali' sopra ed espose un cartello, con il titolo "Banca di (X), aperto ai clienti". 

Il nome della X ve lo diro' alla fine di questa storia.

Resta il fatto che quell'uomo mise un sottotitolo che aveva lui stesso dipinto sul cartello quella notte: "prestiti come prima, piu' di prima". 
Quell'uomo si chiamava Peter, e stava realizzando il suo sogno di aprire una banca per i piccoli imprenditori, i diseredati, gli emigranti. La "banca" venne assalita da persone che avevano idee per ricostruire la citta' e lui prestava soldi con il suo metodo, guardando le persone negli occhi e osservando i calli sulle mani. Segnava i crediti su un quadernetto, annotando nomi e cifre. 
Girava con un carretto ed elargiva prestiti sulla fiducia, senza garanzia, a persone che non avevano potuto andare a scuola e che per lo piu' firmavano con una croce. Li valutava fidandosi della loro parola e del loro onore. Lui dava fiducia a quelli che avevano delle idee, dei progetti, non a quelli che avevano dei soldi o proprieta' da dare in garanzia.

I suoi consiglieri gli dicevano che era un pazzo, che sarebbe finito in rovina. Invece, successe una cosa che nessuno si sarebbe aspettato. Quei piccoli imprenditori tornarono da lui, portando tanti altri amici, gente che toglieva i propri pochi depositi dalle altre banche e li andava a investire da Peter, l'uomo col carrettino. Pochi depositi, ma erano milioni di persone. Tutti gli immigrati della California, i nuovi piccoli imprenditori, vennero presto a conoscere la storia dell'uomo col carrettino e il nome di Peter divenne in breve mito, e da mito leggenda. 

Successe che l'uomo che dava fiducia al prossimo ricevette fiducia dal prossimo e i suoi conti crebbero, perche' tutti volevano portare i propri risparmi alla banca di Peter. La sua politica era diversa da quella di tutte le banche dell'epoca ed era volta a dare soldi ai piccoli, agli artigiani, ai commercianti, agli agricoltori, ai piccoli imprenditori. La banca di Peter negli anni crebbe in tutta la California, aprendo filiali a San Francisco, a Los Angeles, fino ad attraversare l'immensa giovane nazione ed arrivare, nel 1919, a New York.

Otto anni dopo, quella banca cambio' nome, e divenne la Bank Of America.

All'epoca, i consiglieri della banca proposero un premio al suo fondatore, di addirittura 50.000 dollari. L'uomo, che aveva gia' guadagnato nella sua carriera quasi mezzo milione di dollari, restando fedele al suo detto di quando, da giovane, aveva deciso di creare una banca, per evitare di "essere posseduto dalla ricchezza" rifiuto' il premio, dicendo che chiunque desiderasse avere piu' di 500.000 dollari doveva farsi vedere da un dottore. La smania di denaro e' una brutta cosa – disse una volta – io non ho mai avuto quel problema. 
Detto da uno che a sette anni aveva visto il padre ucciso dopo un litigio per un dollaro, c'era da credergli. Infatti, fece devolvere piu' volte vari premi alla ricerca scientifica.

Oggi le banche aborrono progetti innovativi e la finanza moderna pretenderebbe che non si investa in progetti originali e non consolidati, senza patrimonidell'imprenditore e adeguate garanzie. Pensate allora a cosa doveva voler dire, all'epoca, finanziare una cosa sconosciuta e incredibile che si chiamava cinematografo: follia, per i suoi colleghi. 
Peter, a differenza di tutti gli altri banchieri, presto' i suoi soldi a un geniale innovatore, consentendo nel 1921 a tutto il mondo di conoscere "Il Monello", il meraviglioso film di Charlie Chaplin. 

Anni piu' tardi, finanzio' Walt Disney, che gli parlava di finanziare un'altra incredibile rivoluzione tecnologica e cioe' i cartoni animati. Il mondo conobbe cosi' la favola di "Biancaneve e i sette nani." 

Ancora, finanzio' un visionario siciliano, Francesco Rosario Capra, rimasto senza lavoro per la crisi del '29, rivelando cosi' al mondo il genio del celeberrimo regista Frank Russel Capra.

Cosi', mentre gli esperti di finanza insegnavano l'importanza di adottare regole restrittive, Peter finanziava i piccoli imprenditori guardandoli negli occhi e alla fine, tirando i conti, si scopri' che il 96% dei prestiti della banca erano stati rimborsati, senza alcuna garanzia. Alla fine della seconda guerra mondiale, la banchetta nata in un bar, proseguita su un carrettino, che ora si chiamava Bank Of America, supero' per depositi la First National Bank e la Chase Manhattan Bank, le due piu' grandi banche di New York, diventando cosi' la piu' importante banca del mondo. 

