Blog di POPOLI LIBERI e COMUNITA' IPHARRA

Non più destra, non più sinistra, non più etichette, non più finzioni nominalistiche ma attività mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici ed agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il " rito del voto" costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo.

Deutsche Bank annuncia perdite di 92 milioni di euro nel trimestre. Qualcuno avverta Draghi...

Pubblicato su 31 Ottobre 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in ECONOMIA

Deutsche Bank ha annunciato mercoledì di aver riportato in questo trimestre perdite nette per un totale di 92 milioni di euro. A pesare sono in particolare le spese legali che deve affrontare la principale banca europea. Lo riporta Business Insider.
 
L'Amministratore delegato, Stefan Krause, è al termine del suo mandato e verrà sostituito da Marcus Schenck di Goldman Sachs nel 2015. La banca ha speso 894 milioni di euro in spese legali nell'ultimo trimestre, portando a 7 miliardi di euro il valore complessivo di multe e compromessi dal 2012. Una cifra incredibile soprattutto se pensate che qualunque problema di ricapitalizzazione dovesse mai avere questa banca "troppo grande per fallire" interverranno i contribuenti.
 
Nonostante questi dati e nonostante la sua esposizione ai derivati pari a 75 miliardi di dollari (più o meno 5 volte il Pil europeo), nel fantastico mondo di Draghi e dei suoi stress test la banca è in perfette condizioni....
Tratto da:http://www.lantidiplomatico.it
Deutsche Bank annuncia perdite di 92 milioni di euro nel trimestre. Qualcuno avverta Draghi...
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MBST, La tecnologia per evitare operazioni e Farmaci boicottata da 15 anni dalle lobby farmaceutiche!

Pubblicato su 31 Ottobre 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in MEDICINA ALTERNATIVA

Link tratto da: http://www.universo7p.it

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L’ITALIA È DIVENTATA IL COVO DI TUTTI I CRIMINALI DELL’EST EUROPEO E DELL’AFRICA,FUORI DAI COGLIONI

Pubblicato su 31 Ottobre 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in POLITICA

NELLE CARCERI ITALIANE  CI SONO PIÙ DI 24.000 DETENUTI STRANIERI,OGNI ANNO CI COSTANO QUANTO UNA MANOVRINA FINANZIARIA

La maggior parte di rumeni,bulgari,albanesi, marocchini,tunisini,ecc ecc, viene in Italia già premeditata a compiere  reati,hanno scambiato il nostro Paese per un posto dove commettere tutti i crimini che vogliono.Prostituzione,spaccio di droga,furti,rapine,omicidi commessi da stranieri sono all’ordine del giorno,l’Italia è diventata la terra di nessuno,ora non solo dobbiamo sopportare tutti questi crimini,ma la FECCIA che viene messa in carcere la dobbiamo mantenere,MANDIAMOLI A MARCIRE IN CELLA NEI LORO PAESI,ed espelliamo chi ha commesso crimini in Italia,È INAMMISSIBILE CHE GENTE CHE È STATA ARRESTATA GIÀ 4 VOLTE  SI TROVA ANCORA IN GIRO A COMMETTERE ALTRI REATI.Liberiamoci da questo pesante fardello.
Tratto da:http://www.notixweb.com
L’ITALIA È DIVENTATA IL COVO DI TUTTI I CRIMINALI DELL’EST EUROPEO E DELL’AFRICA,FUORI DAI COGLIONI
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LA GRECIA E' UN LABORATORIO PER TESTARE UNA POLITICA SPAVENTOSA

Pubblicato su 31 Ottobre 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in POLITICA

DI PHILIPPE MENUT E ALEX ANFRUNS

publico.es

Philippe Menut, ex-reporter di France 2 e France 3 diventato giornalista indipendente, ha realizzato un documentario. Si tratta di un grande affresco, allo stesso tempo umano ed economico, sulle cause e le conseguenze della crisi greca: il film da la parola a lavoratori dipendenti, militanti, economisti, medici, ministri, disoccupati, filosofi, e offre un punto di vista interno della crisi, testimoniando della resistenza e della solidarietà del popolo greco. La Grecia è un laboratorio. Il documentario apre il dibattito e lancia l’allarme sul futuro dell’eurozona in crisi, lasciata in mano al capitalismo finanziario.


 

Nel vostro film «La tempesta greca» [La tourmente grecque, in originale] vengono messe in luce una serie di manipolazioni mediatiche, che cercano di giustificare quella che è una vera e propria guerra economica e sociale contro la Grecia. Lei, da giornalista critico, come spiega questa inversione di ruoli, con le vere vittime – i cittadini greci – presentati come i responsabili della crisi?

Ho iniziato a girare il film proprio a partire da questa constatazione. Ero disgustato dal fatto che i Greci fossero spesso presentati, peraltro fin dall’inizio della crisi, come i responsabili di una situazione della quale sono vittime. Mi sono quindi trovato ad interrogarmi sulle ragioni stesse della crisi.

Queste dicerie, questi depistaggi, hanno sicuramente una funzione: mascherare la politica economica in corso, che mette in piedi una tremenda austerity nei confronti del popolo greco e dei servizi pubblici per realizzare un massiccio trasferimento di capitali pubblici verso la speculazione internazionale. Tra l’altro non si tratta solo di denaro pubblico greco, ma anche europeo. Sono stati stanziati 245 miliardi in un sedicente piano europeo di salvataggio del quale i Greci e l’economia reale greca non hanno praticamente visto alcun effetto. Il film lo dimostra: queste enormi somme vanno direttamente nelle tasche dei creditori del debito pubblico greco, che hanno prestato con tassi a volte maggiori del 20%... Tali prestiti hanno quindi la garanzia del contribuente europeo! Ed è tutto organizzato dalla Troika, sono loro i veri padroni del Paese: gli inviati della Commissione Europea, della BCE e del FMI (che più che altro esercita qui il ruolo di «esperto»).

Secondo lei, qual è la responsabilità dei media europei nel dare una visione distorta della realtà di questo Paese?

I media europei, in primo luogo quelli tedeschi, e soprattutto il Bild – primo quotidiano per tiratura in Europa – giocano un ruolo considerevole nel formare l’opinione pubblica. D’altro canto non è solo la realtà greca ad essere travisata, ma quella della crisi di tutta l’Europa. 
Le grandi testate francesi, meno aggressive ma altrettanto efficaci, ci parlano di «riforme strutturali» (laddove dobbiamo tradurre con «austerity imposta alla popolazione»); di «rassicurare i mercati» (ovviamente finanziari, ma questo non lo dicono mai); di «ristabilire la fiducia» (idem come sopra, e neanche in questo caso dicono tutto). Lo scopo è sostenere il fatalismo nei confronti di un sistema economico neoliberale «che non avrà alternative», come diceva Margaret Thatcher. 
La cosa più paradossale di questa ideologia dominante è che riesce a far credere che non ci sia ideologia dominante… Si spingono le persone a dire che «non fanno politica» mentre in questo modo non fanno altro che confermare che in realtà la stanno facendo eccome…
Mi rendo conto che, come tutti, anche io uso il termine «crisi» per praticità. In realtà questo termine è inappropriato. Questa crisi non è una catastrofe, non è una fatalità. È in realtà non è altro che un aumento deliberato e brutale delle disuguaglianze.

La chiusura della televisione pubblica greca nel 2013, e la decisione dei suoi dipendenti di dare via ad un programma di informazione indipendente, è un chiaro esempio della capacità di resistenza del popolo greco. Qual è la lezione da trarre da questa esperienza?

Ci sono momenti in cui il popolo è forte, creativo e audace nei confronti di un potere indebolito. La lotta della televisione pubblica (la ERT) ne è un esempio. Il film ne parla, ve la riassumo: l’11 giugno 2013 il governo, su richiesta della Troika, chiude l’emittente e licenzia i 2650 dipendenti. Immediatamente si verifica una grande mobilitazione in Grecia e una protesta generalizzata in tutto il mondo. Giornalisti e tecnici occupano l’edificio ma il governo greco, preso in contropiede, non se la sente di ordinare le cariche della MAT (la polizia antisommossa) contro il personale. Così l’occupazione dura 5 lunghi mesi, un vero periodo di autogestione, con le trasmissioni che riprendono e che vengono diffuse su internet. Con una totale indipendenza e un vero pluralismo, queste trasmissioni hanno peraltro avuto un grande successo. Il 7 novembre 2013, alla fine dei 5 mesi, il governo ha deciso – sempre su consiglio della Troika! – di far sgomberare il personale. Dopodiché gli ex-dipendenti ERT hanno lanciato una nuova radio-televisione, la ERT Open. 

Quando si parla del debito della Grecia, sembra che la Germania abbia interesse a nascondere un importante episodio storico, riguardante il denaro che deve alla Grecia dopo la II Guerra Mondiale. Potrebbe spiegarci meglio questo importante capitolo che, nel film, è trattato attraverso la testimonianza di un ex-partigiano combattente?

