Blog di POPOLI LIBERI e COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

Una lezione (1998) sul "miracolo" dell'euro / Prof. Romano Prodi (estratto)

Pubblicato su 20 Novembre 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in POLITICA

"MORTADELLA" ORA CHE L'EURO STA NAUFRAGANDO ... ALZI LE MANI ... MA QUESTO VIDEO DOVREBBERO SPEDIRTELO A CASA.
SE L'ITALIA E' NELLA ' MERDA ' BUONA PARTE LO DOBBIAMO A TE.

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EUROPA IDEATA PER FREGARE LA NOSTRA PRODUZIONE

Pubblicato su 20 Novembre 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in ECONOMIA

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Marx: la diagnosi era giusta (ma non la terapia)

Pubblicato su 20 Novembre 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in IPHARRA

Il ruolo della finanziarizzazione dell’economia nell’attuale crisi è un dato di fatto indiscutibile. I guasti causati da una moneta senza Stato è un altro dato di fatto. L’assenza di una moneta sovrana determina pesanti condizionamenti che sono stati ampiamente analizzati e discussi.

Tuttavia l’impressione è che si insista fin troppo sugli aspetti finanziari e monetari per non ammettere che perlomeno nella diagnosi delle cause strutturali delle crisi, i fatti danno ragione a Marx. 

L’economista e filosofo tedesco individuava essenzialmente tre contraddizioni interne al sistema, che lo avrebbero fatto implodere.

La prima è quella fra il carattere sociale della produzione nelle grandi fabbriche e l’appropriazione privata da parte del capitale.

La seconda è la periodica sovrapproduzione di beni (merci) che il mercato non riesce ad assorbire data la limitata capacità di consumo di masse proletarie sottopagate.

La terza è la caduta tendenziale del Saggio del Profitto, apparentemente paradossale in un sistema tutto improntato al profitto: infatti la legge della concorrenza obbliga a introdurre macchinari che sostituiscano manodopera, nella logica dell’abbattimento dei costi e della costante ricerca di innovazioni, ma il profitto è garantito dallo sfruttamento del lavoro umano, non dall’automazione verso cui tende il sistema. 

La prima contraddizione è trascurabile in quanto fondata su presupposti più sociologici e filosofici che economici. Le altre due trovano clamorosa conferma negli anni che stiamo vivendo.

Le crisi disastrose di sovrapproduzione furono evitate nel periodo glorioso del capitalismo, i trenta o quaranta anni di politiche economiche sostanzialmente keynesiane.

Quelle politiche furono garantite da condizioni oggi non riproducibili e furono anche decise per sconfiggere la sfida del collettivismo sovietico concedendo a salariati e stipendiati di livello medio-basso redditi e provvidenze assistenziali tali da consentire alti livelli di consumo. Era una forzatura della logica del capitale, determinata dalla minaccia del cosiddetto comunismo. Non a caso subito dopo il crollo dell’URSS è iniziato lo smantellamento sistematico dei livelli di reddito e delle protezioni sociali, anche tramite l’ingabbiamento dei sindacati e la massiccia immigrazione che hanno abbattuto le potenzialità contrattuali di salariati e stipendiati.

La tendenza alla caduta del Saggio del Profitto è forse la vera minaccia al sistema. La progressiva automazione del lavoro, non solo nelle fabbriche e nell’agricoltura ma anche nei servizi, è un fenomeno evidente e inarrestabile, ma il capitale ha bisogno di manodopera per riprodursi. Il massiccio afflusso di immigrati non sarà eterno e sarà contrastato dalle dinamiche demografiche, nonché dalle reazioni di rigetto delle popolazioni autoctone.

Qui stanno le cause immediate, più profonde di quelle finanziarie e monetarie, della crisi che si sta incartando su sé stessa. Negarle per non fare concessioni ai marxisti è operazione insensata.

Il marxismo ha fallito nelle terapie, non nella diagnosi.

Ha fallito quando ha prospettato il collettivismo di uno Stato onnipotente, quando ha fantasticato su un’umanità riscattata e rinnovata attraverso la semplice socializzazione dei mezzi di produzione, quando ha immaginato una classe operaia compatta e dotata di coscienza di classe pronta a prendere il potere, quando ha elaborato una filosofia della storia che sarebbe pervenuta  a una fase in cui gli operai avrebbero utilizzato il formidabile apparato produttivo creato dalla borghesia capitalista per garantire abbondanza di beni a tutti, superando la divisione del lavoro e fondando l’utopia riassumibile nella formula “da ognuno secondo le proprie capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni”: la realtà che va chiarendosi ai nostri occhi non è quella della creazione dei presupposti per “i domani che cantano”, ma quella di un continuo degrado ambientale, culturale, morale, una perdita di umanità che era stata profetizzata più dai critici della modernità dal versante antiprogressista che dalle scuole del marxismo. Se ci fosse una classe operaia come quella immaginata da Marx, erediterebbe le macerie di un mondo devastato, non la poderosa macchina produttiva che cambiando manovratore possa assicurare benessere ed elevazione culturale a tutti.

Occorre andare oltre il marxismo e vedere nelle origini lontane della modernità le cause di fondo del disastro economico, sociale, morale che ci affligge. Tuttavia chi voglia operare qui e ora, in una direzione politica e di proposta concreta, deve partire dalla riflessione sulle cause immediate della decadenza economica: la crisi di sovrapproduzione e soprattutto l’ombra incombente della caduta del Saggio del Profitto. Di euro, di signoraggio, di speculazione sui derivati, è bene parlare ma non per far perdere di vista ciò che è più essenziale.