Dopo la fine della guerra, Peter volle che la Bank of America si impegnasse in prima persona nel piano Marshall, cioe' nel gigantesco piano di ricostruzione che ha consentito anche al nostro Paese di ripartire, finanziando cosi', indirettamente, milioni di nostri piccoli imprenditori. 

Quando, nell'ottobre del 1945, lascio' la Presidenza della banca, lascio' i cassetti aperti, affermando che "ne' lui, ne' la sua banca, avevano nulla da nascondere". 

Quando mori', quattro anni piu' tardi, dall'inventario dei suoi beni si scopri' che aveva mantenuto la sua parola, e pur essendo stato il banchiere della banca piu' grande del mondo, il suo patrimonio ammontava esattamente a soli 489.278 dollari, meno del mezzo milione per cui, secondo lui, uno sarebbe dovuto farsi vedere da uno psichiatra.

Puo' sembrare una favola, ma e' storia vera. 

L'ho raccontata perche' oggi, se mi guardo intorno, io non vedo una situazione abissalmente diversa dal disastro di San Francisco del 1906 o dalla crisi del '29. Mentre i politici parlano di riforma della legge elettorale, le imprese chiudono ogni giorno, la gente e' a spasso, molti restano senza lavoro e senza speranza.

Allora, esistevano uomini di banca come Peter. Oggi i piccoli imprenditori sono disperati. 
Le banche ripetono il mantra appreso da docenti, banchieri e politici che parlano in lingua inglese, chiedono garanzie, e si sente a ogni angolo la parola "austerithy". 
Gli anglosassoni ci vengono a insegnare come si fa il mestiere di banchiere e i tedeschi ci insegnano il rigore. 

Ora, io avrei un sogno.

Vorrei che in una nostra citta', una qualunque, tra le macerie della nostra economia, un banchiere italiano, un politico italiano, uno statista, prendesse un tavolaccio, lo mettesse in mezzo a una strada e poi ci salisse sopra. Vorrei che ci posasse sopra un cartello con una scritta a mano in cui si leggesse: "Da oggi, prestiti all'economia, come prima, piu' di prima. Sottotitolo: colleghi, l'austerity ve la potete mettere in quel posto."
E poi, vorrei che quest'uomo cominciasse a ridisegnare le regole del gioco della finanza mondiale, per insegnare a tutti che noi italiani non abbiamo bisogno di lezioni da nessuno, sul come si fa a fare il mestiere del banchiere. Il vero banchiere non chiede le garanzie, ma guarda i calli sulle mani.

Questo, sarebbe il mio sogno.

Perche' sul cartello che quell'uomo aveva scritto di suo pugno, su quel tavolo in mezzo alla strada, c'era il nome della sua banca: Bank of Italy. Questo era il nome originario di quella che sarebbe divenuta, molti anni dopo, la piu' grande banca del mondo: la Bank of America. 

Il suo fondatore, l'uomo che guardava gli altri negli occhi e finanziava guardando i calli delle mani, l'uomo che si alzo' in piedi insegnando al mondo a rialzarsi in piedi, l'uomo che insegno' a tutti che fare banca non significa chiedere regole, ma dare fiducia, non era un anglosassone. Peter era il secondo nome di Amedeo Giannini, in cerca di fortuna nell'America di fine ottocento, figlio di poveri migranti dell'entroterra ligure.

C'era una volta un banchiere.
Era un uomo vero.
Era un italiano.

Per ogni chiarimento contattatemi pure all'indirizzo info@esphera.it e saro' lieto di rispondere alle vostre domande.
Tratto da:http://www.massimobolla.it
L'incredibile storia del banchiere piu' grande del mondo
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Tutta 'La verità sul piano Kalergi', alla radice dell'europeismo contemporaneo

Pubblicato su 28 Febbraio 2015 da FRONTE DI LIBERAZIONE DAI BANCHIERI - CM in IPHARRA

Preannunciamo con questo articolo la prossima uscita del nuovo libro di Matteo Simonetti, per le Edizioni Radio Spada, sul progetto “Paneuropa” di R. C. Kalergi. Un libro attuale, con saggio introduttivo di Andrea Giacobazzi.