Manolis Glésos, 92 anni, è un «monumento» in Grecia. È uno dei primi resistenti d’Europa, noto perché nel maggio del 1941 tolse la bandiera nazista dalla sommità dell’Acropoli. Una delle sue battaglie attuali è quella di chiedere alla Germania il pagamento dei danni di guerra e la restituzione di un prestito forzoso che i nazisti fecero alla Banca di Atene. Il totale del debito dovuto alla Grecia dalla Germania si aggira sui 162 miliardi di euro attuali… Vale a dire più della metà del debito che ora la Germania pretende dalla Grecia in maniera così intransigente. 

Uno dei medici intervistati nel film, nel corso di una manifestazione, spiega che la chiusura di sette ospedali ad Atene significa che molto semplicemente sempre più persone finiranno a morire per strada. L’impatto delle misure di austerity in Grecia, in particolare nel settore sanitario, sembra apocalittico…

È sufficiente una sola cifra. Secondo una rivista scientifica inglese e secondo Médecins du Monde, la mortalità infantile è aumentata del 43% dall’inizio delle misure di austerity. In Grecia, ma anche nel resto d’Europa in crisi, la sanità rappresenta il principale bersaglio dei tagli. Perché non si taglia l’istruzione statale? Semplicemente perché non è possibile ridurre il numero totale degli allievi. Al contrario, è possibile intervenire sulla durata delle cure, si possono ridurre i rimborsi, ecc… Nel film, si vede un grande ospedale che resta aperto ma che, in mancanza di mezzi, si muove come al rallentatore, mezzo vuoto. 

La sua panoramica sulla Grecia rischia di doversi allargare ben presto ad altri paesi…

All’epoca delle prime riprese non avevo previsto di parlare dell’importanza del capitalismo finanziario, e neanche dell’Unione Europea. Sono state le mie inchieste, i miei interlocutori a portarmici in maniera del tutto naturale. Il film apre un dibattito sull’Unione economica e monetaria.

Alcune interviste più «forti» spiegano la necessità di una rottura con l’euro, altre spiegano che bisogna essere pragmatici e che occorre in primo luogo opporsi alle misure di austerità e ad un debito illegittimo. Non voglio essere drastico, ma se si vuole porre la questione del cambiamento nelle politiche economiche e sociali, oltre che nella democrazia, bisognerà pure porre la questione dell’onnipotenza dell’attuale Europa. Il capitalismo finanziario si è reso padrone negli stessi organismi dell’UE, nei trattati, e l’influenza delle lobbies è grandissima. 

Quale messaggio vorrebbe lanciare alle persone che guardano alla Grecia da lontano mentre subisce danni terribili presentati però come inevitabili? Al di là della solidarietà, in che modo gli europei possono essere coinvolti? E i popoli europei come potrebbero passare alla controffensiva?

Tutta la zona euro è coinvolta nella crisi greca. La Grecia è un laboratorio per testare su un piccolo paese (11 milioni di abitanti) una politica spaventosa in nome di un debito artificialmente gonfiato. Dall’inizio delle riforme, che si presume dovessero dare una risposta alla crisi, il debito ha fatto un balzo del 50% e la disoccupazione è passata dal 10 al 28%! E politiche di questo genere continuano.

Attenzione però che questa crisi del debito è la stessa in tutta Europa, una delle zone del mondo che più è in recessione. La Francia, che conosco meglio, ha un debito di 2000 miliardi di euro della stessa natura di quello greco. Sarebbe meno della metà, senza interessi eccessivi dovuti alle banche e senza i regali sul fronte fiscale. Solo il rimborso degli interessi è una delle prime voci di spesa dello Stato. I nostri cari «colleghi» delle grandi testate non ne parlano mai…

Il sogno europeo potrebbe veramente trasformarsi in un incubo. I Greci ci mostrano la strada della resistenza. Tante piccole resistenze isolate non saranno sufficienti. La vera questione è sapere se i popoli sapranno unirsi per un’altra Europa, più giusta e democratica, un’Europa dei cittadini.  
 

Alex Anfruns

Fonte: www.michelcollon.info

Link: http://www.michelcollon.info/La-Grece-est-un-laboratoire-pour.html?lang=fr

22.10.2014

Sito del film : http://lesfilmsdumouvement.wordpress.com

Traduzione per 
www.comedonchisciotte.org a cura di MARTINO LAURENTI

Tratto da:http://www.comedonchisciotte.org

LA GRECIA E' UN LABORATORIO PER TESTARE UNA POLITICA SPAVENTOSA
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Così gli immigrati occuperanno il Paese

Pubblicato su 31 Ottobre 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in POLITICA

Dossier choc delle Nazioni Unite: serviranno a sostenere l’economia. Fino al 2050 l’Italia dovrà ospitarne 120 milioni. L’Unione Europea 700

Nel 2050 un terzo della popolazione italiana sarà composta da immigrati. Stranieri sbarcati nel Belpaese per lavorare e figli e nipoti dei migranti che in questi giorni il Mediterraneo sta rovesciando sulle nostre coste. Nello studio «Replacement Migration: is it a solution to declining and ageing populations?», redatto dal Dipartimento degli Affari sociali ed economici dell’Onu vengono analizzati i movimenti migratori a partire dal 1995 e, attraverso modelli matematici, vengono prospettati diversi scenari che disegnano per l’Italia la “necessità” di far entrare tra i 35.088.000 e i 119.684.000 di immigrati per “rimpiazzare” i lavoratori italiani. Visto che tra 36 anni gli over 65 saranno il 35% della popolazione e presupposto che il tasso di natalità per donna resti fermo a 1,2 bambini (negli Anni Cinquanta la media era 2,3).

Se c’è chi chiede se per far fronte ad un declino economico e sociale inevitabile non sarebbe meglio promuovere politiche a favore delle famiglie per supportare chi vuole far figli, dall’altra le Nazioni Unite stanno studiando come “sostituire” ai lavoratori italiani, francesi, inglesi, tedeschi, spagnoli quelli provenienti dal Terzo Mondo per non far crollare l’economia e il sistema pensionistico. Nel 2050, secondo il dossier, saremo in 41.197.000, solo 194mila in più di quanti eravano 64 anni fa. Il livello demografico più alto dal dopoguerra l’Italia l’ha toccato nel 1995, con 57.338.000 residenti registrati. Da allora una lenta e progressiva discesa, accompagnata dal calo della natalità e dal costante invecchiamento della popolazione. Fenomeno che condividiamo con quasi tutti i paesi europei. Ad esempio la Francia, che nel 1901 vedeva nascere per ogni matrimonio 7,8 figli. Mezzo secolo dopo era già scesa a 2,7 per poi attestarsi a 1.7. In Germania per ogni coppia ci sono 1,30 bambini e in Gran Bretagna 1,78. Nell’Unione Europea la media è di 1,5 nascite per ogni donna. Troppo poco per mantenere gli attuali livelli di sviluppo. Meno nascite, alla lunga, significano meno lavoratori attivi che, quindi, non ce la faranno a sostenere con i contributi il peso delle pensioni. Come evitare che la «macchina» s’inceppi? Che milioni di anziani si ritrovino senza indennità? Come mantenere stabili le entrate per i tributi da tradurre in welfare, soldi da spendere per sanità, trasporti e servizi pubblici? Le soluzioni potrebbero essere molte. Le Nazioni Unite intravedono come via principale quello di «rimpiazzare» (come riportato nel titolo del dossier) l’Europa e l’Occidente che invecchia con una massiccia iniezione di immigrati da Asia, Africa e Oceania. Lo studio prende in considerazione quelli in età lavorativa, tra i 15 e i 64 anni, che dopo lo sbarco molto probabilmente si stabiliranno dalle Alpi alla Sicilia. Vivranno con noi, si sposeranno, faranno figli e nipoti. Così che, anno dopo anno, l’Italia degli italiani si trasformerà in un «melting pot», un’insieme di razze, culture, religioni dove tra quarant’anni a stento saremo ancora maggioranza.

Ventiseimilioni di immigrati e i loro discendenti risiederanno a Roma, Milano, Napoli e nei mille Comuni della Penisola nel 2050. Ora sono 4,4 milioni contro i 7,8 presenti in Germania. Il primo ministro inglese David Cameron ha annunciato misure restrittive per gli stranieri in materia di accesso ai sussidi di disoccupazione e alle liste d’attesa per le case popolari. Londra nello scenario più «spinto» dovrà farsi carico di altri 59 milioni di migranti nei prossimi 36 anni, per sostituire i lavoratori che andranno in pensione e quelli che moriranno. Dovranno sostituire pure i connazionali che verranno seppelliti all’ombra dell’Union Jack, che di fatto sono nati nel Regno Unito e lì resteranno. Così accadrà in Italia e nei 27 Stati dell’Ue. «In Francia, Germania e Gran Bretagna - scrive il Dipartimento degli Affari sociali ed economici dell’Onu - il numero di immigrati necessari per mantenere costante sia la popolazione totale che la popolazione in età lavorativa varia irregolarmente nel tempo a causa di strutture di età specifiche . Questi numeri sono paragonabili al numero di immigrati ricevuto nel corso degli ultimi dieci anni. In Germania e in Italia, invece, lo scenario porterebbe tra il 30 e il 40 per cento la popolazione popolazione immigrata nel 2050, che è molto più alta di quella attuale». L’immigrazione, come testimoniano i dati della Guardia Costiera e della Marina Militare che hanno soccorso 150mila stranieri con l’Operazione Mare Nostrum, non segue modelli stabili di crescita ma esponenziali. Di tutti gli sbarchi segnalati negli ultimi vent’anni nel Mediterraneo il 45% è avvenuto nel 2014. E il 48% di chi non ce l’ha fatta, è morto tra le onde quest’anno. Chi è riuscito ad entrare in Italia, dopo mesi, anni di clandestinità pare riesca a trovare lavoro più facilmente degli italiani. Il 60,1% degli stranieri presenti nel Belpaese risulta occupato contro il 59,5% di lombardi, veneti, romagnoli, pugliesi e piemontesi. L’arrivo di nuovi migranti da Tunisia, Egitto, Siria, Cina, Afghanistan, Pakistan, Nigeria, Somalia, Marocco propugnato dalle Nazioni Unite potrebbe essere interpretato da più di qualcuno come uno schiaffo a quel 40,5% di italiani, nella stragrande maggioranza giovani, che non ha lavoro. Milioni di «invisibili» di cui non viene fatta menzione nel dossier. Come se la disoccupazione non esistesse.