Luciano Fuschini

Tratto da:http://www.ilribelle.com
 
Marx: la diagnosi era giusta (ma non la terapia)
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Le macerie di una guerra firmata e scritta nei Trattati internazionali

Pubblicato su 20 Novembre 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in POLITICA

"Stiamo assistendo a grotteschi cambi di fronte, ma non sia chi ha

distrutto a fare la ricostruzione"


di Cesare Sacchetti
 
Macerie, volti piangenti, grida di disperazione dal cuore delle periferie italiane abbandonate e ricordate solo per tristi passerelle che lasciano spazio al cinismo politico accatta voti.  Lo sfondo è quello di un paese in disfacimento, avviato verso la sconfitta della guerra economica che si è combattuta negli ultimi anni, e di cui molti non sanno di essere entrati. 
 
Una guerra firmata e scritta nei Trattati internazionali, pezzi di carta secondo la vecchia dottrina del diritto internazionale, dai quali una volta si recedeva se il bene della comunità era compromesso, ma che oggi inchiodano il Paese all’autodistruzione volontaria. Una guerra non convenzionale, che è stata dichiarata al Paese da forze sovranazionali, incappucciati della finanza secondo la bella espressione di Federico Caffè, l’economista italiano caposcuola del keynesianesimo italiano, che ha lasciato un grande vuoto, colmato dalla nuova dottrina neoliberista instauratasi nelle università e che sforna laureati in economia, ripetitori delle formule meno Stato, più mercato e con lo spettro del debito pubblico come colpa primigenia degli sprechi e della malversazione italiana, oppure  delle funzioni dello Stato del benessere, sanità, istruzione, scuola e tutti i servizi pubblici somministrati dalle nazioni civili e degne di ricoprire questo nome. 
 
Una narrativa fraudolenta e capziosa, ripetuta da funzionari del sistema finanziario, quella sui dati della spesa pubblica italiana, tra le più basse d’Europa da un trentennio e più. Se si cammina per le strade della città italiane, si farà fatica a distinguere i tratti abbrutiti di quello che era una volta il giardino d’Europa, il luogo dove l’arte, la cultura, erano tutelate e dove era ancora possibile vivere una vita a misura d’uomo, lontano da un modello frenetico e arrivista, che rimbalzava dalla cultura anglosassone, con al centro il mercato e gli interessi commerciali. 
 
Esistono vari modi per attaccare uno stato sovrano. John Perkins, ex collaboratore al servizio delle multinazionali americane, descrive in particolare la guerra economica, che obbliga lo Stato a contrarre debiti onerosi verso l’estero che non potrà ripagare, per poi spolparlo di tutti i servizi pubblici essenziali con privatizzazioni selvagge. Un attacco di questo genere, per poter avere successo ha bisogno della sponda interna, di una classe politica che acconsenta e permetta la realizzazione di un tale piano. La guerra economica di casa nostra, è stata una resa incondizionata, firmata nel 1992, dove gli squilibri dell’unione monetaria e la cessione di sovranità di fatto hanno reso lo Stato una colonia in vendita da poter comprare a prezzo di saldo. 
 
Una resa firmata senza che l’accademia e la politica denunciassero o impedissero per tempo questa disfatta lacerante, dalla quale per ripartire occorrerà uno sforzo complessivo immane, non solamente sotto il profilo degli investimenti economici, ma anche dal lato culturale, perché da molto tempo ormai siamo chiamati ad essere un Paese non solo quando l’Italia scende in campo per i mondiali e gli europei, oppure per sostenere la squadra in Champions League, dove ognuno sa benissimo calcolare i punteggi e la differenza tra goal subiti in casa e fuori. Negli attimi prima della fine annunciata dell’Euro, assistiamo a grotteschi cambi di fronte, improvvise e improvvide conversioni sulla via di Damasco, impersonate da personaggi pronti  a cavalcare il tema del domani, la sovranità e l’antieurismo, così da poter vestire i panni della credibilità, pronti a ricevere gli onori dopo il crollo annunciato. 
 
Il gattopardo, è davvero la filosofia di pensiero ricorrente, e il voltafaccia rimane sempre presente nella tormentata storia del Belpaese. Se c’è stata una guerra e il vincitore ha l’accento straniero, è stato possibile solo grazie a una sponda di italiani che hanno aperto le porte all’invasione, a quei politici come Giuliano Amato o Mario Draghi dalle indubbie competenze giuridiche ed economiche, messe a disposizione di poteri esterni, in cerca di un mero tornaconto personale. 
 
Nel 1992, l’anno della firma del Trattato di Maastricht, la resa avvenne consapevolmente, l’Iri venne smantellata e regalata a Goldman Sachs su mandato di Mario Draghi. Vent’anni dopo, la guerra è all’apice, le teste di ponte utilizzate per avanzare, si chiamano Renzi e Monti, ma molti ancora non hanno ben compreso le cause ma ne esperimentano gli effetti, con strade dissestate e allagamenti in ogni regione d’Italia. Questi i doni concessi dal patto di stabilità interno, che obbliga gli enti locali ad avanzi di bilancio, e nonostante ci siano i soldi nelle casse dei comuni, questi non possono attingere ai fondi, perché c’è il vincolo esterno. 
 