“Di Europa, si deve parlare” (cit. RAI)

di Matteo Simonetti

L’Europa della Troika, dell’austerità, del debito e della burocrazia; l’Europa delle banche, quelle commerciali, private, e quella centrale di emissione,  private anch’essa; l’Europa fredda, senza passioni,  valori,  costituzione, l’Europa di nominati e non eletti,  se mai la rappresentanza elettorale potesse essere considerata sinonimo di vera partecipazione; l’Europa a due velocità,  quella sempre prona all’atlantismo come dimostra la tragica situazione ucraina; l’Europa invasa e senza identità, quella del relativismo e della decadenza… in questa carrellata degli orrori potremmo andare avanti a lungo.

Ma tutto questo avviene ad opera di chi? Quando nasce e perché? I movimenti euroscettici si fermano al contingente,  non hanno una visione d’insieme, non scorgono gli ampi disegni e così non riescono ad incidere. 
Questo libro, saggio storico-filosofico tutto rivolto all’attualità, colma una lacuna enorme. Il primo libro in Italia e il secondo in assoluto ad esaminare in profondità attori,  fatti e misfatti dal 1920 ad oggi, “La verità sul piano Kalergi” rivela ciò che coscientemente è stato celato ai popoli e agli individui circa la natura di questa Europa. 
Il conte Kalergi,  mente di rilievo ma anche inconsapevole (?) pedina è la figura di spicco di questa costruzione artificiale. Con lui e tramite lui agiscono poteri nascosti,  che in un piano dettagliato e tramite un’opera paziente forgiano, anche nella teoria, una nuova élite, un nuovo stile di vita, che in parte è già in atto e in parte deve ancora completarsi. 
Il testo di Kalergi “Praktischer Idealismus”, mai tradotto in italiano e praticamente reso introvabile, cancellato dalla storia, è al centro di questa riflessione,  così come la sua “applicazione” socio-politica.  I risultati di tale analisi sono tanto spiazzanti e preoccupanti quanto indubitabili dal punto di vista storico. 
Si tratta di una lettura scomodissima, nella quale tutti i caratteri di questa Europa emergono col loro vero volto,  quello di strumenti di una dominazione occulta. Alla luce di queste scoperte l’Europa odierna si configura come elemento centrale del mondialismo. Gli sconfitti, manco a dirlo, sono i popoli europei, nemmeno convocati al tavolo al quale si gioca il loro destino.

Tratto da:http://radiospada.org/2015/02/edizioni-radio-spada-tutta-la-verita-sul-piano-kalergi-alla-radice-delleuropeismo-contemporaneo/

Tutta 'La verità sul piano Kalergi', alla radice dell'europeismo contemporaneo
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Il caso Grecia dimostra che dall’euro si esce solo con una guerra o con la rivoluzione (di Antonio Maria Rinaldi)

Pubblicato su 27 Febbraio 2015 da FRONTE DI LIBERAZIONE DAI BANCHIERI - CM in POLITICA

Il caso greco, ma sarebbe più opportuno chiamarla direttamente la tragedia greca, ha definitamente fatto intuire che dall’euro si può uscire solo con una rivoluzione o una guerra come la Storia ha sempre insegnato ci si libera da una dittatura.

Nulla poteva il giovane Alexis Tsipras contro il muro di gomma con cui si è confrontato, anche lui abile ma inutile illusionista per poter minimamente cambiare il potere oligarchico che si divide fra BruxellesFrancoforte e Berlino.

greci hanno creduto in lui ed hanno creduto ancor di più come la forza del proprio voto potesse ancora determinare cambiamenti in un sistema che ancora in troppi credono erroneamente sia fondato su principi democratici.

Nulla da fare invece e l’unico risultato portato a casa è stato quello di posticipare di quattro mesi gli impegni presi dalle precedenti amministrazioni con l’unico intento di dare il tempo necessario al nuovo premier greco di trovare giustificazioni plausibili da opporre al proprio elettorato per evitare linciaggi, non solo mediatici ma anche di piazza, da parte di una popolazione che sta intuendo ormai di essere stata presa in giro per l’ennesima volta dal politico di turno.

Nell’accordo raggiunto dal nuovo governo greco a Bruxelles non c’è traccia di nessuna delle promesse tanto sbandierate in campagna elettorale che hanno consentito a Syriza di vincere, anche perché era palese che per poterle perseguire realmente la Grecia aveva una sola opzione: uscire dall’euro.

Fra sei mesi, massimo un anno, il paese ellenico si ritroverà come nel gioco dell’oca esattamente nella stessa situazione di oggi,perché ci si ostina ancora a voler parare i danni a valle e non risolvere il problema originario a monte che puntualmente li determina e che ha una causa ben precisa: appartenenza all’euro! 