L’obiettivo che sembra preoccupare gli statisti che nel Palazzo di Vetro a New York disegnano scenari appare esclusivamente quello di far raggiungere all’Europa, sempre nel 2050, il rapporto di due lavoratori per ogni pensionato. Come modello vengono indicati gli Usa dove il rapporto è 2,8 occupati per ogni cittadino «a riposo». Nell’Ue la media è di 1,45. «L’immigrazione di rimpiazzo è tra le possibili politiche di risposta da considerare», insiste l’Onu, «per mantenere adeguati livelli di crescita». Schede zeppe di dati, analisi, grafici, tabelle. C’è di tutto nel dossier. Nemmeno una parola però, neppure un cenno, agli italiani e agli europei che ora sono senza lavoro e ci resteranno con l’arrivo di milioni di stranieri. Come se la crisi non esistesse. L’immigrazione di massa è destinata a rivoluzionare la realtà sociale, a (s)travolgere l’Europa che conosciamo, ma anche di questo non c’è traccia. Solo numeri e aride statistiche. Basta che i conti tornino.

Alessandra Zavatta

Tratto da:http://www.iltempo.it

Così gli immigrati occuperanno il Paese
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L'uscita dell'euro redux: la Realpolitik colpisce ancora

Pubblicato su 31 Ottobre 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in IPHARRA

Questa volta invece sarò lungo, pesante e polemico. Mi riscuso.
 

A distanza di 3 mesi dalla pubblicazione sul Manifesto del mio articolo sull’uscita dall’euro, vorrei riproporlo nel mio forum col suo titolo originale (Il teorema della piscina) e commentarlo brevemente per vedere a che punto siamo. L’articolo era stato banalizzato da molti (a cominciare dalla redazione) come un manifesto a favore di “svalutazioni competitive”. Chiunque si documenti un minimo sa che il problema europeo è proprio dato dalle svalutazioni competitive... ma della Germania, non dell’Italia! L’intento dell’articolo non era nemmeno quello di “prevedere” la fine dell’euro, perché da prevedere c’era e c’è ben poco. Chiunque si documenti un minimo sa bene che sulla insostenibilità dell’euro si sono pronunciati i massimi economisti mondiali. E poi, è sotto gli occhi di tutti. Non c’è bisogno di prevedere, basta vedere.

 

Il mio intervento in realtà proponeva un'analisi politica, un'analisi che mi sembra si stia rivelando giusta ogni giorno di più, e che politici e giornalisti non mi sembravano e non mi sembrano in grado di fare, per motivi ogni giorno più evidenti. Questa analisi si può sintetizzare in pochi punti:

 

1)      rivendicando l’euro la sinistra italiana si è suicidata politicamente, perché l’euro è il coronamento di due progetti non esattamente di sinistra: il progetto imperialistico della Germania, e il progetto di “disciplina” dei sindacati mediante il vincolo esterno, caro alle classi dominanti dei paesi periferici;

 

2)      l’ideologia del “vincolo esterno”, tra l’altro, era intrinsecamente di destra perché disconosceva in modo paternalistico il diritto dei cittadini di orientare le scelte economiche del proprio paese, delegandolo a istanze tecnocratiche spacciate per indipendenti, e si basava su un ampio progetto di disinformazione, volto a nascondere i costi economici dell’euro ampiamente documentati dalla letteratura economica; la Realpolitik suggeriva però alla sinistra di aderire a questa ideologia di destra, che era l’unica che le desse qualche speranza di accedere ogni tanto alla stanza dei bottoni;

 

3)      continuando a difendere l’euro, per evitare una spiacevole autocritica, la sinistra si espone al rischio di essere sorpassata a sinistra. Lascerà cioè un argomento vero e inoppugnabile (l’euro ha strangolato l’economia italiana) in mano alle destre più becere e nazionaliste (dalla Lega in giù). E allora la situazione diventerà difficilmente reversibile.

 

Questa analisi politica è stata capita da molti, ma ha anche incontrato una serie di prevedibili critiche, forse anche perché i giornalisti vogliono parlare di economia (senza saperne molto), ma mal sopportano che chi conosce le dinamiche economiche della società si arrischi a trarne conclusioni politiche. Purtroppo (per loro, ma soprattutto per noi) tutto quello che avevo previsto nell’articolo si è verificato. Lo sottolineo, nel rileggerlo con voi, non per vanità (è vero che il nostro lavoro ci lascia poche altre soddisfazioni, oltre a quella di essere Cassandre, ma qui da prevedere c’era poco: è un film già visto). Insisto su questo punto perché insieme riflettiamo su cosa fare per evitare il suicidio totale delle forze progressiste nel nostro paese.. Vi ricordo che l’articolo è stato inviato alla redazione l’8 agosto, e pubblicato il 23 agosto. Vi ricordo anche che è stato l’articolo del forum “La rotta d’Europa” più referenziato su Google (47800 hits).

 

Voglio infine sottolineare che non disconosco a nessuno, tantomeno a un giornalista, il diritto di esprimere comunque le proprie opinioni, per quanto disinformate esse siano. Voglio però insistere sul fatto che esprimersi in modo disinformato durante una crisi economica equivale a farlo durante un’epidemia, durante una catastrofe nucleare, insomma, durante un evento nel quale chi non coopera al prevalere della razionalità si assume responsabilità molto gravi. In particolare, la disinformazione sui temi economici in questa fase di crisi economica e politica è un’operazione intrinsecamente antidemocratica, perché influisce sulle libere scelte degli elettori e perché rischia di propugnare scelte che possono condurci a esiti nazionalisti e autoritari. Per questa mia difesa della razionalità tecnica dell’economia sono stato fatto passare per una maestrina dalla matita blu che si arrocca nel suo sapere tecnico e emette sentenze dalla sua torre d’avorio. A voi il giudizio.

 

Segue il testo inviato alla redazione, in tondo, con alcuni commenti in corsivo.

 

Il teorema della piscina.

 

Un anno fa, discorrendo con Aristide, chiedevo come mai la sinistra italiana rivendicasse con tanto orgoglio la paternità dell’euro: non vedeva quanto esso fosse opposto agli interessi del suo elettorato? Una domanda simile a quella di Rossanda. Aristide, economista di sinistra, mi raggelò: “caro Alberto, i costi dell’euro, come dici, sono noti, tutti i manuali li illustrano. Li vedevano anche i nostri politici, ma non potevano spiegarli ai loro elettori: se questi avessero potuto confrontare costi e benefici non avrebbero mai accettato l’euro. Tenendo gli elettori all’oscuro abbiamo potuto agire, mettendoli in una impasse dalla quale non potranno uscire che decidendo di fare la cosa giusta, cioè di andare avanti verso la totale unione, fiscale e politica, dell’Europa.” Insomma: “il popolo non sa quale sia il suo interesse: per fortuna a sinistra lo sappiamo e lo faremo contro la sua volontà”. Ovvero: so che non sai nuotare e che se ti getto in piscina affogherai, a meno che tu non “decida liberamente” di fare la cosa giusta: imparare a nuotare. Decisione che prenderai dopo un leale dibattito, basato sul fatto che ti arrivo alle spalle e ti spingo in acqua. Bella democrazia in un intellettuale di sinistra! Questo agghiacciante paternalismo può sembrare più fisiologico in un democristiano, ma non dovrebbe esserlo. “Bello è di un regno come che sia l’acquisto”, dice re Desiderio. Il cattolico Prodi l’Adelchi l’ha letto solo fino a qui. Proseguendo, avrebbe visto che per il cattolico Manzoni la Realpolitik finisce in tragedia: il fine non giustifica i mezzi. La nemesi è  nella convinzione che “più Europa” risolva i problemi: un argomento la cui futilità non può essere apprezzata se prima non si analizza la reale natura delle tensioni attuali.