Quale vincolo è più criminale e iniquo, di quello che mette a repentaglio l’incolumità dei cittadini? Quale stato hanno in mente gli uomini e le donne del governo che applicano l’agenda delle elite sovranazionali, che hanno in disprezzo la vita delle persone comuni? Quando la guerra finirà, molti avranno cambiato parere e casacca sulle azioni compiute in passato, ma qualcuno dovrà pur rispondere di aver firmato dei trattati incostituzionali, della svendita del patrimonio dello Stato, delle vite perse degli imprenditori, della disoccupazione che continua a mordere le famiglie italiane, dei giovani che hanno lasciato il Paese in cerca di fortuna all’estero, della perdita del patrimonio culturale e industriale. 
 
Una ricostruzione del Paese dovrà anche tenere conto di chi colpevolmente ha permesso o di chi ha taciuto, quando vedeva il Paese morire voltando la testa dall’altra parte per puro calcolo personale. Non sia chi ha distrutto a fare la ricostruzione, ma coloro i quali hanno davvero a cuore il bene comune e hanno sofferto una violenza e una disperazione che credevamo di avere dimenticato.
Tratto da:http://www.lantidiplomatico.it
Le macerie di una guerra firmata e scritta nei Trattati internazionali
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Prossimo obbiettivo: Ungheria.

Pubblicato su 20 Novembre 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in EUROPA

Di Federico Pieraccini

Nell’ormai consolidata prassi delle rivoluzioni colorate/primavere arabe assistiamo all’ultimo obbiettivo in termini di tempo. Dopo l’Ucraina e Hong Kong, anche l’Ungheria sembrerebbe essere entrata nel mirino del famigerato regime change di Washington.

Le principali cause che portano gli Stati Uniti ad adottare strategie aggressive contro altri stati (Afghanistan, Iraq, Iran, Siria, Ucraina, Yemen, Egitto, Tunisia, Libia, Argentina, Brasile, Russia, Venezuela, Cina, Hong Kong) sono da imputare principalmente a motivazioni geo-strategiche. La dottrina americana di politica estera si basa sul concetto di egemonia globale da oramai molti anni. Le motivazioni per cui queste nazioni sono state destabilizzate, bombardate o attaccate sono da ricercare nella visione occidentale della gestione di un paese: perseguire prima gli interessi Americani. E’ stato così in Siria, con i legami Iraniani, in Ucraina, per la vicinanza Russa e ad Hong Kong per la contiguità con la Repubblica Popolare Cinese. Naturalmente i target principali sono Russia, Iran e Cina, non di certo le nazioni-satellite che vengono aggredite. Il problema di fondo è la politica estera di Washington: perseverare con una dottrina di egemonia completa, significa considerare ogni zona del mondo come strategica e zona di interesse su cui porre una sfera di influenza più o meno accentuata.

Ciò che sorprende, ma non troppo, è come anche anche l’Europa contrariamente agli anni passati, sia divenuto un target legittimo per i Think-tank che determinano le scelte a Washington. Le motivazioni sono da ricercare essenzialmente nei mutamenti multipolari che stanno modellando il nuovo ordine mondiale. Gli Stati Uniti hanno bisogno di un’Europa ancor più legata e dipendente da Washington, che esegua gli ordini senza porsi troppe domande sul reale effetto delle proprie azioni (vedasi le sanzioni UE alla Russia su Input USA), per centrare i propri obbiettivi strategici.

In questo contesto le recenti decisioni prese a Budapest, ma più in generale le politiche domestiche di Orban negli ultimi anni, hanno acceso più d’una spia rossa nell’amministrazione Obama.

Di pretesti per attirare l’attenzione di Washington, Orban ne ha dati molti: Intraprendere una strada concreta per uscire dall’Euroripagare i debiti internazionali al FMI, tentare di ottenere una moneta sovrana, una banca centrale meno vincolata dal BRI (Banca dei Regolamenti Internazionali), una maggiore vicinanza con la Russia e lo sblocco del progetto South Stream.

Naturalmente la stampa occidentale non è rimasta ferma un minuto e nel corso del tempo il fuoco incrociato degli organismi di stampa internazionali è divenuto diretto ed esplicito. Questi sono i titoli che possiamo leggere riguardo all’Ungheria:

Dal Guardian“L’Autunno di Budapest: lo svuotamento della democrazia sul bordo d’Europa”.

Oppure il New York Times“Quando Obama ha recentemente elencato gli stati che stanno silenziando i gruppi della società civile, l’Ungheria è stato l’unico stato Europeo ad essere stato menzionato. Washington ha imposto sanzioni e ha vietato l’ingresso a sei ufficiali Ungheresi, affermando che sono troppo corrotti per entrare in America”.

Come sempre i media sono il motore, fomentatore, dei disordini e della creazione di situazioni appetibili a forze straniere, capaci spesso di influenzare il corso degli eventi.

NED e le sue affiliate.

Come già visto in altri contesti, spesso non bastano i media e dietro ad apparenti manifestazioni spontanee (che siano primavere arabe o rivoluzioni colorate) vi è una macchina organizzativa, rodata da tempo, ormai parte integrante della politica estera americana.

Il governo degli Stati Uniti sta segretamente finanziando mezzi di informazione e giornalisti stranieri. Ci sono organi governativi – compreso il Dipartimento di Stato, il Dipartimento della Difesa, l’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (U.S. Agency for International Development, USAID), il Fondo Nazionale per la Democrazia (National Endowment for Democracy, NED), il Consiglio Superiore per la Radiodiffusione (Broadcasting Board of Governors, BBG) e l’Istituto degli Stati Uniti per la Pace (U.S. Institute for Peace, USIP) – che sostengono lo “sviluppo dei media” in più di 70 paesi. In These Times ha scoperto che questi programmi comprendono il finanziamento di centinaia di organizzazioni non governative (ONG), giornalisti, uomini politici, associazioni di giornalisti, mezzi di informazione, istituti di formazione e facoltà di giornalismo. La consistenza dei finanziamenti varia da poche migliaia a milioni di dollari.