Non era credibile infatti proporre soluzioni da “botte piena e moglie ubriaca” e tutta la pantomimica profusa dal leader di Syriza era nella pratica tesa ad ottenere al massimo qualche concessione rispetto alle stringenti e devastanti precedenti imposizioni della Troika.

Alla fine dei conti anche il governo a guida Tsipras può essere considerato, per i risultati fino ad ora ottenuti, semplicemente un Samaras Bis, quel tanto di cosmesi necessaria per non far scoppiare una violenta rivoluzione per mano di una popolazione esasperata e ridotta allo stremo.

La Troika ha “concesso” quattro mesi di proroga solo per evitare di essere presto accusata di aver spianato la strada in Grecia a un probabile futuro governo dei “Colonnelli”!

Un po’ come sta avvenendo in Italia da qualche anno a questa parte: rispetto all’invio del commissario liquidatore Mario Monti, imposto dalla Troika per salvaguardare gli interessi dei creditori e non certo dei cittadini e del sistema delle imprese italiane, gli è succeduto un Enrico Letta ma nei fatti fedele continuatore delle stesse politiche deflazionistiche tanto da poter archiviare il suo governo tranquillamente come un Monti Bis, per infine vedere un Matteo Renzi nelle vesti del gran riformatore e innovatore per celare nella realtà un altro Monti Ter nella sua evoluzione ancora più supina e prona alla UEriforma del lavoro e smantellamento della Costituzione.

Cambiano i volti solo per imbonire la popolazione confondendo le acque perché alla fine vige la legge del più forte e le regole le dettano sempre e unicamente chi offre le maggiori garanzie di tutela ai poteri finanziari e alle lobby industriali.

Perciò non illudiamoci più di tanto: la rete di ragno costruita dall’Europa a difesa della sopravvivenza dell’euro è inattaccabile grazie ai meccanismi automatici biogiuridici consolidati negli anni di cui sia avvale la Troika e che i residuali strumenti democratici e le Costituzioni, ancora a disposizione dei paesi membri, non riusciranno mai a modificare o scalfire minimamente.

La Grecia insegna, aldilà delle più o meno buone intenzioni di Tsipras sciolte come neve al sole in meno di una settimana di trattative, che l’unico mezzo rimasto per ripristinare un ordine democratico passa ormai da una guerra o da una rivoluzione che parta dai cittadini così come sempre avvenuto nei millenni per liberarsi definitivamente da una dittatura!

E’ il caro pezzo da pagare per riprenderci ognuno la nostra dignità calpestata e la democrazia scippata da una Europa che non è l’Europa che ci era stata promessa e in cui ingenuamente abbiamo creduto, perché ha voluto affidare esclusivamente ad una moneta sbagliata un compito che non sarebbe mai riuscita a portare a termine!

 Antonio Maria Rinaldi

Tratto da:http://scenarieconomici.it/caso-grecia-dimostra-dalleuro-si-esce-guerra-rivoluzione-antonio-maria-rinaldi/

Il caso Grecia dimostra che dall’euro si esce solo con una guerra o con la rivoluzione (di Antonio Maria Rinaldi)
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L’ACCORDO CON LA SVIZZERA? UN BLUFF CHE VALE SOLO I TITOLI DEI GIORNALI. ECCO DOVE SONO I VERI TESORI NASCOSTI

Pubblicato su 27 Febbraio 2015 da FRONTE DI LIBERAZIONE DAI BANCHIERI - CM in ECONOMIA

TRUST E ALTRI MAGHEGGI – GLI ESCAMOTAGE PER NASCONDERE SOLDI AL FISCO SONO QUASI INFINITI – SI VA DAI TRUST NEOZELANDESI ALLE FINTE VENDITE DI OPERE D’ARTE – FONDI NERI ANCHE CON COMPRAVENDITE FITTIZIE DI CASE TRA SVIZZERA E DUBAI

Una pratica diffusa è l’acquisto di un immobile nell’emirato, che dopo poco viene riacquistato da un terzo, ma il denaro rimane nel Paese. Molto in voga anche i giochetti con le caparre sui contratti di compravendita di case all’estero…

Da il “Corriere della Sera”

Trust, compravendita di immobili, diamanti, opere d’arte ritrovate e il sempreverde spallone. Sono le nuove vie (sempre illegali) che vengono proposte sottobanco da qualche faccendiere agli «irriducibili» che non vogliono aderire alla voluntary disclosure . Un ventaglio di escamotage fantasiosi, come ad esempio il trust in Nuova Zelanda, perché il Paese ha un sistema giuridico anglosassone e non è ancora nel radar dei controlli specifici.