 

Primo commento: per aver denunciato la Realpolitik paternalistica sottostante alla scelta dell’euro sono stato accusato di complottismo da svariati passanti(guardate ad esempio il dibattito con p.p. in questo post), e di incapacità di analisi politica da diversi colleghi (anche loro abbastanza paternalisti: “sai, Alberto, tu sei bravo, ma un giornalista ha una visione politica più ampia della tua!” Sarà...). A nulla è servito far notare che questa Realpolitik era palese e ammessa dai suoi stessi protagonisti. L’argomento di Prodi infatti è quello che riporta la Rossanda: “dovevamo cominciare dalla moneta perché altrimenti non si sarebbe fatto nulla, data la litigiosità dei governi europei”. Ma questo modo di argomentare chiarisce bene che chi lo ha fatto sapeva benissimo che “cominciare dalla moneta” era la cosa sbagliata: bisognava cominciare dal disegno di istituzioni che uniformassero le economie reali europee e riducessero il conflitto fra i governi. E infatti ora le stesse persone ammettono l’irrazionalità della scelta compiuta, il fatto che essa conviene solo alla Germania, ecc. Quindi si sapeva che ci sarebbero stati dei costi e questi costi sono stati nascosti agli elettori.

 

Complottismo? Bene: allora cosa ne dite di questo video? Svegliatevi! Siete in mano a persone che ragionano così, non a statisti, ma a politicanti, a persone che preferiscono che una regione (il Lazio) sia gestita male anziché bene purché questo dia loro qualche speranza di accedere alle leve del potere non per i loro intrinseci meriti, ma per la loro capziosa abilità di portare scompiglio nelle fila dell’avversario. Siete in mano a persone che non si occupano degli studenti “perché non votano”. Siete in mano a persone che affidano alla crisi economica il compito di portarle al potere, con una Schadenfreude e un disprezzo del proprio paese che dovrebbe suscitare rivolta in qualsiasi italiano di buon senso. Sono persone prive di visione, incapaci di pensare in categorie che non siano quelle tattiche della Realpolitik. Sono le persone che hanno sterilizzato il dibattito politico italiano polarizzandolo sul tema dell’antiberlusconismo, non perché ritenessero Berlusconi dannoso al paese, ma perché lo ritenevano di intralcio alla loro bramosia di potere.

Del resto, costruire un nemico era l’unico modo per coagulare un po’ di consenso attorno a una classe politica che non aveva nulla da dire e molto da nascondere. Perché queste persone sono le stesse che per “disciplinare” (leggi: sconfiggere) i sindacati hanno sconfitto il proprio paese, nella speranza di poter così entrare (loro) nei salotti buoni della finanza (“abbiamo una banca”!). Cara Concita, benvenuta nel club dei complottisti. Non mi sei mai sembrata così bella! Se poi sapessi che anche tu capisci che questa sinistra ha gestito l'euro come la presidenza della regione Lazio, mi sentirei meno solo su questa terra...


 

Il debito pubblico non c’entra.

 

Sgomenta l’unanimità con la quale destra e sinistra continuano a concentrarsi sul debito pubblico. Che lo faccia la destra non è strano: il contrattacco ideologico all’intervento dello Stato nell’economia è il fulcro della “controriforma”  seguita al crollo del muro. Questo a Rossanda è chiaro. Le ricordo che  nessun economista ha mai asserito, prima del trattato di Maastricht, che la sostenibilità di un’unione monetaria richieda il rispetto di soglie sul debito pubblico (il 60% di cui parla lei). Il dibattito sulla “convergenza fiscale” è nato dopoMaastricht, ribadendo il fatto che queste soglie sono insensate. Maastricht è un manifesto ideologico: meno Stato (ergo più mercato). Ma perché qui (cioè a sinistra?) nessuno mette Maastricht in discussione? Questo Rossanda non lo nota e non se lo chiede. Se il problema fosse il debito pubblico, dal 2008 la crisi avrebbe colpito prima la Grecia (debito al 110% del Pil), e poi Italia (106%), Belgio (89%), Francia (67%) e Germania (66%). Gli altri paesi dell’eurozona avevano debiti pubblici inferiori. Ma la crisi è esplosa prima in Irlanda (debito pubblico al 44% del Pil), Spagna (40%), Portogallo (65%), e solo dopo Grecia e Italia. Cosa accomuna questi paesi? Non il debito pubblico (minimo nei primipaesi colpiti, altissimo negli ultimi), ma l’inflazione. Già nel 2006 la Bce indicava che in Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna l’inflazione non stava convergendo verso quella dei paesi “virtuosi”. I Pigs erano un club a parte, distinto dal club del marco (Germania, Francia, Belgio, ecc.), e questo sì che era un problema: gli economisti sanno da tempo che tassi di inflazione non uniformi in un’unione monetaria conducono a crisi di debito estero (prevalentemente privato).

 

Secondo commento: inutile dire che questo punto (la rilevanza del debito privato) è passato inosservato. Anche qui il motivo è politico. A tutti, ma soprattutto alla “sinistra”, fa comodo liquidare il problema come un problema di debito pubblico, perché così ne può dare la colpa al governo precedente. Il problema è invece di debito privato, la colpa è dell’euro, e il governo precedente ha tenuto i conti in ordine, mantenendo il fisiologico incremento del debito durante la recessione nell’ambito dei 10 punti di Pil. Certo, questo ci ha riportato indietro di dieci anni come rapporto debito/Pil, ma in Europa, con una crisi simile, solo la Germania ha fatto marginalmente meglio di noi, potendo però contare su una crescita drogata dalla nostra domanda. Quindi Berlusconi non era un problema macroeconomico, l’euro sì, e i fatti lo dimostrano. 

 

Inflazione e debito estero.

 

Se in X i prezzi crescono più in fretta che nei suoi partner, X esporta sempre meno, e importa sempre più, andando in deficit di bilancia dei pagamenti. La valuta di X, necessaria per acquistare i beni di X, è meno richiesta e il suo prezzo scende, cioè X svaluta: in questo modo i suoi beni ridiventano convenienti, e lo squilibrio si allevia. Effetti uguali e contrari si producono nei paesi in surplus, la cui valuta diventa scarsa e si apprezza. Ma se X è legato ai suoi partner da un’unione monetaria, il prezzo della valuta non può ristabilire l’equilibrio esterno, e quindi le soluzioni sono due: o X deflaziona, o i suoi partner in surplus inflazionano. Nella visione keynesiana i due meccanismi sono complementari: ci si deve venire incontro, perché surplus e deficit sono due facce della stessa medaglia (non puoi essere in surplus se nessuno è in deficit). Ai tagli nel paese in deficit deve accompagnarsi un’espansione della domanda nei paesi in surplus. Ma la visione prevalente è asimmetrica: l’unica inflazione buona è quella nulla, i paesi in surplus sono “buoni”, e sono i “cattivi” in deficit a dover deflazionare, convergendo verso i buoni. E se, come i Pigs, non ci riescono? Le entrate da esportazioni diminuiscono e ci si indebita con l’estero per finanziare le proprie importazioni. I paesi a inflazione più alta sono anche quelli che hanno accumulato più debito estero dal 1999 al 2007: Grecia (+78 punti di Pil), Portogallo (+67), Irlanda (+65) e Spagna (+62). Con il debito crescono gli interessi, e si entra nella spirale: ci si indebita con l’estero per pagare gli interessi all’estero, aumenta lo spread e scatta la crisi.

 

Lo spettro del 1992.

 

E l’Italia? Dice Rossanda: “il nostro indebitamento è soprattutto all’interno”. Non è più vero. Pensate veramente che ai mercati interessi con chi va a letto Berlusconi? Pensate che si preoccupino perché il debito pubblico è “alto”? Ma il nostro debito pubblico è sopra il 100% da 20 anni, e i nostri governi, anche se meno folcloristici, sono stati spesso più instabili. Non è questo che preoccupa i mercati: quello che li preoccupa è che oggi, come nel 1992, il nostro indebitamento con l’estero sta aumentando, e che questo aumento, come nel 1992, è guidato dall’aumento dei pagamenti di interessi sul debito estero, che è in massima parte debito privato, contratto da famiglie e imprese (il 65% delle passività sull’estero dell’Italia sono di origine privata).

 

Terzo commento: previsione azzeccata. Vorrei ricordare che all’epoca la sinistra “per bene” era tutta intenta a combattere il Belzebù Berlusconi, ritenuto responsabile della sfiducia dei mercati. Berlusconi se ne è andato, e lo spread è granitico intorno a 500 punti. Mi sembra chiaro quindi che i mercati non erano innervositi da lui, come avevo detto (anche su lavoce.info, che all'epoca era l'organo più antiberlusconiano in circolazione, per comprensibili motivi). 

 

Cui Prodest? 