“Stiamo essenzialmente insegnando le dinamiche del giornalismo, che sia stampato, televisivo o radiofonico”, dice il portavoce di USAID Paul Koscak. “Come imbastire una storia, come scrivere in modo equilibrato… tutte quelle cose che ci si aspetta da un articolo prodotto da un professionista”.

Ma alcuni, soprattutto fuori dagli Stati Uniti, la vedono diversamente.

“Pensiamo che i veri fini che si celano dietro questi programmi di sviluppo siano gli obiettivi della politica estera statunitense”, dice un alto diplomatico venezuelano che ha chiesto di non essere citato. “Quando l’obiettivo è il cambio di regime, questi programmi si rivelano strumenti di destabilizzazione di governi democraticamente eletti che non godono del favore degli Stati Uniti”.

I principali organi, dediti alla creazione delle condizioni necessarie per ottenere una situazione di pre-caos, sono essenzialmente 4:

  • NED “[Il Ned] è un programma di successo della Princeton University che supporta i dipendenti pubblici, i responsabili politici e gli studiosi di tutto il mondo che vogliono costruire governi più efficaci e responsabili in contesti difficili.”
  • CIMA “Il Center for International Media Assistance ( CIMA ) è dedicato al miglioramento degli sforzi degli Stati Uniti di promuovere i media indipendenti nei paesi in via di sviluppo in tutto il mondo”
  • USAID “E’ un’agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale diretto dal governo federale degli Stati Uniti ed è l’agenzia principalmente responsabile della gestione degli aiuti civili all’estero.”
  • Freedom House “La Freedom House è una organizzazione non governativa internazionale, con sede a Washington, D.C., che conduce attività di ricerca e sensibilizzazione su democrazia, libertà politiche, e diritti umani.”

Puntuale come sempre, assistiamo ad una destabilizzazione ad orologeria qualora gli apparati economico-mediatici di Washington decidano di agire prendendo di mira una nazione.

Le modalità e le motivazioni, delle proteste di questi giorni in Ungheria, sembrano sospettosamente simili a quelle degenerate a Kiev in Febbraio:

18 Novembre – Decine di migliaia di manifestanti sono scesi in piazza oggi a Budapest e in altre città ungheresi per mostrare “indignazione” contro le politiche di destra del primo ministro Viktor Orban.

Le tensioni si sono intensificate dopo che il presidente Orban ha rifiutato di licenziare Presidente dell’Autorità Fiscale Nazionale Ildiko Vida,  accusato di corruzione da parte di funzionari degli Stati Uniti, dal momento che Orban ha respinto le accuse di corruzione

“Non possiamo pagare le tasse che tu rubi!” recitava uno degli striscioni. Altri chiedevano le dimissioni. Belint Farkas, uno studente 26enne, si è lamentato della politica estera dell’Unghieria di Orban:“Non vogliamo che Orban ci porti verso Putin e la Russia. Noi siamo un paese Ue e vogliamo stare in Europa, alla quale apparteniamo”.

Il procedimento per la creazione di queste condizioni di caos spesso lascia tracce e indizi nei mesi e negli anni precedenti.

Osserviamo cosa diceva poco tempo fa l’organizzazione CIMA:

“L’Ungherese Viktor Orban non ha appetito per la democrazia“. 

Freedom House, qualche giorno fa:

“Da quando è arrivato al potere nel 2010, il governo Orbán ha attuato una serie di modifiche legislative che sono state criticate per aver minato la libertà dei media.”

Le recenti proteste nella città di Budapest hanno dimostrato che i meccanismi per un regime change sono già operativi e stanno iniziando a percorre tutte le vie necessarie per centrare questo obbiettivo.

La buona riuscita di tali azioni dipendono essenzialmente dal livello di repressione che il governo legittimo di Orban deciderà di applicare. Un tentennamento in stile Janukovyč, qualora la situazione degenerasse come accadde a Kiev, potrebbe essere fatale. Per il futuro dell’Europa, dell’Eurasia e di un mondo multipolare più bilanciato auguriamoci che Orban non commetta l’errore di indugiare troppo nel reagire a queste aggressioni straniere.

Tratto da:http://fractionsofreality.com

Prossimo obbiettivo: Ungheria.
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IL "SOLE" DEGLI INVESTIMENTI CHE NON SORGE: CHISSA' PERCHE'...(con addendum sui saldi primari)

Pubblicato su 20 Novembre 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in ECONOMIA

Vi diamo un po' dei più recenti dati Istat sull'economia italiana (avvertenza: scommetto in apertura, comunque, che i dati previsionali 2015-2016, si riveleranno sbagliati per eccesso):

"Conti nazionali

Stima preliminare del Pil 
Nel III trim 2014 Pil -0,1% sul trimestre precedente e -0,4% rispetto al terzo trimestre del 2013 
 Comunicato stampa, venerdì 14 novembre 2011
 

Le prospettive per l’economia italiana 

Nel 2014 si prevede una diminuzione del prodotto interno lordo (Pil) italiano pari allo 0,3% in termini reali, seguita da una crescita dello 0,5% nel 2015 e dell'1,0% nel 2016.