Segue lo spostamento di fondi a Dubai attraverso una compravendita fittizia di immobili: dalla Svizzera si compra l’immobile nell’emirato e poco dopo qualcuno lo riacquista, ma il denaro rimane nel Paese. Difficile controllare, visto che al momento non c’è scambio di informazioni fiscali tra Italia e Dubai. Un’altra versione prevede solo la stipula del preliminare, con il pagamento di una certa quota, e poi la sua cessione: niente passaggio di proprietà o trascrizioni o atti pubblici.

Altro fenomeno è la vendita fittizia di opere d’arte: il soggetto A fa finta di avere avuto ad esempio un Miró e di averlo venduto per diversi milioni a un soggetto B e mostra la ricevuta della finta vendita, procurata dal faccendiere. A questo punto i soldi sono venuti a galla. La strada della conversione in pietre preziose funziona per l’occultamento, ma non si devono avere esigenze di liquidità. Le sanzioni penali non sono trasmissibili agli eredi, dunque quando ne entreranno in possesso dovranno pagare solo le tasse di successione.

Tornano infine di moda gli spalloni che si offrono di riportare i soldi in Italia, metodo che funziona però per le piccole cifre e non per i grandi patrimoni. La voluntary disclosure, insomma, resta la soluzione più conveniente.

Tratto da:http://www.stopeuro.org

L’ACCORDO CON LA SVIZZERA? UN BLUFF CHE VALE SOLO I TITOLI DEI GIORNALI. ECCO DOVE SONO I VERI TESORI NASCOSTI
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Finmeccanica vende ai giapponesi di Hitachi i Frecciarossa e la Ansaldo Sta per 1,7 miliardi di euro

Pubblicato su 27 Febbraio 2015 da FRONTE DI LIBERAZIONE DAI BANCHIERI - CM in POLITICA

Il colosso giapponese da 70 miliardi di euro Hitachi si è comprato i Frecciarossa e si prepara a diventare il quarto produttore mondiale di treni, dopo Bombardier, Alstom e Siemens. Si è concluso un dossier durato quattro anni, superando anche la concorrenza cinese della Insigma, ma alla fine la divisione europea della conglomerata nipponica si è aggiudicata il 100% della Ansaldo Breda, che produce treni ad alta velocità e i convogli per la metropolitana senza conducente. Un affare da 36 milioni di euro al quale si aggiunge un altro colpo di mercato, con un'offerta pubblica di acquisto di azioni sul mercato da parte delle Hitachi Rail Europe per il 40% della Ansaldo Sts, specializzata nel segnalamento ferroviario, del valore di 773 milioni di euro.

Ridimensionamenti - Gongola Pier Carlo Padoan, ministro del Tesoro e azionista di riferimento di Finmeccanica. Con lui l'amministratore delegato Mauro Moretti che ha insistito per tenere i due rami dell'azienda uniti nella trattativa con i giapponesi e ha così alleggerito il debito della capogruppo Finmeccanica di 600 milioni. Gongolano un po' meno i sindacati che temono ridimensionamenti per i 3500 dipendenti che le due società si portano in dote: 2mila per la Ansaldo Breda, con gli impianti a Pistoia, Reggio Calabria e Napoli, e i 1500 dell'Ansaldo Sts, che ha i capannoni a Genova, Torino, Napoli e Potenza. La divisione europea della Hitachi ha la metà dei dipendenti, se i giapponesi vorranno alleggerire la struttura si scoprirà con il piano industriale che presenteranno al ministrero dello Sviluppo. Di certo non c'è nulla nero su bianco, ma Moretti si è voluto sbilanciare dicendo che non c'è: "nessun rischio per l'occupazione".

Penale - Più che i dubbi sull'occupazione, ai giapponesi preoccupano le classiche situazioni italiane con l'Ansaldo Breda in ritardo per la consegna dei primi prototipi di Etr 1000, i treni ad alta velocità commissionati da Trenitalia. Se venisse sforata la data di consegna, scatterebbe una penale. Un colpo che sarebbe attutito dai 700 pendolini Intercity chiesti ad Hitachi dal dipartimento dei trasporti britannico, una commissione che coinvolgerebbe lo stabilimento di Pistoia.

Tratto da:http://www.liberoquotidiano.it

Finmeccanica vende ai giapponesi di Hitachi i Frecciarossa e la Ansaldo Sta per 1,7 miliardi di euro
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