 

Calata nell’asimmetria ideologica mercantilista (i “buoni” non devono cooperare) e monetarista (inflazione zero) la scelta politica di privarsi dello strumento del cambio diventa strumento di lotta di classe. Se il cambio è fisso, il peso dell’aggiustamento si scarica sui prezzi dei beni, che possono diminuire o riducendo i costi (quello del lavoro, visto che quello delle materie prime non dipende da noi) o aumentando la produttività. Precarietà e riduzioni dei salari sono dietro l’angolo. La sinistra che vuole l’euro ma non vuole Marchionne mi fa un po’ pena. Chi non deflaziona accumula debito estero, fino alla crisi, in seguito alla quale lo Stato, per evitare il collasso delle banche, si accolla i debiti dovuti agli squilibri esterni, trasformandoli in debiti pubblici. Alla privatizzazione dei profitti segue la socializzazione delle perdite, con il vantaggio di poter incolpare a posteriori i bilanci pubblici. La scelta non è se deflazionare o meno, ma se farlo subito o meno. Una scelta ristretta, ma solo perché l’ottusità ideologica impone di concentrarsi sul sintomo (lo squilibrio pubblico, che può essere corretto solo tagliando), anziché sulla causa (lo squilibrio esterno, che potrebbe essere corretto cooperando). Alla domanda di Rossanda “non c’è stato qualche errore?” la risposta è quella che dà lei stessa: no, non c’è stato nessun errore. Lo scopo che si voleva raggiungere, cioè la “disciplina” dei lavoratori, è stato raggiunto: non sarà “di sinistra”, ma se volete continuare a chiamare “sinistra” dei governi “tecnici” a guida democristiana accomodatevi. Lo dice il manuale di Acocella: il “cambio forte” serve a disciplinare i sindacati.

 

Quarto commento: so che non fa piacere scoprire di essere stati presi in giro. Per questo il mio lavoro ha avuto molte critiche. Ma se non partiamo da qui, cioè dall’ammissione che il “popolo della sinistra” si è fatto prendere in giro da politici che gli hanno proposto come soluzione delle politiche di destra (perché dannose agli interessi dei salariati) non andremo da nessuna parte. Bisogna rottamare i “padri nobili” dotati di “visione” che ci hanno messo in queste condizioni con l’euro, a partire da quello che si rimbocca le maniche, e rottamarli da sinistra, cosa che si può fare solo denunciando quello che è in tutti i manuali di economia, cioè la distorsione deflazionistica che l’euro induce, per cui alla fine rimane solo da tagliare. Se non lo si denuncia apertamente, allora la rottamazione rimarrà (come è) in mano ai giovanotti tutti chiesa e Bce, e non usciremo dal meccanismo dei sacrifici inutili. 

 

Più Europa?

 

Secondo la teoria economica un’unione monetaria può reggere senza tensioni sui salari se i paesi sono fiscalmente integrati, poiché ciò facilita il trasferimento di risorse da quelli in espansione a quelli in recessione. Una “soluzione” che interviene a valle, cioè allevia i sintomi, senza curare la causa (gli squilibri esterni). È il famoso “più Europa”. Un esempio: festeggiamo quest’anno il 150° anniversario dell’unione monetaria, fiscale e politica del nostro paese. “Più Italia” l’abbiamo avuta, non vi pare? Ma 150 anni dopo la convergenza dei prezzi fra le varie regioni non è completa, e il Sud ha un indebitamento estero strutturale superiore al 15% del proprio Pil, cioè sopravvive importando capitali dal resto del mondo (ma in effetti dal resto d’Italia). Dopo cinquanta anni di integrazione fiscale nell’Italia (monetariamente) unita abbiamo le camicie verdi in Padania: basterebbero dieci anni di integrazione fiscale nell’area euro, magari a colpi di Eurobond, per riavere le camicie brune in Germania. L’integrazione fiscale non è politicamente sostenibile perché nessuno vuole pagare per gli altri, soprattutto quando i media, schiavi dell’asimmetria ideologica, bombardano con il messaggio che gli altri sono pigri, poco produttivi, che “è colpa loro”. Siano greci, turchi, o ebrei, sappiamo come va a finire quando la colpa è degli altri.

 

Quinto commento: a quell’epoca non andava ancora di moda chiedere alla Bce di agire come “lender of last resort”. Una versione riveduta e corretta, ma ugualmente insulsa, del più Europa. I motivi sono due: (1) nel lungo periodo interventi di quantitative easing da parte della Bce alzerebbero l’inflazione nei paesi del nucleo europeo, i cui elettori sono stati bombardati da anni col messaggio che l’inflazione è il male assoluto. La non sostenibilità politica di questo intervento è quindi chiara: al limite, sarebbero gli elettori dei paesi del nucleo a chiedere di uscire dall’euro (danneggiando se stessi). (2) qualsiasi politica monetaria centralizzata non corregge gli squilibri fondamentali, che sono squilibri fra paesi. A cosa serve alzare l’inflazione media europea, se la Germania ne ha comunque (per quanto alta) un po’ meno degli altri? A nulla. L’unico risultato è quello di dare un po’ di fiato alle finanze pubbliche dei paesi periferici, in modo che abbiano munizioni da sparare quando le loro finanze private rientreranno in crisi, avendo accumulato passività verso i paesi del nucleo. Forse è questo che si vuole.

 

Quelli che vogliono una Bce come la Fed americana forse non sanno che negli Stati Uniti il bilancio federale compensa con trasferimenti una proporzione attorno al 30% degli shock negativi subiti da Stati dell’Unione. Questo è il risultato degli studi compiuti non dai soliti ex-sindacalisti, ex-sociologi, ex-portieri di serie B che in questi giorni pontificano sull’euro, ma da studiosi di riconosciuto spicco internazionale come Bayoumi e Masson o Sala-i-Martin e Sachs, articoli che un economista che vuole pronunciarsi su questo dibattito dovrebbe conoscere (parlo mai di Walras io?). In questo caso, e solo in questo caso, la politica monetaria centralizzata funziona. Si chiama integrazione fiscale. E voi ce la vedete la Germania ad agire in tal senso, compensando gli shock dei Pigs con i soldi che ha accumulato grazie alla loro domanda? No, ovviamente. Quindi anche la Bce modello Fed non può funzionare. Chiavatevelo in testa: non può. L’unica Bce buona è quella morta.

 

Deutschland über alles.

 

Le soluzioni “a valle” dello squilibrio esterno sono politicamente insostenibili, ma lo sono anche quelle “a monte”. La convivenza con l’euro richiederebbe l’uscita dall’asimmetria ideologica mercantilista. Bisognerebbe prevedere simmetrici incentivi al rientro per chi si scostasse in alto o in basso da un obiettivo di inflazione. Il coordinamento del quale Rossanda parla andrebbe costruito attorno a questo obiettivo. Ma il peso dei paesi “virtuosi” lo impedirà. Perché l’euro è l’esito di due processi storici. Rossanda vede il primo (il contrattacco del capitale per recuperare l’arretramento determinato dal new deal post-bellico), ma non il secondo: la lotta secolare della Germania per dotarsi di un mercato di sbocco. Ci si estasia (a destra e a sinistra) per il successo della Germania, la “locomotiva” d’Europa, che cresce intercettando la domanda  dei paesi emergenti. Ma i dati che dicono? Dal 1999 al 2007 il surplus tedesco è aumentato di 239 miliardi di dollari, di cui 156 realizzati in Europa, mentre il saldo commerciale verso la Cina è peggiorato di 20 miliardi (da un deficit di -4 a uno di -24). I giornali dicono che la Germania esporta in Oriente e così facendo ci sostiene con la sua crescita. I dati dicono il contrario. La domanda dei paesi europei, drogata dal cambio fisso,  sostiene la crescita tedesca. E la Germania non rinuncerà a un’asimmetria sulla quale si sta ingrassando. Ma perché i governi “periferici” si sono fatti abbindolare dalla Germania? Lo dice il manuale di Gandolfo: la moneta unica favorisce una “illusione della politica economica” che permette ai governi di perseguire obiettivi politicamente improponibili, cavandosela col dire che sono imposti da istanze sopraordinate (quante volte ci siamo sentiti dire “l’Europa ci chiede...”?). Il fine (della lotta di classe al contrario) giustificava il mezzo (l’ancoraggio alla Germania).

 

Sesto commento: sono sconfortato dall’insipienza tecnica non solo del pubblico, ma anche e soprattutto di molti colleghi. L’ideologia della stabilità dei prezzi li porta a non capire una cosa semplicissima: in un sistema di cambi fissi chi forza una deflazione sta praticando una svalutazione reale competitiva. Che questo sia da 60 anni il disegno esplicito della Germania è lucidissimamente esposto da Cesaratto. Un sistema di cambi fissi (o moneta unica, il che è lo stesso) non può sopravvivere se c’è qualcuno che fa il furbo, e non esistono strumenti tecnici per opporsi. Non esistono perché non li si vuole porre in essere. In una logica keynesiana, sarebbe bastato inserire nella costruzione dell’euro una clausola della valuta scarsa (come quella che Keynes propose a Bretton Woods), che attribuisse ai paesi in deficit il diritto di adottare pratiche commerciali protezionistiche nei confronti dei paesi in surplus che non accettassero (come la Germania non accetta) di cooperare alla soluzione degli squilibri. Non lo si è fatto non tanto perché le regole le detta il più forte, ma anche perché dotando i paesi di armi per difendersi si sarebbe palesato il fatto che con l’euro si apriva una guerra commerciale. E l’euro doveva essere venduto agli elettori come l’età dell’oro... 

 

La svalutazione rende ciechi.