Nel 2014 la domanda interna al netto delle scorte contribuirà negativamente alla crescita del Pil per 0,3 punti percentuali, mentre la domanda estera netta registrerà una variazione positiva pari a 0,1 punti percentuali. 
Nel 2015 la domanda interna al netto delle scorte è attesa supportare l'aumento del Pil (+0,5 punti percentuali) mentre il contributo della domanda estera netta risulterà contenuto (+0,1 punti percentuali). 
Nel 2016 l'apporto della domanda interna al netto delle scorte è previsto in ulteriore rafforzamento. Dopo tre anni di riduzione, nel 2014 la spesa delle famiglie segnerà un aumento dello 0,3% in termini reali, in parte per effetto di una riduzione della propensione al risparmio. Nel 2015, si prevede un ulteriore miglioramento dei consumi privati (+0,6%) che proseguirà anche nel 2016 (+0,8%) trainato dalla crescita del reddito disponibile e da un graduale aumento dell'occupazione.  
Gli investimenti subiranno una ulteriore contrazione nell'anno in corso (-2,3%) nonostante un lieve miglioramento delle condizioni di accesso al credito e del costo del capitale. Il processo di accumulazione del capitale è previsto riprendere gradualmente nel 2015 (+1,3%) e con maggior intensità nel 2016 (+1,9%), in linea con il rafforzamento della domanda.  
Il tasso di disoccupazione raggiungerà il 12,5% nel 2014 per effetto della caduta dell'occupazione (-0,2% in termini di unità di lavoro). La stabilizzazione delle condizioni del mercato del lavoro attesa per i prossimi mesi avrà riflessi sul 2015, quando il tasso di disoccupazione diminuirà lievemente al 12,4% e le unità di lavoro registreranno un contenuto aumento (+0,2%). Il miglioramento del mercato del lavoro proseguirà con più vigore nel 2016 con una discesa del tasso di disoccupazione al 12,1% e una crescita delle unità di lavoro dello 0,7%."

Come sottolinea il Sole24ore, è’ questa la stima preliminare sul Pil trimestrale diffusa oggi dall’Istat, che rileva come si tratti del tredicesimo trimestre consecutivo senza crescita
 
Solo nel III trimestre dello scorso anno, su base congiunturale, il Pil fece registrare crescita zero e anche nel I trimestre di quest'anno.
Sempre il Sole ci regala una "singolare" interpretazione, naturalmente non solo supply side, ma pure...leggermente apodittica:
 
"Un balzo indietro di quattordici anni. È quanto ha sentenziato ieri l'Istat con il dato negativo del Pil del terzo trimestre 2014. 

Come osserva Nomisma, gli investimenti non ripartono e senza investimenti è molto difficile, se non impossibile, invertire la tendenza. A partire dal 2008, le imprese italiane hanno di fatto progressivamente congelato la spesa in investimenti produttivi, a fronte di un mercato interno sempre più rarefatto
Se non si spezza questa catena che lega industria e consumi interni, il valore aggiunto continuerà a muoversi in modo impercettibile o, alla peggio, a rimanere in territorio negativo. L'industria in senso stretto contribuisce per il 20% alla generazione del Pil, e si arriva a quasi il 27% se si somma il settore delle costruzioni
A sua volta il commercio all'ingrosso e al dettaglio rappresentano una quota del l'11,5 per cento. È quindi evidente come in questi tre settori, senza interventi strutturali di rilancio degli investimenti, della produzione e della produttività, il Prodotto interno lordo sia destinato alla bassa stazionarietà.
«Se si vuole scongiurare il declino economico, l'Italia deve tornare a crescere come nel secolo scorso e deve recuperare il gap di produttività che in questi anni si è allargato enormemente», spiega Pier Franco Camussone, docente di Sistemi informativi alla Sda Bocconi. Camussone ha realizzato uno studio presentato tre giorni fa a Milano al congresso nazionale di Aica. «Tra i fattori cui si addebita il declino - spiega Camussone – rientrano gli scarsi investimenti sulle nuove tecnologie informatiche e telecomunicative da parte del settore industriale italiano, e il limitato impiego di tali tecnologie nella razionalizzazione e semplificazione dei processi produttivi».
Ancora limitati come numero, inoltre, i casi di aziende italiane che hanno imboccato la strada del digital manufacturig, cioè della produzione manifatturiera strettamente connessa a programmi gestionali digitali, su cui si basa buona parte della recente ripresa del Pil degli Stati Uniti. L'analisi dell'Aica mostra tuttavia come oltre un terzo delle Pmi italiane non abbia personale interno dedicato a tempo pieno all'information tecnology
."


Vedete? Un docente di "Sistemi informativi", naturalmente della Bocconi, spiega il declino con la mancata effettuazione di investimenti che determina l'inevitabile "calo della produttività"; il che è una parafrasi tautologica della mancata crescita, dato che nulla dice sul PERCHE' non si facciano gli investimenti
Il Sole, ovviamente lo spiega con una circostanza "sfortunata", dettata anche da un evidente addebito di responsabilità a queste imprese che hanno pretese "assurde": vendere i prodotti che producono, aspettandosi che la gente li possa comprare e non spezzando questa maleducata catena che lega industria e consumi interni.

come la si vorrebbe "spezzare" questa malcreanza?
Sicuramente, a chiederlo a un bocconiano - e il problema è che QUALSIASI cosa dica, i politici italiani lo prenderanno come "sentenza definitiva"-, tagliando le tasse mediante il taglio della spesa pubblica
Ora, in un paese ove la colpa starebbe nel legare al calo della domanda interna la mancata effettuazione di investimenti in "nuove tecnologie", - che pensate un po', richiedono capitali e specialmente "competenze" in misura adeguata, cioè lavoratori specializzati che bisognerebbe pagare "un po' di più", altrimenti, giustamente se ne vanno all'estero-, questo è lo stato comparativo della SPESA PUBBLICA IN ISTRUZIONE (AL 2010: dopo è andata anche peggio):

 
Tra l'altro non è neanche vero che dal 2008 gli investimenti sono sempre andati calandoperchè il Sole dimentica che invece l'Italia era uscita da questo trend all'inizio del 2009 per ripiombarci NEL CORSO DEL 2010, non appena iniziarono le "manovrone fiscali" di Tremonti - D.L. n.78/2010, ingiustamente sottovalutato nel far calare...la domanda pubblica coi suoi tagli lineari e col blocco de facto dei pagamenti alle imprese.
Poi comunque è arrivato l'effetto Monti col "burrone" tra fine 2011 e giù fino al 2013, e naturalmente fino al calo attuale2014, del -2,3 che abbiamo visto aggiungersi secondo l'ultima rilevazione Istat.
E questo si può agevolmente constatare da questo grafico del Comitato interministeriale della programmazione economica su dati FMI (quelli che il Sole forse legge, evidentemente per un giorno, e poi dimentica):

 

E questa è la relazione tra deficit pubblico e risparmio delle famiglie in coincidenza con le politiche UE-UEM (dalla "convergenza" di Maastricht alla crisi del 2008, e fino al 2010), di restrizione sistematica del deficit mediante l'accumulo di avanzi primari record. Rammentiamo che il risparmio è la "materia prima" di liquidità che dà luogo agli investimenti:


Avanzo primario e tasso di risparmio

Potrei andare avanti ad accumulare dati, e semmai vi rinvio a questo post di "Scenari economici", ma mi parrebbe inutile: tanto la realtà si fa con interviste a docenti, purchessia, della Bocconi...

Alla fine però, comprensivo di tante difficoltà cognitive, aggiungo questografichetto qui sotto, tanto per non far scervellare troppo giornalisti e bocconiani intervistati sotto il  "lampione": 

 Collegamento permanente dell'immagine integrata
Tratto da: http://orizzonte48.blogspot.it
IL "SOLE" DEGLI INVESTIMENTI CHE NON SORGE: CHISSA' PERCHE'...(con addendum sui saldi primari)
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Marine Le Pen, intervista esclusiva a Ballarò: "Pronta per Eliseo", "Renzi è una specie di Sarkozy"

Pubblicato su 20 Novembre 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in POLITICA

Eva Giovannini intervista Marine Le Pen. "Sono pronta per l'Eliseo: come prima cosa abolirei Schengen e tornerei ad una nostra moneta", dice la leader del Front National. "Per me la chiusura delle frontiere è solo il primo passo: dobbiamo anche smetterla con il welfare agli immigrati". E, sulla politica italiana: "Trovo Salvini molto più coerente di Grillo. Spero che Salvini faccia capire ai gruppi neo-fascisti che la loro è una scelta sterile". Infine sul presidente del Consiglio dice: "Matteo Renzi è una specie di Sarkozy: è un europeista e lo rimarrà".  

See more at: http://www.rainews.it/dl/rainews/media/marine-le-pen-intervista-esclusiva-a-ballaro-pronta-per-l-eliseo-renzi-e-una-specie-di-sarkozy-video-b5f66ce9-aeda-4e1c-893c-68631fcf4aae.html#sthash.4RocDqGi.dpuf

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LA TERRA NON CURATA SI VENDICA: ED INIZIA A FRANARE

Pubblicato su 19 Novembre 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in ECOLOGIA

Viaggiando in auto guardate come erano costruiti i vecchi paeselli nelle campagne: erano sempre messi in cima a delle colline (così quando veniva un temporale anche molto forte, l’acqua poteva solo scendere e non invadeva le case). Poi i campi erano coltivati perché non era facile acquistare i cibi dai paesi stranieri.

Nel centro Italia c’era un sistema molto antico: LA MEZZADRIA. Erano contadini che stavano in società con i proprietari dei terreni e delle case dove abitavano. All’inizio si chiamava mezzadria perché il prodotto veniva diviso a metà. Poi piano piano si è aumentato il beneficio di chi coltivava. Alla fine si è talmente stravolto il rapporto che non c’era più convenienza per i “padroni” a mantenere queste coltivazioni. Le campagne sono state abbandonate e le case sono diventate deserte. I contadini sono diventati operai nelle industrie che ancora producevano con delle regole che proteggevano le produzioni nazionali e le città sono cresciute a dismisura. Ma la terra era ormai abbandonata.

Chi ha fatto una saggia politica ha piantato alberi nelle zone anticamente coltivate (mi ricordo che anche nelle colline spesso scoscese si coltivava la terra perché con la battaglia del grano e con l’autarchia si doveva fare, era la cosiddetta autarchia.

Finita la guerra c’era ancora una politica molto restrittiva, noi che avevamo le campagne a San Gemini, se dovevamo portare olio, vino carne, pane e qualsiasi altro prodotto, dovevamo farci fare dal Dazio di San Gemini dovevamo farci rilasciare la “bolletta di accompagnamento” fermarci al dazio di Prima Porta e “pagare dazio”.

Una volta finita forma medioevale di tassazione interna alla stessa Italia è stata abolita, ma ancora esistevano gli interessi a coltivare la terra. Ma poi la coltivazione a mezzadria ha cominciato ad essere attaccata come una forma di sfruttamento dei contadini da parte dei padroni ed è diventato più conveniente offrire una “buona Uscita” ai mezzadri per non rischiare di essere espropriati dalla proprietà dei terreni.