 

È un film già visto. Ricordate lo Sme “credibile”? Dal 1987 al 1991 i cambi europei rimasero fissi. In Italia l’inflazione salì dal 4.7% al 6.2%, con il prezzo del petrolio in calo (ma i cambi fissi non domavano l’inflazione?). La Germania viaggiava su una media del 2%.  La competitività italiana diminuiva, l’indebitamento estero aumentava, e dopo la recessione Usa del 1991 l’Italia dovette svalutare. Svalutazione! Provate a dire questa parola a un intellettuale di sinistra. Arrossirà di sdegnato pudore virginale. Non è colpa sua. Da decenni lo bombardano con il messaggio che la svalutazione è una di quelle cosacce che provocano uno sterile sollievo temporaneo e orrendi danni di lungo periodo. Non è strano che un sistema a guida tedesca sia retto dal principio di Goebbels: basta ripetere abbastanza una bugia perché diventi una verità. Ma cosa accadde dopo il 1992? L’inflazione scese di mezzo punto nel ’93 e di un altro mezzo nel ’94. Il rapporto debito estero/Pil si dimezzò in cinque anni (da -12 a -6 punti di Pil). La bolletta energetica migliorò (da -1.1 a -1.0 punti). Dopo uno shock iniziale, l’Italia crebbe a una media del 2% dal 1994 al 2001. La lezioncina sui danni della svalutazione (genera inflazione, procura un sollievo solo temporaneo, non ce la possiamo permettere perché importiamo il petrolio) è falsa. 

 

Settimo commento: i tronfi tromboni (o parola che faccia rima) che premettono un “neo” a ogni parola che usano (il neoliberismo neocapitalista, il neouovo e la neogallina), lo fanno un po’ perché sono pagati a cartella (forse), e molto per indurre la sensazione (falsa, ma plausibile agli occhi degli incolti) che questa volta siamo in una situazione totalmente nuova, per cui la storia non ha nulla da insegnarci. La Storia ha sempre da insegnare, a chi non è in cattiva fede. 

 

Irreversibile?

 

Ma tutto questo Rossanda non lo sa. Sa che la svalutazione non sarebbe risolutiva, e che le procedure di uscita non sono previste, quindi... Quindi cosa? Veramente Rossanda è così ingenua da non vedere che la mancanza di procedure di uscita è solo un espediente retorico, il cui scopo è quello di radicare nel pubblico l’idea di una “naturale” o “tecnica” irreversibilità di quella che in fondo è una scelta umana e politica (e come tale reversibile)? Certo, la svalutazione renderebbe più oneroso il debito definito in valuta estera. Ma porterebbe da una situazione di indebitamento estero a una di accreditamento estero, producendo risorse sufficienti a ripagare i debiti, come nel 1992. Se non lo fossero, rimarrebbe la possibilità del default. Prodi vuol far sostenere una parte del conto ai “grossi investitori istituzionali”? Bene: il modo più diretto per farlo non è emettere Eurobond “socializzando” le perdite a beneficio della Germania (col rischio camicie brune), ma dichiarare, se sarà necessario, il default, come hanno già fatto tanti paesi che non sono stati cancellati dalla geografia economica per questo. È già successo e succederà. “I mercati ci puniranno, finiremo stritolati!”. Altra idiozia. Per decenni l’Italia è cresciuta senza ricorrere al risparmio estero. È l’euro che, stritolando i redditi e quindi i risparmi delle famiglie, ha costretto il paese a indebitarsi con l’estero. Il risparmio nazionale lordo, stabile attorno al 21% dal 1980 al 1999, è sceso costantemente da allora fino a toccare il 16% del reddito. Nello stesso periodo le passività finanziarie delle famiglie sono raddoppiate, dal 40% all’80%. Rimuoviamo l’euro, e l’Italia avrà meno bisogno dei mercati, mentre i mercati continueranno ad avere bisogno dei 60 milioni di consumatori italiani.

 

Ottavo commento: la ricerca scientifica dice che i costi del default sono grandemente esagerati dall’opinione pubblica. Del resto, l’Argentina dal suo default in poi è decollata, i redditi pro capite sono cresciuti dell’8% all’anno, portando l’Argentina dalla 60° alla 54° posizione nella graduatoria mondiale. Certo, le interpretazioni su cosa è successo non sono univoche (possono mai esserlo, quando ci sono i soldi di mezzo?), ma una cosa è certa: chi evoca l’Argentina come spauracchio è un dilettante che fa autogol, per diversi motivi: (1) perché rende evidente che l’euro non ci ha difeso dalla crisi, ma ci ha messo in crisi, esattamente come l’Argentina fu messa in crisi dall’aggancio al dollaro: perdita di competitività, accumulo di debito estero, crisi; (2) perché rende altresì evidente che la crisi da noi non sarebbe ugualmente devastante: la svalutazione necessaria all’Italia si colloca attorno al 20%, perché questo è il differenziale di inflazione che abbiamo cumulato verso la Germania dall’ultimo riallineamento del cambio; in Argentina fu del 230% non perché “i mercati” la punirono, ma perché quello era il differenziale di inflazione maturato nei confronti del dollaro negli anni della dollarizzazione; abbiamo già svalutato del 20% nel 1992, è stata dura, ma siamo sopravvissuti; chi parla di svalutazioni del 100% sragiona o è un dilettante dell’economia che non dovrebbe parlare in un momento di crisi, momento in cui la disinformazione diventa  un atto intrinsecamente antidemocratico; gli esperti, che in quanto tali stanno già pensando a un piano B, sanno che la svalutazione nostra (o la rivalutazione tedesca) sarà di quell’ordine di grandezza; ringrazio Sergio Polini per la segnalazione dell'ultimo link, ma, senza sminuire il suo contributo, segnalo che queste cifre sono ovvie, perché sono quelle ampiamente previste dalla teoria economica , secondo la quale quando ci si sgancia da una valuta troppo forte si recupera il differenziale di inflazione cumulato, e questo è anche il modello che i mercati usano!  (3) perché oggi gli argentini stanno bene.

 

 Non faccia la sinistra ciò che fa la destra.

 

Dall’euro usciremo, perché alla fine la Germania segherà il ramo su cui è seduta. Sta alla sinistra rendersene conto e gestire questo processo, anziché finire sbriciolata. Non sto parlando delle prossime elezioni. Berlusconi se ne andrà: dieci anni di euro hanno creato tensioni tali per cui la macelleria sociale deve ora lavorare a pieno regime. E gli schizzi di sangue stonano meno sul grembiule rosso. Sarà ancora una volta concesso alla sinistra della Realpolitik di gestire la situazione, perché esiste un’altra illusione della politica economica, quella che rende più accettabili politiche di destra se chi le attua dice di essere di sinistra. Ma gli elettori cominciano a intuire che la macelleria sociale si può chiudere uscendo dall’euro. Cara Rossanda, gli operai non sono “scombussolati”, come dice lei: stanno solo capendo. “Peccato e vergogna non restano nascosti”, dice lo spirito maligno a Gretchen. Così, dopo vent’anni di Realpolitik, ad annaspare dove non si tocca si ritrovano i politici di sinistra, stretti fra la necessità di ossequiare la finanza, e quella di giustificare al loro elettorato una scelta fascista non tanto per le sue conseguenze di classe, quanto per il paternalismo con il quale è stata imposta. Si espongono così alle incursioni delle varie Marine Le Pen che si stanno affacciando in paesi di democrazia più compiuta, e presto anche da noi. Perché le politiche di destra, nel lungo periodo, avvantaggiano solo la destra. Ma mi rendo conto che in un paese nel quale basta una legislatura per meritarsi una pensione d’oro, il lungo periodo possa non essere un problema dei politici di destra e di sinistra. Questo spiega tanta unanimità di vedute.

 

Nono e ultimo commento: ogni singola parola di questo paragrafo mi è stata contestata. Mi è stato detto: “il capitalismo tedesco è razionale, non segherà il ramo sul quale è seduto”... e si è visto! Le cose si sono spinte a un punto tale che ormai l’unica soluzione razionale per la Germania è propugnare un’uscita selettiva o generalizzata. Non lo si dice per evitare fenomeni, appunto, argentini (corse agli sportelli, ecc.), ma che ci sia aria di piano B è evidente e confermato da tutti i quotidiani finanziari internazionali. Il governo tecnico (il macellaio col grembiule rosso) è arrivato, come da me previsto in un periodo in cui tutti pensavano che Berlusconi sarebbe stato eterno. Ma il lavoro sporco in democrazia viene sempre fatto fare alla sinistra. Vi ricordate gli anni ’90? Da dove venite? Da Marte? La destra si è appropriata di una verità tecnica (l’euro è stato un errore) e la sinistra continua a difendere una bugia tecnica, quando, se avesse ascoltato il mio modesto contributo e quello di tanti grandi economisti, avrebbe potuto attivare un vero dibattito sulla rotta d’Europa, su basi equilibrate e propositive, anziché la sfilata della corte dei miracoli alla quale abbiamo assistito per tutta l’estate, condotta su basi distorte e difensive, tutte volte a salvare il non salvabile, e quindi a non riflettere sul “dopo”. Perché un “dopo” ci sarà. E naturalmente chi avrà mentito e continuato a mentire ai suoi elettori non potrà che pagarne le conseguenze. Ci avviamo a altri due decenni di governi di destra, nazionalisti e populisti, se non ammettiamo che l’euro è stato un errore, non liquidiamo politicamente chi lo ha commesso, e non riflettiamo su come uscirne con il minor danno possibile.