Poi, finita quelle conduzione a mezzadria, coltivare la terra è diventato molto più caro con i braccianti pagati a giornata. Poi si aprono i mercati e il grano prodotto in Italia era diventato molto più costoso di quello che s’importava dalle grandi distese americane Lo stesso per il granturco. Allora le superfici dalle quali si poteva trarre un profitto agricolo sono diventate solo quelle pianeggianti e irrigue. Solo i terreni collinari esposti normalmente a ponente, erano utili per la coltivazione della vite, oppure si piantavano gli olivi (e noi a San Gemini abbiamo avuto un disastro su tutti gli olivi perché in n tardissimo inverno, quando ià le piante avevano cominciato a uscire dal letargo invernale, c’è stata una settimana di freddo polare e tutti gli olivi in Umbria si sono seccati. Basta vedere che tutti gli olivi sono piante giovani, non ci sono gli olivi secolari che si trovano soprattutto in Puglia.

Ma la terra, abbandonata dalla presenza costante dei contadini ha cominciato a franare. A chi fa queste considerazioni normalmente rispondono “E’ il capitalismo bellezza”. Ma la terra non curata si vendica.

Carlo Violati

Tratto da:http://www.imolaoggi.it/

LA TERRA NON CURATA SI VENDICA: ED INIZIA A FRANARE
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TASSARE FORTEMENTE LE SLOT PER AIUTARE LE FAMIGLIE.

Pubblicato su 19 Novembre 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in POLITICA

Elezioni regionali, Cintorino (LN): "Aiutare le famiglie italiane tassando le sale slot"
Aumentare la tassazione delle sale slot per aiutare le famiglie italiane in difficoltà: questa è la proposta della candidata al consiglio regionale per la Lega Nord, Andrea Cintorino

 
Elezioni regionali, Cintorino (LN): "Aiutare le famiglie italiane tassando le sale slot"

Aumentare la tassazione delle sale slot per aiutare le famiglie italiane in difficoltà: questa è la proposta della candidata al consiglio regionale per la Lega Nord, Andrea Cintorino. “E’ una vera e propria piaga sociale che necessita di un intervento deciso per arginare la sindrome compulsiva del gioco d'azzardo e il conseguente impoverimento materiale e culturale dei cittadini affetti da tale “vizio” che, sottraggono tempo al lavoro e alla vita affettiva e che sono afflitti, in molti casi, da sofferenza psicologica ed educativa”.

“Si deve considerare inoltre che spesso le sale da gioco diventano ricettacolo di spacciatori, microcriminalità organizzata, usurai e altre forme di infiltrazioni criminali e che proprio la crisi ne acuisce la proliferazione – afferma Cintorino - Queste sono spesso ubicate in aree residenziali o limitrofe a luoghi sensibili quali scuole, asili, centri di aggregazione giovanile e luoghi di culto. Non a caso, nei luoghi dove queste sono insediate, i cittadini residenti hanno espresso condivisa contrarietà, dando il via a vere e proprie petizioni per impedirne l'apertura  volendo tutelare, in particolare, i minori e le fasce più deboli”.

“Non di poca importanza è stata la liberalizzazione sostanziale dell'apertura di sale gioco e sale scommesse promossa dallo Stato, che limita il raggio d'azione e il potere di ordinanza dei sindaci in materia di gioco d'azzardo, ma la Regione deve promuovere una capillare campagna informativa contro i rischi della cosiddetta ludopatia e incrementare la tassazione proprio verso tali tipi di attività. Il maggior carico fiscale disincentiverebbe certamente le aperture incontrollate, e le maggiori entrate tributarie si potrebbero investire sovvenzionando e aiutando le famiglie italiane in difficoltà, mettendole in condizione di potersi risollevare da situazioni di grave disagio”, conclude.

Tratto da: http://www.forlitoday.it“

 
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Richard Koo: Inutili altri soldi alle banche se nessuno li prende in prestito. Tocca agli stati investire

Pubblicato su 19 Novembre 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in ECONOMIA

L’impatto del quantitative easing e di politiche simili “sull’economia è enormemente sopravvalutato. Se guardiamo agli Stati Uniti, vediamo che l’elemento cruciale per la ripresa economica non è stata la politica monetaria. È stata la politica fiscale, ovvero la spesa pubblica”.

Richard Koo, capo economista del Nomura Research Institute, è considerato uno dei più eminenti economisti al mondo. Il 22 novembre sarà alla tavola rotonda organizzata a Firenze da Eunews e Oneuro, “How Can We Govern Europe?”, per presentare in anteprima europea il suo nuovo libro, The Escape from Balance Sheet Recession and the QE Trap. Abbiamo colto l’occasione per fargli qualche domanda su uno dei temi più caldi del momento, soprattutto alla luce delle recenti dichiarazione di Mario Draghi: il quantitative easing.

EUNEWS Negli Usa il programma di quantitative easing della Federal Reserve, con cui la banca centrale americana ha immesso nell’economia svariate migliaia di miliardi di dollari, volge al termine. Che giudizio dà dell’operato della Fed, e più in generale delle politiche di quantitative easing?

KOO Oggi tutti parlano di quantitative easing e di politiche monetarie, anche in Europa, ma l’impatto di queste politiche sull’economia è enormemente sopravvalutato. Se guardiamo agli Stati Uniti, vediamo che l’elemento cruciale per la ripresa economica non è stata la politica monetaria. È stata la politica fiscale, ovvero la spesa pubblica. Gli Stati Uniti hanno capito una cosa fondamentale: che in seguito alla crisi le economie di tutti i paesi avanzati sono entrate in quella che io chiamo balance sheet recession, “recessione dei saldi di bilancio”: un fenomeno che si verifica in seguito allo scoppio di una bolla speculativa, quando il settore privato, avendo accumulato una grande quantità di debiti nel periodo antecedente alla crisi, si ritrova impossibilitato a ripagare una buona parte di quei debiti e comincia a tagliare le spese e a risparmiare, come è logico che sia. Ma questo provoca ovviamente un crollo della domanda.

Questo è esattamente quello è successo in seguito allo scoppio della crisi dei subprime, sia negli Usa che in Europa. Ora, se c’è una legge in economia è che quando un settore – in questo caso quello privato – risparmia e si rifiuta di investire, levando liquidità all’economia, qualcun altro deve spendere per evitare che l’economia cada in recessione. E quel “qualcun altro” è ovviamente lo stato. Gli Stati Uniti questo l’hanno capito molto bene: e infatti subito dopo la crisi il governo Usa ha fatto ricorso, e in maniera piuttosto massiccia, alla spesa pubblica in deficit. Ossia alla politica fiscale. È questo che ha permesso la ripresa economica e non, come molti pensano, la politica monetaria della Fed, ossia il quantitative easing.

I dati infatti dimostrano che il quantitative easing ha avuto un impatto quasi nullo sull’economia reale: nonostante l’enorme iniezione di liquidità da parte della banca centrale, infatti, il credito delle banche al settore privato ha avuto un incremento molto modesto, nonostante i tassi fossero vicino allo zero. E questo per una mancanza di domanda da parte del settore privato. In questo senso possiamo dire che il quantitative easing è servito a poco, a parte far ripartire la speculazione sui mercati finanziari. Per uscire dalle recessioni c’è dunque bisogno di politiche fiscali espansive.

E L’Eurozona, come sappiamo, ha seguito una strada molto diversa…

K L’Europa ha fatto l’esatto opposto degli Stati Uniti. E questo perché non ha compreso la natura della balance sheet recession che stava attraversando. In un momento in cui il settore privato era impegnato a ridurre i propri debiti, non solo gli stati dell’Eurozona non hanno aumentato i loro deficit, come avrebbero dovuto, ma li hanno addirittura ridotti! Questo è precisamente quello che non si deve fare in una balance sheet recession: se il settore privato e quello pubblico cercano di ridurre i loro debiti allo stesso tempo, il risultato è inevitabilmente una recessione, come abbiamo visto.

E Mario Draghi ha recentemente dichiarato che la Bce è pronta a ricorrere anch’essa al quantitative easing. Pensa che potrebbe aiutare a risollevare le sorti dell’economia europea?

 K Per i motivi che ho spiegato, una politica di quantitative easing nell’Eurozona servirebbe a

Mario Draghi

Mario Draghi

poco. L’Europa soffre di un problema di domanda: iniettare altra liquidità nelle banche non serve a niente se non c’è qualcuno disposto a prendere quei soldi in prestito. E il settore privato sta dimostrando chiaramente di non avere nessuna intenzione di indebitarsi, nonostante i tassi siano vicini allo zero. Come ho detto prima, in questi casi è lo stato che deve farsi carico di rilanciare la domanda per mezzo della spesa in deficit.

 E Dati i vincoli istituzionali dell’Eurozona, quale sarebbe secondo lei il modo migliore per realizzare tale obiettivo?

 K Il primo passo è prendere atto che i vincoli attuali – Trattato di Maastricht e Fiscal Compact – sono del tutto insostenibili e vanno radicalmente riformati, perché così come sono non permettono agli stati di rispondere in maniera efficace a una balance sheet recession come quella che sta attraversando l’Eurozona. Stabilire un limite arbitrario del 3% al rapporto deficit/Pil che possono avere gli stati membri non ha alcun senso, perché il deficit ottimale di uno stato dipende dal tasso risparmio del settore privato. Prendi un paese come l’Italia, il cui settore privato registra un surplus del 6% circa. In questi casi limitare il deficit al 3% – o addirittura ridurlo ulteriormente, come prevede il Fiscal Compact – vuol dire privare l’economia di un 3% del Pil ogni anno, o peggio. Il risultato è inevitabilmente la recessione e la disoccupazione di massa. Quello che l’Eurozona dovrebbe fare è incaricare subito una commissione di esperti di valutare quali sono quei paesi che sono in balance sheet recession e permettere ai paesi in questione di far salire il loro livello di deficit pubblico ai livelli necessari. Nel caso dell’Italia il deficit dovrebbe essere almeno il doppio di quello attuale, per eguagliare il surplus del settore privato, che è del 6% circa.

Questo non avrebbe alcun costo per paesi come la Germania perché in l’Italia (ma lo stesso vale anche per altri paesi della periferia come la Spagna) la liquidità attualmente inutilizzata del settore privato sarebbe più che sufficiente a finanziare l’incremento del deficit. Il settore privato coglierebbe al volo la possibilità di poter parcheggiare i propri risparmi in titoli di stato, che rappresentano un investimento sicuro e dal rendimento garantito. E comunque possono essere studiati dei meccanismi per fare in modo che i risparmi di un paese vengano convogliati verso i titoli di stato di quel paese. Questo permetterebbe all’economia di tornare a crescere e al settore privato di riparare i propri bilanci. A quel punto è possibile ridurre gradualmente i deficit e riparare il bilancio dello stato. Ma è un passaggio che viene in un secondo momento. Invertire l’ordine delle due cose è un errore clamoroso.

Tratto da: http://www.eunews.it

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