 

Sed de hoc satis. Per un economista, in fondo, non è così divertente occuparsi di cose che la lettura affrettata di un libro di testo del secondo anno fa immediatamente intuire come ovvie. Volevo solo attirare la vostra attenzione sul fatto che queste verità ovvie sono state deliberatamente ignorate da qualcuno. E il motivo c'era. Complottismo?
Tratto da:http://goofynomics.blogspot.it
L'uscita dell'euro redux: la Realpolitik colpisce ancora
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UE, Napolitano: No al ritorno ad un passato di “piccole sovranita’ nazionali”

Pubblicato su 31 Ottobre 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in POLITICA

Ma che mi sono perso un giro: hanno chiuso gli ospizi e non me ne sono accorto? Claudio Marconi

L’Italia ha una “visione non puramente economicistica dell’Unione”, ma “come motore di sviluppo, di stabilita’ e di democrazia teso a proiettarsi nel suo vicinato e oltre”.

Lo ha detto il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in occasione del brindisi pronunciato durante la visita al Quirinale dell’omologo polacco Bronislaw Komorowski.
“Circondati da aree di forte instabilita’ e alle prese con una crisi economica che ha drammaticamente prodotto 26 milioni di disoccupati, i popoli europei si interrogano sull’avvenire, domandandosi se il progetto di integrazione sia ancora la risposta ai loro problemi. E’ un interrogativo che si comprende possa diffondersi, in particolare tra le giovani generazioni, che per la prima volta dopo decenni intravvedono un futuro con poche opportunita’ e ancor meno garanzie”, ha spiegato.

Ci rifiutiamo di considerare l’Europa come un continente in declino e privo di prospettive di sviluppo ; ed e’ per questo che la Presidenza di turno del nostro Paese intende contribuire a delineare risposte concrete ai problemi dei cittadini, riguadagnandone la fiducia,smentendo i profeti di sventura e non cedendo alla fallace illusione del ritorno a un passato di piccole sovranita’ nazionali che in realta’ non hanno piu’ cittadinanza nel mondo globale e interdipendente di oggi”

ha continuato il Capo dello stato, “Intendiamo farlo insieme alla Polonia, che condivide con noi le forti spinte ideali del primigenio progetto europeo basato sulla pace, sulla solidarieta’, sulla vicinanza delle Istituzioni ai cittadini e sull’armonico sviluppo di una societa’ dei diritti e delle liberta’”.

Discorso integrale di Putin al Forum di Valdai. Le Nazioni d’Europa stanno perdendo la loro sovranità

“Roma e Varsavia hanno in comune una visione non puramente economicistica dell’Unione, che vedono come motore di sviluppo, di stabilita’ e di democrazia (????) teso a proiettarsi nel suo vicinato e oltre”, ha precisato, “La costruzione di una credibile politica europea di sicurezza e difesa – basata su una solida collaborazione con la Nato – e la prosecuzione del graduale processo di allargamento restano punti qualificanti della nostra comune azione all’interno delle istituzioni europee ed atlantiche”.
“Un vasto arco di crisi e di instabilita’, che va dalla Libia fino ai confini della Turchia, minaccia direttamente, e nell’immediato, la nostra sicurezza e quella dei popoli vicini.

In soli dieci mesi sono approdati sulle nostre spiagge piu’ di 140.000 disperati, mentre migliaia trovavano la morte nel tentativo di attraversare il Mediterraneo”, ha detto ancora il presidente della Repubblica.
“Affrontare problemi di questa magnitudine e di tale natura con le sole risorse e forze italiane, cosi’ generosamente impegnate nell’ultimo anno, non e’ possibile. Il Mediterraneo non e’ un problema italiano, ma europeo, cosi’ come l’Ucraina non e’ un problema polacco o baltico, ma europeo”, ha aggiunto.(AGI) .

Tratto da:http://www.imolaoggi.it

UE, Napolitano: No al ritorno ad un passato di “piccole sovranita’ nazionali”
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TUTTO CONSISTE NEL SOPRUSO

Pubblicato su 30 Ottobre 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in IPHARRA

Di: Claudio Marconi

Ci siamo arrivati. Ad un periodo buio e cupo che credevamo non fosse più possibile rivedere in Italia: ieri la polizia ha caricato gli operai della Thyssen Krupp che manifestavano, a Roma, per difendere il posto di lavoro.

C’è chi “impone” la democrazia con i bombardieri ( USA ) e chi la vuole “applicare” con l’esercizio dell’arroganza padronale, chiudendo una produzione in Italia per portarla in Germania; ma questi sono “particolari” di poco conto: l’importante è che la democrazia vada avanti.

Che questo sia un  governo, non votato da nessuno, composto da  industriali anti-italiani, finanzieri d'assalto, centro destra e centro sinistra crediamo essere ormai di dominio pubblico.

Le fabbriche italiane,e  di conseguenza gli industriali, dopo aver avuto immense somme di denaro in regalo, ed essersi arricchite sfruttando il lavoro del nostro popolo, dovrebbero, quantomeno, reinvestire quegli utili nella stessa nazione e non andarseli a godere, e far godere, all’estero, a scapito e contro chi gli ha permesso di arricchirsi.  la La giustizia sociale non è, e non deve essere, un profitto non che abbia uno scopo “ collettivo” perchè, in questo caso, diventa una rapina a mano armata nei confronti del popolo.

Quello che è accaduto ieri a Roma è solo la testimonianza autentica di situazioni di violenza e prevaricazione, di sopruso e violazione palese dei diritti personali, e sempre di sofferenza e mortificazione umana, che in Italia, in una misura sicuramente assai più ampia di quanto generalmente non si creda, sono legate al rapporto di lavoro dipendente.

Renzi, il suo governo “ spumeggiante”,  e compagni di merende non sono diversi da tutti gli altri che fanno il loro stesso mestiere: schierarsi con i potentati capitalisti contro il popolo. Il loro comportamento non è dettato da sadismo crudele, ma vogliono imporre il pensiero che comportarsi così sia normale,giusto e necessario e che gente come quella che protesta per difendere il posto di lavoro  è dannosa alla collettività che deve preoccuparsi soltanto di subire le angherie sempre di più e meglio e se “qualche” diritto viene negato non ha importanza.

E’ tutta la cultura di questi ultimi anni di recrudescenza capitalista che ha diffuso questi valori, sottraendo spazio e credibilità alla cultura dei diritti e della centralità del lavoro ( vero Renzi ). Non che industriali, politici, giornalai ( non è un errore ),sindacati liberisti sono diversi e neppure la moltitudine di coloro che subiscono senza ribellarsi e isolano chi si ribella: diversi sono coloro che non accettano questa realtà e di conseguenza debbono venire isolati. Questo è il messaggio ultimo della vicenda di Roma, l’importante è che il messaggio passi e si insinui nelle menti e nelle coscienze: o accetti di essere sfruttato o non lavori, rimani a casa e muori di fame tu e tutta la tua famiglia. Oggi lo fa la Thyssen ma, una volta passato, il principio  si estenderà a macchia d’olio e saranno tempi ancora più cupi e bui per i lavoratori e non solo, perché quando si decide di cedere ai ricatti liberisti, di non difendere il lavoro, alla lunga ci vanno di mezzo tutti anche quelli che oggi non si sentono toccati, che credono di avere posizioni stabili e sicure, che si sentono “ protetti” da questo sistema, non capendo che è un sottile veleno che prima o poi impoverirà l’intera comunità.

Il disegno liberal capitalista, iniziato parecchi anni fa, sta arrivando alla sua estrema conclusione: dobbiamo diventare un popolo di consumatori, non di produttori, e potremo consumare fino a che gli affamatori capitalisti ce lo consentiranno, poi possiamo anche andare al diavolo, la nostra “ funzione” l’abbiamo svolta, avanti con il prossimo popolo da sfruttare.

Questa degli operai dell Thyssen è una storia che coinvolge tutti,borghesi e proletari,operai e contadini,istruiti e ignoranti. E’ una delle tante storie di ordinaria angheria e sopruso ai danni del popolo intero da parte degli sfruttatori di sempre, di ieri, di oggi e di domani.

Il Governo, con la sua massima espressione, vuole dare un significativo contributo, oltre che alla demolizione delle relazioni industriali, a delocalizzare ed andare a produrre all’estero.

Si vuole azzerare il riconoscimento dei diritti individuali, non deve essere consentito alcun atto di “ disobbedienza”, il controllo è esercitato dai camerieri del padronato formatisi in un ambiente di sottocultura operaia ,fortemente condizionato dalla concezione del “ padrone “ come benefattore e mecenate, e nel quale è maturato il convincimento che ciò che è detto, fatto, imposto in fabbrica è scontato, dato per certo, immutabile e giusto, mentre tutto ciò che viene dal sociale è sovversivo e pericoloso.

Si sta tornando indietro, e di molto, rispetto ai  famigerati e tristi “ contratti di gradualità”, di moda negli anni ’90. I contratti di gradualità erano patti in cui le aziende si impegnavano ad adeguarsi, appunto, “ gradualmente”, nell’arco di qualche anno, alle norme dei contratti nazionali secondo tempi, scadenze e modalità concordati, almeno allora, con i sindacati.

E’ opportuno ricordare che prima della Legge 300, meglio conosciuta come Statuto dei Lavoratori, era previsto il licenziamento per scarso rendimento, senza che nessuno avesse mai scritto da qualche parte quale dovesse essere il “ rendimento”.

Il profitto dovrebbe avere una sua funzione “collettiva”, solo così può mantenere il suo diritto di cittadinanza. Però se quella funzione “collettiva” viene meno, il profitto si riduce alla fisionomia di un bottino di guerra, frutto dello scontro fra chi è più forte e chi è più debole. E’ a questo punto che imprenditori e manager senza scrupoli sociali si collocano sullo stesso piano degli sfruttatori di bambini di Manchester o Liverpool dell’ 800.

Questa della Thyssen è una triste storia che ,comunque vada a finire, chi ci rimette sono i lavoratori e l’Italia, mai gli imprenditori senza scrupoli.

Essendo degli inguaribili ottimisti credevamo che dopo l’ignobile politica di Valletta non si vedessero più quei tempi bui e repressivi. Che cosa ha fatto Valletta? A metà degli anni ’50 ha licenziato 1.500 operai, praticamente tutta la parte attiva del sindacato,per poter meglio continuare nella sua opera di sfruttamento; stiamo tornando all’800.

Per questo esprimiamo la massima solidarietà agli operai della Thyssen ed alla Fiom, il nostro posto è ovunque si combatta contro i soprusi e le angherie, a fianco degli oppressi e degli sfruttati di sempre.

Nuova Resistenza.

 

 

TUTTO CONSISTE NEL SOPRUSO
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Vaccino epatite B: obbligatorio dal 1991 a seguito di una tangente si continua a somministrare ai neonati

Pubblicato su 30 Ottobre 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in MEDICINA ALTERNATIVA

Giovedì 4 Ottobre 2012#11:31 | pubblicato da: Massimo Valente 

Le vaccinazioni obbligatorie in Italia sono 4: difterite, tetano,

poliomelite ed epatite B. Quanto all'epatite B, in Italia

questo vaccino è obbligatorio dal maggio 1991, quando l'allora

Ministro della Sanità, il poco “onorevole” De Lorenzo e l'allora

responsabile del settore farmaceutico del ministero

Duilio Poggiolini, intascarono dall'azienda Glaxo -

SmithKline,  unica produttrice del vaccino Engerix B, ben 600

milioni di lire per renderlo obbligatorio in Italia, nonostante

l'assenza di sufficienti sperimentazioni.

Entrambi sono stati condannati in via definitiva con sentenza della Cassazione per questo e per altri reati. Interessante un passaggio ancora attuale: “avendo percepito somme da numerose case farmaceutiche, producendo un danno erariale derivato dalla ingiustificata lievitazione della complessiva spesa farmaceutica, determinata dalla violazione degli obblighi di servizio riferibili a ciascuno".

“Le maggiori imprese farmaceutiche coinvolte – si legge in un articolo del Corriere

 del 20 luglio 1996 - sono Glaxo, Inverni Della Beffa,

Menarini, Lepetit, Pfizer, Sigma Tau, Poli, Chiesi. Gli

imprenditori farmaceutici che hanno patteggiato la pena sono 20 versando complessivamente 14 miliardi e 800 milioni a titolo di

risarcimento del danno”. Nulla in confronto a quello che hanno

guadagnato.

Nonostante ciò, ancora oggi non si limita l'obbligatorietà di

un vaccino per anni somministrato perentoriamente ai

neonati a seguito di tangenti e corruzione.

Leggi ancheCassazione: Poggiolini e De Lorenzo

risarciscano lo Stato per danno d'immagine, Adnkronos.com

Ciò che ci chiediamo è perché mai si debbano vaccinare i

bambini al 3° mese di vita - con richiamo al 5° e 11° mese -

(vedi calendario vaccinale 2012-2014 Ministero della Salute) 

per una malattia che si trasmette esclusivamente per via

sanguigna da sangue infetto o per rapporto sessuale.
I bambini nati da madri infette sono invece sottoposti al vaccino

anti Epatite B già alla nascita, con i successivi richiami. Non c'è

possibilità che un neonato contragga questa malattia per via

trasfusionale grazie ai controlli del sangue né, naturalmente per

via sessuale! Allora la domanda è ovvia: perché vaccinare

i neonati per l'Epatite B??

Andrebbero finalmente considerati i gravissimi rischi

derivanti da questa vaccinazione: “100 volte più grande

del rischio di epatite B” ha dichiarato, già nel 1999, la dott.ssa

Jane Orient, presidente dell'Associazione dei medici e

chirurghi americani, che ha testimoniato davanti alla

Commissione di riforma del governo ricordando i 4600 dossier

che additano la sclerosi a placche, la sindrome di

Guillan-Barré, il lupus eritematoso, le nevriti ottiche, le

poliartriti, pericarditi, uveiti posteriori, paralisi facciali, il

lichen planus, oltre all'aumento inquietante dell'asma e del

diabete insulino-dipendente, riferibili alla vaccinazione.

Secondo le linee guida di prevenzione americane CDC: A

Guide to Action (1997), scritte da funzionari federali della

sanità pubblica presso i Centri governativi degli Stati Uniti

per il controllo delle malattie (CDC), "l’infezione da epatite B

nella  maggior parte dei casi si origina dall'uso di droga per

via endovenosa (28%), rapporti eterosessuali con persone

infette o partner multipli (22%) e l'attività omosessuale

(9%) ". Inoltre secondo Principi di Medicina Interna di

Harrison (1994), la trasmissione da madre a figlio del virus

dell'epatite B "non è comune in Nord America e Europa

occidentale", e potrebbe essere facilmente diagnosticato

senza per forza intossicare tutti i nuovi nati. 

FonteNational Vaccine Information Center Your Health.

Rischi gravi causati dal vaccino per l'epatite B

Arriva dalla Francia la notizia, poi ripresa dal blog di Eugenio

Serravalle che informa del nuovo studio pediatrico

francese condotto dall'équipe del prof. Marc Tardieu

(servizio di Neuro pediatria, Ospedale di Bicetre al

Kremlin-Bicetre), e pubblicato sulla rivista Neurology,

che stabilisce il rapporto tra la vaccinazione pediatrica

contro l'epatite B per mezzo dell'Engerix B

(GlaxoSmithKline) e il rischio di demielinizzazione

del sistema nervoso, in particolare di sclerosi a placche (SEP).

Già nel 1994, Lancet (vol 344) aveva denunciato il fatto che la

vaccinazione contro l'epatite B potesse produrre il riacutizzarsi o

lo scatenarsi di malattie auto-immuni, come la sclerosi multipla

o la sindrome di Guillan-Barré.

Un altro studio dal titolo Il vaccino contro l'Epatite B

induce la morte apoptotica nelle cellule Hepa 1–6 riferisce

inoltre risultati paradossali, ossia che questo vaccino - nato

presumibilmente allo scopo di proteggere il fegato - è

responsabile dell'uccisione delle cellule del fegato. Nello

specifico questo studio ha osservato in vivo l'effetto

apoptotico (morte cellulare) causato dal vaccino contro

l'epatite B nel fegato di topo.

Gli autori dello studio fanno chiaramente notare che la loro

preoccupazione è concentrata sull'adiuvante, idrossido di

alluminio, con implicazioni di vasta portata, poiché l'alluminio è

abitualmente utilizzato nei vaccini dell’infanzia.

Ma gli studi scientifici che dimostrano la gravità di

questo vaccino sono tantissimi, di seguito ne riportiamo

alcuni altri:

Studio in vivo degli effetti del vaccino

anti-epatite B sull'espressione dei geni,

dell'infiammazione e del metabolismo. Questo studio

pubblicato nel 2012 sulla rivista Mol Biol Rep e reperibile in

PubMed, riferisce che “l'espressione di 144 geni nel

fegato è stato profondamente modificato dopo 1 giorno della

vaccinazione”.

Vaccino contro l'epatite B e problemi al fegato

nei bambini americani di età inferiore a 6 anni, 1993

e 1994. Lo studio, pubblicato nel maggio 1999 su Epidemiology

 stabilisce che i bambini ai quali è stata somministrata la

vaccinazione per l'epatite B hanno 2,57 volte maggiori

probabilità di soffrire di problemi al fegato.

Iniezioni di idrossido di alluminio possono portare a

deficit motori e degenerazione dei neuroni motori.

Lo studio pubblicato nel 2009 su J Inorg Biochem.

Tratto da:http://www.tuttosteopatia.it

Vaccino epatite B: obbligatorio dal 1991 a seguito di una tangente si continua a somministrare ai neonati
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Pubblicato su 30 Ottobre 2014 da frontediliberazionedaibanchieri in ECONOMIA

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